Rimini, 24 agosto 2026. La bellezza non è un ornamento superficiale né una questione riservata all’estetica: è il modo in cui la realtà attrae la persona, la sorprende e riapre la domanda sul significato della vita. Questo il filo conduttore dell’incontro “La bellezza e la ricerca di senso nel mondo”, promosso in collaborazione con la John Templeton Foundation. Sono intervenuti Stephanie Acker, fondatrice e direttrice esecutiva di Everyplace; Chiara Curti, architetto esperto della Sagrada Familia, docente e ricercatrice alla Facoltà Antoni Gaudí di Barcellona; Wael Farouq, direttore dell’Istituto Culturale Arabo e professore di Lingua e Letteratura Araba all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ha moderato Brandon Vaidyanathan, professore di Sociologia e direttore dell’Institutional Flourishing Lab alla Catholic University of America. Vaidyanathan ha messo in guardia dal rischio di rendere banale la bellezza, riducendola a fatto soggettivo e cosmetico, e ha invitato pubblico e relatori a ricordare un incontro personale nel quale qualcosa di bello avesse fatto breccia. Le testimonianze hanno mostrato che la bellezza si comunica attraverso persone, relazioni e gesti concreti: un tè offerto, una voce amata, uno sguardo capace di riscoprire una tradizione, la luce che attraversa un edificio, uno spazio curato. «Il nostro obiettivo è esplorare come la bellezza ci muova, ci faccia incontrare e renda possibile l’amore», ha spiegato il moderatore, indicando un itinerario nel quale l’esperienza precede ogni definizione.
Acker: un vassoio d’oro e la bellezza che crea appartenenza
Acker ha raccontato l’incontro avvenuto nel 2007 con Zuleika, immigrata dallo Zimbabwe e residente in un complesso sovvenzionato di Cambridge, nel Massachusetts. Desiderosa di aiutare gli altri attraverso progetti efficaci, aveva ricevuto dal proprio mentore un consiglio inatteso: fermarsi e parlare con i vicini. Zuleika la invitò nel piccolo appartamento trasformato in un’oasi di piante e disegni e le servì il tè su un vassoio d’oro. Da quel gesto nacque un’amicizia e poi una rete tra immigrati musulmani, rifugiati dell’Asia meridionale e dell’Africa orientale. I sogni della comunità non presero la forma di piani astratti, ma di una festa e di un torneo di calcio: i dodici bambini attesi divennero 96 e, per una settimana, persone provenienti da trenta Paesi si incontrarono ogni sera. In seguito una raccolta di cappotti per rifugiati afghani si trasformò in una festa di benvenuto prima in una moschea e poi in una chiesa. Centinaia di vicini comunicarono ai nuovi arrivati: «Siete benvenuti, siamo felici che siate qui». Disegnando ciò che per loro significava casa, alcuni rappresentarono una chiesa e una moschea affiancate, con un cuore nel mezzo e la frase: «Questo è ciò che significa essere a casa, dove le religioni vivono in pace tra loro». Per Acker, la bellezza nasce dall’ospitalità che trasforma estranei in vicini; un vassoio d’oro che diventa l’inizio di un’esperienza alla quale ogni persona contribuisce, restituendo senso all’azione.
Farouq: la bellezza è una testimonianza incarnata
Farouq ha collocato il primo incontro con la bellezza nella voce appassionata della madre, che gli leggeva romanzi quando era bambino, e negli occhi lucidi del nonno mentre recitava poesia e Corano. Lo studio e l’insegnamento della letteratura non furono però sufficienti a colmare la ricerca di quella profondità. La svolta arrivò attraverso l’incontro con uno studente, un Memor Domini, venuto a conoscere la tradizione islamica e la letteratura: non per idee particolarmente geniali, ma per uno sguardo capace di restituire a Farouq ciò che nella propria cultura era diventato invisibile. «Per me la profondità della bellezza non è altro che una testimonianza», ha affermato: una voce, occhi commossi e il fascino di un altro che ama l’esperienza e la tradizione altrui. Il caffè, poi, è stato presentato come esempio quotidiano di questa identità generata dagli incontri. Nato, secondo il racconto, dall’uso della pianta fatto dai monaci etiopi per rimanere svegli e pregare durante la notte, divenne bevanda nello Yemen sufi; con il nome arabo “qahwa” attraversò la Mecca e arrivò al Cairo, dove le case del caffè crearono un nuovo spazio pubblico di musica, gioco e discussione. Passò poi nel mondo occidentale, contribuendo a trasformarne le abitudini. Questa storia mostra che culture, religioni e identità non sono pure e isolate. «Non c’è un’identità pura, non c’è una razza pura, non c’è una cultura pura», ha detto Farouq. È la presenza dell’altro, con la sua storia, speranze e sofferenze, a rendere visibile una bellezza già immersa nella vita quotidiana.
Curti: la Sagrada Familia e uno sguardo nuovo sulla realtà
Curti ha ricordato il restauro, iniziato nel 2014, di una piccola vetrata della Sagrada Familia. Un incarico minimo rispetto alla vastità del tempio divenne una ricerca sul senso di ogni dettaglio e una collaborazione con Etsuro Sotoo e un’équipe di scultori, fino a generare amicizia. La bellezza, ha spiegato, non può essere cosmetica: ha bisogno di significato e non si impara da soli. Le mattine trascorse al lavoro prima dell’arrivo dei visitatori le permisero di osservare come il sole illuminasse immagini differenti in relazione all’anno liturgico, alla natura e all’orientamento dell’edificio. La scoperta di una facciata nascosta dedicata alla Trinità e dei piccoli fori attraverso i quali la luce entra in momenti precisi dell’anno trasformò il modo di guardare l’intera realtà. «La bellezza passa solamente attraverso un’altra persona», ha osservato. La facciata della Natività era chiamata ai tempi di Gaudí “facciata della vita”: fotografie, lavoratori, visitatori e relazioni mostrano che un’opera vive quando viene comunicata. Dall’alto delle torri anche fabbriche e periferie povere di Barcellona appaiono dentro un paesaggio trasfigurato tra mare e montagna. Qualcuno può così insegnare a vedere nuovamente una realtà oggettiva, anche quando sembra povera o brutta. Un video ricevuto da una persona sconosciuta, accompagnato dalle sole parole “per te”, ha confermato che la felicità cresce quando il bello viene donato e condiviso. La bellezza diventa una chiave interpretativa, genera pace e permette di stare insieme in modo diverso.
I dati: incontrare più spesso la bellezza accresce benessere e legami
Vaidyanathan ha presentato i primi risultati di uno studio della Catholic University of America, sostenuto dalla John Templeton Foundation, condotto su oltre diecimila persone negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Natura, musica, relazioni umane, comportamenti virtuosi e arti visive sono i primi ambiti nei quali gli intervistati riconoscono la bellezza. I dati mostrano una relazione lineare tra la frequenza dell’incontro con il bello e il benessere misurato attraverso felicità, soddisfazione, salute fisica e mentale, senso, carattere, relazioni e stabilità materiale. L’effetto risulta particolarmente rilevante per le persone meno abbienti: la bellezza, dunque, non risulta essere un privilegio riservato ai ricchi. Chi la incontra più spesso si interroga con maggiore frequenza sul significato della vita; anche la partecipazione alle celebrazioni religiose è associata a una percezione più frequente del bello. Per il 71 per cento degli americani e il 56 per cento dei britannici, arte, musica e bellezza fanno sentire in contatto con l’universo, la natura, l’esistenza o Dio. L’82 per cento degli americani e il 74 per cento dei britannici dichiara inoltre che condividere l’esperienza della bellezza produce una connessione profonda con gli altri. «Quanto più incontriamo la bellezza, meglio stiamo», ha sintetizzato Vaidyanathan. Pur nei limiti propri delle scienze sociali, i risultati confermano quanto emerso dalle testimonianze: il bello risveglia la ricerca di senso, apre all’infinito e crea legami.
Nei campi profughi la bellezza restituisce dignità e speranza
Il lavoro di Everyplace nei campi profughi parte da una domanda raramente rivolta a chi vi abita: dove si trova la bellezza qui? Nel campo di Mahama, in Rwanda, Desideratte, madre di tre figli e rappresentante di uno dei diciotto villaggi, ha raccontato di aver inizialmente perso speranza e identità. La decisione di considerare quel luogo come casa, almeno temporaneamente, ha spinto la comunità a pulire le strade, piantare alberi e immaginare un cartello d’ingresso che potesse rappresentare la cultura e le storie degli abitanti. Altri leader hanno riconosciuto bellezza nella diversità e nella generazione futura, fino a immaginare Mahama come un centro di bellezza. Oltre cinquecento rifugiati coinvolti in un’indagine di Everyplace hanno spiegato che il bello ricorda la casa lasciata, aiuta a sopravvivere nel presente e mantiene aperta una speranza per il futuro. «La bellezza dà senso alla vita, non è un lusso», ha affermato Acker. Nei programmi realizzati a Kakuma, in Kenya, i partecipanti hanno mostrato in media diciannove punti in più negli indicatori di speranza, pur senza consentire di stabilire un rapporto causale. In Uganda, donne rifugiate hanno trasformato la corteccia dei banani in oggetti da vendere: lo spazio creativo è diventato insieme cura reciproca e attività di sostentamento. I bisogni fondamentali garantiscono la sopravvivenza, ma non sono l’unico metro della dignità. «I bisogni fondamentali ci tengono vivi, garantiscono la sopravvivenza, ma anche la bellezza ci tiene vivi», ha concluso Acker: corpo e anima chiedono entrambi di essere custoditi.
Essere custodi, non padroni
Nell’ultima parte i relatori hanno affrontato anche l’ambiguità della bellezza, che può sedurre, ingannare o ridursi a forma. Farouq ha osservato che perfino la bellezza della fede diventa un ostacolo quando la forma è più importante della persona e non genera più novità. Richiamando la distinzione di Benedetto XVI, ha contrapposto chi crede di possedere la verità a chi si lascia possedere da essa: nel primo caso la ricerca termina, nel secondo la scelta da inizio al vero cammino. «Solo questa testimonianza che tiene la fede presente è capace di generare bellezza e significato», ha sostenuto. Curti ha tradotto la stessa posizione nella differenza tra proprietario e custode. Il proprietario può disporre e perfino dissipare un bene; il custode lo cura, ne riconosce la storia da cui ha origine e quella che verrà, inserendovi il proprio contributo. La bellezza lascia una traccia permanente proprio perché non viene trattenuta, ma ricevuta e consegnata. Acker ha ricordato l’Ospedale degli Innocenti di Firenze: davanti alla tragedia dei bambini abbandonati, la città affidò a Brunelleschi un edificio capace di esprimerne valore e diritti, mostrando che una risposta pratica può assumere una forma bella e cambiare la concezione dell’infanzia. Sopravvivenza, giustizia e bellezza non sono alternative. Vaidyanathan ha concluso invitando ogni partecipante a raccontare a uno sconosciuto il proprio ricordo di bellezza: un gesto semplice per condividere il bello e aiutarci a non essere più estranei.







