Rimini, 27 agosto 2025 – All’Arena Cdo C1 del Meeting di Rimini si è svolto l’incontro “Calcio seduto. Tu sei un pezzo di paradiso”, promosso dall’associazione Calcio Seduto – A.S.D. FatimaTraccia. Protagonisti della tavola rotonda sono stati Alberto Capetti, docente presso l’Istituto Maria Consolatrice di Milano, Pietro Sempio, studente di Lettere Moderne all’Università degli Studi di Milano, e Aly Shankarè, neolaureato in Scienze Bancarie all’Università Cattolica del Sacro Cuore. A introdurre l’esperienza è stato Samuele, papà di Martino, un bambino autistico che ha partecipato agli allenamenti della squadra.
L’incontro ha rappresentato un esempio concreto di come lo sport, vissuto con gratuità e creatività, possa diventare occasione di inclusione, di educazione reciproca e di scoperta di una bellezza che supera ogni limite fisico o cognitivo.
Samuele ha raccontato il suo primo approccio con il calcio seduto, partendo dall’esperienza personale: «Mio figlio Martino, che ha nove anni ed è autistico, non ha mai accettato di sedersi per giocare. Dal punto di vista sportivo, quindi, potrei dire che è stato un disastro. Ma in realtà ho trovato molto di più: ho conosciuto questi ragazzi universitari che danno tempo gratuitamente e mi sono accorto che quello che accade a uno è utile a tutti».
Ha definito questa dinamica come una “cascata di sì”: «Il sì di Amedeo e Maria nell’adottare Gianni; quello di Alberto, che ha preso sul serio la passione del fratello per il calcio; quello degli amici che hanno accettato di seguirlo; e infine le famiglie che hanno deciso di fidarsi. Nessuno aveva previsto le conseguenze di quel gesto, eppure il loro sì è diventato generativo per tutti».
Il genitore ha sottolineato come lo sguardo con cui gli allenatori guardano i bambini sia per lui un insegnamento: «Ho visto attenzione, creatività e serietà. Preparano ogni allenamento con cura, anche quando i ragazzi sono vivaci e bisogna cambiare programma. Guardando loro imparo anch’io a guardare Martino come un tesoro, non come un problema. Questo modo si può apprendere: io stesso mi sento educato da ragazzi molto più giovani di me».
Samuele ha riportato un episodio significativo: «Ho detto una volta che il calcio seduto dovrebbe essere esteso ai fratelli dei nostri figli. Uno degli allenatori ha risposto: “Tutti noi avremmo bisogno del calcio seduto”. È vero: abbiamo bisogno di essere guardati non solo per quello che sappiamo fare o per i nostri limiti, ma per il tesoro che siamo. Per questo è un’esperienza utile e bella per tutti».
Un video proiettato in sala ha mostrato alcuni momenti della squadra, con la voce dei ragazzi che si allenano e degli allenatori che li accompagnano.
Alberto Capetti ha raccontato l’inizio del progetto: «È nato dal desiderio di permettere a mio fratello Jonel di giocare a calcio. Dopo un anno di attività nell’accademia di Bebevio, che aveva un limite temporale, non trovavamo altre realtà. Io già allenavo una squadra del quartiere, il Fatima, dove ogni partita era una festa. Ho pensato che anche mio fratello dovesse vivere la stessa cosa».
Così, nell’estate, hanno volantinato e fatto passaparola. «Al primo allenamento eravamo in quattro: due allenatori e due bambini. Ne sono arrivati tre inaspettati, e uno portava una merenda da condividere. Quel gesto è diventato tradizione: da allora, ogni allenamento termina con la merenda insieme. È il segno che fin dall’inizio questa esperienza è stata segnata dalla gratuità e dalla festa».
Aly Shankarè ha ricordato i suoi primi passi: «All’inizio avevo timore, pensavo di non c’entrare nulla con quei bambini. Ma presto ho capito che l’amicizia con i compagni di squadra e con gli allenatori diventava sempre più autentica. Il calcio non era solo gioco, ma occasione di bellezza, di aiuto reciproco, di scoperta di una gioia semplice».
Pietro Sempio ha conosciuto il calcio seduto grazie a una festa dell’associazione La Mongolfiera: «All’inizio mi sono offerto per aiutare nella parte organizzativa. Poi ho partecipato a un allenamento e sono rimasto colpito dalla gioia che c’era. Ogni occasione diventava festa. Non ho più smesso di andare».
Per lui l’esperienza è stata educativa: «Non era solo una questione di sport. Era una scuola di vita: imparavo ogni volta dai bambini. Mi colpisce come la gioia non derivasse dai risultati, ma dalla compagnia e dalla gratuità. Persino quando la partita non andava bene, i ragazzi erano felici di aver giocato».
Alberto ha raccontato un episodio accaduto durante un ritiro ad Assisi: «Abbiamo visitato la chiesa dove è custodita la salma del beato Carlo Acutis. Jonel, vedendo la bellezza del luogo, ha esclamato: “Se il paradiso è così bello, uccidimi adesso!”. Poi Don Ignazio gli ha detto: “Conoscere te è come conoscere un pezzo di paradiso”. Questa frase è rimasta per noi come un faro: ognuno desidera essere guardato così, come un pezzo di paradiso».
Aly ha aggiunto: «Dopo quell’esperienza mi sono accorto che ogni giorno, pur senza euforia, ero felice. È come vivere già un pezzetto di paradiso: non perché tutto è facile, ma perché c’è un’amicizia che rende ogni cosa luminosa».
I ragazzi hanno sottolineato come siano proprio i bambini a educare gli adulti. Pietro ha raccontato una partita con i ragazzi di Kairos: «All’inizio erano chiusi e poco interessati. Ma i nostri bambini li hanno accolti, scherzato, giocato. In pochi minuti si è creata una familiarità inaspettata. Alla fine Il calcio seduto, iniziato quasi per caso, oggi è al terzo anno di attività. Si allena ogni venerdì pomeriggio nella palestra del quartiere Vigentino a Milano, all’interno della società FatimaTraccia.
Ha attirato l’attenzione di realtà importanti come Fondazione Milan, che ha proposto una collaborazione, e delle istituzioni regionali, colpite dall’abbondanza di volontari disponibili. Capetti ha concluso: «Ciò che mi sorprende è la semplicità con cui tutto è cresciuto. Non abbiamo seguito un progetto calcolato: è successo. Ogni allenamento è occasione di imparare, di scoprire che la vita diventa festa quando è condivisa. Questo educa noi adulti prima ancora che i bambini».
Il moderatore ha ripreso tre elementi emersi: «La realtà sorprende sempre, come al primo allenamento con i bambini inattesi e la merenda condivisa. Ognuno desidera essere felice, e i bambini ce lo ricordano. Infine, i frutti che nascono non sono programmati ma gratuiti: una rete di amicizie, famiglie, istituzioni che si mettono in moto davanti a un’esperienza di bellezza». Il pubblico ha risposto con un lungo applauso, riconoscendo nel calcio seduto un segno di speranza, capace di mostrare che ogni persona è davvero un pezzo di paradiso.







