Rimini, 23 agosto 2026. Fare rete per la disabilità significa superare una risposta frammentata, nella quale ciascuno affronta soltanto una parte del problema, e riconoscere invece una persona accompagnata lungo l’intero arco della vita. È la prospettiva emersa nell’incontro «Fare rete per la disabilità», organizzato da Cdo Opere Sociali. Sono intervenuti Carlo Battistini, presidente della Camera di Commercio della Romagna; Davide De Santis, presidente di La Mongolfiera ODV; Veronica Amata Donatello, responsabile del Servizio Nazionale per la Pastorale delle persone con disabilità della CEI; Stefano Noziglia, direttore della Cooperativa Sociale Amici di Gigi; Paola Pozzo, presidente della Cooperativa Sociale L’Officina. Ha moderato Stefano Gheno, presidente di Cdo Opere Sociali. Il dialogo nasce dal tavolo sulla disabilità avviato dall’associazione per mettere in relazione opere, famiglie, imprese e istituzioni. «La rete non è semplicemente un concetto sociologico o un metodo di lavoro sociale», ha spiegato Gheno: è composta da soggetti con punti di osservazione ed esperienze differenti che si guardano, si riconoscono e scelgono di stare insieme. La disabilità non riguarda soltanto chi la vive direttamente, ma famiglie, colleghi, amici e comunità. Per questo non basta sommare prestazioni specialistiche: occorre una compagnia capace di tenere unita la quotidianità della persona e di trasformare i singoli interventi in un sistema realmente condiviso.
L’Officina: lavorare con, non per, le persone con disabilità
Paola Pozzo ha raccontato gli undici anni della Cooperativa Sociale L’Officina, nata dal desiderio suo e dell’amico Marco di lavorare con persone con disabilità. La realtà opera nell’assemblaggio, nel confezionamento e nell’agricoltura sociale, producendo marmellate, sciroppi, composte e conserve e gestendo un negozio di frutta e verdura. Su circa venti lavoratori, il 60 per cento ha una disabilità certificata; altre dieci persone seguono tirocini o percorsi formativi. Il criterio originario è fare le cose «con e non per» le persone: costruire l’impresa insieme, condividendo responsabilità, imprevisti e domande personali. La rete non è stata progettata a tavolino, ma è nata dalla necessità di non disperdere la conoscenza maturata da famiglie, insegnanti, educatori e servizi. Per questo L’Officina non ha creato un’équipe educativa interna separata, ma ha fatto entrare nella cooperativa la rete che già accompagnava ciascun lavoratore, trasformando l’ambiente produttivo in un laboratorio comune. Il lavoro, però, non esaurisce il desiderio della persona. Un uomo arrivato a trentotto anni ha scoperto per la prima volta, durante un fine settimana con i colleghi, il bisogno di amicizia, autonomia e vita affettiva; un altro ha invitato alla propria festa ragazzi che avevano meno occasioni di relazione. Da queste domande nascerà a settembre un percorso con diverse associazioni e un gruppo misto di giovani per progettare uno spazio per il tempo libero, del quale saranno loro stessi eventuali fondatori. La rete diventa così comunità: non elimina fatica e divergenze, ma impedisce che la persona venga ridotta alla diagnosi o al solo inserimento lavorativo.
Amici di Gigi: la solitudine delle famiglie si affronta con la comunione
Stefano Noziglia ha presentato la Cooperativa Sociale Amici di Gigi, nata da un’esperienza di volontariato con bambini con sindrome di Down e sviluppata attraverso una rete di incontri. Oggi impiega novanta persone e gestisce nove comunità residenziali e semiresidenziali per giovani con disturbi dello spettro autistico, problematiche comportamentali e psicopatologiche, condotte a rischio di devianza e disturbi del neurosviluppo, oltre a due centri socio-occupazionali. Il confronto quotidiano con ragazzi autistici, spesso non verbali e con comportamenti complessi, ha mostrato soprattutto la solitudine dei genitori: alcuni non uscivano da anni per una pizza o per andare al cinema e avevano perso amici e occasioni sociali. Nel Natale 2025 la cooperativa ha invitato Chiara e Francesco, genitori di due figli con autismo, a raccontare come il rapporto con i figli fosse fiorito grazie all’amicizia tra loro e con altre famiglie. Al termine, due genitori hanno riconosciuto tra le lacrime di aver ritrovato una speranza dopo anni di abbandono. Da quell’incontro è nato un rapporto con La Mongolfiera e una riflessione sul tempo libero delle famiglie. Per Noziglia, la solitudine si affronta con la comunione, perché l’origine condivisa è il valore unico e irripetibile della persona. Questo sguardo apre rapporti con servizi sanitari, Comuni e altre cooperative e ha portato anche alla gestione condivisa di uno spazio accessibile a tutti a Rimini. La rete non aggiunge soltanto attività: genera possibilità che ciascuna organizzazione, isolatamente, non avrebbe potuto immaginare.
La Mongolfiera: prima dei servizi, qualcuno che rimanga
Davide De Santis ha descritto una dinamica riferita dall’85 per cento delle famiglie incontrate da La Mongolfiera: alla nascita di un figlio con disabilità, amici e talvolta parenti si allontanano perché non sanno come affrontare una circostanza complessa e misteriosa. La sua famiglia ha vissuto l’esperienza opposta, trovando persone che sono rimaste accanto e hanno condiviso le stesse domande. Da qui nasce il metodo dell’associazione: raccogliere fondi per percorsi educativi, sociali e riabilitativi, ma soprattutto costruire rapporti veri. «La famiglia ha bisogno di qualcuno che stia con loro», ha affermato De Santis: una presenza che ascolti paure e dolore e permetta un cambio di prospettiva. Ha raccontato l’amicizia con un padre inizialmente convinto che la vita della figlia con tetraplegia non fosse degna; la convivenza, le domande e il sorriso della ragazza tra le braccia del fratello lo hanno aiutato a riconoscere un valore che nessuna condizione poteva cancellare. L’amicizia deve però arrivare fino al bisogno concreto. Quando una famiglia di Imola chiese un luogo pomeridiano nel quale il figlio con disabilità grave fosse accolto e voluto bene, La Mongolfiera cominciò un percorso con Casa Novella. Dopo otto anni, grazie anche a uno spazio concesso dal Comune, è nata la Fondazione Supernova, che avvierà un centro pomeridiano e riabilitativo. La rete, ha concluso De Santis, mette al centro la persona e non il problema: nasce dal rimanere fedeli a una famiglia particolare e, proprio per questo, allarga la risposta a molte altre.
Battistini: senza informazione non esiste accessibilità
Carlo Battistini ha portato il punto di vista delle imprese e del turismo, definito anzitutto come accoglienza delle persone. Stabilimenti balneari, alberghi, ristoranti, taxi, campeggi, musei, chiese e servizi pubblici formano un unico ecosistema: ciascun soggetto deve sapere che la propria attività contribuisce all’esperienza di tutti, comprese le persone con mobilità ridotta o con esigenze temporanee. Secondo il dato del Ministero citato da Battistini, in Italia il turismo accessibile vale 1,3 miliardi di euro. Grazie a un finanziamento ministeriale, la Camera di Commercio della Romagna ha realizzato una piattaforma sperimentata a Cattolica, Bellaria, Ravenna e Bagno di Romagna, territori scelti per rappresentare turismo balneare, città d’arte, termalismo e aree interne. Sono state analizzate 1.233 imprese turistiche, incrociando con l’intelligenza artificiale le informazioni pubblicate nei siti e i dati di bilancio. La verifica ha mostrato che molte aziende dispongono di ascensori, rampe, bagni accessibili e altri servizi, ma non li comunicano. L’accessibilità tecnica rischia così di non entrare realmente nell’esperienza del viaggiatore. «Se non c’è informazione prima, non c’è neanche accessibilità dopo», ha sintetizzato Battistini. Misurare, informare e mettere a sistema le opportunità è quindi parte della responsabilità pubblica ed economica. Un Paese accogliente non tratta la disabilità come questione privata delle famiglie, ma rende fruibili il proprio patrimonio, le città e le esperienze turistiche attraverso investimenti, strutture e informazioni comprensibili.
Donatello: dai servizi all’appartenenza e al progetto di vita
Veronica Amata Donatello ha ricondotto le esperienze a una domanda comune: nei momenti di fragilità, una persona desidera soltanto servizi efficienti o chiede anche di appartenere a una comunità? Il passaggio necessario, ha affermato, è superare un’inclusione ancora assistenzialistica e riconoscere l’altro come parte del “noi”. Marta, una donna di trentadue anni con sindrome di Down, lo ha espresso denunciando la trasformazione di ogni desiderio in una prestazione: se vuole bere uno spritz diventa “spritz-terapia”, se vuole fare acquisti “shopping-terapia”. «Mi rende più disabile la società che la mia disabilità», ha detto. La persona non ha soltanto bisogni da gestire, ma desideri, relazioni e aspirazioni che chiedono ascolto. Donatello ha richiamato progetti nati nelle diocesi per il lavoro, l’abitare e il tempo libero: luoghi abbandonati trasformati in esperienze di welfare generativo, case canoniche divenute case famiglia, strutture parrocchiali convertite in piccoli centri e risposte calibrate sui differenti livelli di sostegno. Il metodo è sedersi allo stesso tavolo e progettare a partire dal territorio e dalla storia concreta, coinvolgendo persone con disabilità, famiglie, Chiesa, servizi e istituzioni. Oltre duecento esperienze raccolte nell’ultimo anno mostrano che la rete deve accompagnare tutte le età, fino alla vecchiaia e all’ultimo tratto della vita. Gli ottimi servizi rimangono indispensabili, ma non bastano se non generano appartenenza e responsabilità reciproca.
Una comunità con il gusto del noi
Il fare rete è anche una sfida culturale. Donatello ha ricordato l’esperienza di Pistoia, dove un’ora di volontariato scelta da alcuni studenti è diventata amicizia, partecipazione alla Giornata mondiale della gioventù e vacanze condivise. Nel turismo, più di venti diocesi hanno avviato percorsi pensati per tutti, nei quali persone con autismo, persone sorde e cieche lavorano anche come guide. La rete funziona quando provoca ciascuno a dire che la vita dell’altro gli appartiene, non perché rappresenta un problema da risolvere, ma perché l’altro è fratello. L’obiettivo è passare dall’inclusione scolastica, dalla catechesi e dall’oratorio a un progetto di vita completo, nel quale le risposte non siano costruite “per” le persone con disabilità ma “con” loro. Fallimenti, fatica e progetti non riusciti fanno parte del cammino; la risposta non è ritirarsi, ma tornare al tavolo e domandarsi che cosa sia possibile fare insieme. «Voglia il cielo che alla fine non ci siano più gli altri, ma solo noi», aveva indicato Papa Francesco al Servizio nazionale. Donatello ha affidato a ciascuno una parte di responsabilità nel contrastare pregiudizio ed emarginazione e nel far emergere le esperienze positive. Gheno ha concluso richiamando le parole “compagnia” e “incontro”: la comunità nasce quando persone e opere non si limitano a coordinarsi, ma condividono la realtà e permettono a ogni persona di essere protagonista. La qualità della cura si misura allora nella capacità di costruire luoghi nei quali nessuno sia escluso e tutti possano appartenere.







