Di che cosa è fatto il mondo? Sulle tracce di particelle sfuggenti

Redazione Web

Rimini, 22 agosto 2021 – Anche quest’anno Marco Bersanelli, professore di Fisica e Astrofisica all’Università degli Studi di Milano, conversa con eminenti scienziati, sperimentatori in territori che ai più appaiono insondabili e vertiginosi. Sono Juan José Gómez Cadenas, professore di Fisica, Donostia International Physics Center di San Sebastian, e Fondazione per la scienza Ikerbasque di Bilbao, e Lucio Rossi, professore di fisica, Università degli Studi di Milano.

Rossi è stato per vent’anni il responsabile dei superconduttori dell’acceleratore LHC del CERN, che ha reso possibile le scoperte sperimentali del bosone di Higgs e della dark matter, ed ha progettato il potenziamento dell’acceleratore fino a dieci volte la sua potenza attuale, mentre Cadenas indaga i neutrini, probabili antiparticelle di se stessi (lo ipotizzò per primo Majorana). In quello che definisce «un italiano da calciatore», afferma che «l’universo è fatto di materia e antimateria, che quando si ritrovano si annichilano producendo energia. Ma non i neutrini, che sembrano avere introdotto una particolarità, o con termine più tecnico una antisimmetria. Del vecchio universo primario è rimasta l’energia dell’annichilazione e, grazie ai neutrini (che in qualche modo decidono tra materia e antimateria), l’universo come lo conosciamo adesso». L’aspetto pratico di questa ricerca è una lunghissima sperimentazione. «Cercare un ago in un pagliaio è banale», afferma, «noi cerchiamo un granello di sabbia in una spiaggia. Progettiamo esperimenti che durano decine di anni. Per i neutrini, noi siamo incorporei come fantasmi».

Rossi sottolinea che «LHC è uno strumento. Come tale è un’estensione dell’io, progettarlo e realizzarlo è un fatto culturale. Attualmente indaga lo zeptospazio, i cui oggetti sono ampi miliardesimi di miliardesimi di millimetro. Per usare questo strumento, un anello di 27 chilometri, non basta un io. Ci vuole un noi». E infatti al CERN partecipano, con un miliardo di euro all’anno, 23 paesi, ed ospita circa diecimila ricercatori. «Sono affascinato», confessa Rossi, «dalla inesorabilità della ricerca scientifica, tra tecnologia e conoscenza. Ma ci vuole un soggetto che arrivi al noi, e in ciò l’occidente è bravissimo»

Cadenas, al proposito, osserva che «da giovani si è risolutori di problemi, poi pian piano arriva una domanda: com’è possibile che l’universo sia così ordinato e comprensibile? Come mai non capiamo niente ma abbiamo tante certezze? Bisogna capire e mettere ordine, accettando che non finiremo mai». Incalza Rossi: «Che la conoscenza sia inesauribile mi lascia inquieto. Ma è come conoscere un io importante, ad esempio una persona a cui vuoi bene. Alla fine tutto accade perché il mio io non rimanga mai in pace, questa è la vera attrattiva». Soggiunge Cadenas, citando il detto francese «l’arte sono io, la scienza siamo noi», che «bisogna che ogni gruppo abbia la fede: la sensazione che ciò che uno fa contribuisca a qualcosa più grande di lui». Per Rossi «il leader è chi è capace di dire io e riconoscere quello dell’altro. Solo prendendomi la colpa dell’incidente tecnico ai magneti semiconduttori, che ha fermato l’LHC per un anno, ho rimesso in moto tutti quelli che si erano bloccati».

Bersanelli sollecita gli ospiti sul tema delle applicazioni pratiche della ricerca fondamentale. «Noi facciamo cattedrali», dice Cadenas, «che sono grandi, laboriose e sembrano inutili. Ma coi neutrini si possono fare nuovi scanner PET, o dosare la radioterapia oncologica in modo che anche i bambini possano riceverla». Rossi, che tra l’altro si occupa di fisica medica, sottolinea: «Occorre condividere uno scopo, il metodo giusto è seguire. Tra ricerca fondamentale è fisica applicata non c’è antinomia, il bene è unico».

«Per i nostri due amici la ricerca riguarda l’intero orizzonte dell’umano», conclude Bersanelli, «nella interezza del rapporto con l’oggetto». Ma è solo una conclusione provvisoria. Il dialogo con la scienza continua nello spazio Euresis.

(A.C.)

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