Gugerotti, Martinelli e Dell’Asta: La Comunione è il nome della Fede

Redazione Web

Rimini, 24 agosto 2026.  Nel tempo dei conflitti, l’ecumenismo può ancora offrire un orizzonte capace di non lasciarsi schiacciare dalla politica, perché parte dall’incontro con persone e storie concrete. Al Meeting di Rimini, l’incontro “Una speranza nel tempo dei conflitti” ha ricordato i dieci anni dalla morte di padre Romano Scalfi, fondatore di Russia Cristiana. Dopo il saluto di Massimiliano Tubani, direttore di Aiuto alla Chiesa che Soffre Italia, sono intervenuti Adriano Dell’Asta, professore di Letteratura e Cultura russa all’Università Cattolica del Sacro Cuore; il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese orientali; monsignor Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia meridionale. Ha moderato Letizia Bardazzi, presidente dell’Associazione Italiana Centri Culturali. Bardazzi ha richiamato l’invito di Papa Leone XIV a riconoscere che la pace viene custodita da persone disposte a incontrarsi, ascoltarsi e diventare amiche, e le parole pronunciate da Scalfi al Meeting nel 1995: «Sulla bilancia della storia pesa più la presenza unificante di Cristo che tutto il male del mondo che tende a dividerci». Tubani ha aperto con la testimonianza dei ventuno cristiani uccisi undici anni fa sulla spiaggia di Sirte, venti copti ortodossi egiziani e un ghanese, ricordati dai Papi Francesco e Leone XIV attraverso l’espressione “ecumenismo del sangue”. La loro fedeltà mostra che la comunione dei martiri parla più forte delle ideologie e delle divisioni.

Tubani: una speranza stabile, non una parola placebo

Nel saluto introduttivo Tubani ha indicato diverse forme contemporanee di persecuzione: l’estremismo islamico, i regimi autoritari che violano sistematicamente la libertà religiosa e l’identificazione della nazione indiana con la cultura religiosa della maggioranza indù a danno delle minoranze. A queste ideologie la testimonianza dei martiri oppone l’argine ultimo, mentre una fede cristiana correttamente inculturata rappresenta il loro antidoto. Il Meeting diventa così un’occasione per approfondire il patrimonio cristiano, condividere il meglio delle organizzazioni e delle comunità e tessere legami tra persone. Il contributo richiesto non produce una speranza intesa come «una fuggevole emozione, una sorta di parola placebo», ma come «una stabile disposizione d’animo», fondata su un fondamento solido e duraturo. La prospettiva attraversa tutto il dialogo: la speranza non coincide con la previsione che la storia finirà rapidamente bene, né elimina la tragedia; si rende visibile in chi rimane fedele, prega, crea relazioni e continua a riconoscere la dignità dell’altro. L’ecumenismo non viene perciò affidato soltanto ai vertici ecclesiali o agli specialisti, ma alla responsabilità quotidiana di cristiani chiamati a custodire l’unità e ad aprire spazi di comunione proprio quando la guerra sembra rendere ogni tentativo inutile.

Gugerotti: il cristianesimo nasce plurale e l’Oriente è una sinfonia

Gugerotti ha ricordato anzitutto che «il cristianesimo nasce plurale». Le comunità sorte lungo le strade percorse dai discepoli hanno espresso la medesima fede attraverso forme differenti di preghiera, pensiero, canto, adorazione e vita. Alla luminosità bizantina della risurrezione e della trasfigurazione del cosmo si affiancano l’ascesi siriaca, la preghiera delle comunità egiziane per le acque del Nilo, le danze etiopiche ed eritree, il senso armeno della povertà umana redenta dalla misericordia, le tradizioni dell’India meridionale, del Medio Oriente e del mondo slavo. Questa varietà non è una deviazione dalla visione occidentale, ma creatività dello Spirito Santo: una sinfonia nella quale ogni Chiesa esprime aspetti del cristianesimo che possono arricchire tutte le altre. Le Chiese orientali cattoliche, unite a Roma e fedeli alle proprie tradizioni, sono spesso ignorate dall’Occidente e oggi condividono con le comunità ortodosse il rischio dell’estinzione e della fuga dalle terre d’origine. Guerre, bombardamenti, nazionalismi e violenze contrappongono perfino cattolici a cattolici e ortodossi a ortodossi. Eppure, soprattutto nelle piccole Chiese orientali, il bisogno ha favorito una fraternità nuova tra cattolici e ortodossi, uniti nello sforzo di sopravvivere. Nella consapevolezza della stessa origine, della stessa lingua e della stessa vita, il cardinale ha riconosciuto «una punta di speranza».

Dalle illusioni sull’Oriente alla conversione che ricompone la tunica di Cristo

La guerra obbliga anche a purificare l’ecumenismo. Per Gugerotti, la ricerca della sopravvivenza può liberare la Chiesa dal consumismo e dal facile irenismo che confonde pochi incontri o celebrazioni comuni con l’unità già realizzata. L’Occidente ha talvolta idealizzato l’Oriente, attribuendogli le qualità che avrebbe voluto possedere; il contatto con la realtà ha mostrato invece tragedie interne e fragilità non inferiori a quelle occidentali. Proprio questa disillusione può far riscoprire l’istanza fondamentale di essere una cosa sola e di ricomporre la tunica di Cristo lacerata da esclusivismi reciproci. «La speranza che unisce l’Oriente e l’Occidente, i cristiani, è proprio quella di una palingenesi», ha detto il cardinale, osservando al Meeting la possibilità di stare insieme nel nome di Cristo: «la comunione è il nome della fede». Tra le cause più profonde dei conflitti ha indicato ignoranza, autoisolamento, autoesaltazione, superficialità dei giudizi, uso propagandistico degli incontri e costruzione di luoghi comuni trasformati in armi. La pace può cominciare prima di trattati o risoluzioni politiche, dedicando tempo al silenzio, all’interiorità e alla scoperta della preghiera e della spiritualità altrui. Lo stupore libera dai dettagli marginali collocati al centro della vita e restituisce la capacità di riconoscersi creature, capaci di Dio anche tra le macerie.

Martinelli: nel Golfo la guerra ha generato preghiera, solidarietà e amicizia

Martinelli ha raccontato fatti vissuti dalle comunità cristiane dell’Arabia meridionale durante la guerra scoppiata nel Golfo il 28 febbraio. Il conflitto ha costretto scuole e catechismo a trasferirsi online, ha limitato gli assembramenti e ha colpito rapidamente lavoratori del turismo e pescatori impossibilitati a uscire in mare. Il vicariato ha invitato i fedeli alla preghiera del rosario, alla solidarietà con chi aveva perso il lavoro e al rispetto delle indicazioni civili, aumentando le celebrazioni per evitare chiese troppo affollate. Negli Emirati nove parrocchie servono oltre un milione di cattolici e nel vicariato 34 mila bambini frequentano il catechismo per la prima comunione e la cresima. Durante le restrizioni migliaia di fedeli hanno organizzato rosari online e più di mille ragazzi hanno dialogato con il vescovo su come amare i nemici, perdonare, credere nell’amore di Dio e guardare la guerra con fede. I capi delle diverse Chiese cristiane hanno promosso due momenti pubblici di preghiera per la pace e firmato un documento per la riconciliazione. Anche il dialogo interreligioso ha prodotto gesti concreti: negli Emirati, dove il novanta per cento della popolazione è migrante, cristiani e musulmani hanno condiviso momenti di convivenza e la rottura del digiuno durante il Ramadan. «Pregare per la pace o experimentar un’amicizia tra persone di fedi diverse è una grande speranza», ha affermato Martinelli.

Dell’Asta: una persona unita fa unità

Dell’Asta ha riportato al centro l’insegnamento di padre Scalfi: «È una persona unita che fa unità». L’ecumenismo non era per lui una tattica per avvicinare istituzioni distanti, ma fedeltà alla preghiera di Cristo e metodo per incontrare ogni uomo nella sua verità ultima. Missione ed ecumenismo non si oppongono: l’annuncio di Cristo è autentico se la salvezza riguarda tutti e promuove il superamento delle divisioni in una unità che custodisce la libertà delle parti. La loro relazione non è un equilibrio, ma una pienezza reciproca: «L’ecumenismo offre un’ampiezza sempre più grande alla missione, ma è la missione che offre un respiro sempre più ampio all’ecumenismo e ne fissa l’ideale adeguato». Il fondamento non è una sapienza inventata, ma la carità che riconosce una pienezza donata. Irenismo e proselitismo diventano così due espressioni della stessa sfiducia nella forza della verità: il primo riduce l’unità a compromesso, il secondo degrada la missione in imposizione. Il primo lavoro del credente è invece la conversione personale e la conoscenza delle ricchezze dell’altra tradizione. Respirare con i due polmoni dell’Oriente e dell’Occidente non serve a stabilire chi sia migliore, ma a riconoscere che nessuna esperienza ecclesiale esaurisce il mistero cristiano. L’ecumenismo non è per esperti: ricostruisce la pienezza della persona e la sua capacità di aprirsi agli altri.

Libertà, unità e diplomazia dell’umano: la speranza può vincere ancora

Consegnando ai giovani l’intuizione più urgente di Scalfi, Dell’Asta ha ricordato il proprio incontro con il sacerdote e l’esperienza dei detenuti di coscienza, persone senza possibilità apparente di vincere e tuttavia fedeli alle proprie convinzioni. Alla caduta del muro di Berlino, un responsabile della polizia politica della Germania orientale riconobbe: «Noi ci eravamo preparati a tutto, tranne che alle candele e alle preghiere». Se una liberazione è stata possibile, la storia della libertà può riaprirsi ancora: ogni giorno occorre cercare le ragioni delle proprie azioni, perché ciò che non viene nuovamente riconquistato può essere perduto, mentre nessuna sconfitta è definitiva per chi ne ricerca il significato. Martinelli ha mostrato la stessa possibilità nella vita delle comunità del Golfo: diversità di nazioni, lingue e riti costringe a conoscersi, rispettarsi e valorizzarsi; la Gulf Churches Fellowship rende possibile camminare insieme tra confessioni diverse; l’Abrahamic Family House non costruisce una super-religione, ma parte dall’umano condiviso e dal desiderio di Dio. Gugerotti ha infine definito la diplomazia pontificia una esperienza pastorale radicata nell’ascolto di bambini, giovani e anziani. Priva di merci, armi o confini da difendere, possiede una «flessibilità dell’umano» e una statura morale capace di dare voce a chi non ne ha. Qui l’ecumenismo diventa laboratorio di pace: non cancella le differenze, ma le trasforma in occasione di conoscenza, conversione e responsabilità comune.

Scarica