Gelmini e Malpezzi: è tempo di un grande patto trasversale per la scuola

Redazione Web

Rimini, 24 agosto 2026.  La scuola italiana deve tornare a interrogarsi sul proprio significato prima ancora che sugli assetti amministrativi: quale persona, quale società e quale futuro intende contribuire a costruire? È la domanda al centro dell’incontro “Riformiamo la scuola. Alcuni spunti per un dibattito”, promosso al Meeting di Rimini in collaborazione con Cdo Opere Educative. Moderati da Massimiliano Tonarini, presidente di Cdo Opere Educative, sono intervenuti Valentina Aprea, responsabile del dipartimento Istruzione di Forza Italia; Enrico Borghi, senatore e vicepresidente nazionale di Italia Viva; Grazia Di Maggio, componente di Fratelli d’Italia della VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera; Mariastella Gelmini, portavoce per le tematiche scolastiche di Noi Moderati; Simona Malpezzi, vicepresidente della Commissione bicamerale per l’infanzia e l’adolescenza. Il confronto ha preso le mosse dal documento in elaborazione “Generare luoghi di educazione”, nato dal lavoro di realtà associative impegnate nella scuola e articolato intorno a fragilità, qualità del personale, autonomia e parità scolastica. Tonarini ha richiamato la necessità di priorità condivise oltre gli schieramenti, perché difendere la scuola significa custodire la possibilità stessa di formare cittadini liberi, responsabili e capaci di orientarsi. Il dibattito ha mostrato differenze reali, ma anche un terreno comune: centralità dello studente, autorevolezza degli insegnanti, personalizzazione, comunità educante e continuità delle politiche.

Di Maggio: il merito come ascensore sociale e l’integrazione attraverso la lingua

Di Maggio ha posto al centro un confronto dialettico tra uguaglianza e merito. Un’idea di uguaglianza che uniforma programmi, risorse e valutazioni, fino ad abbassare i traguardi richiesti agli studenti, ha finito a suo giudizio per penalizzare soprattutto chi non dispone, fuori dalla scuola, di condizioni familiari ed economiche di favore. «L’unico ascensore sociale che abbiamo in Italia, nella scuola, è il merito», ha affermato. Uguaglianza non significa appiattire i risultati, ma mettere ogni studente nelle condizioni di partire con opportunità adeguate e sviluppare il proprio potenziale. In questo senso ha citato la legge 150/2024, emanata con l’intento, ha affermato, “di restituire onore alla figura del docente con la riforma del comportamento”La dispersione scolastica, ha ricordato, è scesa all’8,2 per cento e la crescita delle iscrizioni alle scuole tecnico-professionali nel Mezzogiorno mostra che gli studenti del Sud accolgono con favore un’offerta scolastica finalmente ben strutturata. Sul sostegno, Di Maggio ha condiviso la necessità che l’inclusione non ricada soltanto sul docente specializzato, ma diventi corresponsabilità di tutto il consiglio di classe, senza indebolire la competenza specifica. Per gli studenti stranieri ha preferito parlare di integrazione, piuttosto che di inclusione, un percorso che richieda come prerequisito la conoscenza dell’italiano: essere fisicamente in aula non basta se non si comprende la lezione. Una scuola giusta, ha concluso, non rinuncia a chiedere impegno proprio a quei ragazzi che partono da condizioni difficili, perché considerarli persone serie significa offrire loro una reale possibilità di crescita.

Gelmini: persona, relazione e comunità educante prima della prestazione

Gelmini ha individuato tre cardini: persona prima dei programmi, relazione prima della prestazione ed educazione più che istruzione. «Nessun algoritmo può sostituire il carattere umano dell’educazione», ha sottolineato, richiamando la sfida posta dall’intelligenza artificiale. Il calo della dispersione scolastica dal 14,2 per cento del 2020 all’8,2 per cento del 2025 è un risultato delle politiche adottate, ma anche del lavoro quotidiano, spesso poco riconosciuto, di insegnanti ed educatori. “Un risultato che anticipa di 5 anni l’obiettivo posto dall’Unione Europea fissato per il 2030 di ridurre la dispersione scolastica sotto il 9 per cento”, ha rivendicato. Continuità didattica per gli alunni con disabilità, nuove assunzioni di insegnanti di sostegno, Osservatorio nazionale sull’inclusione, attenzione ai bisogni educativi speciali e personalizzazione indicano una direzione che non deve accontentarsi di una media statistica: l’obiettivo è non perdere nessun ragazzo. Gelmini ha proposto di rendere strutturali i patti educativi di comunità, facendo cooperare famiglie, enti locali, terzo settore, sport, cultura, biblioteche e oratori. La risposta all’assuefazione all’uso di smartphone e social media non può limitarsi al divieto: occorre costruire alternative accessibili anche a chi non può pagare attività sportive, linguistiche o ricreative, anche sostenendo realtà esistenti come la rete degli oratori parrocchiali. La comunità educante diventa così un’assunzione di responsabilità dell’intera società e un modo concreto per collocare benessere e qualità della vita dei giovani al centro delle politiche scolastiche.

Malpezzi e Aprea: stipendi, formazione e reclutamento fondato sulle competenze

Sulla professione docente, Malpezzi ha indicato come prima urgenza l’aumento delle retribuzioni: un insegnante deve poter costruire il proprio progetto di vita. A fronte di uno stipendio ad inizio carriera in Italia di circa 1.300-1.350 euro, la media europea è invece intorno ai 1.800 euro. Alla dimensione economica va affiancato un percorso di reclutamento chiaro e definito per gli insegnanti della scuola secondaria, con tirocinio, e rafforzamento delle competenze pedagogiche e sulla relazione educativa. La laurea certifica la conoscenza della disciplina, ma il reclutamento deve verificare la capacità di trasmetterla e di costruire un rapporto con gli studenti, mentre al concorso di abilitazione vengono solo richieste le stesse competenze disciplinari già verificate con il conseguimento della laurea. Formazione continua e aggiornamento devono essere qualificati, retribuiti e collegati alle necessità delle singole scuole. «Abbiamo una legge bellissima che è quella sull’autonomia scolastica, facciamola funzionare», ha chiesto Malpezzi, invitando la politica a garantire risorse economiche adeguate ai diversi territori. Aprea ha richiamato la proposta di legge 953 del 2008 (mai approvata ndr), che prevedeva formazione iniziale, albi regionali, concorsi di istituto ed una revisione dello stato giuridico del docente. Ha riconosciuto i passi compiuti con la legge 79 del 2022 e il nuovo profilo delle competenze professionali del docente abilitato, comprendente saperi disciplinari, pedagogici, metodologico-didattici e trasversali. Il punto condiviso è superare concorsi che controllano nuovamente ciò che il titolo di studio ha già attestato, per valutare invece la capacità effettiva di educare e insegnare.

Borghi: un patto bipartisan per governare le grandi transizioni

Borghi ha chiesto che la scuola torni a essere una priorità politica e non una materia di serie B affidata soltanto ai tecnici. «È tempo di un grande patto trasversale in questo Paese per la scuola», ha proposto, osservando che l’alternanza tra governi non può tradursi nella cancellazione sistematica di quanto costruito in precedenza. Le generazioni presenti devono affrontare contemporaneamente tre rotture: rivoluzione tecnologica e digitale, transizione energetica ed ecologica, trasformazione geopolitica. La scuola è il luogo nel quale formare persone capaci di governarle senza perdere la centralità dell’umano. La nuova polarità non è più soltanto tra capitale e lavoro, ma tra personalismo e transumanesimo, tra chi sceglie di stare con la persona e chi immagina che le macchine possano sostituire anche le professioni educative. Per questo serve una sintesi politica capace di intervenire già nella prossima legge di bilancio e di preparare la prossima legislatura. Tra gli obiettivi prioritari Borghi ha indicato la riduzione del 20 per cento di docenti precari e un investimento forte nella stabilità. Nella conclusione ha invitato a sostituire l’espressione “risorse umane” con “l’umano come risorsa”: un Paese senza materie prime, segnato da denatalità e debito pubblico, rischia la marginalità se non investe sulle giovani generazioni. La scuola, come comunità educante nella quale ciascuno assume una parte di responsabilità, diventa così una questione di competitività, bene comune e tenuta democratica.

Autonomia responsabile: scuole aperte ai territori, alle famiglie e alle imprese

Il confronto sull’autonomia ha evidenziato la necessità di adattare risorse, organizzazione e formazione alle differenze tra territori. Aprea ha ricordato che gli organi collegiali risalgono ai decreti delegati del 1974 e che formalismo e centralismo hanno progressivamente indebolito la partecipazione. Occorre responsabilizzare dirigenti e docenti, coinvolgere famiglie e studenti e aprire le scuole a enti locali, università, imprese, terzo settore ed esperti. Una gestione partecipata può valorizzare le identità locali e fare degli istituti scolastici dei motori di sviluppo e benessere. La proposta di un Consiglio di Indirizzo e di un bilancio educativo è stata collegata a un’autonomia statutaria capace di regolare funzionamento e progettualità didattica. Aprea ha invitato le scuole ad agire anche senza attendere una nuova legge: «Fatelo nelle scuole, non aspettate il Parlamento, non aspettate leggi». Campus, filiere tecnologico-professionali, ITS Academy, imprese e centri di ricerca possono costruire reti formative orizzontali e verticali, servizi di orientamento e placement, tirocini e laboratori per recuperare o sviluppare gli apprendimenti. La scuola del futuro, secondo Aprea, deve essere meno statalista e autoreferenziale, più autonoma e responsabile, meno uniforme e più personalizzata; deve valorizzare talenti, libertà educativa e competenze del XXI secolo. «Le soft skills si abitano, non si insegnano», ha sintetizzato, indicando nell’educazione tra pari e nel docente professionista che orienta e collabora un’alternativa alla lezione frontale, esclusivamente trasmissiva.

Parità scolastica e servizi 0-6: il terreno di una convergenza possibile

Sulla parità scolastica è emersa una convergenza significativa, pur con differenze sugli strumenti. Gelmini e Di Maggio hanno ribadito che il sistema pubblico di istruzione comprende scuole statali e paritarie e che la libertà di scelta educativa deve diventare concretamente accessibile. Gelmini ha richiamato le risorse aggiuntive destinate alla libertà di scelta delle famiglie con il buono scuola, proponendo un ulteriore avanzamento trasversale ai partiti ed un bilancio pubblico educativo capace di misurare la qualità. Di Maggio ha ricordato la legge 62 del 2000 (legge sulla parità scolastica), gli oltre 790 mila studenti delle scuole paritarie e il risparmio sul bilancio che questa offerta scolastica produce per lo Stato; ha assunto l’impegno a rendere strutturale il buono scuola nazionale, ampliare la platea e sostenere l’accesso ai nidi per il ceto medio. Malpezzi ha riconosciuto apertamente le resistenze presenti nel proprio campo politico, evidenziate dalle espressioni “scuola privata come scuola dei ricchi”, e ha rivendicato che «è tutta scuola pubblica! Una è statale, l’altra è paritaria». Bonus e voucher, però, non bastano: ha indicato nel costo standard lo strumento strutturale per superare gli equivoci ideologici. Ha inoltre proposto di ricondurre al Ministero dell’Istruzione i fondi per la fascia 0-3 anni, così da attuare davvero il sistema integrato 0-6 e progredire verso la gratuità del servizio: l’ingresso precoce nell’educazione è uno dei mezzi più efficaci contro la dispersione scolastica. Borghi ha concluso invitando a non trasformare il tema della scuola in una gara tra bandiere di partito. La legge Berlinguer è una conquista che spinge a progettare la scuola dei prossimi trent’anni. Tonarini ha riconosciuto nel dialogo la prova che si può discutere di scuola senza contrapposizioni invalicabili e lavorare a una sintesi comune che rimetta al centro il futuro del Paese.

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