Girardo, Terragni, Simeone ed Erba: i bambini chiedono semplicità

Redazione Web

Rimini, 24 agosto 2026. Come e cosa raccontare ai bambini del mondo che ci circonda, con quale linguaggio, con quali filtri rispetto agli orrori di cronaca e guerre, con quale stile educativo. È il tema dell’incontro del Meeting, realizzato in collaborazione con Avvenire, che ha invitato sul palco Marco Erba, professore e scrittore, Marco Girardo, direttore Avvenire, Domenico Simeone, preside Facoltà di Scienze della Formazione, Università Cattolica del Sacro Cuore, direttore Cattedra UNESCO Education for Human Development and Solidarity among Peoples e Marina Terragni, garante per l’infanzia e l’adolescenza. Caterina Giojelli, giornalista di Tempi, ha preso spunto dal trentennale di Popotus, giornale dei bambini in uscita il giovedì con Avvenire, nato dall’intuizione dell’allora direttore Dino Boffo, di fronte al calo dei lettori dei quotidiani, per interrogarsi su come vivono i bambini nel mondo di oggi. Secondo i dati dell’ospedale Bambino Gesù di Roma ogni giorno vi sono 4 accessi di minori al pronto soccorso per atti di autolesionismo e dal 2013 le dipendenze digitali tra i giovani sono cresciute del 500%. Qual è dunque la responsabilità degli adulti nell’offrire ai bambini strumenti per conoscere il mondo, esercitare il pensiero critico e crescere dentro relazioni affidabili? Il dialogo è iniziato anche a partire dal volume “Diritti e rovesci. Le condizioni dell’infanzia oggi”. 

Girardo: semplicità, gerarchia delle notizie e cura dei tempi di attenzione

Girardo ha descritto Popotus come una «palestra formidabile» anche per i giornalisti, perché scrivere per i bambini obbliga a verificare il significato delle parole, la chiarezza del racconto e assumersi la responsabilità di ciò che si mette davanti al lettore. Prendere sul serio i più piccoli significa considerarli «lettori con la L maiuscola» e non destinatari di una comunicazione impoverita. «I bambini non chiedono semplificazioni, chiedono semplicità», ha affermato il direttore di Avvenire, sottolineando che il giornalismo destinato all’infanzia non può evitare la guerra a Gaza o in Ucraina, le disuguaglianze e le ferite del presente, ma deve raccontarle senza abbandonare chi legge davanti alla brutalità dei fatti. Mentre molte piattaforme mirano a catturare e monetizzare il tempo dell’utente, il giornale può diventare uno strumento cognitivo: interrompe il flusso continuo, chiede di scegliere, stabilisce priorità e restituisce tempo all’attenzione. Anche la scelta di un carattere ad alta leggibilità, introdotto da Avvenire 4 anni fa, appartiene a questa cura che ne ha favorito anche l’utilizzo nelle scuole. Girardo ha indicato tre criteri: prendere sul serio le domande dei bambini, scegliere la semplicità senza cadere nella semplificazione e distinguere una gerarchia dentro quella che ha definito la «marmellata» dell’informazione. Informare, in questa prospettiva, non si riduce ad accumulare contenuti, ma significa aiutare a orientarsi e a formulare un giudizio.

Terragni: ascoltare i bambini per comprendere il presente

Per Terragni, l’ascolto dei bambini e degli adolescenti non è una concessione dell’adulto: essi occupano una posizione «magistrale», perché il loro sguardo consente di comprendere aspetti della realtà che gli adulti non vedono più. La garante ha richiamato il bisogno di spazi sicuri espresso dalla generazione Z, ovvero spazi senza giudizi che invece la connessione permanente esclude, esponendo il minore a una successione continua di giudizi, stigmi e confronti. Proprio alcuni giovani cresciuti con i dispositivi digitali suggeriscono oggi ai genitori di non consegnarli troppo presto ai bambini. Terragni ha ricordato un progetto sviluppato con l’Università di Milano-Bicocca per raccogliere testimonianze e costruire strumenti utili alle famiglie. L’ascolto è decisivo anche nei procedimenti di separazione o di allontanamento: il minore, pure sotto i dodici anni e con il necessario sostegno, deve poter essere ascoltato, anche dal giudice. L’obiettivo è rendere l’allontanamento una misura residuale, investendo nel sostegno alle famiglie e nella loro responsabilità educativa. La tutela consiste nella possibilità di incontrare adulti capaci di riconoscere la parola del bambino e di assumerne seriamente le domande.

Simeone: dall’eccesso di visibilità alla costruzione del noi

Simeone ha collocato il rapporto tra infanzia e informazione dentro una più ampia crisi del riconoscimento dell’altro. Le tecnologie connettono, ma la connessione non produce automaticamente relazioni: l’altro rischia di diventare un oggetto senza volto, storia e nome. L’«osceno», ha spiegato, è ciò che viene gettato sulla scena senza mediazione, narrazione e pensiero; un eccesso di visibilità può così produrre un’implosione del significato. La risposta educativa consiste nel tornare a farsi prossimi. Richiamando i verbi del buon Samaritano – vedere, provare compassione, avvicinarsi e prendersi cura – Simeone ha proposto la costruzione di una «noità», nella quale la persona scopre che l’altro non è un ostacolo, ma una possibilità. In questa direzione ha ricordato la lettera di un insegnante aggredito e ferito da uno studente: anche una ferita può diventare un ponte tra scuola, famiglia e comunità. Serve perciò un patto educativo globale capace di coltivare la vita interiore, umanizzare il digitale e costruire una pace disarmata e disarmante. L’informazione diventa educativa quando non espone soltanto ai fatti, ma crea le condizioni per comprenderli, nominarli e assumerli dentro un legame. Aiutare un bambino a stare davanti al dolore del mondo significa offrirgli parole e relazioni che impediscano alla realtà di ridursi a un’immagine consumata in pochi secondi.

Erba: l’adulto che vede, sfida e accompagna

Erba ha contestato le rappresentazioni che descrivono i ragazzi soltanto attraverso fragilità e mancanze: «Gli adolescenti sono molto meglio di quelli che a volte raccontiamo». Il loro primo desiderio, ha spiegato, è essere visti. Per questo l’insegnante non può essere né un arbitro freddo né un compagno di spogliatoio: è piuttosto un allenatore, che propone una sfida e nello stesso tempo si prende cura di chi ha davanti. La logica è quella di un’alleanza: «Se fai cadere l’asticella perdo anch’io, se vinci tu vinco anch’io». Educare significa allenare alla responsabilità per rendere possibile la libertà. Erba ha raccontato l’incontro con il suo insegnante Carlo, capace di comunicargli attraverso lo studio e la passione per Leopardi un messaggio semplice e decisivo: «Io ti vedo». È questa presenza a permettere alla materia scolastica di toccare la vita e alla domanda di senso di emergere. Il valore di un percorso non dipende dalla notorietà raggiunta, ma dalla capacità di mettere il proprio talento a servizio degli altri. “Un giorno ho incontrato casualmente un mio ex-alunno” ha ricordato Erba, “che mi ha detto – Prof, io ora faccio il pasticciere e curo ogni pasticcino, pensando che qualcuno lo mangerà ad una festa. E così anch’io festeggio con lui -”.  Ed un ex alunno ora elettricista gli ha raccontato con quale scrupolo monta ogni dettaglio dell’impianto elettrico perché “così sono sicuro che nessuno si fa del male”. Anche il pensiero critico quindi nasce da un rapporto educativo: non dalla risposta immediata a tutto, ma da domande che aprono la complessità e dalla disponibilità a rimanere, quando necessario, dentro una domanda.

Bambini soggetti competenti, adulti nuovamente responsabili

Il confronto ha messo in guardia anche dalla tendenza a trasformare ogni difficoltà in una diagnosi. Simeone ha osservato che un’eccessiva patologizzazione delega agli specialisti compiti della relazione educativa, rende gli adulti meno competenti e può generare nei ragazzi impotenza appresa e stigma. Le competenze professionali restano necessarie, ma non sostituiscono genitori, docenti e comunità. I bambini devono essere riconosciuti come soggetti epistemici competenti: il loro sguardo rivela dimensioni del reale alle quali l’adulto si è assuefatto. Terragni ha collegato questa capacità alla centralità della relazione, contro un individualismo che alimenta quella che ha chiamato «adultescenza». Occorre riscoprire interdipendenza, reciprocità e cura, riconoscendo che «il vero atomo dell’umano sia il due della relazione e non l’uno». Anche l’accesso precoce alla pornografia è stato indicato come una sottrazione dello sguardo infantile e della libertà di sviluppare la propria dimensione affettiva e sessuale. Proteggere non significa isolare, ma custodire tempi, legami e possibilità di crescita. Il diritto all’informazione si compie quando il bambino non viene lasciato solo davanti a un contenuto, ma incontra una comunità che lo aiuta a leggere ciò che accade.

Dalla prestazione al dono: raccontare la bellezza senza nascondere il male

Nelle conclusioni è emerso un criterio di speranza per l’educazione e per il giornalismo. «La perfezione è il contrario della felicità», ha detto Erba, indicando la necessità di passare dalla prestazione al dono. Il mito della performance comunica ai ragazzi che il valore personale dipende dal risultato; riconoscere il limite come ricchezza permette invece di sentirsi degni di amore e di scoprire ciò che ciascuno può offrire. Richiamando don Bosco, lo scrittore ha ricordato che «in ogni ragazzo c’è un punto accessibile al bene»: scintille di bellezza che l’adulto deve imparare a vedere, come accade nei gesti quotidiani di studenti capaci di sostenere un compagno in difficoltà. Girardo ha ricondotto la stessa responsabilità al lavoro giornalistico. Tra la banalizzazione dei fatti e la loro esposizione cruda esiste una terza strada: raccontare con chiarezza, precisione e cura, senza nascondere il male e senza rinunciare a cercare la bellezza anche dentro la tragedia. Popotus nasce dal lavoro comunitario di una redazione, non dalla voce isolata di un influencer: un mestiere artigianale che impegna intelligenza, mani e cuore e che cresce nel dialogo con i lettori. A trent’anni dalla sua nascita, l’esperienza del giornale mostra così che rendere accessibile l’informazione ai bambini non significa ridurre la realtà, ma accompagnarli a entrarvi da protagonisti, formando attenzione, libertà e capacità di relazione.

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