Rimini, 25 agosto 2026. Il perdono non è una prova di forza o una posa eroica, ma nasce quando una persona si scopre amata e guardata con misericordia e può rivolgere agli altri lo stesso sguardo. È la prospettiva emersa nell’incontro “Il perdono rende liberi”, che ha raccolto la testimonianza dei due protagonisti, legati a doppio filo da una simile esperienza di violenza subita e di perdono donato: Davide Simone Cavallo, ventiduenne e studente dell’Università Bocconi, e, partecipando con un contributo video, Chiara Mocchi, professoressa di Francese nelle scuole medie di Trescore Balneario. Ha introdotto e moderato Matteo Severgnini, responsabile di Gioventù Studentesca e rettore della Scuola Regina Mundi di Milano. Cavallo è stato aggredito a Milano la notte del 12 ottobre 2025 e ha riportato conseguenze che gli hanno tolto l’uso delle gambe; Mocchi è stata colpita la mattina del 25 marzo di quest’anno da un giovanissimo alunno. Severgnini ha definito i due testimoni “profeti” capaci di scorgere, tra le macerie, la possibilità della ricostruzione. Per entrambi il male non ha con-quistato tutto lo spazio e la ferita non si è trasformata in veleno. La professoressa ha descritto i messaggi e le preghiere ricevuti come «fili che mi hanno ricucito l’anima»: una compagnia concreta che ha sostenuto la sua vocazione di insegnante e la scelta di non lasciare l’ultima parola all’odio.
Il risveglio in ospedale e quel poco che nessuno poteva togliere
Cavallo ha ricostruito il proprio risveglio, cinque o sei giorni dopo l’aggressione, in una stanza d’ospedale scura, tra macchinari e persone di cui non riusciva a vedere il volto. Ricorda che domandava ripetutamente ai genitori quando sarebbe tornato a casa, quando sarebbe uscito da quelle mura di ospedale, fino a comprendere che avrebbe dovuto affrontare un lungo e lento percorso di riabilitazione. La famiglia e le visite contingentate degli amici erano i legami che gli facevano percepire di essere ancora presente, ancora vivo. Nei primi giorni, tuttavia, prevalevano odio, paura e rifiuto: non voleva che qualcuno si avvicinasse, non mangiava, non riusciva a dormire per il timore di non svegliarsi più e si sentiva travolto dal dolore. La svolta è arrivata quando il corpo non poteva più sostenere quella chiusura. «Improvvisamente», ha raccontato, «mi resi conto che non avevo perso tutto». Ciò che rimaneva del corpo, della psiche e dell’anima poteva apparire pochissimo, ma ancora gli apparteneva e coincideva con il suo essere. Da qui è nata la consapevolezza di non essere degno di qualcosa di più che abbandonarsi in quel letto, raccontando le ore trascorse a piangere e a dire grazie, dopo aver compreso quanto fosse decisivo il semplice fatto di esserci. La fragilità non veniva negata: si sentiva sporco, alieno, storto e rotto. Eppure proprio in quella condizione ha potuto affermare: «Ma non mi sono mai amato tanto quanto allora». La scoperta non cancellava la perdita, ma impediva che la perdita coincidesse con tutto il suo essere.
Sei mesi per piegare le ginocchia e imparare a stare nel limite
La riabilitazione ha reso concreto quel primo sì alla vita. Cavallo ha spiegato che gli sono occorsi sei mesi per tornare a piegare le ginocchia e che ha dovuto reimparare movimenti e sensazioni. In ospedale, il minimo movimento di un alluce diventava il segno sufficiente per fissare la parete e ripetersi: «Io mi rimetterò in piedi». La stanza, vissuta inizialmente come una prigione, ha finito per aiutarlo a tenere ferme le cose importanti. Accettare la disabilità non ha significato negare che fosse una limitazione, ma possibilità di iniziare a stare nella realtà ricevuta, perché solo da lì è possibile agire. Anche gli eventi terribili, ha precisato, non rendono automaticamente migliori e non vanno idealizzati; contengono però la possibilità di imparare. Il percorso neurologico gli ha permesso di recuperare il calore, la pressione e il dolore in parti del corpo desensibilizzate.
Questa esperienza fisica è diventata anche un giudizio sulla tendenza a chiudersi dentro di sé fino a non poter più essere raggiunti: rimanere presenti a ciò che accade permette di ritrovare contatto con il mondo e di trasformare la ferita in un punto da cui ricominciare.
Perdonare perché è bello, non per ottenere un tornaconto
Il cuore della testimonianza è stato espresso nella formula «l’amore muove, il perdono rende liberi». Per Ca-vallo, quando si perdona si acquista la libertà di muoversi e quando si ama si trova il motore del movimento. Non è però un meccanismo utilitaristico: non si cerca il perdono per guadagnare libertà come ricompensa, ma si perdona gratuitamente, perché si riconosce la bellezza di quel gesto. Orgoglio, senso di ingiustizia ed ego possono inserirsi tra il desiderio più profondo e la scelta concreta, alimentando la domanda e lo struggimento sul perché proprio a sé sia toccata una determinata sofferenza. Il ragazzo non ha nascosto la legittimità di quella domanda, ma ha raccontato di aver visto, nella trasparenza radicale prodotta dall’ospedale, che il rancore sarebbe stato soltanto una macchia nera e un veleno aggiunto a una realtà che non ne aveva bisogno. Un consiglio ricevuto da una donna di nome Beata – «Pensa alle cose che vuoi fare, non scordartelo mai» – lo ha richiamato alle ragioni per vivere e all’amore incrollabile per la famiglia e gli amici. Nella lettera pubblicata dal Corriere, riletta in alcuni punti da Severgnini, Cavallo ha riconosciuto la rabbia e la frustrazione di chi vive in un mondo troppo grande e fatica a capire e a essere capito. Ha anche scritto: «Non odio: dovrei farlo ma non mi riesce. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quel che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili o almeno mi piace pensarlo. Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse sei in grado anche di perdonare». Mettersi nei panni dell’altro non assolve il gesto né cancella la giustizia; apre piuttosto uno spazio nel quale il male non determina per sempre il modo di vivere di chi lo ha subito.
Lo sguardo che riconosce e la giustizia che ricuce
Alla domanda sulle relazioni che lo hanno aiutato a rendere stabile questa posizione, il ragazzo ha ricordato l’avvocato Gianluca Maris, che lo ha accompagnato fino a pochi giorni prima del processo. Quando il giovane gli parlò del proprio desiderio di perdonare e della distanza dalla rabbia presente in altre persone a lui vicine, Maris non ridusse quella scelta a ingenuità. Gli disse: «Io ti vedo in quello che stai facendo, lo capisco. Esiste questa possibilità, la giustizia riparativa, e a prescindere da questo, un dialogo è quel modo in cui si ricuce dentro di te la ferita, e la ferita nel tessuto sociale». Per Cavallo, essere riconosciuto da un professionista con una lunga esperienza ha significato ricevere una legittimazione decisiva: non l’indicazione di una strada im-posta, ma la disponibilità ad accompagnarlo in quella che aveva scelto. Il semplice «ti vedo in questo» ha reso meno gravoso il passaggio dalla sofferenza accettata all’azione. La stessa funzione è stata svolta dalle risposte di persone che, conoscendo la sua storia, gli hanno raccontato di aver trovato in lui un aiuto per riprendersi, anche fisicamente. Cavallo ha invitato a non considerare questi incontri come eccezioni destinate a scomparire: ciò che una persona buona consegna continua ad agire anche quando non è più accanto. Da qui il richiamo a fidarsi della parte più profonda di sé e a riconoscere che nessun percorso è esclusivamente individuale. Fami-glia, amici, professionisti e sconosciuti formano una trama nella quale ogni gesto può produrre effetti non prevedibili. Il dialogo riparativo assume così una dimensione personale e insieme pubblica: ricuce chi ha subito la ferita e contribuisce a ricomporre il tessuto sociale lacerato dalla violenza.
Perdonare se stessi per non restare prigionieri della sofferenza
Nella parte conclusiva Cavallo ha spostato l’attenzione sul rapporto con se stessi. Ha rintracciato l’origine della libertà nel perdonare nella capacità di guardare la propria sofferenza, lasciarle spazio e perdonarsi per il limite, l’errore, la paura e il non capire. «non provare a perdonare gli altri se prima non sai perdonare te stesso», ha ammonito. Chi non si perdona può non riuscire a chiedere scusa e può sentirsi ancora attaccato anche quando gli altri gli offrono il perdono, privandosi dell’esperienza di essere amato nonostante l’errore. Accettazione e libertà compongono per lui una sequenza concreta: «Prima mi accetto, poi imparo a starci dentro, poi mi perdono, e lì sono libero di fare tutto». Solo allora l’amore può diventare il motore che fa crescere, mette radici, rami, fiori e frutti. Ha poi chiesto al pubblico di non chiudersi in stanze interiori per paura di perdere qualcosa, ma di aprire porte e finestre alla realtà: «guardate la mia sofferenza, guardate la vostra, guardate la sofferenza delle persone che non volete guardare, perché è lì che il mondo cambia». Non si tratta di coltivare il dolore né di attribuirgli un valore in sé, ma di non distogliere lo sguardo da ciò che fa male e domanda aiuto. La propria mutilazione, fisica o interiore, può restare una ferita aperta oppure diventare terreno fertile: la differenza nasce dalla disponibilità a stare nel presente, a riconoscersi e a lasciarsi raggiungere. Per questo la guarigione narrata non coincide soltanto con il recupero di una funzione corporea; è un cammino nel quale vulnerabilità, relazioni e responsabilità restituiscono alla persona la possibilità di scegliere e di agire.
La ferita non diventi un muro, ma un ponte
Le storie di Cavallo e Mocchi si sono incontrate nella decisione di non permettere alla violenza subita di definire interamente il futuro. La docente ha affidato al suo messaggio parole nette: «Sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore… questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte». Nel suo caso, la cura ricevuta attraverso la vicinanza, i messaggi e le preghiere ha sostenuto la gratitudine e la fedeltà al compito educativo; nel caso di Cavallo, il sostegno di famiglia, amici e sanitari ha reso possibile affrontare la riabilitazione e dare forma pubblica alla scelta del perdono. Nessuno dei due percorsi rimuove la gravità dell’aggressione, le conseguenze del male o la necessità della giustizia. Mostrano, piuttosto, che la vittima non è condannata a restare imprigionata nella reazione al gesto subito. Severgnini ha riassunto il significato dell’incontro ricordando che il perdono nasce da un cuore che si scopre amato e guardato con misericordia: un dono ricevuto che cambia lo sguardo sulla realtà e sugli altri. Al termine, ha riconosciuto nella testimonianza resa in sala la visibilità di quell’amore che “move il sole e l’altre stelle” e che, come aveva detto Cavallo, fa crescere. Il perdono non è dunque oblio, minimizzazione o rinuncia alla verità. È la possibilità di attraversare la ferita senza consegnare al male la propria libertà, lasciando che le relazioni ricuciano ciò che è stato lacerato e trasformino un muro in un ponte verso gli altri. Da due drammi personali emerge così una provocazione rivolta a tutti: guardare la sofferenza, propria e altrui, riconoscere la vita che rimane e permettere all’amore di rimetterla in movimento.







