Rimini, 22 agosto 2026. In una società nella quale problemi e decisioni sembrano affidati sempre più spesso ad algoritmi, procedure e protocolli, la cura continua a chiedere l’incontro con una persona concreta. È il tema affrontato nell’incontro “Amore e cura. L’impronta dell’umano”, con Luigina Mortari, docente di Filosofia della Cura all’Università di Verona e autrice di Etica della cura, e Giovanni Stanghellini, psichiatra, psicoterapeuta e autore di L’amore che cura. Introducendo il dialogo, Mario Ballantini, psichiatra e già diret-tore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze di Sondrio, ha riconosciuto i progressi straordinari pro-dotti dalla medicina scientifica, ma ha richiamato anche le crepe che emergono nella pratica: persone che non si sentono accolte, si allontanano dalle cure validate e cercano altrove una risposta al proprio bisogno. “Ci sono evidenze, ha chiosato Ballantini con un gioco di parole, che la medicina basata sulle evidenze mostri dei limiti. Sempre più gente si rivolge alle medicine alternative: cosa cercano queste persone? Cosa manca a questa me-dicina se qualcuno si orienta altrove? La domanda posta ai relatori ha riguardato quindi ciò che nessuna tecnica può sostituire: l’attenzione all’altro, la relazione e il riconoscimento della sua singolarità. Mortari e Stanghel-lini hanno percorso due strade complementari, mostrando che curare non significa soltanto intervenire sulla malattia, ma custodire la vita e lasciarsi coinvolgere dall’umanità di chi soffre.
La cura come preoccupazione dell’essere e ricerca del bene
Luigina Mortari ha ricostruito il significato della cura a partire dalla filosofia antica e contemporanea. La cultura occidentale, ha osservato, ha parlato a lungo della cura come trattamento, dimenticando il significato più ampio del “prendersi cura”. In Heidegger essa è preoccupazione d’essere; nella parola greca merimna indica il procurare quanto è necessario per mantenere la vita, senza trasformare questa necessità in eccesso. Il termine più potente è però epimeleia: la cura di sé che Socrate domanda ad Alcibiade prima che egli possa occuparsi della città, perché anche la politica è cura. La stessa parola ritorna nella parabola del Buon Samari-tano, dove la compassione diventa azione verso chi è ferito. Per la Mortari, questo concetto può contribuire a rifondare una cultura che rischia di smarrire la propria responsabilità. L’educazione stessa è “cura dell’anima”: offre il nutrimento necessario perché ogni persona possa andare oltre ciò che già è e dare una buona forma alla propria esistenza. Cosa è l’educazione? È la cura dell’anima. Educare è aiutare nel movimento verso la tra-scendenza per cercare di dare una buona forma alla nostra vita. L’essere umano ha come compito quello di trovare nutrimento giusto per l’anima, perché avendo cura dell’anima curi se stesso. Parmenide, scrive in un frammento che essere e pensare sono la stessa cosa. Noi decidiamo in base ai nostri pensieri cosa vogliamo essere nel mondo. Sartre diceva che quando abbiamo pensato cosa fare, i giochi sono fatti. La mente sempre decide. Quando le persone decidono di fare qualcosa di importante, non si riesce a capire come ragionano. Un’anima coltivata e nutrita, quando si trova di fronte alle situazioni più difficili, sa cosa fare perché ha avuto una educazione che le consente di avere nella sua mente i criteri per decidere. La cura è dunque orientata al bene. Significa promuovere le condizioni di una vita buona e impedire le sofferenze inutili, che si tratti di bambini, studenti, anziani, malati o cittadini. Non basta inseguire desideri individuali: occorre riconoscere «la necessità delle cose giuste da fare» e imparare a distinguere ciò che serve a tutti da ciò che soddisfa soltanto il proprio io.
Quando l’altro chiama, la responsabilità diventa azione
Per spiegare l’etica della cura, Mortari ha ricordato l’esperienza di un’infermiera durante la fase più dram-matica della pandemia. Di fronte a turni di quattordici o sedici ore e all’assenza dei colleghi ammalati, alla domanda su quale ragionamento l’avesse guidata, la professionista aveva risposto: «Ma quando ci sono quelle situazioni lì, non c’è mica tanto da farsi dei ricami. Bisogna agire». In questa immediatezza Mortari ha rico-nosciuto una coscienza educata a vedere il bene necessario. Quando l’altro, con il suo sguardo, chiama alla cura, non occorrono costruzioni astratte: «C’è una cosa da fare, la si fa». Non è una limitazione della libertà, ma un agire secondo la giustezza delle cose. La cura di sé resta indispensabile, perché nessuno può accompa-gnare un malato o uno studente se non trova anche uno spazio per nutrire la propria anima; diventa però peri-colosa quando si trasforma in philautia nell’eccessivo amore per se stessi che cancella l’altro e impedisce di vedere la realtà. Da qui il richiamo a un’educazione alla verità, diversa dalla semplice acquisizione di cono-scenze. Cercare la verità significa non lasciarsi dominare dalle opinioni e dai frammenti di sapere funzionali al calcolo, custodendo invece il mistero e la consapevolezza di non sapere. Il verso dantesco scelto dal Meeting indica, in questo senso, un amore che muove la conoscenza e mantiene aperto il pensiero.
L’amore altera il sé e fa conoscere il mondo a partire dal due.
Giovanni Stanghellini ha affrontato il rapporto tra amore e cura dal punto di vista del medico, dello psi-chiatra e dello psicoterapeuta. Senza tentare una definizione esaustiva dell’amore, ne ha sottolineato anzitutto il carattere di “scossa” e movimento. L’amore non è solamente un principio di unione armonica: è anche «principio di alterazione del sé», dislocazione e spiazzamento, un’esperienza che rilega e nello stesso tempo “squaderna”, facendo uscire la persona da se stessa. Riprendendo Hegel, lo ha definito «unione di unione e disunione»: desiderio di incontrare l’altro e, insieme, necessità di non cancellarne l’identità. Amare significa avvicinarsi mantenendo una distanza che permetta all’altro di restare altro. Nell’esperienza amorosa, ha spie-gato, il mondo non viene più conosciuto soltanto a partire dall’uno, dalla propria prospettiva, ma a partire dal due. Non è esperienza dell’identità, bensì della differenza: una «procedura di verità a due» nella quale si rico-nosce la verità dell’altro e si rinuncia a una parte della propria. L’amore rende così evidente il limite del desi-derio individuale. Stanghellini ha parlato anche di “diaspora”, la distanza che alimenta nostalgia e desiderio, e ha collegato questa condizione all’inquietudine propria dell’umano, forza che muove la vita spirituale e impe-disce alla persona di ridursi a ciò che già è.
La cura riesce quando due ferite si toccano.
Trasposta nella relazione terapeutica, questa concezione dell’amore mostra che tanto il paziente quanto il terapeuta possono fare esperienza di un’alterazione di sé. La cura non coincide con un’identità di vedute e non promette l’onnipotenza: conduce piuttosto a riconoscere che nessun desiderio può essere soddisfatto integral-mente. Per Stanghellini, l’esperienza dello scacco non rappresenta l’insuccesso della terapia, ma può diven-tarne un elemento positivo. Diffidare da chi promette la piena realizzazione di sé, l’eliminazione di ogni sin-tomo e la soddisfazione di ogni desiderio significa accettare la finitudine umana. «Il successo della cura è lo stesso successo dell’amore: è il fare esperienza della condivisione dello scacco», ha affermato. Questa condi-visione genera intimità, intesa non in senso erotico, ma come possibilità di “essere soli insieme”: ciascuno testimonia la propria solitudine e, condividendola, non resta più solo. Da qui l’immagine centrale proposta dallo psichiatra: «La cura è ciò che accade quando due ferite si toccano, la ferita del terapeuta e la ferita del paziente». Curare significa allora scoprire una comune umanità e un comune desiderio di riconoscimento. Non è il professionista invulnerabile a stabilire unilateralmente la forma della relazione, ma un incontro nel quale competenza e limite possono stare insieme, senza confusione dei ruoli e senza nascondere ciò che rende en-trambi umani.
Tenere l’altro nello sguardo e rendere accessibile la vulnerabilità
Ballantini ha richiamato il dipinto La cura degli infermi di Domenico di Bartolo, che si trova a santa Maria della Scala a Siena, nel quale un oblato lava i piedi a un malato, cercandone lo sguardo. Stanghellini ha osser-vato che in quello sguardo appare il bisogno del paziente di vedere riconosciuta la propria condizione. Chi cura deve soprattutto rendersi disponibile a far trovare in sé ciò che il malato cerca: spesso la vulnerabilità del
terapeuta, non esibita ma resa accessibile. Nasconderla dietro un’immagine di assoluta sicurezza rischia di impedire l’incontro. Con la distinzione provocatoria tra persone “tonde” e “quadrate”, lo psichiatra ha criticato l’ossessione classificatoria: «più classifichi, più perdi di vista il volto dell’altro». Chi domanda soltanto una diagnosi e una procedura può cercare certezze nette per paura delle sfumature; anche questa rigidità va però riconosciuta come una forma di vulnerabilità. La relazione non può ridursi allo schema servo-padrone nel quale il medico possiede il sapere e il paziente obbedisce per eliminare il sintomo. Stanghellini ha preferito la metafora della danza: nella danza come nella cura sono convocati il corpo, il movimento, la reciprocità, la sintonizzazione e l’essere insieme. «Noi non siamo semplicemente dei corpi biologici da curare: siamo dei corpi animati di cui aver cura e con cui danzare», ha concluso, restituendo alla medicina la dimensione spiri-tualmente materiale dell’esistenza.
Esserci, rispettare e donare tempo: l’essenza della cura
Nell’ultima parte dell’incontro Mortari è tornata alla crisi della relazione tra medico e paziente e al rischio che l’“umanizzazione delle cure” resti una formula se non raggiunge l’essenza. Il linguaggio del calcolo pre-tende di tradurre ogni gesto in indicatori misurabili, ma «la cura è etica nella sua essenza». Il primo tratto è l’esserci: chi cura non deve essere presente in ogni momento, ma deve risultare raggiungibile e attendibile. È la devozione nel significato originario di devotus, colui che risponde quando l’altro vive una necessità reale. Ogni età della vita porta con sé forme diverse di dipendenza, fino alla sofferenza dell’anziano consapevole di avere nuovamente bisogno degli altri. La cura è perciò responsività, accompagnata da rispetto e generosità. Rispettare significa «tenere l’altro nello sguardo», con un’attenzione centrata su di lui; essere generosi significa donargli tempo, anche soltanto cinque o dieci minuti. Mortari ha raccontato di una dottoressa che, al termine del turno, rinunciò ad andare a prendere il figlio per restare accanto alla moglie ottantacinquenne di un paziente con il femore fratturato. In quel frammento di tempo la professionista comprese di avere avuto cura non sol-tanto del malato, ma di una donna bisognosa di compassione per affrontare il dolore. È qui che l’amore lascia la propria impronta: in una presenza concreta che vede, ascolta e sceglie di non sottrarsi.







