Gli Amori nella Bibbia

Redazione Web

Rimini, 23 agosto 2026. L’amore di Dio per l’uomo e dell’uomo per Dio, l’amore del prossimo, quello tra genitori e figli e l’amore romantico: la Bibbia non presenta un’unica esperienza, ma una pluralità di “amori”, differenti per carattere e manifestazione. È il percorso seguito nell’incontro «Gli amori nella Bibbia» da Joseph Weiler, University Professor alla NYU Law School e Senior Fellow del Center for European Studies di Har-vard, in dialogo con Stefano Alberto, professore di Teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Alberto ha ricordato la lunga tradizione dell’appuntamento ed il contributo di amicizia e comune intento offerto da Weiler alla conoscenza della Bibbia, richiamando anche il valore irrinunciabile del rapporto tra cristiani ed ebrei in un tempo segnato dal riemergere dell’antisemitismo. Weiler ha chiarito di voler utilizzare il significato di amore espresso nella lettura. Dunque, non il semplice “mi piace”, bensì un’emozione forte che riempie l’anima, è relazione, desiderio di proteggere l’altro e cercare il suo bene. L’amore di un padre per il figlio e quello romantico tra uomo e donna possono essere entrambi pieni e profondi, di qualità diverse. Le lacrime davanti alla ferita o alla morte di chi si ama ne rendono visibile l’intensità. Da qui Weiler ha argomentato due aspetti principali: il rapporto tra Dio e l’uomo e le relazioni d’amore tra esseri umani.

Si può comandare un’emozione?

Questo interrogativo nasce dal comandamento di amare Dio con tutta l’anima e tutta la volontà, preghiera che un genitore ebreo insegna ai figli a recitare al mattino ed alla sera. La sua familiarità non elimina due difficoltà radicali. La prima è la possibilità di comandare un’emozione, in quanto se si può prescrivere un comportamento rispettoso anche senza il sentimento, non si può decidere volontariamente un innamoramento. La questione è ancora più drammatica davanti al dolore, quando l’uomo può sentirsi abbandonato o arrabbiato con Dio. La seconda difficoltà è legata all’Antico Testamento: come amare un Dio trascendente, non identifi-cabile con il sole, un animale o un’immagine e dunque oltre la concezione e l’esperienza umana. Per il popolo ebraico il momento decisivo è il Sinai, in cui Dio non è visto neppure da Mosè, ma dona la Torah. Weiler ha così spiegato il rapporto tra amore e studio delle Scritture: la “verbalizzazione” è la forma attraverso cui il Dio trascendente entra in relazione con il suo popolo. Leggere la Bibbia giorno e notte non è solo un esercizio intellettuale, ma un modo di rimanere vicino a Dio e rispondere al suo dono. La Torah viene amata perché riconosciuta come manifestazione dell’amore divino e lo studio diviene gratitudine e rapporto.

Nell’Antico Testamento l’amore custodisce un popolo

Nei testi dell’Antico Testamento esaminati da Weiler, l’amore di Dio appare principalmente rivolto al suo popolo nel suo insieme. È un amore collettivo, differente dalla manifestazione emozionale ed individuale che oggi si associa al rapporto tra genitore e figlio. Questa forma possiede però una virtù decisiva: chi desidera vivere la promessa dell’amore divino deve custodire la comunità. Il popolo non è una somma di individui separati, ma il soggetto di un’alleanza e lo studio della Torah alimenta il legame che lo mantiene unito. Weiler ha ricordato che la preghiera ebraica colloca tra le azioni fondamentali l’onore dovuto al padre ed alla madre, la carità e la costruzione della pace, ma attribuisce allo studio della Torah un valore che le comprende e le supera: non perché l’apprendimento teorico prevale sul bene concreto, ma perché attraverso la Parola il cre-dente mantiene il contatto con il Dio che si è rivelato. In questo quadro, amare Dio non significa produrre artificialmente un’emozione, ma rispondere con la vita, la memoria e lo studio a un’iniziativa ricevuta. Inoltre, l’amore collettivo spiega la responsabilità di conservare il popolo attraverso la storia e le persecuzioni. La scelta divina, ha osservato Alberto nella conclusione, rimane uno scandalo perché Dio ama scegliendo un popolo e rivela che ciascuno non è il prodotto del caso o «cifra di un algoritmo», ma è voluto e amato.

L’Incarnazione rende l’amore personale ed emozionale

Con il Nuovo Testamento si apre una trasformazione che Weiler ha letto attraverso gli amori biblici. L’In-carnazione costituisce una sfida teologica perché, dopo secoli in si era affermato che Dio non è un uomo, il Dio trascendente entra nella carne e nella storia. Proprio questo mistero permette di amare Dio e di sentirsi amati in una modalità nuova, personale ed emozionale. Nei Vangeli l’amore di Cristo si dirige verso persone concrete: Marta, Lazzaro ed altri uomini e donne incontrati lungo il cammino. Davanti alla morte di Lazzaro, Gesù piange. Le lacrime, già indicate all’inizio della lezione come segno di profondità dell’amore, mostrano un Dio incarnato che partecipa al dolore umano e rende percepibile la sua relazione con il singolo. All’amore collettivo dell’alleanza si aggiunge una ricchezza: l’uomo può incontrare una presenza in carne e ossa, ricono-scere il volto di chi lo ama e rispondere personalmente. «La rivoluzione, la radicalità dell’incarnazione per-mette un altro tipo sia di amare sia di sentirsi amati», ha sintetizzato Weiler. Alberto ha ripreso questa intui-zione parlando della sorpresa di un Dio che si fa totalmente dono e condivide la condizione umana, senza cancellare la forma storica con cui si era coinvolto per la prima volta con un popolo. Trascendenza e vicinanza non sono alternative, ma due dimensioni di un’unica iniziativa divina.

Non come te stesso, ma come Cristo ama

La stessa novità illumina il comandamento dell’amore del prossimo. La formula «ama il tuo prossimo come te stesso» secondo Weiler esprime una difficoltà analoga a quella incontrata nel rapporto con Dio, in quanto non tutti amano se stessi e l’amore di sé può assumere forme molto diverse, fino al disprezzo personale o al narcisismo. Se la misura del rapporto con l’altro fosse semplicemente l’immagine che ciascuno ha di sé, il comandamento rimarrebbe ambiguo. Nel Vangelo di Giovanni, Cristo introduce una misura radicalmente differente: non chiede di amare gli altri come ciascuno ama se stesso, ma come lui ha amato i discepoli. «Da me imparate cosa vuol dire l’amore», ha spiegato Weiler, parafrasando il significato di questa svolta. La vita e il dono di Cristo diventano il criterio che libera l’amore del prossimo dalle oscillazioni dell’autostima. In questa prospettiva c’è la risposta all’interrogativo iniziale della lezione sul versetto del Levitico, dove all’invito ad amare il prossimo segue l’affermazione «Io sono il Signore». La presenza di Dio non è un’aggiunta estranea: rivela la sorgente e la misura dell’amore umano. L’uomo può volere il bene dell’altro perché per primo è raggiunto da un amore che non dipende dalla sua capacità di meritarsi o produrre valore. Il comandamento non chiede di fabbricare dal nulla un sentimento, bensì chiama a ricevere ed a comunicare un modo di amare già manifestato.

L’enigma dell’amore romantico nelle coppie bibliche

La parte conclusiva ha affrontato l’amore romantico, che nella letteratura occidentale è spesso al centro delle grandi narrazioni, ma che nella Bibbia risulta raro come relazione reciproca. Weiler ha presentato questa osservazione con prudenza, definendola un’ipotesi che richiede ulteriore ricerca. In Adamo ed Eva non com-pare la parola amore. Il rapporto tra Abramo e Sara è descritto come complesso. Di Isacco si afferma esplici-tamente che amava Rebecca, ma non viene formulata una dichiarazione reciproca. Giacobbe attende e lavora sette anni per Rachele, che gli sembrano pochi giorni, ma il testo non offre una corrispondenza dell’amore di lei. Altri episodi mostrano forme violente o manipolative: Sichem dichiara di amare Dina dopo averla violata; Sansone ama Dalila, che lo tradisce. Mical ama Davide e rischia per salvarlo dal padre Saul, mentre Davide non ricambia il sentimento e la loro storia finisce nel disprezzo. Anche il rapporto di Davide con Betsabea nasce alla luce di una grave violazione, mentre la vicenda di Amnon e Tamar associa la dichiarazione amorosa alla violenza. Pur con sfumature, anche nel Nuovo Testamento Weiler non ha individuato tra i protagonisti principali una storia romantica compiuta, simmetrica duratura. La Bibbia resta una ne grande letteratura senza fare dell’amore di coppia il motore dominante della narrazione: un dato che interroga l’immaginario contem-poraneo e impedisce di identificare ogni desiderio con l’amore autentico.

Essere amati prima di ogni merito

Per Weiler la lezione desunta da questa diffidenza verso l’amore romantico è che il messaggio indica nell’amore tra Dio e l’uomo la forma piena, ricca e duratura a cui gli altri amori sono chiamati a guardare. Non si tratta di negare l’amore tra uomo e donna, tra genitori e figli o tra amici, ma di riconoscerne sorgente e misura più profonde. Alberto ha concluso richiamando il coinvolgimento del Dio trascendente nel destino del singolo e la traduzione del versetto di Geremia cara a don Luigi Giussani: «Ti ho amato di un amore eterno, per questo continuo ad attirarti a me, avendo pietà del tuo niente». La gratuità precede la risposta dell’uomo e rende possibile non considerare l’iniziativa divina un fatto abituale o scontato. Il rapporto biblico è insieme scelta di un popolo e ricerca personale del cuore di ciascuno. Alberto ha ricordato anche le parole pronunciate da Giussani davanti a Giovanni Paolo II nel 1998: «Dio, Cristo, mendicante del cuore dell’uomo; il cuore dell’uomo, mendicante di Cristo». Nella battuta finale, Weiler ha domandato in quale categoria collocare il suo amore per il pubblico ed Alberto ha risposto: amicizia e paternità. Il viaggio attraverso gli amori biblici si è chiuso non con una classificazione astratta, ma con una relazione presente: l’amore ricevuto chiede di essere riconosciuto e comunicato.

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