144. Abolizione del valore legale della laurea

Press Meeting

Alla tavola rotonda delle 11.15 che si è svolta in sala A2 sul tema “Abolizione del valore legale della laurea” hanno partecipato Valentina Aprea, presidente della commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati; Nicola Rossi, economista e senatore della Repubblica e Lorenza Violini, docente di Diritto costituzionale all’Università di Milano.

Daniele Bassi, presidente di Universitas University, associazione di docenti universitari che si dichiara a favore dell’abolizione del valore legale, ha introdotto cosi l’argomento: “Spero che questa sia l’occasione per parlare dell’abolizione del valore legale della laurea ma anche delle problematiche connesse. I problemi dell’università sono molti e gravi. Una delle domande che sorgono spontanee è: interessa davvero a qualcuno che il nostro paese abbia un’università degna di questo nome?”

“Sono molto favorevole all’abolizione del valore legale – comincia Aprea – perché mi sembra una necessità reale del sistema economico più che una scelta di parte. La situazione educativa vede l’Italia in fondo alle classifiche europee, basta pensare a un dato: i tempi necessari per conseguire la laurea sono tali che quando un giovane italiano ha terminato gli studi, in un altro paese europeo avrebbe già accumulato numerose esperienze lavorative”. L’abolizione, se messa in pratica, eliminerebbe l’attuale sistema di omologazione dei titoli di studio. Ma questo non basta: “Abbiamo bisogno di tre condizioni ulteriori perché gli effetti di questo provvedimento siano duraturi: maggiore autonomia nella scelta dei programmi e delle modalità di apprendimento, metodi di valutazione più adeguati dei risultati conseguiti da ogni ateneo e un maggiore diritto allo studio, che deve mettere al centro non le istituzioni ma la persona”. Secondo Aprea poi non bisogna avere paura delle conseguenze di questa riforma: la concorrenza fra atenei è un fattore da accettare se si vuole migliorare l’università. Conclude il suo intervento con una citazione: “Il titolo vale la scuola, diceva don Luigi Sturzo, mentre oggi il valore legale garantisce solo un’uguaglianza di ‘carta’, non sostanziale”.

Rossi, senatore del Pd e professore universitario, concorda con l’opinione di Aprea: “Non si può avere eccellenza nell’università senza disomogeneità al suo interno. Come dico spesso quando dialogo con i rettori, non si tratta appena del problema dell’articolo che sancisce formalmente l’omologazione dei titoli. Quello che vogliamo noi è la possibilità per le università di seguire le proprie attitudini e differenziare le proprie offerte. Il problema è che la competizione e la concorrenza fanno paura, anche perché si pensa che parte del paese non sia in grado di sostenerle”.

Secondo la professoressa Violini “siamo di fronte al legislatore che vuole riformare l’università (con riferimento ad Aprea presidente della commissione parlamentare) con un disegno di legge potente, che comprende novità come la possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni; ma bisogna andare fino in fondo, perchè così com’è ora, non basta. A Pavia hanno tentato di iniziare questo processo di trasformazione, ma hanno incontrato l’opposizione dei sindacati e tutto si è risolto con un nulla di fatto”. La raccomandazione principale che viene dalla docente è quindi quella di cambiare lo stato delle cose ma con attenzione e con la volontà di non fermarsi a metà: “Altrimenti – conclude – si rischia di fare più male che bene”.

Prima della fine dell’incontro c’è tempo per un ultimo giro di interventi in risposta alle domande del pubblico: “Se si vuole permettere la trasformazione delle università in fondazioni – comincia Rossi – non si può trascurare il sistema di finanziamento pubblico, che non può più essere rivolto verso l’istituzione, ma verso lo studente, come avviene negli Stati Uniti. Altrimenti l’università non ha l’autonomia necessaria per differenziarsi”.
Secondo Aprea invece “le istituzioni devono meritarsi il finanziamento pubblico, che deve sostenere la mobilità degli studenti. Ma soprattutto bisogna certificare i livelli di apprendimento degli studenti fin già dalle superiori: solo se si hanno le competenze adeguate si potrà entrare in università, altrimenti si sottopongono gli studenti a studi e test inutili. Perché le cose possano cambiare bisogna mettere al centro la persona, perciò non si può restare fermi”.

(G.Z.)
Rimini, 29 agosto 2008