Rimini, 23 agosto 2026. Che cosa misura davvero un’economia quando registra la crescita della produzione, ma non la qualità delle relazioni, la dignità del lavoro, la sostenibilità e il senso della vita? Da questa domanda è nato l’incontro “Cosa c’entra l’economia con la felicità?”, promosso al Meeting di Rimini in collaborazione con la Fondazione per la Sussidiarietà e introdotto da Giovanni Mulazzani, professore di Diritto Amministrativo e Pubblico all’Università di Bologna. Il confronto ha riunito Renato Brunetta, presidente del CNEL; Stefano Zamagni, professore di Economia Politica all’Università di Bologna; Leonardo Becchetti, docente di Economia Politica all’Università di Roma Tor Vergata; Flavio Felice, professore di Storia delle Dottrine Politiche all’Università del Molise; Enrico Giovannini, economista, statistico e direttore scientifico dell’ASviS; Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà. Il dialogo ha preso spunto dal volume “Corpi intermedi, società civile ed economia sociale. Per un governo delle transizioni”, curato da Brunetta con Becchetti, Felice, Giovannini e Vittadini. Sullo sfondo, le transizioni energetica, digitale, demografica e geopolitica, insieme alla crisi della cooperazione internazionale, alla paura e alla solitudine. La tesi condivisa è che il governo di questi cambiamenti richieda una nuova cassetta degli attrezzi: non soltanto Stato e mercato, ma anche comunità, partecipazione e corpi intermedi.
Le radici dell’economia civile
Brunetta ha ricondotto questa prospettiva al 1754, quando Antonio Genovesi inaugurò a Napoli la prima cattedra universitaria di economia e definì “civile” un sapere orientato alla fiducia, all’inclusione, alla felicità pubblica e al benessere collettivo. Di fronte al successo storico del paradigma centrato sull’interesse individuale, il presidente del CNEL ha domandato se la tradizione di Genovesi possa oggi offrire strumenti più adeguati per affrontare crisi che i mercati, da soli, non riescono a governare. Zamagni ha precisato che l’economia civile non è una singola teoria o un modello, ma un paradigma, una visione del mondo fondata su quattro pilastri. Il primo è antropologico: l’uomo è per natura aperto all’amicizia, non un lupo dal quale difendersi. Il secondo riguarda il fine dell’attività economica: il bene comune non coincide con la somma dei beni individuali, perché non ammette che qualcuno venga escluso e compensato in seguito mediante filantropia. Il terzo rifiuta la separazione tra etica e affari: dimensione morale ed economica sono due aspetti della medesima azione. Il quarto propone un ordine sociale tripolare nel quale Stato, mercato e comunità cooperano. Senza la comunità, ha sostenuto Zamagni, non trovano spazio effettivo né la sussidiarietà né quei beni relazionali necessari alla fioritura umana.
I corpi intermedi, infrastruttura del bene comune
Il tema della felicità conduce così alla società civile organizzata. Brunetta ha indicato lo stesso Meeting come esempio di corpo intermedio: una rete di volontariato, rappresentanza, iniziativa economica e relazioni. In Italia, ha ricordato, questa trama comprende associazioni, sindacati, realtà di volontariato, pro loco, comunità energetiche e molte altre forme di partecipazione. Non sono elementi marginali, ma luoghi capaci di superare l’isolamento e di contribuire concretamente al governo delle grandi transizioni. La società civile non nasce per concessione dello Stato: lo precede e chiede istituzioni capaci di riconoscerne l’autonomia e sostenerne l’iniziativa. Il volume presentato al Meeting intende perciò mappare e valorizzare i corpi intermedi, affinché la democrazia non rimanga una semplice procedura formale, ma si alimenti di una partecipazione reale e sostanziale. Nelle conclusioni Brunetta ha ricordato come, durante la pandemia, accordi sindacali, lavoratori della distribuzione, personale sanitario, amministrazioni e imprese abbiano contribuito a mantenere in funzione il Paese. Quella resilienza era espressione di una cultura civile spesso non riconosciuta e difficilmente misurabile. Dare un nome e un ruolo a questa energia significa riconoscere una forza rivolta agli altri, capace di produrre bene comune e quella «civiltà della felicità» che non coincide con il vantaggio egoistico della parte più forte.
Fiorire significa generare, partecipare e cooperare
Becchetti ha affrontato direttamente il rapporto tra indicatori economici e felicità. La crescita del PIL, ha osservato, non rappresenta da sola una condizione sufficiente per l’aumento della soddisfazione di vita: alle disuguaglianze e alla stagnazione dei redditi si aggiunge infatti una vera e propria povertà di senso. Gli indicatori di benessere multidimensionale, come il BES, rappresentano un passo avanti perché includono reddito, salute, istruzione, servizi e relazioni. Resta però da percorrere «l’ultimo miglio della felicità», che dipende dalla capacità di mettersi in movimento per un fine capace di appassionare. Senso del vivere, generatività e partecipazione civica permettono alla persona di comprendere che la propria azione può avere un impatto positivo anche sulla vita degli altri. L’obiettivo delle istituzioni dovrebbe allora essere quello di creare le condizioni affinché le vite possano fiorire. Un cambiamento che non può essere semplicemente delegato a un leader o imposto dall’alto, ma che nasce dalla società, attraverso la sussidiarietà e l’azione organizzata dei cittadini. Becchetti ha definito la cooperazione la «quinta operazione»: quando le persone lavorano insieme in maniera virtuosa, il risultato può superare la semplice somma delle singole azioni. È l’alternativa tra un gioco a somma zero, nel quale la crescita dell’uno richiede necessariamente la perdita dell’altro, e un gioco a somma positiva, capace invece di allargare le opportunità per tutti. L’economia civile esiste già nelle imprese che costruiscono rapporti di fiducia con i lavoratori e nelle comunità capaci di trasformare beni contesi in progetti comuni.
Fragilità e sussidiarietà contro l’onnipotenza
Felice ha messo in dialogo economia civile ed economia sociale di mercato, partendo dalla consapevolezza della fragilità umana. Richiamando il pensiero di Michael Novak, ha osservato come una civiltà dell’amore non possa fondarsi sul semplice sentimentalismo, ma abbia bisogno di pesi, contrappesi e istituzioni capaci di porre rimedio alla debolezza dell’uomo. La persona non è onnipotente e nessuna teoria può pretendere di racchiudere perfettamente la complessità della realtà. Riconoscere questo limite antropologico e conoscitivo permette di costruire ordini politici ed economici che non siano dominati dalla pretesa del «dio mortale». In questa prospettiva, i corpi intermedi e la sussidiarietà distribuiscono il potere, ne contengono gli abusi e rendono possibile una partecipazione autentica. Pur nate in contesti differenti, economia sociale di mercato ed economia civile condividono, secondo Felice, una concezione della persona incompatibile sia con l’individuo isolato sia con lo Stato onnipotente. La felicità non è un prodotto già confezionato e consegnato dall’alto: richiede libertà, responsabilità e costruzione personale all’interno di un sistema di relazioni e istituzioni. I corpi intermedi diventano così il punto nel quale il riconoscimento della fragilità umana si trasforma in azione concreta, permettendo a persone fallibili di collaborare senza trasformare il mercato o la politica in strumenti assoluti.
Desiderio, impresa e convenienza umana
Vittadini ha spostato l’attenzione dalla tradizionale contrapposizione morale tra egoismo e altruismo a una domanda più concreta: un’impresa e uno Stato funzionano meglio quando assumono una visione positiva dell’uomo? L’esperienza di Léon Harmel, illustrata al Meeting, mostra un imprenditore che introdusse tutela familiare, riposo, attenzione alle donne e partecipazione dei lavoratori, accompagnando allo stesso tempo la crescita dell’impresa. Al centro di questa impostazione vi è il desiderio, «la scintilla con cui si accende il motore»: la persona cerca lavoro, relazioni, condizioni più dignitose e giustizia perché mossa da esigenze che fanno parte della sua stessa natura. Vittadini ha richiamato l’esperienza di imprenditori per i quali la qualità del prodotto, l’innovazione e la valorizzazione delle persone precedono una visione fondata esclusivamente sul profitto immediato. Una tesi che deve però essere verificata empiricamente, misurando produttività, capacità innovativa, benessere aziendale ed effetti sociali e ambientali. Anche il capitale umano, in questa prospettiva, non coincide soltanto con le competenze tecniche: comprende motivazione, responsabilità, resilienza e apertura alla collaborazione. Il desiderio, tuttavia, ha bisogno di essere educato all’interno di associazioni, movimenti, sindacati e comunità capaci di aiutare la persona a correggere i propri errori senza trasformarsi in corporazioni chiuse. All’iniziativa dal basso deve quindi corrispondere una funzione pubblica di regolazione e sviluppo: non mercato selvaggio né Stato assistenzialista, ma sussidiarietà come collaborazione tra libertà sociale e istituzioni.
Oltre il PIL, la giustizia tra generazioni
Giovannini ha mostrato le conseguenze pratiche della scelta degli indicatori. Se si considera soltanto il PIL, gli Stati Uniti hanno registrato negli ultimi quindici anni una performance superiore a quella europea; se si osservano reddito, salute, occupazione, ambiente, disuguaglianze e qualità della vita civile, la valutazione cambia a favore dell’Europa. Il problema è che la contabilità tradizionale registra la produzione necessaria a ricostruire dopo un’alluvione, ma non sottrae adeguatamente la perdita ambientale che l’ha preceduta; può inoltre giudicare negativamente un’impresa che impiega più lavoratori e meno materie prime, pur riducendo l’impatto ecologico. Gli indicatori del Novecento rischiano quindi di orientare decisioni sbagliate. Giovannini ha richiamato il Patto sul futuro approvato dalle Nazioni Unite nel 2024 e il lavoro internazionale per andare oltre il PIL, includendo il benessere presente e quello delle generazioni future. In Italia, l’articolo 9 della Costituzione tutela ambiente, biodiversità ed ecosistemi anche nel loro interesse; inoltre, secondo quanto riferito dal relatore, una legge approvata nel novembre 2025 ha introdotto la valutazione dell’impatto generazionale delle nuove proposte normative. Brunetta ha tradotto il principio nell’immagine di un semaforo applicato alle norme di bilancio: verde se favoriscono i giovani e il futuro, giallo se neutrali, rosso se scaricano su chi verrà i costi delle scelte presenti. Economia e felicità si incontrano quando sviluppo, partecipazione e giustizia vengono misurati insieme.







