Rimini, 25 agosto 2026. Dalla montagna al mare, l’Italia dello sport prova a trasformare i grandi appuntamenti internazionali in un’eredità stabile per le comunità. È il filo che ha attraversato l’incontro “Dalla montagna al mare, l’Italia che costruisce sport”, trasmesso in diretta sui canali digitali di askanews, Italpress e Sky e sostenuto da Tracce, Intesa Sanpaolo e Centro Sportivo Italiano. Moderato da Mario Del Verme di Cdo Sport, il confronto ha riunito il ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi, Federica Picchi, sottosegretario con delega Sport e Giovani di Regione Lombardia, Carlo Puca, assessore alla Partecipazione Attiva e all’Immagine della Città del Comune di Napoli, la campionessa olimpica di short track Arianna Fontana, la sciatrice di velocità e primatista mondiale Valentina Greggio, il velista Paolo Scutellaro e il giornalista Carlo Zazzera. Milano Cortina 2026, i Giochi del Mediterraneo e l’America’s Cup sono stati letti non come eventi isolati, ma come tappe di una strategia che tiene insieme capacità organizzativa, infrastrutture, competenze, inclusione e partecipazione. Del Verme ha indicato nella persona la risorsa decisiva: la vera eredità non consiste soltanto nelle opere, ma nella possibilità di creare legami, formare capitale umano e valorizzare il talento dei giovani.
Napoli e l’America’s Cup: rigenerazione urbana e sociale
Carlo Puca ha presentato l’America’s Cup come un’occasione di rigenerazione che supera la dimensione agonistica. L’arrivo per la prima volta in Italia della competizione, ha spiegato, è stato reso possibile dalla credibilità della candidatura nazionale e della città di Napoli. Il primo effetto riguarda Bagnoli, area rimasta abbandonata per trentacinque anni: l’intervento permetterà di recuperare costa e parchi e di restituirli alle persone. Sul piano economico, le valutazioni richiamate da Puca stimano un impatto compreso tra 1,5 e 1,9 miliardi di euro, con ricadute su imprese, polo tecnologico, agricoltura, commercio e turismo, già estese anche alle aree interne della Campania. La priorità, tuttavia, è quella sociale. «Lo sport è un modello, un modo per stare insieme, per crescere, per maturare, per avere socialità», ha affermato l’assessore, ricordando che l’America’s Cup non dovrà essere un evento riservato a un’élite. Il primo appuntamento di apertura delle regate, ha annunciato, sarà organizzato nel carcere minorile di Nisida. Il mare diventa così uno spazio educativo accessibile anche ai ragazzi che vivono condizioni difficili, mentre il grande evento diventa leva per allargare la città, riattivare luoghi e generare appartenenza.
Scutellaro: tecnologia e genio collettivo sulle barche del futuro
Paolo Scutellaro ha descritto la trasformazione tecnologica dell’America’s Cup. Le nuove imbarcazioni, definite “Formula 1 del mare”, volano sull’acqua e affidano una parte crescente della navigazione ad automazione, software e sistemi avanzati. Gli equipaggi sono passati dalle sedici o diciassette persone delle precedenti edizioni alle sei dell’ultima campagna, mentre la fisicità a bordo è divenuta meno visibile. Per il velista, tuttavia, la tecnologia resta una manifestazione dell’ingegno umano: «Sicuramente io credo che ci sia sempre spazio per il genio umano, no? Perché è difficile fermare la genialità». A cambiare è la sua forma. Alla decisione spettacolare del singolo tattico si sostituisce un genio collettivo, integrato nel team e nel sistema barca, costruito attraverso studio e collaborazione. Scutellaro ha collegato l’esperienza della vela anche alla gestione dell’imprevisto e della sconfitta. Il mare è un fattore esterno che va conosciuto senza pretendere di controllarlo del tutto; la vela che si strappa rappresenta una battuta d’arresto che può insegnare a ripartire. Ripensando a un mondiale perso e a una critica troppo dura rivolta al tattico, ha riconosciuto che l’equipaggio è il cuore della barca: rispetto, stima e condivisione sono condizioni indispensabili. gli equipaggi, ha ricordato, «perdono tutti insieme e vincono tutti insieme», ha ricordato, indicando nella passione e nella responsabilità reciproca il vero motore della competizione.
Una scuola velica che unisce storia, competenze e opportunità
Carlo Zazzera ha ricostruito il contributo della scuola velica napoletana alla storia italiana dell’America’s Cup. Dalle regate olimpiche del 1960 nel Golfo di Napoli alla prima sfida di Azzurra, dal Moro di Venezia a Luna Rossa e Mascalzone Latino, velisti, tecnici e manager napoletani hanno accompagnato ogni fase della crescita italiana nella competizione. Francesco De Angelis fu il primo timoniere non anglosassone a vincere la Louis Vuitton Cup; Mascalzone Latino mostrò poi la capacità di costruire un team profondamente legato alla città. Le storie raccolte da Zazzera raccontano percorsi differenti: chi ha lasciato un lavoro per inseguire una sfida e ha dovuto ricominciare, chi ha trasformato i materiali conosciuti nel mondo della vela in una nuova impresa, chi è passato dal canottaggio olimpico alla Coppa e poi è tornato a vincere ai Giochi. Il suo libro vuole anche spiegare ai napoletani la portata della competizione e produrre un effetto sociale concreto: il ricavato sarà destinato a Black Dolphin, associazione che organizza corsi di vela per ragazzi che non potrebbero accedervi. L’obiettivo è abbattere le distanze che separano molti giovani dal mare e mostrare che la Coppa America può essere una risorsa condivisa dalla città, capace di generare cultura, formazione e nuove possibilità.
Picchi e Greggio: territori, metodo e passione
Federica Picchi ha richiamato lo sport come linguaggio universale e scuola di attesa, sacrificio ed errore, particolarmente preziosa per i giovani in una cultura del “tutto e subito”. La Lombardia dispone di oltre 41.000 spazi sportivi all’aperto e più di 13.000 impianti al coperto, ma presenta un’età media delle strutture di 42 anni. Per trasformare Milano Cortina in un’eredità concreta, Regione Lombardia ha quindi promosso un bando da 100 milioni di euro per gli impianti, il più grande mai realizzato dall’ente, coinvolgendo anche i territori non direttamente interessati dai Giochi. Il sostegno deve essere calibrato sulle realtà locali: una società con cento tesserati ha un peso diverso in una metropoli e in un comune montano di trecento abitanti, dove può rappresentare l’unico presidio sociale. Valentina Greggio ha portato sullo stesso terreno l’esperienza dell’atleta. Alla partenza di una discesa da record, concentrazione e preparazione prevalgono sull’immagine spettacolare dell’adrenalina. «Anzitutto penso che quello che muove veramente qualsiasi cosa sia la passione», ha detto, spiegando che delusioni e fatica sono spesso più numerose delle soddisfazioni. Non è solo la vittoria a far amare una disciplina, ma il percorso necessario per raggiungerla. Il massimo risultato arriva quando equilibrio mentale e fisico trovano armonia; decisiva è anche la presenza di persone fidate, che restano accanto all’atleta quando i risultati non corrispondono alle attese.
Fontana: cadere non definisce chi siamo
Arianna Fontana ha raccontato la forza interiore che sostiene una carriera lunga vent’anni. L’amore per lo short track, nato da bambina in Valtellina, le ha consentito di mantenere vivo il desiderio di mettersi alla prova. Il successo, ha sottolineato, non è mai lineare: sconfitte, infortuni e pressioni non determinano l’identità dell’atleta. «Un momento o una gara non ti definiscono; è il modo in cui ti rialzi, come lo fai, che fa la differenza». Prima dell’ultima Olimpiade un infortunio sembrava poter interrompere il percorso, ma il lavoro del team impose di reinventare completamente la preparazione e aprì un’altra strada. La medaglia e la bandiera italiana restano momenti unici, ma ciò che conta maggiormente è il cammino e la compagnia con cui viene affrontato. Fontana ha definito una “bella responsabilità” essere diventata l’atleta italiana più decorata: il valore principale è ciò che una campionessa riesce a trasmettere a chi la segue, soprattutto ai più giovani. Nei passaggi più difficili si è chiesta perché continuasse; ritrovato quel motivo, le opinioni esterne perdevano forza. La libertà, ha concluso, consiste nel potersi esprimere e restare sé stessi, accettando anche gli errori: «Quindi sbagliate, sbagliate tanto, e imparate dai vostri errori».
Abodi: investire nella base e nelle infrastrutture umane
Andrea Abodi ha ricondotto gli eventi a una visione continuativa: Olimpiadi e Paralimpiadi, Giochi del Mediterraneo, America’s Cup, Olimpiadi giovanili invernali e campionati internazionali devono collegare alto livello e attività di base, stadi e oratori, grandi città e piccoli comuni. «Non siamo quelli di una singola fotografia; a noi piace partecipare a un film che ha una sua sceneggiatura, ispirata da una visione», ha affermato. La collaborazione tra Governo, Regioni, Comuni e sistema sportivo è il metodo che permette di dare continuità agli appuntamenti e di costruire insieme ciò che i singoli non potrebbero realizzare. Nelle conclusioni il ministro ha insistito soprattutto sulle infrastrutture immateriali e sul capitale umano. La tecnologia può superare l’uomo nelle prestazioni, ma non può riprodurre sentimenti e passioni: da qui il dovere pubblico di coltivarli, proteggerli e diffonderli. Abodi ha ricordato l’investimento governativo di un miliardo di euro nelle palestre scolastiche, destinato a colmare la mancanza, l’inadeguatezza o l’inaccessibilità di molte strutture. Ha inoltre citato gli interventi avviati da Caivano e replicati in altri quartieri e territori fragili, la Dote Famiglia, i playground gratuiti e i 1.495 impianti all’aperto già realizzati sui 1.543 programmati nei comuni del Sud sotto i diecimila abitanti. A questi si aggiungono 50 milioni di euro messi a bando per gli oratori. La prospettiva è una cultura del movimento accessibile nella palestra, nella strada e nel parco, coerente con il riconoscimento costituzionale del valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dello sport.







