America alla prova

Redazione Web

Rimini, 22 agosto 2026. Duecentocinquant’anni dopo la Dichiarazione d’Indipendenza, gli Stati Uniti restano un esperimento politico costruito sull’idea dell’uguaglianza degli uomini e sull’esistenza di diritti che nessun governo concede e nessun governo può sottrarre: vita, libertà e ricerca della felicità. Bardazzi ha ricordato fin dall’inizio la contraddizione che accompagna questa promessa: Thomas Jefferson formulò quei principi mentre possedeva centinaia di schiavi. Fin dalle origini, dunque, l’America ha dovuto fare i conti con la distanza tra i propri ideali e le ferite della propria storia. Oggi, tra profonde divisioni interne, guerre di cui non si intravede la fine e un sistema politico in trasformazione, la domanda posta dal Meeting è se quell’esperimento conservi ancora la vitalità necessaria per mantenere la promessa fatta a se stesso e al mondo. Ne hanno discusso Christopher Caldwell, contributing writer del New York Times e contributing editor della Claremont Review of Books, e Michael Driessen, professore di Political Science and International Affairs alla John Cabot University. A moderare l’incontro Bardazzi, giornalista, co-fondatore ed Editor in Chief di Bea Media Company. Il dialogo, trasmesso da askanews, Famiglia Cristiana e IlSussidiario Tv, ha avuto in Alexis de Tocqueville il suo interlocutore ideale. Al centro non c’è stato soltanto Donald Trump, ma qualcosa di più profondo: la capacità di un Paese attraversato dalle divisioni di trovare ancora forme nuove di partecipazione, fiducia e unità. 

Caldwell: la vera emergenza americana è la disuguaglianza 

Christopher Caldwell ha letto la seconda elezione di Donald Trump come la risposta di una parte consistente dell’America alla sensazione di vivere in uno stato di emergenza nazionale. Pur criticandone la brutalità e l’inaffidabilità, gli ha riconosciuto la capacità di non arretrare nei momenti di crisi. Ma per Caldwell la vera emergenza degli Stati Uniti è un’altra: la disuguaglianza, non soltanto economica, ma anche politica. Negli ultimi trent’anni, ha sostenuto, il potere si è progressivamente spostato verso reti animate da minoranze nelle quali molti americani non si riconoscono. Il voto a Trump può essere letto allora come un tentativo di riappropriarsi delle leve del governo e, attraverso di esse, della stessa democrazia. «Io non sono preoccupato per la democrazia negli Stati Uniti», ha affermato Caldwell, distinguendo la cattiva gestione del Paese da una crisi del principio democratico. La forza dell’opposizione a Trump e l’emergere di una nuova generazione democratica nelle città mostrano, nella sua lettura, che il desiderio di partecipare alla vita politica rimane vivo. Questo non significa che i conflitti siano destinati a scomparire. È la stessa democrazia a poterli alimentare quando non riesce a offrire risposte credibili alle disuguaglianze. Molti degli elettori passati da Obama a Trump, ha osservato Caldwell, non cercano necessariamente una nuova ideologia, ma «risposte plausibili che generino fiducia nei loro presupposti». La tenuta dell’esperimento americano dipende allora dalla capacità di conservare regole riconosciute da tutti e, soprattutto, di restituire a chi si sente escluso la possibilità concreta di incidere sul destino del Paese. 

 Religione e democrazia: un racconto fondativo oggi frammentato 

Michael Driessen è tornato a Tocqueville per ricostruire il particolare rapporto tra religione e democrazia che ha accompagnato la storia degli Stati Uniti. Il pensatore francese aveva osservato in America un processo quasi opposto a quello europeo: la libertà religiosa, anziché confinare la fede nella sfera privata, liberava energie associative. Metodisti, presbiteriani, battisti e altre comunità potevano organizzarsi, partecipare alla vita pubblica e lavorare per il bene comune. È proprio questo racconto, secondo Driessen, a essersi oggi frammentato. Una parte della sinistra considera la democrazia liberale e la presenza pubblica della religione come possibili strumenti di un’oppressione nascosta; settori della destra, comprese alcune correnti post-liberali, si chiedono invece se non sia stata la stessa democrazia a svuotare progressivamente le tradizioni religiose. La polarizzazione finisce così per investire qualcosa di più profondo delle singole scelte politiche: riguarda la storia che gli americani raccontano di sé, il significato della cittadinanza e persino il ruolo degli Stati Uniti nel mondo. In questo scenario Driessen ha indicato nella biografia di Papa Leone XIV la possibilità di un racconto diverso. L’esperienza americana della libertà religiosa, unita agli anni vissuti in Perù, lo pone fuori dagli schemi più rigidi delle guerre culturali degli ultimi anni. Il suo messaggio richiama una stagione nella quale religione e democrazia potevano incontrarsi attraverso argomenti avanzati in buona fede e una comune ricerca del bene. Il Papa porta così con sé una lettura più positiva dell’esperienza americana e ricorda agli Stati Uniti che la libertà può ancora generare responsabilità, vita associativa e ricerca del bene comune. 

La guerra in Iran e la crisi del programma trumpiano 

Sul terreno della politica estera Caldwell ha tracciato una distinzione tra Donald Trump, il trumpismo e il movimento MAGA. Il trumpismo era nato, nella sua lettura, come un programma rivolto anzitutto all’emergenza interna: mettere in sicurezza i confini e ridurre l’immigrazione, accorciare la distanza tra la classe media e i gruppi più ricchi, evitare «stupide guerre all’estero» e liberare il governo federale dalla corruzione della cosiddetta palude di Washington. Secondo Caldwell, la guerra in Iran rischia di segnare la fine di quel programma proprio perché ne contraddice uno degli impegni fondamentali. Il pericolo è che il conflitto finisca per assorbire l’intera presidenza, come accadde con la guerra in Iraq durante l’amministrazione di George W. Bush. Se Trump è stato eletto per affrontare una crisi interna ma abbandona quel compito per impegnarsi in una nuova guerra, ha osservato Caldwell, rischia di screditare la stessa emergenza che aveva promesso di affrontare. Anche la compattezza del mondo MAGA, secondo Caldwell, deve essere verificata alla prova dei fatti. Il movimento rappresenta la base più fedele del presidente, ma dietro un’apparente unanimità potrebbero nascondersi fratture destinate ad allargarsi. Torna così Tocqueville: le guerre diventano particolarmente pericolose per una democrazia quando sembrano non avere una fine, perché distolgono energie e attenzione proprio dalle fratture interne che hanno determinato le scelte politiche del Paese. 

Piattaforme digitali e vulnerabilità morale delle nuove generazioni 

Caldwell ha collegato il declino della vita associativa anche alla trasformazione tecnologica. Le piattaforme digitali determinano in misura crescente la vita familiare, sociale e religiosa e hanno sostituito molte forme tradizionali di relazione. La prima vulnerabilità è generazionale: adolescenti e giovani adulti incontrano pornografia online, scommesse sportive e altre dipendenze in forme sconosciute ai loro genitori, che spesso non possiedono l’esperienza necessaria per accompagnarli. Le generazioni che conosceranno direttamente questi danni potranno essere meglio preparate a proteggere i propri figli. La seconda questione è politica: il tempo trascorso online coincide con una privatizzazione del modo in cui le persone vengono governate. Servizi sempre più numerosi sono erogati da istituzioni regolate da interessi privati, che non necessariamente coincidono con il bene dei singoli e possono essere esposte alla corruzione. Stati Uniti ed Europa devono quindi affrontare il potere delle grandi aziende americane che dominano internet. Caldwell ha espresso dubbi sulla capacità europea di resistere alla difesa esercitata dall’amministrazione americana a favore di Google, Facebook e Meta e di sviluppare un percorso tecnologico indipendente. Sul piano culturale, tuttavia, i rischi attraversano entrambi i continenti. L’innovazione non può essere giudicata soltanto per la sua velocità: richiede educazione, responsabilità familiare e regole capaci di impedire che infrastrutture private sostituiscano senza controllo le istituzioni e la vita comune. La tenuta democratica dipende anche dalla possibilità di ricostruire spazi nei quali le persone non siano soltanto utenti, ma cittadini e membri di comunità reali. 

Papa Leone XIV e un nuovo linguaggio di unità 

Driessen ha letto negli interventi e negli scritti di Papa Leone XIV una visione democratica fondata sull’umanesimo cristiano. È una proposta partecipativa, vicina all’intuizione di Tocqueville: responsabilità dei cittadini, vita associativa, iniziativa dal basso, sussidiarietà e solidarietà. La democrazia non è soltanto un insieme di procedure né una scelta tattica per i cristiani, ma un luogo nel quale libertà e ricerca della verità permettono di condividere potere, risorse e responsabilità. La dignità umana, i diritti fondamentali e la cooperazione internazionale danno inoltre all’esperimento americano un significato che supera i confini nazionali. Di fronte alla crisi politica, il Papa indicherebbe la necessità di un rinnovamento morale e spirituale che coinvolga anche la Chiesa cattolica statunitense. Questa Chiesa riflette le divisioni del Paese ed è presente su entrambi i fronti della guerra culturale: può essere una debolezza, ma anche la condizione per costruire un messaggio trasversale. «A un certo livello dovremmo lasciarci dietro le spalle questa guerra culturale», ha affermato Driessen. Come nei conflitti civili, l’uscita non avviene attraverso la vittoria totale di una parte, ma tramite un nuovo linguaggio nel quale settori diversi della società possano ritrovarsi. Se sapranno rimarginare le proprie divisioni e vivere la vocazione politica come dimensione della fede, potranno mostrare una forma rinnovata di partecipazione democratica. L’invito «Uscite, incontrate tutti in ogni latitudine» diventa una proposta rivolta non soltanto alla Chiesa, ma a un Paese che deve tornare a incontrarsi. 

Una democrazia aperta alla sperimentazione politica 

Nella parte conclusiva, il confronto si è spostato sulle elezioni di Midterm e sulla corsa presidenziale del 2028. Caldwell ha osservato come una risposta alla crisi delle disuguaglianze potrebbe arrivare ancora una volta dal Partito Democratico, senza escludere una futura candidatura di Alexandria Ocasio-Cortez. Sullo sfondo rimane poi la profonda trasformazione demografica del Paese: circa cinquanta milioni di persone che oggi vivono negli Stati Uniti sono nate all’estero. Il nuovo elettorato nato dalle migrazioni latinoamericane, asiatiche e africane potrebbe così produrre un cambiamento politico paragonabile a quello provocato dalle grandi ondate migratorie tra Ottocento e Novecento. Driessen ha descritto invece un campo democratico nuovamente aperto a candidati, sperimentazioni e nuove proposte, dopo anni segnati dalla presenza dominante di pochi leader nazionali. Anche il confronto sul socialismo democratico e sulla cultura woke rimane aperto e dovrà misurarsi con questioni ben più concrete: dall’economia alla Palestina, fino ai conflitti internazionali. In questo quadro conserva un peso particolare il voto cattolico, trasversale ai due schieramenti e potenzialmente decisivo negli Stati in bilico. Secondo Driessen, un candidato capace di raccogliere oltre le appartenenze politiche quell’ideale di unità indicato dal Papa potrebbe aprire uno spazio nuovo nella politica americana. L’America alla prova non appare dunque come un sistema prossimo al crollo, quanto come un Paese attraversato da una trasformazione profonda. La democrazia americana conserva la capacità di rinnovarsi, ma la sua vitalità dipenderà dalla possibilità di offrire risposte credibili alle disuguaglianze, ricostruire un racconto comune e superare una logica di contrapposizione nella quale nessuna delle due Americhe può pretendere di salvare, da sola, l’intero esperimento americano. 

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