Fare ancora Città

Redazione Web

Rimini, 21 agosto 2026. Fare città significa costruire luoghi capaci di accogliere la vita concreta delle persone, mettendo in relazione infrastrutture, servizi, abitazioni e comunità. Questo il tema dell’incontro “Fare ancora città”, primo appuntamento di un ciclo dedicato alla riqualificazione urbana, all’abitare e al buon governo, promosso in collaborazione con Compagnia delle Opere e trasmesso sui canali digitali di askanews, IlSussidiario Tv e Italpress. Sono intervenuti Fabrizio Dell’Orefice, direttore relazioni esterne di Open Fiber; Roberto Gualtieri, sindaco di Roma; Gaetano Manfredi, presidente ANCI e sindaco di Napoli; Alberto Stefani, presidente della Regione del Veneto; Sergio Urbani, direttore generale e CEO di Fondazione Cariplo; Mario Valducci, presidente di INVIMIT. Ha moderato il confronto, Emmanuele Forlani, direttore generale di Compagnia delle Opere, chiarendo che parlare di città non significa affrontare soltanto questioni tecniche o strutturali, ma domandarsi quali azioni possano favorire la dignità della persona e la convivenza in un territorio. Richiamando il rapporto tra solidarietà e sussidiarietà, Forlani ha invitato gli interlocutori con responsabilità differenti a mostrare come ciascuno possa concorrere alla ricostruzione della città. Un compito comune nel quale amministrazioni, imprese, fondazioni, corpi intermedi e cittadini sono chiamati a realizzare il proprio tratto di muro.

Connessioni digitali e prossimità reale

Fabrizio Dell’Orefice ha descritto il passaggio dalle infrastrutture fisiche che hanno segnato il Novecento alle infrastrutture digitali del nuovo millennio. La copertura italiana, ferma nel 2019 intorno al 20%, ha superato oggi il 70%, grazie anche al piano BUL completato al 99,4% e al piano Italia a 1 Giga. La società italiana Open Fiber ha collegato seimila comuni, offrendo ai cittadini e alle imprese nuove opportunità di accesso ai servizi e ai mercati. La sfida è ora adottare pienamente queste infrastrutture senza confondere la connessione con la relazione: i social hanno avvicinato le persone, ma hanno anche moltiplicato le solitudini. Roberto Gualtieri ha raccolto questa distinzione indicando le città come luoghi nei quali si concentrano le sfide demografiche, climatiche, tecnologiche e sociali. Le amministrazioni devono garantire infrastrutture e servizi, ma non possono generare dall’alto lo spirito di comunità. La coprogrammazione, il coinvolgimento del terzo settore e i patti per la cura di parchi e dei giardini mobilitano un’intelligenza sociale diffusa. «I quartieri devono avere i servizi vicini» ha sottolineato il sindaco, richiamando una prossimità che deve restare fisica e relazionale: bisogna essere connessi — non possiamo non esserlo — ma ogni tanto, per connettersi davvero, bisogna anche disconnettersi.

La casa, condizione per appartenere alla comunità

Sergio Urbani ha collocato la casa tra i cinque ingredienti che fanno la comunità, ovvero il lavoro, la salute, la formazione, il cibo sano e la cultura, intesa come stile di vita. «Senza uno di questi ingredienti non c’è inclusione, non c’è comunità: la si guarda da fuori se non si ha una di queste cose», ha osservato. Dal 2000 Fondazione Cariplo sostiene interventi abitativi e, dal 2004, investimenti responsabili attraverso fondi immobiliari che hanno contribuito a realizzare non soltanto alloggi, ma servizi, solidarietà e pezzi di città. A Milano questo modello ha prodotto l’80% degli appartamenti in affitto convenzionato degli ultimi quindici anni. Oggi, però, il costo di costruzione è passato indicativamente da mille a duemila euro al metro quadro e il capitale a basso costo è venuto meno. La risposta indicata da Urbani è rilanciare le cooperative di abitanti, capaci di unire risorse dei soci, fondazioni, banche e istituzioni, per mantenere gli affitti sotto i mille euro mensili e rispondere soprattutto ai lavoratori essenziali che devono poter vivere nei luoghi che contribuiscono a far funzionare.

Successivamente Mario Valducci ha descritto la crisi abitativa come il risultato della mobilità lavorativa, della presenza universitaria e della pressione turistica: chi deve spendere il 75% del proprio guadagno per l’affitto di un immobile spesso rinuncia ad un’opportunità di lavoro. INVIMIT (Investimenti Mobiliari Italiani) è stata chiamata ad attuare il secondo pilastro del Piano Casa, rivolto alla “fascia grigia” con ISEE indicativamente compreso tra 20.000 e 50.000 euro. Il fondo casa nazionale, dotato inizialmente di 100 milioni, dovrà affiancarsi a fondi regionali alimentati da risorse finanziarie e immobili pubblici o privati da recuperare.

Recuperare immobili e rendere sostenibili gli affitti

Il programma illustrato da Valducci mira a trasformare gli immobili abbandonati, spesso pubblici, da «buchi neri» generatori di insicurezza in risorse per i quartieri. A Padova un’ex caserma inutilizzata da vent’anni diventerà un complesso di 300 abitazioni, ad uso prevalente di infermieri, con un affitto previsto di circa 450 euro al mese: l’obiettivo è di mettere a disposizione case a un valore massimo di un terzo del reddito della famiglia che le abiterà. A Milano, nell’ex area della Difesa di Piazza d’Armi, sono previste 1.700 unità immobiliari, 700 delle quali riservate all’edilizia residenziale sociale. Il confronto ha mostrato come la leva finanziaria, pur necessaria, non possa sostituire una politica pubblica della casa. Roberto Gualtieri ha ricordato che l’Italia ha progressivamente rinunciato ad un investimento strutturale nell’edilizia residenziale pubblica, lasciando senza risposta sia le persone con i redditi più bassi sia chi, pur lavorando, non riesce a sostenere i valori di mercato. Valducci e Manfredi hanno condiviso la necessità di un intervento pubblico capace di attivare anche mercato, terzo settore e cooperative, sottraendo il tema alle contrapposizioni ideologiche. Le risorse disponibili non sono ancora sufficienti, ma la collaborazione tra Unione Europea, Stato, regioni, comuni e investitori può trasformare il diritto all’abitare in una politica di coesione e di sviluppo.

Manfredi: rigenerare insieme l’urbs e la civitas

Gaetano Manfredi ha richiamato la distinzione romana tra urbs, la dimensione fisica della città, e la civitas, che era la comunità composta dalle persone e dalle diverse realtà che abitano la città. Le due dimensioni si condizionano reciprocamente: strade, case e servizi orientano i comportamenti, mentre le comunità chiedono spazi adeguati ai propri bisogni. «Non può essere il mercato a stabilire come saranno le nostre città», ha affermato il sindaco di Napoli: senza una visione pubblica si rischia di creare città disegnate dalla finanza, capaci di produrre espulsione, disagio e conflitto. Ad esempio, Scampia mostra quanto le scelte urbanistiche possano generare emarginazione, ma anche quanto sia possibile correggerle. Con le risorse del PNRR, l’amministrazione ha scelto di abbattere le Vele e costruire un nuovo quartiere insieme alle comunità locali; entro la fine dell’anno saranno consegnati i primi 160 appartamenti. Alla trasformazione degli edifici si sono accompagnati metropolitana, università, scuole, servizi educativi, sociosanitari e di prossimità. «Rigenerare una comunità significa anche garantire quei servizi che sono in grado di rendere la vita delle persone una vita normale», ha spiegato Manfredi. I diritti costituzionali alla mobilità, alla salute, alla scuola, all’ambiente e allo sport diventano concreti nei comuni e nei quartieri. Per questo la rigenerazione urbana è anche attuazione della. Nella conclusione, Manfredi ha indicato anche nell’identità dei luoghi un fattore di dignità: portare l’Università Federico II a Scampia ha significato riconoscere quel quartiere come luogo degno di ricevere una delle risorse più preziose della città.

Governare oggi pensando ai prossimi decenni

Alberto Stefani ha posto al centro la responsabilità di amministrare guardando alle conseguenze delle decisioni sui prossimi venti o cinquant’anni. In Veneto gli over 85 aumenteranno del 49% nell’arco di vent’anni e oltre la metà dei nuclei familiari formati da persone di quell’età è composta da individui soli. Domicilio, telemedicina, teleconsulto e Case di Comunità devono perciò diventare strumenti di cura e, insieme, occasioni per costruire relazioni. Il presidente della Regione del Veneto ha indicato nella prossimità e nell’identità locale la risposta a una società omologata e fisicamente disconnessa: animazione dei quartieri, co-housing intergenerazionale e social housing possono impedire che le città diventino aggregati di solitudini. La Regione ha destinato 50 milioni di fondi comunitari al social housing e dispone di oltre novanta Case di Comunità già attive; l’obiettivo dichiarato è anche ridurre i diecimila immobili sfitti e trattenere giovani e lavoratori, a partire dai professionisti della sanità. Stefani ha inoltre annunciato una proposta di legge per attribuire un punteggio maggiore, nell’accesso ai finanziamenti regionali, agli enti locali che realizzano opere di rigenerazione urbana. Nella battuta conclusiva ha individuato nella sussidiarietà il filo rosso del confronto: quella verticale, che avvicina le decisioni ai territori, e quella orizzontale, che permette a istituzioni e società di costruire insieme.

Non lasciare nessuno solo

Le esperienze presentate hanno composto una visione comune: fare ancora città significa non limitarsi a non lasciare indietro nessuno, ma impegnarsi anche a «non lasciare nessuno solo», come ha sintetizzato Dell’Orefice. Tecnologia e infrastrutture acquistano valore quando ampliano l’accesso ai diritti e sostengono legami reali; la casa diventa parte di una politica integrata con lavoro, salute, formazione e cultura; la rigenerazione fisica raggiunge il proprio scopo quando restituisce dignità, identità e partecipazione alle comunità. Amore e cura della città assumono così una dimensione pubblica: non un compito affidato esclusivamente agli amministratori, ma un processo al quale concorrono responsabilità differenti. Gualtieri ha ricordato che chi governa ha bisogno della partecipazione delle persone di buona volontà, ciascuna nel proprio campo e con un obiettivo comune. Manfredi ha rilanciato il ruolo storico delle cooperative e delle imprese nella costruzione di interi pezzi di città; Valducci ha chiesto alla politica di affrontare l’abitare come un problema dei cittadini, superando le appartenenze; Stefani ha richiamato la necessità di conoscere i territori e collaborare. Il ciclo aperto al Meeting proseguirà mettendo a confronto politiche e opere sociali che già tentano di rispondere ai bisogni. La città torna così ad essere il luogo nel quale i diritti passano dalla carta alla vita quotidiana e le energie che nascono dal basso incontrano istituzioni capaci di ascoltarle e sostenerle.

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