Rimini, 22 agosto 2026. Recuperare un’eccedenza non significa soltanto evitare un rifiuto: significa mettere in relazione un bene ancora utilizzabile con una persona che ne ha bisogno, generando insieme valore economico, sociale e ambientale. È il tema dell’incontro «Economia circolare e valore sociale: contrastare lo spreco per rispondere alla povertà in Italia e in Europa», realizzato in collaborazione con Sistema Banchi e trasmesso in diretta sui canali digitali di Agenzia Nova e askanews. Al dialogo hanno partecipato Maria Chiara Gadda, deputata; Paola Garrone, professoressa al Politecnico di Milano; Jens Pii Olesen, general manager di Novo Nordisk Italia; Antonella Sberna, vicepresidente del Parlamento europeo; Franco Spicciariello, director of Public Policy EU MED di Amazon Web Services; Paolo Venturi, direttore di Aiccon Research Center. Marco Piuri, presidente della Fondazione Banco Alimentare ETS, ha moderato il confronto ricordando il decimo anniversario della Legge 166 del 2016 e l’esperienza comune di Banco Alimentare, Banco Farmaceutico, Banco delle Cose e Banco Informatico. Il contesto resta segnato da fragilità profonde: in Italia 5,7 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta e rischiano di non accedere in modo adeguato e continuativo a beni essenziali. La sfida è costruire risposte che non separino recupero, inclusione e relazioni.
Economia circolare ed economia sociale cambiano il modo di generare valore
Paolo Venturi ha invitato a non ridurre economia circolare, dono e azione del terzo settore a buone pratiche collaterali. «Non ci racconta tanto la ciliegina sulla torta, ma ci dice come dovrebbe essere fatta la torta», ha affermato. Il tema non è soltanto rendere più efficiente la produzione o valorizzare ciò che avanza, ma ripensare come nasce il valore nelle imprese e nelle organizzazioni non profit. La circolarità esiste quando soggetti diversi entrano in relazione; il dono richiede fiducia e non consegna soltanto un oggetto, perché chi dona mette in gioco anche se stesso. Secondo Venturi, utilità economica e utilità sociale non sono due catene separate: la produzione è un fatto sociale e l’incapacità di alimentare socialità riduce la competitività. Anche il terzo settore rappresenta un’economia, con oltre 360 mila organizzazioni e 93 miliardi di valore aggiunto. La povertà, inoltre, non coincide più soltanto con la mancanza di beni: comprende assenza di senso, opportunità e legami. L’eccedenza diventa quindi una soglia attraverso la quale entrare in rapporto con una persona. Per rispondere a fragilità determinate anche dal luogo di nascita, dall’educazione e dalle condizioni familiari, occorre superare la divisione tra profit e non profit e ridisegnare alleanze tra istituzioni, imprese e comunità. «Senza sussidiarietà circolare queste sfide non si vincono», ha concluso.
La donazione è un processo strutturale che raggiunge milioni di persone
Paola Garrone ha presentato i dati della donazione nella filiera alimentare, dalle imprese agricole, di trasformazione e distribuzione fino alle organizzazioni che accompagnano persone e famiglie vulnerabili. Circa il 50 % delle imprese della trasformazione e della distribuzione e il 20 % di quelle agricole donano prodotti; il valore economico complessivo è stimato in 2,5 miliardi di euro l’anno. Non si tratta soltanto di eccedenze, ma anche di prodotti standard conferiti gratuitamente per finalità sociali. Grazie alla cooperazione tra imprese e terzo settore, il 55 % delle persone in povertà assoluta può accedere a un pasto al giorno. La donazione non nasce da una gestione inefficiente: la quota donata resta inferiore all’uno per cento della produzione nella maggior parte delle filiere. Le aziende che agiscono con continuità costruiscono partnership, misurano i flussi, verificano qualità e salubrità e affidano il processo a responsabili dedicati. Proprio chi misura meglio tende a donare di più. Questa organizzazione produce anche reputazione e capitale sociale per l’impresa, ma soprattutto rappresenta uno strumento non sostituibile nelle politiche contro l’insicurezza alimentare e nutrizionale. Nella conclusione Garrone ha ribadito che nessuno può affrontare da solo l’accesso al cibo e alla salute: imprese, terzo settore, istituzioni e università devono imparare a dialogare, connettendo innovazione, capacità logistica, conoscenza dei bisogni, formazione e politiche abilitanti.
La Legge 166: incentivare la libertà e moltiplicare il valore dei beni
Maria Chiara Gadda ha definito la Legge 166 una legge «simpatica», capace di creare condivisione e di trasformare un problema della società in generazione di valore. La norma non riguarda soltanto gli alimenti: favorisce la donazione di farmaci, giocattoli, tessili, arredamento, libri, materiali elettronici ed edilizi e, dalle modifiche più recenti, anche piante, fiori, bulbi e semi. Dietro ogni eccedenza possono esserci sovrapproduzione, carenza di domanda, difetti che impediscono la vendita, stagionalità o la libera scelta dell’impresa di donare. Dall’altra parte esistono bisogni che non si limitano alla sopravvivenza. «Ma il diritto alla bellezza, il diritto all’igiene personale, il diritto alla salute sono un bene collettivo», ha sottolineato Gadda. L’innovazione della legge è stata anche fiscale: la donazione è stata equiparata alla distruzione, rendendo conveniente un comportamento virtuoso senza imporlo attraverso obblighi e sanzioni. La norma nasce dalle esperienze già attive nei territori e si è evoluta con esse. Per proseguire il percorso Gadda ha avanzato tre proposte: rimuovere il divieto alla donazione dei farmaci contenenti sostanze psicotrope; riconoscere la donazione di servizi logistici, comprese tratte di trasporto, piattaforme informatiche e spazi; introdurre un credito d’imposta per acquistare celle frigorifere, mezzi e altri beni mobili indispensabili al recupero. L’obiettivo è eliminare i colli di bottiglia che ancora impediscono a domanda e offerta di incontrarsi.
L’Europa chiamata a trasformare lo scarto in risorsa sociale
Antonella Sberna ha osservato che l’Unione europea affronta il tema con dieci anni di ritardo rispetto all’Italia. La direttiva sui rifiuti, proposta nel 2023 e approvata nel 2025, introduce per la prima volta lo spreco alimentare nel dibattito europeo, ma lo colloca inizialmente nella categoria dello scarto. Occorre ribaltare la prospettiva e riconoscere il valore sociale del recupero. La direttiva introduce misurabilità, obiettivi temporali e il concetto formale di donazione; riconosce inoltre i banchi alimentari come interlocutori istituzionali, seppure con funzione consultiva. Il loro ruolo è decisivo perché collegano l’eccedenza alla persona, coinvolgendo Caritas, empori solidali, parrocchie e reti territoriali. Il prossimo passaggio, secondo Sberna, consiste nell’inserire il tema nel Circular Economy Act e nei nuovi programmi europei, evitando un aggravio burocratico per imprese e terzo settore. Nella parte conclusiva ha indicato un cambio di paradigma: lo spreco alimentare deve passare da problema esclusivamente ambientale a strumento di contrasto alla povertà. Parlamento, Consiglio, Commissione e Stati membri sono chiamati a lavorare insieme affinché il recepimento della direttiva e il bilancio europeo dal 2028 producano benefici concreti. Sberna ha invitato i banchi italiani ed europei a portare a Bruxelles esperienze e risultati, perché il coinvolgimento di istituzioni, imprese e società civile può trasformare una nuova cornice normativa in un approccio culturale condiviso.
Imprese, tecnologia e logistica per portare il dono fino alla destinazione
Jens Pii Olesen ha raccontato il modello di Novo Nordisk, nato da una fondazione che lega risultati finanziari, impatto sociale e responsabilità ambientale. Le decisioni aziendali, ha spiegato, devono produrre valore economico, accrescere l’impatto positivo sulla società e utilizzare meno risorse. Tra le iniziative citate figurano la donazione gratuita di medicinali a persone vulnerabili, il recupero delle penne per l’insulina e la loro trasformazione in prodotti scolastici o arredi, oltre ad attività di prevenzione metabolica. Consumatori, imprese e politica possono favorire questo percorso sostenendo chi investe in progetti sociali e semplificando le condizioni per realizzarli. Franco Spicciariello ha definito lo spreco «una risorsa che non ha incontrato chi aveva bisogno di quella risorsa lì». La tecnologia può rendere più efficiente questo incontro, riducendo consumi, facilitando la gestione dei dati e migliorando l’accesso alla normativa e alle donazioni. Ha ricordato che un data center di nuova generazione può consumare il 98 % in meno rispetto a infrastrutture tradizionali e che il 99 % dei rack utilizzati viene riciclato. Dal 2021 Amazon ha inoltre sviluppato un programma di donazioni logistiche che, nel luglio 2026, aveva raggiunto 35 mila famiglie con 600 mila prodotti per un valore di otto milioni di euro. «Il dono non è solo il bene, ma è tutto ciò che serve perché il dono arrivi», ha concluso Spicciariello.
Relazioni da sostenere e impatto sociale come orizzonte comune
Nelle indicazioni finali i relatori hanno richiamato responsabilità condivisa, libertà e metodo. Olesen ha invitato tutti a lavorare insieme per costruire fondamenta capaci di cambiare la vita delle persone vulnerabili. Spicciariello ha indicato nella Legge 166 un modello basato sull’incentivo anziché sul divieto e sulla sanzione. Gadda ha ricordato che la norma fu approvata all’unanimità perché condivisa dai soggetti chiamati ad applicarla: un processo partecipativo da riproporre nelle nuove misure. Garrone ha sottolineato il ruolo dell’università nella produzione di conoscenza, nella lettura non ideologica dei fenomeni e nella formazione delle competenze necessarie. Venturi ha affidato la sintesi a tre parole. La prima è «simpatia», nel significato di sentire e condividere insieme: le politiche dovrebbero destinare risorse non soltanto ai singoli soggetti, ma alle relazioni che rendono possibile la cooperazione. La seconda è economia sociale, superamento di una logica limitata a filantropia e responsabilità sociale: il bene comune non è la somma dei beni individuali, ma la capacità di condividere il bene di tutti. La terza è impatto sociale, non come rendicontazione finale, ma come motivo per cui un’opera o un’impresa esiste. Piuri ha concluso che gli ingredienti del cambiamento sono già presenti: esperienze, norme, infrastrutture, competenze e reti. La responsabilità comune è trasformarli in un sistema nel quale nessun bene e nessuna persona vengano considerati scarti.







