I Gesuiti e l’Incontro tra culture

Redazione Web

Rimini, 23 agosto 2026.  Il cristianesimo incontra le culture non per cancellarne l’identità, ma per riconoscerne gli aspetti più luminosi e accompagnarli a una pienezza capace di arricchire anche la vita della Chiesa. È il filo conduttore dell’incontro “I gesuiti e l’incontro tra culture”, svoltosi all’Arena Internazionale C3 del Meeting di Rimini, introdotto da Andrea D’Auria, direttore del Centro Internazionale di Comunione e Liberazione, e moderato da Emanuele Colombo, professore alla Lynch School of Education e ricercatore presso l’Institute for Advanced Jesuit Studies del Boston College. Il viaggio proposto ha attraversato tre esperienze: la missione in Giappone, ricostruita dal gesuita M. Antoni J. Ucerler; la presenza tra i Sioux Lakota del South Dakota, raccontata dal missionario Andrea Benso; l’esperienza delle riduzioni nella provincia gesuitica del Paraguay, presentata da Marina Massimi, docente dell’Università di San Paolo. D’Auria ha richiamato la natura missionaria della Chiesa e la storia delle missioni come espressione della creatività dell’esperienza cristiana, capace di incontrare culture inizialmente lontane. Il dialogo, ha osservato riprendendo Benedetto XVI, non mira a confondere le identità: la ricerca di conoscenza e comprensione è un cammino comune verso la verità. Colombo ha indicato nella storia un insegnamento ancora attuale: l’incontro autentico valorizza e abbraccia, ma implica anche che ciascuno possa essere interrogato e trasformato dall’altro.

Nagasaki, una fede custodita per sette generazioni

La prima tappa ha condotto a Nagasaki, città nella quale le radici cristiane attraversano secoli di persecuzione. Ucerler è partito dal 9 agosto 1945, quando la bomba atomica cadde sulla cattedrale di Urakami e uccise in pochi istanti almeno diecimila cattolici; altre decine di migliaia di persone morirono nei giorni e nei mesi successivi. Tra i testimoni della tragedia vi fu il medico Takashi Nagai, autore de “Le campane di Nagasaki”, che lesse la sofferenza della città alla luce della sua lunga storia di martirio. Risalendo nel tempo, Ucerler ha ricordato la persecuzione di Tsuwano, tra il 1869 e il 1873, e soprattutto il 17 marzo 1865, data della scoperta dei cristiani nascosti. Nella chiesa di Oura un gruppo di giapponesi interrogò padre Bernard Petitjean sul celibato sacerdotale, sul Papa e sulla statua di Maria; ascoltate le risposte, gli disse: «Siamo dello stesso cuore». Quella comunità aveva conservato la fede per due secoli, sette generazioni senza sacerdoti, dopo la proibizione del cristianesimo decretata nel 1614. Alle sue spalle vi erano già i ventisei martiri crocifissi a Nagasaki nel 1597: francescani, gesuiti giapponesi e laici. La permanenza della fede, nonostante il tentativo di estirparla, è stata riassunta nelle parole dell’arcivescovo di Nagasaki citate da Ucerler: «sembrava che andassimo scomparendo, ma le radici rimasero».

Una Chiesa chiamata ad assumere forma giapponese

La storia giapponese non è stata presentata soltanto come una vicenda di resistenza, ma come un laboratorio di incontro. Nella seconda generazione dei missionari, Alessandro Valignano comprese la necessità di studiare le lingue e le culture asiatiche e di adottare le consuetudini del Paese. Per Ucerler, la sua intuizione decisiva fu considerare le comunità del Giappone e della Cina come nuove Chiese primitive: il fine non era riprodurre una Chiesa in veste europea, ma consentire alla fede di assumere una forma propriamente giapponese. Non un albero già cresciuto da trapiantare, dunque, ma il seme del Verbo da lasciare germogliare in un terreno nuovo. Questa disposizione era già presente all’origine della missione: Francesco Saverio, sbarcato a Kagoshima nell’agosto 1549, conobbe il monaco buddista zen Ninshitsu e ne divenne amico, dialogando con lui di religione e di fede. Ucerler ha indicato anche un esito contemporaneo di riconciliazione: l’amicizia personale stretta con Tokugawa Iehiro, diciannovesimo discendente dello shogun Tokugawa Ieyasu, sotto il quale iniziò la grande proibizione. La memoria dei persecutori e dei martiri non viene rimossa, ma può generare oggi una relazione nuova. Il rintocco della campana fusa nel 1577 per la chiesa dei gesuiti a Kyoto, ancora conservata in un tempio zen, diventa così il segno concreto di una storia che continua a parlare.

Tra i Lakota: l’incontro e la ferita dell’assimilazione

Nel South Dakota, Andrea Benso ha ricostruito una vicenda nella quale l’incontro tra culture convive con lo scontro e con la perdita forzata dell’identità. Il pioniere gesuita Pierre-Jean De Smet percorse il Nord America incontrando numerose tribù e lasciò una memoria tanto viva che, molti anni dopo, il capo lakota Nuvola Rossa domandò al governo statunitense di mandare nel suo territorio le “vesti nere”. Dopo la conquista delle terre e il confinamento nelle riserve, missionari provenienti dalla Svizzera e dalla Germania fondarono nel 1888 la missione di Pine Ridge. Operavano però dentro politiche pubbliche assimilative: nei collegi i ragazzi nativi venivano separati dalle famiglie, privati degli abiti e dei capelli tradizionali e obbligati ad abbandonare la propria lingua. Benso ha richiamato lo slogan della Carlisle Industrial School, «Kill the Indian, save the man», come sintesi brutale di un programma volto a cancellare l’indiano per assimilare l’uomo. Anche le istituzioni religiose, finanziate dal governo, furono coinvolte in questo sistema. Il relatore non ha nascosto tale responsabilità, ma ha mostrato il successivo travaglio: i missionari, inizialmente portatori di un progetto di civilizzazione, furono poco a poco affascinati dalla cultura lakota. Alcuni ne impararono la lingua, redassero dizionari e grammatiche, studiarono spiritualità e tradizioni; alcuni furono adottati dalle comunità e ricevettero nomi lakota. L’inculturazione maturò lentamente, fino al nuovo impulso dato dal Concilio Vaticano II alla liturgia e alla pastorale.

Alce Nero, pienamente Sioux e pienamente cristiano

Dentro questa storia segnata da violenze e trasformazioni emerge la figura di Alce Nero, catechista lakota per il quale è in corso la causa di canonizzazione. Benso ha osservato che la celebre biografia “Black Elk Speaks” si arresta al massacro di Wounded Knee e omette la seconda parte della sua vita, quella della conversione cristiana. Alce Nero partecipò al Wild West Show e viaggiò in Europa; di quel continente voleva comprendere anzitutto il fondamento religioso: «La cosa che mi interessa conoscere dell’Europa è Dio». Dopo il ritorno, anche attraverso la moglie cattolica, si avvicinò al cristianesimo e divenne catechista, missionario ed evangelizzatore, conservando una profonda sensibilità mistica. Colombo ha sintetizzato la sua testimonianza ricordando che Alce Nero si diceva pienamente Sioux e pienamente cristiano e che, dopo la conversione, aveva riscoperto una parte della propria cultura. Non si tratta quindi di due identità giustapposte, ma di una vita nella quale appartenenza originaria e fede si illuminano reciprocamente. La memoria è ancora oggi terreno di cura: Benso ha mostrato il programma di terapia con i cavalli proposto ai giovani lakota, che affrontano gravi problemi sociali e, visitando le tombe dei loro capi, possono riappropriarsi della storia che la società dominante ha cancellato. L’evangelizzazione appare qui inseparabile dalla restituzione della parola, della memoria e della dignità di un popolo.

Le riduzioni guaraní: dignità, lavoro e parola

Marina Massimi ha collocato l’arrivo dei gesuiti in Brasile, nel 1549, dentro la violenza del dominio coloniale e della schiavitù di indigeni e africani. La novità iniziale fu uno sguardo capace di riconoscere nell’altro una persona. Lo attesta Manoel da Nóbrega: «Io immagino che tutte le anime degli uomini siano di un solo tipo, e tutte di un metallo unico, perché fatte a immagine e somiglianza di Dio, e tutte capaci di gloria e create per essa; e tanto vale, al cospetto di Dio, per natura, l’anima del Papa quanto quella dello schiavo Papana». Da questa affermazione nacquero un giudizio contro la schiavitù, espresso anche da Antonio Vieira, e un impegno educativo concretizzato nei collegi di San Paolo, Salvador e Rio de Janeiro. Il frutto più significativo furono le trenta riduzioni della provincia del Paraguay, estesa su territori oggi appartenenti a Paraguay, Argentina e Brasile. Qui i guaraní poterono riconoscere come propria la realtà edificata con il lavoro e con il sangue: missionari e popolazioni condividevano attività agricole, allevamento, costruzione e apprendimento dei mestieri. La convivenza valorizzò musica, canto, coreografia e soprattutto la parola. I gesuiti impararono le lingue indigene, le trascrissero e contribuirono a conservarle; nel 1687 furono stampati sermoni in guaraní, elaborati secondo la retorica cattolica e il gusto nativo. La scrittura divenne anche uno strumento politico con cui i capi guaraní poterono rivolgersi al re di Spagna.

Una memoria che provoca il presente

Quando i gesuiti furono espulsi e l’esperienza delle riduzioni si avviò alla fine, i capi di San Luis scrissero a Carlo III: «Voi avete allontanato i gesuiti, noi vogliamo che tornino, perché ci piace vivere nel modo che loro ci hanno insegnato, in cui tutti pensano gli uni agli altri, e non come vivono gli spagnoli, in cui ognuno pensa solo a se stesso». Massimi ha indicato ciò che di quella esperienza è rimasto: il guaraní è lingua ufficiale del Paraguay accanto allo spagnolo; comunità e studiosi custodiscono rovine, documenti e memoria; in Argentina e Brasile continuano devozioni nate in quel contesto, mentre i resti delle riduzioni sono riconosciuti come territorio sacro. Conservare questa eredità significa mostrare che un dialogo pacifico tra culture è possibile e può ancora interrogare il presente. In chiusura Colombo ha ripreso una frase di papa Leone XIV: «la salvezza può essere accolta da ciascuno nella propria lingua materna». Le tre storie l’hanno resa visibile: nei cristiani giapponesi che custodirono la fede nel segreto; in Alce Nero, Sioux e cristiano; nei guaraní che poterono dire delle riduzioni “questa è casa nostra”. Il Meeting stesso, definito dal Pontefice un crocevia per la Chiesa e per la società, ha ospitato un incontro che non archivia il passato, ma ne assume luci e ferite per generare riconciliazione e nuovi cammini.

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