Fitto, Giansanti e Vittadini: Dobbiamo Tornare a investire nelle aree interne

Redazione Web

Rimini, 24 agosto 2026. Le aree interne non sono un margine da assistere, ma territori da rendere protagonisti dello sviluppo nazionale ed europeo. È il tema affrontato al Meeting di Rimini nell’incontro “L’Italia delle aree interne: declino o sviluppo?”, realizzato in collaborazione con la Fondazione per la Sussidiarietà. Moderati da Fabio Vitale, direttore di Sky TG24, sono intervenuti Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo per la Coesione e le Riforme della Commissione europea; Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura; Bernardo Mattarella, amministratore delegato di Invitalia; Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà. Il confronto ha intrecciato crisi demografica, accesso ai servizi, agricoltura, infrastrutture materiali e digitali, investimenti e riforma della pubblica amministrazione. Mattarella ha ricordato che le aree interne, definite tali per la distanza da scuola, sanità, formazione e trasporti, dunque lontane dai servizi, rappresentano circa il 60% del territorio nazionale ma ospitano il 23% della popolazione. Negli ultimi dieci anni hanno perso il 5% degli abitanti, contro circa l’1,5% delle aree urbane. Secondo i dati ISTAT citati nel suo intervento, entro il 2043 lo spopolamento interesserà l’82% dei comuni italiani e il 90% di servizi che mancano, riducono le ragioni per restare.

Fitto: il diritto di rimanere deve diventare una scelta libera

Fitto ha collocato il fenomeno in una dimensione europea: lo spostamento della popolazione verso le grandi aree urbane accresce nelle città i problemi di casa, mobilità e trasporti, mentre aggrava lo spopolamento delle aree rurali, montane, interne e delle piccole isole. La risposta, ha spiegato, non può limitarsi alla distribuzione di risorse, ma richiede un approccio integrato tra coesione, agricoltura, turismo, trasporti, pesca ed economia. In questa prospettiva la Commissione europea sta elaborando la strategia del “Right to Stay”, il diritto di rimanere. Non si tratta di imporre alle persone di restare, ma di costruire condizioni che rendano effettiva la libertà di scegliere se rimanere o meno. Per poter fare questa scelta bisogna creare le condizioni di poterlo fare, ha affermato Fitto. Servizi pubblici, scuole, sanità, connettività, opportunità di lavoro e capacità amministrativa diventano così elementi di una sola politica. Il “Right to Stay”, ha aggiunto Fitto, è collegato anche al rafforzamento del mercato unico: l’Europa non può essere più solida se dimentica decine di milioni di cittadini che vivono nei territori interni. La modernizzazione della politica di coesione e il futuro bilancio europeo 2028-2034 dovranno quindi trasformare le esperienze maturate con PNRR e fondi di coesione in strumenti più semplici, flessibili e adeguati alle diverse realtà territoriali.

Giansanti: agricoltura presidio economico, ambientale e sociale

Giansanti ha indicato nell’agricoltura l’attività diffusa in tutti i comuni italiani e il primo presidio delle aree interne. Dei circa 45 milioni di ettari del Paese, ha spiegato, 15 milioni sono coltivati e altri 15 milioni sono costituiti da boschi e foreste gestiti anche dagli agricoltori: due terzi della superficie nazionale dipendono dunque da un lavoro che non produce soltanto beni, ma tutela, mantiene e rende più sicuro il territorio. La cartolina dei paesaggi italiani esiste perché dietro di essa c’è l’attività quotidiana dell’agricoltore. Per questo il settore non deve essere considerato residuale o sostenuto soltanto con compensazioni: deve entrare in un progetto strategico capace di unire produzioni tipiche, turismo, agroindustria, tutela del suolo e adattamento climatico. Giansanti ha richiamato i nodi delle infrastrutture viarie, ferroviarie e digitali: senza connessione, anche un trattore tecnologicamente avanzato non può operare e un’impresa locale resta esclusa dal mercato globale. Dove vive un’azienda agricola, ha osservato, possono nascere trasformazione, logistica e servizi; quando scompare l’attività primaria, si indebolisce l’intera comunità. «Dobbiamo tornare a investire nelle aree interne», ha scandito, chiedendo che politica agricola, fondi di coesione e strumenti per la competitività concorrano a rafforzarne la struttura produttiva. Sicurezza alimentare, sicurezza energetica e cura di boschi e foreste rendono questi territori decisivi anche per l’autonomia strategica europea.

Mattarella: dalle risorse ai progetti, con strumenti calibrati sui comuni

Mattarella ha sottolineato che il problema non è stato sempre la mancanza di fondi, ma la difficoltà di trasformare gli stanziamenti in progetti. Gli accordi di programma quadro della Strategia nazionale per le aree interne 2014-2020, ha ricordato, furono sottoscritti nel 2021; oggi una piattaforma centrale consente invece di monitorarli e intervenire. La collaborazione tra strutture nazionali e territori deve sostituire la distanza tra amministrazioni che dispongono delle risorse e piccoli comuni che spesso non hanno personale sufficiente per progettare. Sul versante digitale, attraverso Infratel sono state connesse oltre quattro milioni di unità abitative con il Piano Italia 1 Giga; Invitalia è stata inoltre individuata come partner per la gestione di ulteriori 730 milioni destinati agli operatori delle comunicazioni e di un miliardo per il Fondo idrico. Mattarella ha richiamato anche Italia Economia Sociale, gli incentivi per agricoltura sociale e autonomia delle persone con disabilità, il sostegno alle imprese culturali e creative, Resto al Sud 2.0 e Autoimpiego Centro-Nord. Il programma Borghi ha aiutato oltre 2.700 imprese e finanziato più di un miliardo di interventi nei comuni. Gli strumenti, però, devono essere commisurati alla capacità degli enti o accompagnati da assistenza tecnica. Le politiche pubbliche avranno raggiunto il loro scopo quando un giovane sceglierà di restare o tornare e un’impresa investirà perché quel territorio è nuovamente attrattivo, non perché ha fallito altrove.

Vittadini: la sussidiarietà ricostruisce il tessuto dei territori

Vittadini ha chiesto di partire dalle persone che abitano le aree interne e dalla loro concreta accessibilità a servizi e opportunità. Ha citato dati ISTAT secondo i quali il 21% delle famiglie residenti nei piccoli comuni incontra difficoltà nel raggiungere una farmacia e il 96% nell’accesso al supermercato. Sanità, istruzione, welfare e collegamenti non possono essere pensati soltanto dall’alto: le popolazioni locali devono diventare soggetti dello sviluppo. La sussidiarietà, ha precisato, non coincide con lo slogan «piccolo è bello», ma con un’alleanza tra comunità, corpi intermedi, imprese e amministrazioni locali e centrali. Ha ricordato l’esperienza della telemedicina in Garfagnana, i poli educativi, il turismo di qualità, i parchi, le cooperative di comunità – cresciute, secondo i dati riferiti, da 188 a 321 tra il 2021 e il 2022 in 70 province – e la presenza di grandi imprese in territori non metropolitani, da Barilla e Dallara in Val di Taro a Ferrero ad Alba e Luxottica ad Agordo. Non esiste quindi un’unica soluzione: in un luogo serve una ferrovia, in un altro una cooperativa, altrove la grande impresa o la valorizzazione della natura. Vittadini ha criticato l’indebolimento delle articolazioni territoriali e dei corpi intermedi, sostenendo che comuni isolati non possono affrontare da soli la coesione. Province, camere di commercio e associazioni di categoria devono tornare a essere interlocutori capaci di connettere le comunità con i livelli decisionali.

Semplificazione e flessibilità per una nuova capacità amministrativa

Il nodo comune agli interventi è stato quello della capacità amministrativa. Fitto ha indicato semplificazione e flessibilità come criteri della proposta sul futuro bilancio europeo: programmi pluriennali troppo rigidi non riescono ad adattarsi a crisi geopolitiche, energetiche e sociali che cambiano rapidamente le priorità. La prospettiva è ridurre la sovrapposizione di centinaia di programmi e costruire piani nazionali e regionali nei quali le risorse siano orientate agli obiettivi strategici, tenendo conto delle differenze tra Stati e territori. La revisione dell’attuale politica di coesione, ha riferito, ha già rimodulato circa 35 miliardi di euro, lasciando a Stati membri e Regioni la possibilità di ridefinirne l’uso su base volontaria. Ma la semplificazione finanziaria deve accompagnarsi a una governance capace di sostenere i piccoli enti, che spesso non conoscono le opportunità o non dispongono delle competenze per accedervi. Giansanti ha reso visibile il problema ricordando che un progetto agricolo e infrastrutturale può attraversare fino a dieci ministeri. Mattarella ha invocato «una strategia unica, comune» e pochi strumenti flessibili, ribadendo che governare un Paese complesso senza corpi intermedi è irrealistico. La ricostruzione successiva al terremoto di Amatrice mostra, a suo giudizio, che gli strumenti per passare dall’emergenza allo sviluppo esistono: occorre attivarli dentro una direzione condivisa.

Dagli esempi che funzionano un laboratorio di futuro

Nelle conclusioni, Fitto ha ribadito che alla politica non spetta consigliare a un giovane se partire o restare, ma rendergli possibile una scelta autentica. Ciò richiede una governance più efficace, capace di cogliere non soltanto le risorse assegnate attraverso coesione e politica agricola, ma anche i fondi gestiti direttamente dalla Commissione europea, le opportunità del Fondo per la competitività e la dimensione esterna di Global Europe. Competenza tecnica e tempestività amministrativa sono decisive per trasformare queste occasioni in sviluppo. Vittadini ha invitato a non leggere le aree interne come un paesaggio uniformemente grigio: l’“Atlante delle aree interne” documenta esperienze positive che devono essere riconosciute e moltiplicate. Imparare dai territori italiani ed europei nei quali le politiche hanno funzionato consente di adattare altrove interventi efficaci, senza imporre modelli astratti. Dal confronto è emersa così una risposta alla domanda posta dal titolo dell’incontro: il declino non è inevitabile, ma lo sviluppo richiede che le aree interne cessino di essere definite soltanto dalla distanza dai centri. Agricoltura, comunità, imprese, servizi, infrastrutture e istituzioni possono farne luoghi di innovazione sociale ed economica, tutela ambientale, sicurezza alimentare ed energetica. La condizione è riconoscere chi vi abita come protagonista e costruire intorno alla sua libertà di restare, tornare o investire una politica integrata e duratura.

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