Rimini, 24 agosto 2026. Un poema nel quale il desiderio attraversa il corpo, la voce, la ricerca e l’assenza, aprendo l’esperienza umana al mistero di Dio. L’incontro “Il Cantico dei Cantici” ha riunito Davide Brullo, scrittore, poeta e traduttore, e il cardinale José Tolentino de Mendonça, poeta, biblista e prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. Annalisa Teggi, scrittrice e traduttrice, ha introdotto il dialogo, accompagnato dalle letture dell’attore Giampiero Bartolini in differenti traduzioni poetiche. Teggi ha chiesto ai due ospiti, entrambi traduttori del Cantico, di condurre il pubblico dentro una voce definita dal cardinale «pericolosa e trasparente» e da Brullo «un roveto ardente nel quale ci si scotta». Il cardinale ha collocato il testo dentro un presente segnato da una «sorta di anoressia diffusa, uno scoraggiamento nei confronti dell’amore». Le macchine, ha osservato richiamando l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, non provano empatia, affetto, amicizia e amore, ma possono simularli; nella solitudine diventa allora più facile lasciarsi prendere da esse che rischiare rapporti autentici. Per questo il Cantico torna a essere necessario: «Siamo qui, parlando del Cantico dei Cantici, per svegliare il desiderio di essere amati e di amare». Non offre un sapere completo sull’amore, ma affida ai cristiani la responsabilità di dirne la verità e di lasciarsi nuovamente interrogare da un testo raro, difficile e capace di raggiungere il cuore umano nella sua nuda verità.
Una lentezza nuova nel mondo
Il cardinale ha ricordato anche che il Cantico compare raramente nella liturgia cattolica, solo due volte l’anno, ma ha prodotto nella tradizione cristiana una biblioteca di commenti: da Origene, Ambrogio e Agostino fino a Tommaso d’Aquino e Teresa d’Avila. Non è un reperto da conservare, bensì un motore che continua a vivere quando viene letto e commentato. Il cardinale de Mendonça ne ha testimoniato l’incidenza sulla propria formazione spirituale e poetica attraverso un ricordo dell’infanzia: una donna analfabeta, sacrestana della sua chiesa, conosceva a memoria alcuni frammenti del poema e li utilizzava nella preghiera. Ascoltandola comprese che «le parole possono introdurre una lentezza nel mondo che il mondo prima non aveva».
Brullo ha raccolto il richiamo all’analfabetismo come disponibilità a ripetere anche ciò che non si riesce ancora a comprendere: «il canto produce l’incanto». Le molte versioni del testo proposte durante l’incontro hanno mostrato come la Bibbia e il Cantico continuino a sfidare i poeti contemporanei. Per Brullo il testo biblico è il nostro abito, ma il Cantico in questi termini ci denuda. La dichiarazione «io sono malata d’amore» introduce una condizione che può comprendere agape, filia ed eros, e nella quale la ferita può diventare anche follia. Dio appare accennato nella sola locuzione “fiamma divina”, quasi spiasse attraverso una fessura mentre l’essere umano impara ad amare. Collocato dopo il Qohelet, il poema fa seguire alla vanità e alla distruzione la forza creatrice dei baci, convocando animali, lavori, città, folla e intimità come in una piccola “nuova genesi”.
La bellezza non si spiega, il poeta forza il verbo per dire l’indicibile
Per Brullo l’amore del Cantico vive in un doppio movimento. Da una parte viene dichiarato al mondo, assumendone la responsabilità anche a costo di esserne feriti; dall’altra domanda di uscire dalla città, entrare nel deserto dell’alcova e riconoscersi nella nudità dell’altro. Prima di ogni interpretazione, tuttavia, il Cantico può essere accolto come poesia d’amore e come pura bellezza che, come tale, rimane incomprensibile. L’esperienza di un’opera di Antonello da Messina o della Pietà di Bellini precede la spiegazione dello storico dell’arte: è l’evento inspiegabile dell’innamoramento. Anche le innumerevoli volte in cui si pronuncia “ti amo” non sono mai identiche, perché ogni parola porta un carico diverso. Da qui nasce la sfida del poeta: trovare una forma per l’indicibile. Anche Dante depone la corazza della prosa e si avventura nell’enigma del canto perché la lingua deve essere forzata, deve entrare da una finestra, assalire e afferrare. «Il Cantico è anche e soprattutto un inseguimento, una razzia, una grande caccia oppure una sequela», ha concluso il poeta. La poesia non complica ciò che potrebbe essere detto facilmente, ma tenta di raggiungere ciò che la spiegazione non possiede. Il corpo e l’unione umana diventano allora lo spiraglio di un nuovo patto: non vestigia carnali destinate a scomparire, ma il luogo nel quale la bellezza dell’essere umano cerca compimento e Dio sceglie di prendere dimora nella carne.
La dignità dell’essere umano e la reciprocità che l’amore instaura
Il cardinale de Mendonça ha affrontato l’enigma storico e canonico di un libro nel quale la parola Dio viene, come detto, appena balbettata e la bellezza fisica è descritta con un’intensità estranea alla sobrietà di molta antropologia biblica. Le ipotesi sulla sua origine rimandano ai canti d’amore egiziani, ai culti ierogamici mesopotamici o ai canti dei matrimoni palestinesi; nessuna, però, scioglie definitivamente il mistero. Determinante è il fatto che questa poesia appartenga alla rivelazione biblica. La prima lezione di questo canto è «l’altissima dignità dell’essere umano»: davanti alla bellezza e alla verità di un uomo e di una donna, il Cantico conduce allo stupore. La seconda è la reciprocità. In un’epoca nella quale la donna non godeva di un ruolo sociale simmetrico, il poema affida all’uomo e alla donna una vera parità e fa cominciare il canto dalla voce femminile. «Il Cantico dei Cantici è un’icona d’amore che dobbiamo veramente venerare e imparare», ha detto. L’amore crea intimità, conduce l’amato e l’amata dentro la tenda, ma contemporaneamente diventa “cosmico”: la sua risonanza attraversa la terra, la natura e la creazione, trasformando il poema in un cantico delle creature. Chi ama introduce nel cosmo una risonanza che supera la dimensione privata. Il ritorno alla stanza della madre, al luogo della generazione, mostra inoltre che l’amore da luogo ad una nuova nascita, capace di ricreare l’essere umano. Esso fa dell’uomo e della donna principi, ma anche mendicanti che chiedono continuamente all’altro di venire, aiutare e consolare: una insufficienza radicale nella quale l’essere umano scopre di non poter vivere e respirare senza la presenza altrui. L’amore è «un’insufficienza radicale» che diventa ferita, ricerca, ascolto, solitudine condivisa e preghiera.
L’amore disarma e insegna a costruire la vita come ospitalità dell’altro
Proprio la sua sensualità permette al testo di rivelare Dio con una intensità particolare, perché nessun’altra esperienza disarma l’essere umano nello stesso modo. Amare significa accettare incompiutezza e vulnerabilità, comprendendo che «la vita si costruisce nel farsi ospitalità dell’altro o non si costruisce». L’altro non completa un progetto già autosufficiente, ma contribuisce a fare di ciascuno ciò che è. La povertà del bisogno, accettata come gioia, ci aiuta a comprendere Dio che, pur essendo ricco, si è fatto povero per comunicare la propria ricchezza. Brullo ha ripreso l’immagine del cuore che veglia: chi ama resta trepido, insonne e tormentato. Il Cantico non è semplicemente un’arte di amare o un repertorio del desiderio, ma è «arte di osare» che deve essere giocata e messa in atto. L’invito è provare a scrivere, adornando la persona amata con aggettivi, metafore e parole non ancora esistenti. Se l’amore nei confronti della persona che amo è indicibile ma deve essere testimoniato, occorre inventarne il linguaggio. «Se non c’è questo gioco di nuova Genesi, l’amore diventa moribondo» perché non si è capaci di custodirlo. Nominare non equivale a possedere: come la parola creatrice dà alle cose la possibilità di essere, così una lingua amorosa autentica libera l’altro invece di imprigionarlo.
Veglia, distanza e libertà: l’amore vince la morte senza possedere
L’amato e l’amata del poema si cercano, interrogano le figlie di Gerusalemme e vivono un appuntamento continuamente mancato. Per Brullo, proprio lo spazio tra loro permette di costruire insieme il nido e l’alcova. Contro l’immediatezza dei messaggi che chiedono continuamente dove si sia e cosa si stia facendo, il Cantico custodisce il tempo della lettera, della dedica e della gestazione: per creare un mondo occorre tempo e attesa, altrimenti resta soltanto un simulacro. Questo vocabolario ritorna in Dante e nella grande mistica femminile, da Caterina da Siena ad Angela da Foligno, Veronica Giuliani e Maria Maddalena de’ Pazzi, donne che hanno fondato un linguaggio nuovo inseguendo il verbo. La poesia, ha insistito Brullo, non appartiene anzitutto alla storia della letteratura o alla libreria, ma innanzitutto accade nella nuova creazione. Nel versetto «forte come la morte è l’amore» la forza non è astratta, ma feroce e concreta; accanto ad essa compare però la gelosia devastatrice, lo zelo che può trasformare l’amore in possesso. Il poema mostra così anche la controparte dell’amore: se è veglia, creazione incessante, sequela e inseguimento, vince la morte; se diventa impossessamento dell’altro, distrugge. È perciò «un’educazione anti morbosa, un’educazione all’amare e all’osare», capace di accettare che la risposta o la corrispondenza possano non arrivare subito, o persino non arrivare nel corso di una vita. L’opera resta il gesto compiuto da chi può dire di avere amato, costruendo un luogo che forse sarà abitato da un altro senza che quel dono perda significato.
Leggere lentamente, trascrivere e lasciare che il testo torni a risuonare
In conclusione, provocato dalla moderatrice Teggi, il cardinale ha suggerito una lettura capace di raccogliere la totalità sensoriale del Cantico. Il poema è visivo, attraversato da colori e cromatismi, ma anche uditivo: molte voci partono alla ricerca l’una dell’altra. Odori, tatto e gusto chiedono al lettore di non ridurlo a un solo registro. Bisogna «lasciarsi avvicinare dal testo, e farlo in una lettura lenta», trascriverne a mano gli otto brevi capitoli e confrontare traduzioni differenti per essere sorpresi e andare più a fondo. Brullo ha aggiunto una seconda pratica: riunirsi attorno a un tavolo e leggere ad alta voce. «Il testo biblico deve risuonare, perché è musica», ha affermato. Anche il non comprendere tutto può diventare occasione di ascoltare una voce amata che canta e di entrare nell’incanto. Le letture di Bartolini hanno restituito questa corporeità e musicalità fino alle parole conclusive sulla forza dell’amore, sulla gelosia e sulla fiamma che le acque non riescono a spegnere. Il Cantico non elude la ferita, l’assenza o il rischio della passione; educa però a una fedeltà che chiama, cerca e custodisce senza consumare l’altro. Nell’epoca della simulazione e della frenesia, la sua lentezza riconsegna all’uomo il desiderio, la vulnerabilità e il bisogno dell’altro. E invita a osare nuovamente un canto nel quale la carne non viene negata né assolutizzata, ma diventa la soglia di una promessa più grande.







