Dentro la crisi: cosa sta cambiando nel mondo umanitario

Redazione Web

Rimini, 22 agosto 2025 – (D.B.) La crisi economica generalizzata, che sta investendo il Pianeta, non ha risparmiato il mondo degli aiuti umanitari. I fondi messi a disposizione dall’Occidente, Europa e Stati Uniti in testa, si stanno dimezzando, a fronte di una domanda di solidarietà che, dal 2023, sta conoscendo una vera e propria escalation: nell’anno in corso, le persone che sono al limite della sopravvivenza sono oltre trecento milioni, mentre 723 milioni sono gli sfollati. Di questo stato di crisi e delle possibili soluzioni si è parlato questo pomeriggio, alle 15.00, nell’Arena Internazionale C3, in un incontro al quale hanno partecipato Gianluca Brusco, capo Unità per gli interventi internazionali di emergenza umanitaria della Direzione Generale per la Cooperazione allo sviluppo, MAECI e Sandro De Luca, presidente Link2007. Ha moderato i lavori Konstantinos Moschochoritis, direttore generale di INTERSOS, un’organizzazione umanitaria internazionale, nata in Italia, che opera in prima linea in contesti di guerra, violenza, povertà estrema, disastri naturali.

Nessuna crisi è lontana. Nella sua introduzione, Moschochoritis ha ricordato come eventi bellici, cambiamenti climatici e interessi geopolitici siano all’origine delle grandi emergenze umanitarie e come, spesso, in caso di conflitti armati, la distribuzione degli aiuti divenga un vero e proprio strumento di controllo se non di battaglia fra le parti in guerra. Una situazione pericolosa per le Organizzazioni umanitarie, che vengono ostacolate e si trovano in grande difficoltà. Il direttore di Intersos ha quindi chiesto ai suoi ospiti quali cambiamenti siano necessari nella politica degli aiuti umanitari. Secondo Brusco, occorre avviare un movimento di sensibilizzazione della società e della politica per rendere tutti consapevoli che “nessuna crisi è lontana”, che quanto avviene in una parte del mondo ha una ricaduta in aree anche molto distanti e che, quindi, gli aiuti umanitari non sono soldi buttati ma un vero e proprio investimento. Nel 2022, il blocco del porto di Odessa provocò un immediato rialzo del prezzo del pane in alcune zone dell’Africa che ebbe due conseguenze: una crescita dei flussi migratori verso l’Europa e un aumento dell’attività jihadista. Questa sensibilizzazione, secondo Brusco, deve avvenire umanizzando i dati statistici che documentano gli interventi internazionali, in modo da rilanciare i grandi principi umanitari.

Parola d’ordine: “Localizzare”. De Luca e Brusco sono stati d’accordo nel giudicare superato il sistema umanitario attuale, figlio di quell’ordine liberale che ha improntato ad un certo paternalismo, non sempre disinteressato, il proprio intervento in favore delle aree più svantaggiate del mondo. Da interventi programmati e attuati da agenti esterni, secondo logiche del tutto avulse dai contesti operativi, si deve passare, a detta dei due ospiti «ad una responsabilizzazione della società civile locale, ad una valorizzazione di leadership del posto». «Gli aiuti esterni sono indispensabile – hanno concordato De Luca e Brusco – ma sono decisivi gli attori locali, che sono in grado di dare risposte efficaci». Però questi attori locali non hanno gli stessi criteri di intervento dei Paesi che erogano i fondi, non stilano bilanci e allora il meccanismo si blocca e le formalità finiscono per mettere in secondo piano l’adeguatezza e la velocità degli interventi. «In questi Paesi ci sono straordinarie differenze – hanno affermato i due ospiti – per questo occorre valorizzare chi da tanti anni opera in quelle situazioni critiche». Questa idea di responsabilizzare le società civili locali è nata dieci anni fa, quando all’Onu si decise che il 25% dei fondi doveva andare, appunto, ad attori indigeni. «Oggi non siamo arrivati neanche al 3% – ha denunciato Brusco – mentre i bisognosi, in dieci anni, sono saliti da cento a trecento milioni». Le piccole Ong locali dovrebbero accedere alle risorse internazionali dell’Onu, è stato detto, ma per questo occorre scardinare un sistema nel quale gli ultimi sei coordinatori umanitari delle Nazioni unite sono stati tutti britannici, di cui cinque di razza bianca.

Diplomazia e pragmatismo. Spesso gli aiuti umanitari vengono ostacolati dalle parti in conflitto. «Prima della tragedia di Gaza – ha ricordato De Luca – c’è stata la guerra in Somalia, nel 2011, dove le agenzie umanitarie non sono potute entrare e sono morte 260 mila persone. Oppure, nel 2020, la guerra nel Tigrai, una regione al confine con l’Etiopia interdetta a qualsiasi missione Onu». In situazioni di chiusura e di ostilità, la strada è soltanto quella della diplomazia e del pragmatismo. «Certo dobbiamo denunciare quello che non va e condannare gli abusi – ha spiegato Brusco – ma dobbiamo continuare a parlare con tutti, a negoziare con tutte le parti in causa. Gli operatori debbono fare compromessi per raggiungere il maggior numero di persone possibili». Brusco ha ricordato il caso della prima crisi siriana, quando quel Paese era sotto sanzIoni e l’Italia riuscì a convertire la Comunità europea ad un sano pragmatismo. «In certe circostanze è una questione di realismo – ha concluso il funzionario del Ministero degli esteri – devi decidere se starci o venirne via. Ma stai certo che il vuoto che lasci verrà riempito da gente peggiore di te».

Scarica