Rimini, 26 agosto 2025 – La globalizzazione, per decenni considerata un processo irreversibile, oggi è oggetto di discussione e di crescente contestazione. Guerre commerciali, conflitti geopolitici, pandemie, diseguaglianze crescenti e la crisi climatica hanno incrinato la fiducia in un sistema multilaterale che, nel secondo dopoguerra, aveva garantito crescita e stabilità. Ma è davvero in crisi il multilateralismo? O piuttosto siamo entrati in una fase nuova della globalizzazione, in cui emergono squilibri da governare, nuove geografie commerciali e pressanti urgenze di equità sociale? Su queste domande si è articolato l’incontro “Crisi del multilateralismo e nuove geografie del commercio: ripensare la globalizzazione”, ospitato all’Arena Internazionale C3 del Meeting di Rimini e trasmesso in diretta da Famiglia Cristiana. In collaborazione con la Fondazione per la Sussidiarietà, il panel ha visto la partecipazione di Riccardo Ercoli (direttore esecutivo FMI per Italia, Portogallo, Grecia, Malta, Albania e San Marino), Francesco Billari (rettore dell’Università Bocconi), Andrea Prete (presidente Unioncamere) e Cristina Scocchia (amministratore delegato Illycaffè). A moderare il confronto è stato Samuele Rosa, economista senior del Fondo Monetario Internazionale e membro della Fondazione per la Sussidiarietà.
Ercoli (FMI): “Non è la fine della globalizzazione, è una sua evoluzione”
Aprendo il dibattito, Riccardo Ercoli ha voluto dissipare un equivoco diffuso: «Non stiamo assistendo alla fine della globalizzazione, ma a una sua evoluzione. La storia economica non cambia di paradigma dall’oggi al domani. Ciò che vediamo sono squilibri eccessivi nei flussi commerciali e finanziari che richiedono correttivi». Ercoli ha spiegato, con linguaggio chiaro ma rigoroso, il meccanismo degli squilibri: «Ogni Paese esporta e importa beni e servizi. Se il saldo tra esportazioni e importazioni genera un surplus o un deficit fisiologico, non c’è problema. Ma quando questi squilibri diventano eccessivi, mettono a rischio la stabilità. È quanto accade oggi: gli Stati Uniti accumulano disavanzi, la Cina surplus crescenti, l’Europa si trova in una posizione intermedia. Questo crea tensioni che alimentano protezionismi e spingono i governi a rivedere le proprie strategie». Un passaggio cruciale riguarda il ruolo del dollaro: «Il disavanzo americano mette in discussione la supremazia della valuta statunitense. Parallelamente, i surplus tecnologici asiatici inducono l’Europa a invocare una sovranità digitale e industriale. Non siamo di fronte a un collasso, ma a una ricalibratura dei rapporti». Quanto al compito del Fondo Monetario Internazionale, Ercoli ha ricordato: «Il FMI è nato nel 1944 per garantire stabilità e fiducia. Oggi più che mai è chiamato a vigilare sugli spillover, sugli effetti che le politiche economiche di un Paese hanno sugli altri. E può farlo solo in un’ottica multilaterale. Non dimentichiamo che, pur in un mondo diviso da conflitti, il board del FMI — 25 seggi che rappresentano 191 Paesi — continua a decidere quasi sempre all’unanimità. È un segnale che la cooperazione è possibile». Per l’Italia, ha aggiunto, le priorità sono chiare: «Denatalità, formazione del capitale umano, innovazione tecnologica e sostenibilità ambientale. Sono i pilastri che possono rendere il nostro Paese più resiliente in un contesto globale instabile».
Billari (Bocconi): “Il XXI secolo è il secolo dell’università”
Il rettore della Bocconi, Francesco Billari, ha posto al centro del suo intervento il tema della formazione: «Il XXI secolo sarà il secolo dell’università. Mai nella storia ci sono stati così tanti giovani: tra il 2027 e il 2030 avremo oltre due miliardi di under 20. È un’occasione unica che non possiamo sprecare». Ha però segnalato la contraddizione tra Nord e Sud del mondo: «Nei Paesi ricchi ci sono più morti che nati, mentre nel resto del pianeta le nascite superano i decessi di circa settanta milioni ogni anno. La globalizzazione non è solo economica: è demografica. Questo squilibrio inciderà su mercati, migrazioni, opportunità e genererà inevitabilmente tensioni». Billari ha insistito sul ruolo delle università come comunità: «Non basta trasferire competenze tecniche. Bisogna educare alle capacità sociali, all’empatia, al lavoro in gruppo. Non si studia più per una sola professione: si studia per imparare a imparare lungo 40 anni di vita lavorativa. La tecnologia, l’intelligenza artificiale, i dati sono imprescindibili, ma devono integrarsi con la formazione umanistica e con la capacità di fare comunità. Solo così possiamo preparare giovani capaci di affrontare i cambiamenti, senza lasciare indietro nessuno, nemmeno le generazioni più anziane che vivranno più a lungo. Ogi l’Italia è fra i cinque Paesi più longevi al mondo».
Prete (Unioncamere): “Le imprese italiane tra incertezza e capacità di adattamento”
Andrea Prete ha portato la prospettiva concreta delle imprese: «Se c’è una parola che definisce il tempo che viviamo è “incertezza”. I dazi, le tensioni geopolitiche, la volatilità delle valute sono montagne russe che mettono in difficoltà chi esporta e investe. Ma l’Italia ha sempre reagito meglio di altri. Siamo la quarta o quinta potenza mondiale per export e il nostro punto di forza è la diversificazione: settori diversi, prodotti diversi, mercati diversi». Ha spiegato l’effetto delle nuove tariffe americane: «L’Italia vende negli Stati Uniti circa il 12% del proprio export complessivo. Alcuni prodotti di eccellenza restano appetibili anche con tariffe elevate, ma il rischio è che diventino troppo costosi per il mercato americano. Non è però una catastrofe: significa che dobbiamo guardare ad altri mercati. L’accordo Mercosur, i rapporti con l’India e l’Estremo Oriente aprono prospettive enormi». Prete ha sottolineato come le imprese italiane abbiano dimostrato resilienza: «Una volta conosciute le regole del gioco, le aziende reagiscono meglio di chiunque altro. Il vero problema non sono i dazi in sé, ma l’incertezza che li circonda. Se sappiamo che il contesto sarà duro, le imprese si organizzeranno e troveranno soluzioni».
Scocchia (Illycaffè): “Un leader non può amministrare la paura”
Il contributo più esperienziale è arrivato da Cristina Scocchia, amministratore delegato di Illycaffè, che ha raccontato le sfide di un’azienda italiana fortemente internazionalizzata: «Viviamo una tempesta perfetta: il costo del caffè verde è quadruplicato rispetto alla media storica, i dazi negli Stati Uniti comprimono i margini e le condizioni geopolitiche sono estremamente volatili. Ma di fronte alle difficoltà un leader non deve amministrare la paura. Deve avere il coraggio di accelerare. È l’unico modo per superare la salita. Il 30% del nostro fatturato lo facciamo in Italia, il 20% negli Stati Uniti e negli Usa continueremo ad investire». Per Illycaffè, accelerare significa «investire in innovazione di prodotto e processo, rafforzare la capacità produttiva, espandersi sui mercati internazionali e consolidare la presenza in Europa, oggi porto sicuro in un contesto globale incerto». Scocchia ha insistito sulla dimensione etica dell’impresa: «Noi vogliamo distribuire valore lungo tutta la catena, dai Paesi produttori a quelli di sbocco, non ci preoccupiamo solo dei dividendi degli azionisti». Quanto alla leadership («meritocratica ed etica») deve avere un pensiero strategico, saper fare squadra, essere capace di ascoltare e di mediare. Ma soprattutto deve sapere integrare il valore economico con i valori etici e sociali che vengono prima del profitto. «Il profitto è giusto e necessario – ha riconosciuto la Scocchia – ma non può essere l’unico fine. Deve essere integrato con valori morali, sociali e ambientali. La leadership non è potere: è responsabilità. Per questo sogno un giuramento di Ippocrate anche per i manager, perché le loro decisioni incidono sulla vita delle persone. La carriera non è uno sprint, è una maratona: il traguardo non è arrivare primi, ma prendersi cura delle persone che camminano con noi e dei più fragili».
Globalizzazione da ripensare: efficienza ed equità insieme
Dal dibattito è emersa una visione chiara: la globalizzazione non è finita, ma deve essere ripensata. La fase storica che stiamo vivendo mette in discussione la sola logica dell’efficienza, chiedendo di integrare nuove dimensioni: l’equità sociale, la sostenibilità ambientale, la coesione tra generazioni e territori. Samuele Rosa, moderatore, ha riassunto così il senso dell’incontro: «Il multilateralismo entra in crisi quando diventa un’arena di interessi contrapposti. Rinasce quando diventa un luogo di fiducia, di regole condivise, di responsabilità comune. Non si tratta di scegliere tra globalizzazione e protezionismo, ma di costruire una globalizzazione diversa, più giusta e più umana».
L’Italia tra responsabilità e opportunità
Tutti i relatori hanno sottolineato come l’Italia possa giocare un ruolo di primo piano in questa fase di transizione: con il suo sistema imprenditoriale flessibile, la forza delle esportazioni, l’eccellenza delle università, la creatività culturale e la capacità diplomatica. Il valore aggiunto italiano, ha ricordato Ercoli, «è la disponibilità ad assumersi rischi per un obiettivo comune». Una caratteristica che, in un mondo incerto e frammentato, può fare la differenza.
Conclusione: costruire fiducia
Il Meeting di Rimini si conferma come luogo di dialogo e di speranza: «Un crocevia dove si incontra chi desidera il vero, il bello, il giusto e il bene». In un tempo segnato da guerre, crisi e incertezze, la discussione sulla globalizzazione non è solo un tema tecnico, ma una questione di fiducia e di responsabilità verso le nuove generazioni. Ripensare la globalizzazione significa non rinunciare a costruire ponti, regole condivise, spazi di cooperazione. Significa credere che, anche nelle tempeste, il futuro resta una possibilità da costruire insieme.







