Rimini, 25 agosto 2025 – A dieci anni dalla morte di don Francesco Ventorino – per tutti semplicemente don Ciccio – il Meeting di Rimini ha dedicato un incontro intenso alla sua figura. Filosofo, teologo, saggista, cappellano del carcere di Piazza Lanza a Catania, amico fedele di don Giussani e instancabile educatore, Ventorino rimane per tanti un punto di riferimento non solo per ciò che ha detto e scritto, ma per la qualità del suo sguardo e per il modo in cui ha saputo amare e accompagnare ogni persona incontrata. L’incontro, moderato da Stefano Filippi, direttore di Tracce, ha visto la partecipazione di Lucetta Scaraffia, storica ed editorialista, del cardiologo Felice Achilli e di S.E. mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI. Tre voci diverse, unite dal legame personale con don Ciccio e dalla gratitudine per una presenza che continua a generare vita.
Uno sguardo che trapassa
Lucetta Scaraffia ha rievocato il primo incontro al Meeting di Rimini, tanti anni fa: «Don Ciccio mi guardò e il suo sguardo mi trapassò. Era lo sguardo di chi ti vede come sei, al di là delle maschere che ti sei costruito. Ho pensato: dev’essere questo lo sguardo con cui Gesù guardava le persone». Per Scaraffia, l’amicizia di Ventorino era esigente e radicale: non cercava di compiacere, non consolava superficialmente, ma invitava sempre a un passo oltre. Negli ultimi anni aveva trovato un compimento speciale nella pastorale carceraria: «Lì la sua proposta di amicizia veniva accolta senza riserve. I detenuti non avevano nulla da perdere e si lasciavano raggiungere da lui fino in fondo».
Un abbraccio nel dolore
Felice Achilli ha raccontato il suo primo vero incontro con don Ciccio, avvenuto in una circostanza drammatica: la morte del figlio Andrea in un incidente stradale. «Ero al Meeting per ringraziare don Carrón, che aveva celebrato il funerale. Alla fine di un incontro, un sacerdote si volta, mi abbraccia e mi dice: “È un mese che ti cerco. Voglio venire a casa tua”. Era don Ciccio. Per me è stato come per Zaccheo: qualcuno che prende l’iniziativa quando tu non hai più la forza di muoverti». Da allora Ventorino entrò nella vita della famiglia Achilli con decisione e discrezione insieme, portando consolazione non come discorso astratto ma come compagnia concreta: «Ci chiedeva se fosse vero per noi che la morte di Andrea non fosse solo una disgrazia, ma un fatto abitato da Dio».
Un padre che genera figli
Mons. Baturi ha ripercorso il proprio rapporto di discepolo e figlio spirituale di don Ventorino: «L’ho conosciuto a sedici anni ed è stato per me maestro e padre. Non tanto perché perfetto, ma perché innamorato di Cristo». Ha sottolineato cinque tratti della sua personalità: Passione per la verità, fino a ripetere instancabilmente: “Ma noi chi siamo?”. Lealtà verso l’esperienza, mai ridotta a emozione o pensiero astratto ma cercata nella vita vissuta. Implicazione dell’affettività, capace di chiamare ciascuno per nome. Amore alla bellezza, come segno concreto della presenza di Dio. Paternità vissuta come testimonianza, capace di mostrare la tenerezza del Mistero. «Negli ultimi giorni – ha ricordato Baturi – scrisse un’intenzione di preghiera: che nella prova suprema conservi la serenità e la disponibilità a un’obbedienza totale. La sua vita si è consumata come offerta».
Libertà e verità
Scaraffia ha ricordato anche la capacità di don Ciccio di dialogare con intellettuali laici come Giuliano Ferrara o Ernesto Galli della Loggia: «Non cercava di fare proselitismo, non si rinchiudeva mai nel recinto del movimento di Cl, ma era curioso delle ragioni degli altri. Lo attirava in loro il tentativo sincero di dire la verità». Per lei, Ventorino è stato «il prete migliore che ho conosciuto: capace di un amore eroico e senza rancore, sempre volto a spingere oltre, a farci crescere nella libertà e nella fede».
La memoria che diventa presenza
Achilli ha insistito su come il rapporto con don Ciccio non sia finito con la sua morte: «Pochi giorni prima ci disse: non preoccupatevi, sarò più presente di prima. E oggi lo è davvero, perché la sua memoria continua a generare opere: dalla Caritativa in carcere all’Istituto Ventorino, fino all’amicizia che lega chi lo ha incontrato». Ventorino, ricordano gli amici, non voleva necrologi ma una memoria “generativa”, capace di generare vita.
Figlio di don Giussani
Nell’ultima parte, mons. Baturi ha evidenziato il legame profondo con don Giussani: «Don Ciccio fu un figlio. Raccontava spesso l’impatto del suo sguardo, capace di far risuonare la realtà dentro la coscienza. La sequela per lui non era un dovere, ma il desiderio di imparare uno sguardo sempre nuovo sulla realtà. Uno sguardo che non finisce mai di generare».
Una presenza che continua
Il Meeting di Rimini ha voluto ricordare don Francesco Ventorino non come figura del passato, ma come presenza viva che continua a generare amicizia, opere, vocazioni, fede. Le parole che più di tutte lo riassumono sono quelle che egli stesso ha lasciato in eredità a una giovane amica pochi giorni prima di morire: «Non smettere mai di porti le domande fondamentali che tengono vigile la vita. Solo in Gesù c’è la risposta».







