Braccati dal mistero del “deserto” di Buzzati

Redazione Web

Rimini, 25 agosto 2025 – «E che tutti vivono così, come se da un’ora all’altra dovesse arrivare qualcuno. Non l’assalto di un nemico, ma qualcuno, sconosciuto. Non si può dire chi». Con queste parole tratte dal romanzo Barnabo delle Montagne si è aperto l’incontro “Braccati dal mistero nel ‘Deserto’ di Buzzati”, ospitato alla Sala Neri Generali Cattolica del Meeting di Rimini, in diretta sui canali del Corriere della Sera e di Teleradiopace, in collaborazione con la Fondazione Dino Buzzati. A introdurre e moderare il dialogo è stato il giornalista Piero Vietti (Tempi), con la partecipazione di Lorenzo Viganò (Corriere della Sera), presidente della Fondazione Buzzati, e di Paolo Valerio, direttore del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, autore di importanti trasposizioni teatrali delle opere buzzatiane.

Il tempo e l’attesa: il cuore della poetica

Buzzati, giornalista, pittore, narratore e poeta, ha attraversato tutta la sua produzione con temi ricorrenti: il tempo che fugge, le occasioni mancate, la morte come destino, ma soprattutto il mistero e l’attesa che abitano la vita umana. «I grandi scrittori dicono una sola cosa per tutta la vita, e Buzzati lo ha fatto con la pazienza del cronista e la tenacia dello scalatore», ha sottolineato Vietti. A incarnare questi elementi è soprattutto Il deserto dei Tartari, romanzo che lo ha reso noto in Italia e all’estero. Paolo Valerio ha letto l’incipit del libro, facendo risuonare in sala l’attimo in cui Giovanni Drogo parte per la fortezza Bastiani: «Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita… ma in fondo si accorse Giovanni Drogo, il tempo migliore, la prima giovinezza era probabilmente finito».

Dal Corriere della Sera alla Fortezza Bastiani

Lorenzo Viganò ha ricostruito la genesi del romanzo: «L’idea del Deserto dei Tartari nasce nelle notti al Corriere della Sera, quando Buzzati attendeva la grande notizia che non arrivava mai. Trasfigurò il giornale nella Fortezza Bastiani e se stesso in Giovanni Drogo». Secondo Viganò, il libro è al tempo stesso un romanzo autobiografico e universale: «Buzzati ha detto che, a essere onesto, avrebbe dovuto scriverlo per tutta la vita e concluderlo alla vigilia della morte. È un romanzo della vita, che mostra come spesso attendiamo la nostra grande occasione senza accorgerci che il tempo corre inesorabile».

Il mistero ovunque

Al centro della poetica buzzatiana c’è la percezione costante di un mistero che incombe. «Buzzati viveva con il continuo presentimento di qualcosa di terribile in arrivo – ha ricordato Vietti –. Nei suoi racconti il mistero è ovunque: nella goccia che inspiegabilmente sale le scale, nella porta che si chiude con un rumore diverso, nell’ospite sconosciuto che viene a cercarci». Letture tratte da In quel preciso momento hanno dato voce a questa tensione: «Almeno una volta sarà capitato… tornate a casa e vi dicono che c’è stata una persona a cercarvi. Non ha detto chi era né perché. E all’improvviso vi accorgete che poteva essere l’occasione che avete sempre sognato, ma voi non eravate in casa».

Amore, morte e poesia disegnata

Buzzati ha esplorato il mistero anche attraverso forme insolite, come il Poema a fumetti, rivisitazione del mito di Orfeo ed Euridice in chiave pop art. «Lì – ha spiegato Viganò – la morte non è solo fine, ma anche chiave che dà senso alla vita. Buzzati la chiamava “la cara morte”, un dono che rende preziosa la nostra esistenza». Il tema ritorna ne Un amore, romanzo che scandaglia la passione ossessiva di un architetto maturo per una giovane donna: «Tutto ciò che ci affascina nel mondo – scrive Buzzati – non è altro che un presentimento d’amore». In queste pagine, l’attesa e il tormento si intrecciano con la scoperta tardiva dell’amore, fino a incontrare nuovamente la morte, presenza ineludibile nella sua opera.

Il reggimento che parte all’alba

Negli ultimi anni di vita, colpito da malattia, Buzzati affronta il tema della fine con una lucidità nuova. Ne “Il reggimento parte all’alba”, scritto poco prima della morte, rappresenta la vita come un’attesa della chiamata finale: «Il reggimento non prevede disertori», scrive. Ma a prevalere non è la disperazione, bensì la serenità di chi trova il coraggio di affrontare l’ultima partenza. Valerio ha letto brani conclusivi del “Deserto dei Tartari”, in cui Giovanni Drogo sorride nel buio accogliendo la morte «con piede fermo, come una parata». Un finale che mostra come, nella poetica buzzatiana, la consapevolezza del limite possa diventare occasione di dignità e riscatto.

Buzzati oggi: attesa di qualcuno che c’è

«L’attesa di Buzzati non è fine a se stessa, ha concluso Vietti. Non è estetica, ma attesa di qualcuno che c’è: uno sconosciuto, un amore, un mistero che ci attende dietro le cose». L’incontro si è chiuso con un invito: leggere e rileggere Dino Buzzati non come autore minore, ma come voce capace di mettere a nudo la condizione universale dell’uomo, «un’attesa misteriosa e grande» che continua a interrogarci nel deserto della vita.

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