Rimini, 27 agosto 2025 – Al Meeting di Rimini si è svolto uno degli appuntamenti più partecipati e sentiti di questa edizione: “Ansiosi o assetati? Giovani in cerca di senso”. L’incontro ha visto come relatori Cesare Maria Cornaggia, psichiatra e professore all’Università di Milano-Bicocca, Marco Gui, sociologo e docente nello stesso ateneo, e Luigina Mortari, filosofa e docente di Pedagogia generale e sociale all’Università di Verona. Ha moderato il confronto lo psichiatra Mario Ballantini, già direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze di Sondrio. Un titolo provocatorio che ha saputo intercettare uno dei nodi più urgenti del nostro tempo: come comprendere e accompagnare i giovani, stretti fra fragilità crescenti, ansia e solitudine, ma anche attraversati da un desiderio profondo, da una sete di bene e di senso che chiede di essere riconosciuta e nutrita.
Un’emergenza culturale oltre che sanitaria
Ballantini, introducendo i lavori, ha ricordato i dati dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma: «Nel 2011 gli psichiatri furono chiamati 155 volte in pronto soccorso; nel 2021 le richieste sono state 1.824, dodici volte di più. Non è solo questione di numeri: è cambiata la configurazione del disagio. Prevalgono ansia, depressione, ritiro sociale, disturbi alimentari, autolesionismo, pensieri e atti suicidali». Quello che emerge, ha osservato Ballantini, «non è solo un problema sanitario, né soltanto educativo: è un’emergenza culturale che interpella tutti, adulti e istituzioni».
Cornaggia: I veri fragili siamo noi adulti
Lo psichiatra Cesare Maria Cornaggia ha offerto una riflessione radicale: «Siamo tentati di guardare agli adolescenti solo come a un problema. Ma la causa vera spesso siamo noi adulti, incapaci di riconoscerli e di reggere la loro angoscia». Ha raccontato l’episodio di una ragazza che aveva scritto in un tema scolastico la sofferenza per la separazione dei genitori. «L’insegnante, invece di ascoltarla, l’ha indirizzata a uno psicologo. Così, in un colpo solo, non è stata ascoltata e si è sentita marchiata come malata». Cornaggia ha insistito: «L’ansia non è solo un difetto biologico. Può essere segno della condizione umana, della mancanza, come dicevano filosofi e poeti da Leopardi a Levinas. Non dobbiamo ridurre tutto a diagnosi e patologie. Il vero problema è la rottura della relazione fra adulti e ragazzi. I veri fragili siamo noi». Citava una quindicenne, Susanna: “Voi adulti ci avete tolto il diritto al confronto e alla ricerca della verità. Per questo ci sentiamo soli e spaesati”. «Il disagio degli adolescenti – ha concluso Cornaggia – non è segno di un io malato, ma di un io che ha bisogno di essere evocato da una presenza non solitaria, capace di ascoltare e reggere il dolore».
Gui: Serve una comunità educante anche nel digitale
Il sociologo Marco Gui ha posto l’accento sui cambiamenti sociali e culturali di lungo periodo, ma anche sul ruolo cruciale dei media digitali. «Non possiamo dire che i social non contino. Le ricerche mostrano che avere un profilo attivo in preadolescenza riduce in modo significativo i risultati scolastici. Alcune applicazioni e alcune categorie, come le ragazze preadolescenti, sono particolarmente vulnerabili». Gui ha parlato della necessità di un doppio approccio: educativo e normativo. «Non possiamo lasciare le regole agli attori economici globali. Una comunità democratica ha il diritto e il dovere di proteggere i propri ragazzi». Ha portato l’esperienza dei “patti digitali”, nati da genitori che si accordano sull’età in cui dare il primo smartphone o sull’uso della rete. «In Italia oggi sono oltre 160. È un modo per superare la solitudine delle famiglie, costruire norme sociali condivise e aprire un dialogo con scuole e istituzioni. A Milano, ad esempio, da un tavolo multi-attore è nato il documento “Raccomandazioni di Milano”, con otto punti condivisi da scuole, pediatri, comuni e famiglie. È la prova che il digitale può diventare occasione per ricostruire comunità educanti».
Mortari: Coltivare l’anima, riscoprire la speranza
La filosofa Luigina Mortari ha scelto di partire dall’ansia dei più piccoli: «Un’educatrice mi ha raccontato di una bambina di quattro anni che tremava davanti a un semplice esercizio di ritaglio, temendo di sbagliare e di deludere i genitori. È il segno di una società troppo competitiva, che chiede troppo o troppo poco, ma sempre senza misura». Per Mortari la chiave è recuperare la metrica dell’essere: «Gli antichi parlavano di agire secondo misura. Oggi viviamo nella dismisura. Ci manca quella che Socrate chiamava episteme metrikè, la scienza del misurare». Ha distinto tra speranze immediate e speranze grandi: «Senza una speranza grande, capace di sostenere anche la perdita e la sofferenza, non possiamo reggere i compiti della vita». Mortari ha insistito sulla centralità dei primi anni: «Platone diceva che l’anima dei bambini è come cera tenera: ogni impronta resta. È lì che si gettano le basi della vita. Educare significa coltivare l’anima, non solo istruire. La scuola oggi rischia di ridursi a valutazioni e prestazioni, dimenticando la paideia, la formazione integrale della persona». E ancora: «Non c’è bene senza legami. Platone diceva che il bene esiste dove c’è comunità. Abbiamo dimenticato la parola amicizia, che per Aristotele è fondamento della città. Riscoprirla significa ricostruire legami veri, fondati sulla verità e sul desiderio del bene».
Adulti chiamati a ricominciare
Nel giro finale, Cornaggia ha invitato a «imparare a stare davanti al dolore», citando Rilke: “Forse tutti i draghi della nostra vita sono principesse che aspettano solo di vederci belli e coraggiosi”. Gui ha ribadito che «i patti digitali mostrano che gli adulti possono ancora mettersi insieme e creare alleanze educative». Mortari ha chiuso indicando nella verità e nell’amicizia la via per ricostruire comunità: «Il bene nasce dal dono. La comunità è communitas, cioè con il dono. Solo così si ricostruiscono legami che nutrono l’anima e ridanno senso». Ballantini ha concluso: «I nostri relatori non hanno dato risposte definitive, ma hanno aperto finestre, offerto domande e piste di lavoro. È il senso del Meeting: un luogo dove ci si può permettere di porre domande vere senza pretendere subito soluzioni». Il pubblico ha risposto con un lungo applauso, riconoscendo che la sete dei giovani non è un problema da curare, ma una domanda che interpella gli adulti, chiamati a riscoprire la propria responsabilità educativa e la propria capacità di speranza







