Aresu e Orsina: Dobbiamo reimparare ad avere a che fare con i Conflitti

Redazione Web

Rimini, 24 agosto 2026. Un mondo in cui il vecchio ordine si è sgretolato e quello nuovo non ha ancora trovato forma; una politica compressa tra forza, tecnologia, interessi economici e domande di senso. Sono stati questi i temi dell’incontro “Mondo furioso”, svoltosi al Meeting di Rimini con Alessandro Aresu, consulente ed esperto di politiche pubbliche, autore di “La Cina ha vinto e Giovanni Orsina, professore di Storia contemporanea e direttore del Dipartimento di Scienze politiche della Luiss Guido Carli, autore di “Controrivoluzione. Una storia politica del nostro tempo”. Ha moderato Nicola Imberti, vicedirettore di Domani. Il dialogo ha preso le mosse dalle parole rivolte da Papa Leone XIV ai giovani durante la visita al Meeting e dalla capacità della Chiesa di intercettare domande che politica e istituzioni stentano a riconoscere. Sullo sfondo, la crisi del multilateralismo e del diritto internazionale, il ritorno della forza, l’indebolimento delle classi dirigenti occidentali e la trasformazione dell’intelligenza artificiale in un terreno di competizione industriale e geopolitica. Aresu e Orsina hanno proposto prospettive differenti, ma convergenti su un punto: per comprendere il presente non bastano le categorie della notizia quotidiana o le risposte automatiche del passato, bensì conoscenza della realtà, capacità di mediazione e luoghi in cui ricostruire un rapporto tra libertà, comunità, morale e decisione politica.

Orsina: la fine del ciclo individualista apre una domanda di ricostruzione

Per Orsina è finito un ciclo storico, accelerato dagli anni Sessanta e consolidato dopo il 1989, rappresentato da un mondo globalizzato e universalista in cui ciascun individuo potesse ricostruire liberamente identità e fede, relativizzando appartenenze ed istituzioni intermedie. Oggi però la radicale libertà del singolo non regge. Il populismo è una ribellione contro il suo fallimento, in quanto denuncia la crisi delle istituzioni internazionali, del multilateralismo e del diritto, ma assume spesso forza prevalentemente distruttiva. Donald Trump ne è l’espressione più evidente. Quando il vecchio mondo non funziona più e la protesta non riesce a costruire un’alternativa, sorge la domanda di chi possa offrire una parola di speranza e contribuire a immaginare un nuovo ordine. In questo spazio si colloca la voce di Leone XIV, «una voce antica, che però è in grado di parlare chiaramente all’uomo contemporaneo». La Chiesa torna a essere ascoltata non solo per il vuoto lasciato da altre autorità, ma perché conserva un linguaggio ed una tradizione che attraversano la crisi della secolarizzazione. Secondo Orsina, questa presenza non è una risposta compiuta, bensì un inizio in una fase complessa di disorientamento e mancanza di proposte costruttive.

Aresu: nel mondo armato tutto può diventare un’arma

Aresu ha osservato che l’ambiente informativo commenta ogni giorno una presunta svolta epocale ed aggiornare continuamente i giudizi. La Chiesa, al contrario, guarda le novità da fondamenti che non cambiano ogni settimana, offrendo così un’ancora alla ricerca di senso, particolarmente forte nelle generazioni più giovani. Questa ricerca attraversa anche le imprese tecnologiche, che competono per attrarre ricercatori non solo con il denaro, ma promettendo la partecipazione ad una missione più importante. Il quadro globale è però quello di un «mondo armato». Nel capitalismo politico descritto da Aresu, la sicurezza nazionale ridefinisce continuamente il confine tra economia e politica, per cui monete, reti, cavi sottomarini, stretti geografici, filiere produttive ed infrastrutture sono utilizzati contro altri soggetti. «Tutto è un’arma, non solo le armi che sparano», ha affermato. A questa interdipendenza armata segue la corsa permanente agli armamenti che finisce per comprimere il resto della politica. La proposta del Papa indica una direzione opposta: disarmare non solo gli oggetti, ma la mentalità con cui si guarda al mondo. Il compito non ignora conflitti ed asimmetrie, ma cerca di spezzare la logica per cui ogni relazione diventa possibile strumento di pressione o attacco.

Conoscere la tecnologia per poter decidere

Per Aresu, trasformare un richiamo morale in azione politica è difficile perché le società e gli Stati hanno vissuto traiettorie differenti e non esiste una politica valida per tutti. Realismo significa conoscere il contesto. L’intelligenza artificiale, ha ricordato, non è semplice programma, in quanto poggia su energia, semiconduttori, infrastrutture cloud, modelli ed applicazioni, oltre che su capitale umano e finanziario. Le classi dirigenti non possono decidere su fenomeni di cui ignorano la struttura materiale. Negli ultimi decenni una parte del mondo ha investito maggiormente in istruzione, ricerca, burocrazie competenti e selezione delle élite, mentre in Occidente molte persone preparate hanno scelto altri ambiti, impoverendo il circuito politico. Nasce così un cortocircuito: alla politica si chiede di intervenire su realtà sempre più complesse, ma i luoghi in cui elaborare strumenti e conoscenze si sono indeboliti. Se questa funzione viene trasferita alle imprese, i loro interessi non coincidono necessariamente con il bene pubblico. Aresu ha richiamato il caso statunitense, dove grandi aziende tecnologiche esercitano un potere crescente, mentre le comunità locali conservano spesso soltanto la possibilità di opporsi alla costruzione di data center. Il rischio è una politica dotata del potere della sicurezza e della sola capacità di dire no, senza riuscire a formulare un sì ed una direzione condivisa.

Orsina: ritrovare l’equilibrio tra libertà e comunità

Per Orsina la tensione tra individuo e comunità è uno dei problemi oggi centrali. «Non possiamo avere tutto», ha detto: libertà individuale e dimensione comunitaria possono convivere, ma non essere entrambe assolutizzate. La persona è il tentativo di tenere insieme questi due poli dentro un equilibrio sempre più precario. L’esperienza familiare mostra questa ambivalenza: la comunità offre calore e appartenenza, ma comporta anche limiti alla libertà. Dopo decenni in cui l’Occidente ha privilegiato l’individuo e vissuto la politica come compressione, occorre recuperare una dimensione sociale, senza scivolare nell’autoritarismo. La crisi delle classi dirigenti deriva anche dalla lunga svalutazione della politica: i talenti sono stati orientati verso il mercato o il diritto e meno verso la responsabilità pubblica. «Dobbiamo reimparare ad avere a che fare con i conflitti», ha affermato Orsina. La politica è costruzione del bene comune, ma anche mediazione tra interessi e valori che non si ricompongono automaticamente. Crescita economica e tecnologia non hanno eliminato le divergenze come immaginato. La sfida dunque è trovare la misura della buona politica, evitando la sua assenza e l’eccesso autoritario, sino ad accettare il limite e l’imperfezione contro ogni pretesa utopica di massimizzare contemporaneamente ogni desiderio.

Tra richiamo etico e decisione politica

Dell’enciclica Humanitas, Orsina ha riconosciuto la forza della risposta offerta da Leone XIV sul piano etico, ma ha segnalato la necessità del passaggio verso la politica. In un mondo che «affoga nel cinismo politico», un richiamo morale alto produce un impatto decisivo, ma occorre elaborare la dimensione intermedia in cui l’etica entra nelle istituzioni, nelle scelte e nella gestione dei conflitti. La politica trumpiana, secondo lo storico, esprime una separazione radicale dalla morale e si muove sul terreno del puro potere. Per questo non basta contrapporle una denuncia: occorre «ripoliticizzare» il nostro tempo, ossia calare nella realtà una prospettiva etica senza ridurla a formula astratta. Il lavoro non spetta solo al Pontefice o ad un’enciclica, ma alle comunità, agli studiosi, alle istituzioni ed alle classi dirigenti. L’intervento di Imberti ha richiamato, a questo proposito, l’esperienza di Léon Harmel come esempio di una comunità produttiva capace di partire dal bisogno delle persone e valorizzarne la libertà. Orsina ha precisato che libertà e comunione non sono incompatibili: diventano inconciliabili quando vengono assolutizzate. La politica è la ricerca di un punto di equilibrio tra il riconoscere la condizione umana limitata e la rinuncia a poter ottenere tutto senza costi o contraddizioni.

Il cantiere della tecnologia e il realismo della misericordia

Aresu ha individuato nell’immagine del «cantiere» proposta dal Papa la chiave per restituire materialità alla tecnologia. Il software ha dematerializzato l’immaginario collettivo, ma industria, politica e intelligenza artificiale dipendono dal lavoro di milioni di persone, da terre rare, semiconduttori, energia ed infrastrutture collocate in luoghi concreti. Pensare al cantiere significa vedere chi costruisce la tecnologia, quali rapporti di potere la rendono possibile e quali responsabilità genera. Anche la parola «umanità», ha avvertito, può essere ridotta a strumento di marketing, come mostra la competizione tra aziende che promettono di sviluppare l’intelligenza artificiale a beneficio di tutti per attrarre talenti. Serve quindi discernimento. Aresu ha collegato questa esigenza al realismo cristiano di Reinhold Niebuhr e alla sua preghiera per ricevere serenità nell’accettare ciò che non si può cambiare, coraggio nel cambiare ciò che è possibile e saggezza nel distinguere le due cose. «Se pensi di poter cambiare tutto, non cambierai niente; ma se pensi di non poter cambiare nulla, non cambierai nulla», ha osservato. La formulazione al plurale indica che il discernimento non è un esercizio isolato, ma compito di una comunità politica. Nel mondo furioso, la ricostruzione è nella capacità di riconoscere i limiti senza trasformarli in rassegnazione, nell’affrontare i conflitti senza fare di tutto un’arma e nell’unire conoscenza, responsabilità e misericordia.

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