Per una Giovane Italia

Redazione Web

Rimini, 23 agosto 2026.  Un Paese che continua a definire i giovani come “futuro” rischia di confinarli in una sala d’attesa, mentre opportunità, responsabilità e riconoscimento vengono rimandati. È la provocazione da cui ha preso le mosse l’incontro “Per una giovane Italia. Idee ed esperienze contro lo scontento dei giovani”, con Elena Beccalli, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; Sara Ciafardoni, scrittrice; Michele Costanzi, studente dell’Università degli Studi di Milano; e Davide Rondoni, poeta. Ha moderato Francesco Magni, professore di Pedagogia generale e sociale all’Università degli Studi di Bergamo. Al centro, un’Italia che invecchia e forma giovani capaci, ma spesso non offre loro tempi, salari e percorsi adeguati per costruire una vita. Rondoni ha presentato il manifesto “Per una giovane Italia”, nato dall’urgenza di contrastare quello che, citando Baudelaire, ha definito «l’avvilimento dei cuori». Il problema non è soltanto che molti partano: è che il Paese trasmette l’impressione di non permettere mai di cominciare davvero, moltiplicando stage, praticantati e ulteriori passaggi formativi scarsamente retribuiti. «Un’Italia per vecchi non è l’Italia che desideriamo», affermava. L’uscita non è una contrapposizione frontale tra età diverse, ma la disponibilità degli adulti a rimettere in discussione privilegi, rendite e strutture che proteggono chi è già arrivato e fanno pagare il prezzo a chi deve ancora entrare. Rivolgendosi agli adulti provoca dicendo: «cosa state seminando nel nostro Paese: la vostra pensione o un po’ di energia per i nostri giovani?».

La lettera di Sara Ciafardoni: vogliamo la chiave per abitare l’Italia

Ciafardoni ha affidato il proprio intervento a una lettera rivolta all’Italia, descritta non come un progetto perfetto, ma come una realtà nata dalla fatica, attraversata da contraddizioni e capace di rialzarsi. Il riferimento a Telemaco, cresciuto conoscendo soltanto la leggenda del padre Ulisse, diventa l’immagine di una generazione che riceve il racconto di un grande Paese ma fatica a incontrarne il volto vivo. L’Italia, ha osservato, non è mai stata una cosa sola: è l’esito di popoli differenti che hanno scelto ostinatamente di raccontarsi come un’unità. Anche i giovani sono fatti di desiderio e paura, attratti dalla possibilità di restare e insieme pronti a partire. La richiesta non è distruggere ciò che esiste, ma poterlo abitare: «Vogliamo che ci venga data la tua chiave. Vogliamo poterti abitare senza sentirci abusivi». Richiamando la Giovine Italia immaginata da Mazzini durante l’esilio, la scrittrice ha parlato della nostalgia per un Paese che ancora non c’è e che non costringa i propri figli ad andarsene per diventare se stessi. La conclusione ha rovesciato la retorica sul domani: «Noi non siamo il tuo futuro, Italia, siamo soprattutto il tuo presente». Riconoscere questa presenza significa affidare ora ai giovani uno spazio reale di parola, decisione e costruzione, senza chiedere loro di attendere indefinitamente il momento in cui saranno considerati adulti.

La certezza di uno scopo, un’educazione al servizio, l’importanza di un maestro e degli amici

Costanzi ha individuato tre condizioni che legano un giovane alla realtà e gli fanno desiderare di rimanere: la certezza di uno scopo, l’educazione al servizio, la presenza di maestri e amici. L’esperienza dei volontari del Meeting mostra che ogni compito acquista dignità quando partecipa a un’opera della quale si riconosce il significato. «Un giovane rimane e dà tutto di sé, le proprie competenze, le proprie energie, le proprie capacità e la propria creatività, quando è certo di ciò che sta costruendo», ha spiegato: non certo dell’esito, ma dell’orizzonte e della strada. Senza una domanda di senso, tensione a paragonare il particolare con l’universale, anche lo studio si riduce al voto e il lavoro perde gusto e qualità. Da uno scopo riconosciuto nasce poi il servizio, inteso come cura del luogo che genera la persona. È questa l’origine dell’impegno di Costanzi nella rappresentanza universitaria: sentirsi responsabile dell’ateneo e condividere con altri il desiderio di renderlo migliore. Ma né il senso né il servizio possono essere sostenuti da uno sforzo solitario. Alla ricerca esasperata dell’indipendenza, infine, lo studente ha contrapposto il bisogno di un maestro che accenda il desiderio e liberi il talento, e di una compagnia che rimetta continuamente in moto gli slanci. Le istituzioni sono quindi chiamate a favorire comunità di senso, educatrici al servizio e guidate da adulti capaci di accompagnare.

L’università deve diventare esperienza e relazione

Beccalli ha collocato il confronto dentro una trasformazione demografica europea di lungo periodo. Secondo le proiezioni Eurostat richiamate nel suo intervento, entro il 2100 i giovani nell’Unione passeranno dagli attuali 99 milioni a 66 milioni: una riduzione di 33 milioni con conseguenze sociali, culturali, economiche e finanziarie profonde. Le università vedranno restringersi la platea potenziale e dovranno evitare la “trappola delle iscrizioni”, cioè la tentazione di attrarre studenti abbassando tasse o, peggio, standard accademici. La risposta deve essere una competizione sul valore, sull’identità, sulla qualità e sul rigore. Alla contrazione numerica si aggiungono fragilità crescenti: l’Associazione europea delle università stima che il 40 per cento degli studenti affronti criticità legate al benessere o alla salute mentale e che il 20 per cento presenti veri e propri disturbi mentali. Isolamento, individualismo e sovraesposizione ai social impongono agli atenei di essere più di luoghi di trasmissione qualificata del sapere. Devono diventare comunità nelle quali si fa esperienza della conoscenza, valorizzando il rapporto tra docenti e studenti e le relazioni tra pari. L’empatia e la capacità di entrare nell’esperienza dell’altro sono, per Beccalli, la risposta umana al dominio degli algoritmi. Non serve opporre giovani e adulti, ma costruire un’alleanza tra generazioni fondata sull’ascolto delle aspirazioni e dei disagi reali.

Riformare i percorsi che ritardano l’ingresso nella vita adulta

Rondoni ha chiesto che l’alleanza generazionale produca cambiamenti concreti. Se da decenni si parla di emergenza educativa, occorre avere il coraggio di riforme radicali in scuola, università e accesso alle professioni. Il poeta ha criticato un modello scolastico enciclopedico che non aiuta a scoprire e mettere alla prova il talento personale e ha richiamato il paradosso di percorsi che generano ansia senza selezionare realmente, o che aggiungono anni di formazione a titoli già conseguiti. Il merito, ha sostenuto, non coincide con risultati uniformi in tutte le materie, ma «vivere fino in fondo il proprio talento». Anche l’università deve interrogarsi sulla propria funzione sociale e sul rapporto con il valore legale del titolo, soprattutto con l’avvento delle università telematiche, mentre gli ordini professionali non possono trasformare l’accesso al lavoro in una corsa a ostacoli fatta di praticantati lunghi e sottopagati. Rondoni ha insistito sulla differenza tra chi, con una formazione analoga, riceve all’estero una proposta dignitosa prima della laurea e chi in Italia viene retribuito poche centinaia di euro. L’abuso dei social, in questa lettura, è spesso un effetto prima che una causa: un giovane può trovare più interesse in uno schermo che nelle parole di adulti percepiti come retorici o incapaci di cambiare. Contrastare lo scontento significa allora ridurre attese artificiali, rendere più chiari i passaggi e permettere che competenze e creatività entrino subito in gioco. Chiude rivolgendosi nuovamente agli adulti, dicendo: «chiedo, e mi ci metto, che gli adulti abbiano il coraggio di passare ciò che non avvilisce i cuori!».

Dalla fuga alla circolarità dei talenti

Beccalli ha proposto di eliminare il “per sempre” associato alla partenza dei giovani e di lavorare per una circolarità dei talenti. I dati Istat citati mostrano un primo segnale: tra il 2019 e il 2024 sono andati all’estero 78 mila giovani laureati italiani, mentre il Paese ha attratto 88 mila laureati provenienti da altri Stati, con un saldo positivo di 10 mila unità. Questo flusso deve però diventare stabile: non basta attrarre persone qualificate, occorre trattenerle, utilizzare bene le competenze e offrire prospettive di carriera. Le imprese hanno una responsabilità centrale nel riconoscere e remunerare il capitale umano. Secondo le elaborazioni di Banca d’Italia richiamate dalla rettrice, lo svantaggio retributivo dei giovani rispetto agli adulti è ancora del 33 per cento, cioè in riduzione ma pur sempre alto rispetto ad altri paesi europei; per i laureati comincia a diminuire maggiormente nelle imprese ad alta intensità di conoscenza. Resta basso il rendimento economico dell’istruzione: il differenziale salariale tra diplomati e laureati è attorno al 24 per cento in Italia, rispetto al 36 per cento in Germania e al 40 per cento in Francia.

Investire sui giovani è una scelta di competitività e di speranza

Tre sono gli ambiti di responsabilità indicati da Beccalli. Le imprese devono remunerare adeguatamente competenze e responsabilità fin dalle prime fasi dell’inserimento; le università devono mantenere qualità e identità, dialogare con il sistema produttivo e accompagnare anche gli adulti nella formazione continua, preparando i giovani all’uso critico delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale; la politica, in ultimo, deve riportare istruzione e università al centro dell’allocazione delle risorse pubbliche. L’Italia investe nell’istruzione circa il 4 per cento del prodotto interno lordo, contro una media europea del 5 per cento: per la rettrice è urgente un piano nazionale, con particolare attenzione all’istruzione terziaria. Questi interventi non possono procedere per compartimenti separati, perché competitività, innovazione, lavoro e demografia dipendono dalla stessa capacità di investire nelle nuove generazioni.

Magni ha concluso ricordando le parole scritte da Aldo Moro a ventisei anni: «C’è il problema della vita che urge coloro che hanno vent’anni. Studio, professione e tecnica hanno valore e significato solo se la vita, a sua volta, ha valore e significato». Le testimonianze di Ciafardoni e Costanzi hanno mostrato giovani che non chiedono di essere lasciati vivere passivamente, ma cercano ragioni, legami e responsabilità. Una giovane Italia nasce dunque dall’incontro tra riforme concrete e luoghi che mantengano vivo il desiderio: non un Paese che trattiene con la paura, ma una comunità capace di offrire motivi per restare, opportunità per tornare e spazi per costruire già oggi.

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