Rimini, 25 agosto 2025 – La malattia ricorda all’uomo i suoi limiti e la sua fragilità. È un’esperienza che, più di ogni altra, mette a nudo il bisogno di senso e di salvezza, non riducibile alla sola guarigione biologica. Questo il filo rosso che ha guidato l’incontro “Carità e gratuità: costruire oggi nei luoghi di cura”, organizzato in collaborazione con Medicina e Persona, al Meeting per l’amicizia fra i popoli di Rimini. Moderato dal presidente di Medicina e Persona Giorgio Bordin, l’incontro ha visto gli interventi di Paolo Gardino, docente di scuola superiore e studioso dei santi sociali dell’Ottocento, del medico chirurgo Giovanni Cesana e di Debora Donati, fondatrice dell’associazione “Insieme a te”, nata dall’esperienza familiare segnata dalla SLA. «La malattia, ha ricordato Bordin in apertura, svela che non siamo autonomi, come oggi spesso ci raccontiamo. Se lo fossimo, non esisterebbero né dolore né morte. Dietro la domanda di salute, il malato chiede sempre, anche inconsapevolmente, un compimento più grande della guarigione: chiede salvezza. La tecnologia ha reso la medicina potentissima, ma non ha colmato questo bisogno». In un contesto sanitario segnato da complessità organizzativa, pressioni economiche e logiche burocratiche, parlare di gratuità può sembrare fuori tempo. «Ma la gratuità, ha aggiunto Bordin, non è lavorare gratis o farsi sfruttare. È la dimensione del prendersi cura come risposta alla propria gratitudine per un dono ricevuto. È la radice stessa dell’atto medico e infermieristico».
La lezione di Cottolengo: servire i poveri come “padronissimi”
Paolo Gardino ha riportato il pubblico nell’Ottocento torinese, dove la figura di San Giuseppe Benedetto Cottolengo rappresenta un modello di carità operosa capace di costruire istituzioni durevoli. La Torino del tempo era una città in trasformazione, con migliaia di contadini che affluivano nelle periferie in cerca di lavoro e si trovavano invece travolti da miseria, epidemie e sfruttamento. «Nel 1842, ha ricordato Gardino, su 160.000 abitanti si contavano 10.000 mendicanti e 2.000 prostitute. Era un deserto sociale». Cottolengo, prete quarantenne inquieto, trovò la sua strada davanti al dramma di una donna morente rifiutata dagli ospedali cittadini. «Quel giorno comprese – ha raccontato Gardino – che tutta la sua vita sarebbe stata dedicata agli abbandonati. Lì nacque un’opera che non aveva nulla della filantropia paternalista dell’epoca. Non si trattava di isolare i poveri, ma di accoglierli come famiglia». Nel 1832 aprì la Piccola Casa della Divina Provvidenza, che già nel primo anno ospitava centinaia di malati, orfani e adolescenti senza risorse. «Il povero è Gesù stesso, ripeteva Cottolengo. Non è una sua immagine, è Lui». Per questo organizzava i reparti come famiglie, in cui assistenti e assistiti vivevano insieme, condividendo responsabilità e quotidianità. Straordinaria anche la modernità delle intuizioni: dal primo corso per infermiere in Italia, frequentato dalle sue suore, alla battaglia per permettere ai malati l’accesso alle terme nonostante le resistenze delle autorità. Nel bilancio della Piccola Casa erano persino previste spese per tabacco e cioccolatini, perché anche il sollievo e la gioia quotidiana facevano parte della cura. «Il metodo di Cottolengo, ha sottolineato Gardino, non era un piano teorico, ma la capacità di lasciarsi ferire dal bisogno incontrato e rispondere con creatività, confidando nella Provvidenza. Una logica che ha affascinato credenti e non credenti, da Carlo Alberto a Cavour». Oggi la Piccola Casa continua la sua missione con decine di strutture in Italia e nel mondo. «Il messaggio è attuale: la carità non è accessoria, ma fondamento di ogni cura. È ciò che permette di guardare al malato come persona intera, con corpo e anima, bisogni concreti e destino eterno».
Cesana: “La gratuità non è un’ora in più, ma un giudizio di speranza”
La parola è passata al dottor Giovanni Cesana, chirurgo in un ospedale del Bergamasco. La sua testimonianza ha fatto emergere le difficoltà quotidiane di chi lavora in sanità oggi: «Durante la pandemia abbiamo visto generosità commoventi, ma a distanza di pochi anni molti colleghi vivono solo fatica e disillusione. Si parla di burnout, e tanti hanno cambiato professione. Questo è il segno di una sanità ferita». In un’assemblea di medici, ha ricordato, si discuteva di come reagire. «Alla proposta di “dare un’ora in più” molti si ribellarono: nessuno voleva offrire tempo a una struttura percepita come ingiusta. Allora mio padre, Giancarlo Cesana, disse: la gratuità non è lavorare un’ora in più, ma è uno sguardo di speranza che permette di costruire, di assumersi responsabilità senza pretendere subito un tornaconto». Cesana ha raccontato due episodi. Il primo riguarda un intervento chirurgico disperato: «Una paziente aveva l’intestino necrotico. In casi così di solito si chiude senza proseguire, perché le possibilità di sopravvivenza sono minime. Io stavo per arrendermi, ma con l’anestesista ci siamo detti: che diritto abbiamo di decidere se deve morire? Abbiamo provato. La paziente è sopravvissuta, ed è tornata mesi dopo a ringraziarci di averle dato la possibilità di vedere crescere le figlie. Quel gesto non nasceva da eroismo, ma dal fatto che eravamo insieme, educati a guardare la realtà con speranza». Il secondo episodio riguarda un paziente scontroso, accudito da una moglie altrettanto dura: «Di fianco a lui c’era un malato terminale senza familiari. Quando stava morendo, la donna burbera si sedette al suo fianco a tenergli la mano: “Mio marito mi ha detto che non si può lasciare morire una persona da sola”. Quel gesto vale più di mille protocolli. È il frutto di uno sguardo diverso che nasce dentro una comunità». «La gratuità, ha concluso Cesana, non è eroismo individuale. È il dono di una compagnia che educa a guardare il lavoro come possibilità di costruire, nonostante la fatica. È la prima pietra di un’umanità nuova anche dentro l’ospedale».
Donati: “Una vacanza al mare per chi non può”
Debora Donati ha portato sul palco una storia di dolore trasformata in speranza. Nel 2013 il marito Dario, colpito da SLA, si trovò in breve tempo totalmente paralizzato. «Avevamo tre bambine piccole. La vita era stravolta, ma Dario non ha mai perso il desiderio di vivere. Diceva sempre: quello che ci manca è la normalità, anche le cose banali come il lavoro o una vacanza». Nel 2017, dopo un viaggio avventuroso in Puglia per trovare una spiaggia accessibile, nacque l’idea: aprire in Romagna un lido attrezzato per persone con disabilità gravissime. «Così è nata l’associazione Insieme a te, ha spiegato Donati. Oggi gestiamo a Ravenna la spiaggia più accessibile d’Italia, con stabilimenti e appartamenti pensati per malati di SLA, oncologici, tetraplegici e per le loro famiglie». Dal 2018 ad oggi quasi 2.000 famiglie hanno vissuto l’esperienza. «Abbiamo ospiti che vengono da tutta Italia e persino dall’estero. Quest’anno un signore con SLA è arrivato dalla Germania. Per loro significa vivere momenti di normalità: un bagno in mare, un pranzo con gli amici, un sorriso condiviso». La forza del progetto sono i volontari: «Quasi 3.000 giovani tra scout, studenti, gruppi parrocchiali hanno donato tempo ed energie. Ragazzi dai 16 ai 25 anni che imparano a stare accanto alla sofferenza. All’inizio possono avere paura, ma poi scoprono che il contatto con la fragilità li rende più umani. Questo è un patrimonio educativo enorme». Il riconoscimento è arrivato anche a livello internazionale: nel 2024 “Insieme a te” è stata presentata all’ONU nella conferenza mondiale sui diritti delle persone con disabilità. «Il ministro giapponese che ci ha visitato, ha raccontato Donati, si è stupito non tanto delle strutture, ma del numero di giovani impegnati. Ha capito che la vera forza è sociale: una comunità che si mette in gioco gratuitamente». «Dario non ha visto realizzata la spiaggia, perché è mancato poco prima dell’apertura, ha concluso Donati. Ma è presente in ogni famiglia che accogliamo. “Insieme a te” non è solo un’opera sociale: è un gesto di gratuità che restituisce dignità e speranza a chi soffre e a chi serve».
Conclusione: costruire nel deserto
L’incontro si è chiuso con le parole di Bordin, che hanno raccolto i fili delle tre testimonianze: «Dal Cottolengo all’esperienza di un medico in ospedale, fino a una donna che ha trasformato il dolore in opera, emerge la stessa dinamica: la gratuità non è accessoria, ma costitutiva. È ciò che permette di costruire anche nel deserto». La carità, lungi dall’essere un sentimento privato, si rivela forza sociale e culturale. «Un solo gesto gratuito, è stato ricordato, può ridestare un’umanità nuova. È così che si costruiscono i “mattoni nuovi” evocati dal titolo del Meeting: non idee astratte, ma persone che condividono il bisogno e si mettono insieme per camminare verso il destino».







