Rimini, 24 agosto 2025 – È ormai un appuntamento fisso del Meeting: l’incontro annuale con Joseph Weiler, uno dei più autorevoli giuristi contemporanei, professore alla NYU Law School e Senior Fellow ad Harvard, che da anni accompagna il pubblico in un viaggio nella Scrittura. Quest’anno, insieme a Stefano Alberto, docente di Teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, il tema scelto è stato: “Edifici, antichi e moderni, nella narrazione biblica”, a partire dal versetto di Matteo 21, «La mia casa sarà chiamata casa di preghiera, ma voi ne avete fatto un covo di ladri». Il contesto non era neutro: l’incontro si è svolto mentre la Terra Santa vive un tempo di conflitti e tensioni che, come ha ricordato Alberto, «hanno reso urgente non solo la critica a scelte politiche discutibili, ma anche la lotta a un antisemitismo che riemerge e colpisce il popolo ebraico in quanto tale». Per questo, ha detto, «ascoltiamo un fratello maggiore non con condiscendenza, ma con gratitudine per un compagno di cammino».
Caino, la città e l’inizio della civiltà
Weiler ha esordito con una domanda provocatoria: «Qual è la prima costruzione nella Bibbia?». La risposta non è la Torre di Babele, ma la città edificata da Caino dopo l’assassinio del fratello Abele. «Il primo omicida della storia diventa il fondatore di una città. E i suoi discendenti saranno padri di arti e mestieri: allevamento, musica, metallurgia. La Bibbia non presenta questo come un male che danneggia la natura, il creato ma come possibilità di redenzione: persino dall’atto più terribile può nascere cultura». Costruire, dunque, non è di per sé peccato. «La prima lezione è che la città e gli edifici non sono contrari al piano di Dio. Sono strumenti attraverso cui l’uomo partecipa all’opera creatrice».
La Torre di Babele e l’arroganza dell’uomo
La prima vera menzione dei mattoni compare nel racconto della Torre di Babele. «Venite, facciamoci mattoni e costruiamo una città e una torre che tocchi il cielo», dicono gli uomini. Ma Dio disperde il loro progetto. Perché? Weiler ha proposto due letture: «Primo: quegli uomini volevano fermarsi in un solo luogo, contro il comando divino di riempire la terra. Secondo: volevano “farsi un nome” senza menzionare Dio. L’arroganza era credere di poter costruire un futuro senza il Signore». Il giurista ha aggiunto un’attualizzazione: «Oggi la lingua comune dell’umanità non è l’inglese, ma la scienza. È universale, permette dialogo e progresso. Ma diventa Babele quando si trasforma in ideologia: quando pensiamo che la scienza possa dare tutte le risposte alla condizione umana. È l’arroganza di credere che l’uomo basti a se stesso».
Il Tempio: dimora di Dio o idolo?
Dal racconto di Babele, il percorso di Weiler è giunto al Tempio di Gerusalemme. Perché Dio, che aveva camminato nel deserto sotto una tenda, chiede un edificio tanto curato e minuziosamente descritto? Perché la Bibbia dedica sei interi capitoli ai particolari minuziosi del Tempio e dell’Arca e neanche un capitolo di testo per i dieci Comandamenti? Weiler ha risposto suggerendo una traduzione diversa delle parole con cui Dio, nel libro dell’Esodo, chiede la costruzione del Tempio «La traduzione esatta non è “Io abiterò in mezzo a loro”, ma “Io abiterò dentro di loro”. Questo è importantissimo: il Tempio non è la casa di Dio, ma il segno che Dio vuole abitare nel cuore del suo popolo». Anche i profeti, come Geremia, ne hanno denunciato l’abuso: «Non fate del Tempio un rifugio ipocrita. La vera fedeltà non è nel luogo, ma nell’agire con giustizia e diritto».
Gesù, nuovo Tempio
Il Vangelo radicalizza la questione. Gesù scaccia i mercanti dal Tempio e afferma: «Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere». «Parlava del suo corpo», ricorda Giovanni. Qui nasce una tensione: se Cristo è il nuovo Tempio, perché nei secoli i cristiani hanno costruito cattedrali grandiose? «Perché gli edifici – ha risposto Weiler – hanno un valore spirituale: aiutano la comunità a riconoscersi, custodiscono la bellezza, ricordano che il vero Re non è terreno ma divino. La bellezza non è estetica, è dono del Signore. La cultura stessa nasce dal culto».
Cinque valori degli edifici sacri
La lezione ha individuato cinque ragioni per cui gli edifici, antichi e moderni, restano centrali: Comunità – «Le religioni abramitiche non sono individualiste: senza comunità non c’è fede. Gli edifici sono luoghi dove ci si incontra, si prega, si appartiene». Bellezza – «La bellezza è spirituale, è testimonianza della gloria di Dio. Non è casuale che Michelangelo o Gaudí abbiano speso la vita per costruire dei templi». Politica – «Il Tempio ricorda che il vero Re è il Signore, non i poteri umani. È un contrappeso al rischio di idolatrare la politica». Casa – «Ogni casa può essere un piccolo tempio. Nel sabato ebraico la famiglia diventa santuario, segno che Dio abita nella quotidianità». Uguaglianza – «Nel Tempio, il ricco non dà di più e il povero non di meno: tutti sono uguali davanti a Dio. È un principio radicale di giustizia».
Antisemitismo e giustizia: la lezione di Abramo
L’attualità è entrata nel cuore dell’incontro. Weiler ha letto il passo di Genesi in cui Abramo intercede per Sodoma: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio?». E ha commentato: «Anche nella critica non dobbiamo confondere giusto ed empi. Non tutti i musulmani sono Hamas, non tutti gli ebrei sono la guerra. La giustizia di Abramo è il criterio per giudicare anche oggi». Un monito, in tempi in cui il conflitto in Medio Oriente rischia di alimentare nuovi germi di antisemitismo: «Criticare un governo è legittimo; odiare un popolo è vergognoso».
Mattoni che diventano segni di speranza
L’incontro si è concluso con un richiamo all’immagine centrale del Meeting: i mattoni. «Anche il mattone – ha sorriso Weiler – può avere un valore spirituale. È segno di costruzione, ma anche di limite. Ci ricorda che non siamo padroni dell’universo, ma chiamati a edificare riconoscendo un Altro». Alberto ha sintetizzato: «Non c’è crescita dell’io senza un luogo che lo educhi attraverso la bellezza, la familiarità, la comunità, l’uguaglianza. Gli edifici della fede sono segni che la storia non è nelle nostre mani soltanto, ma in quelle del Signore». E così, dalla città di Caino alla Torre di Babele, dal Tempio di Salomone alle cattedrali moderne, il cammino biblico e umano continua a chiedere: quali mattoni vogliamo usare per costruire il futuro?







