LE FERITE DELLA SIRIA

Giacomo Gentile, coordinatore progetti Associazione Pro Terra Sancta; Jean-François Thiry, project manager Associazione Pro Terra Sancta ad Aleppo. Modera Paolo Perego, giornalista Tracce.

Dalla dittatura di Assad al governo ad interim di Ahmed al-Shara, il Paese mediorientale continua a non avere pace. La testimonianza di due operatori al lavoro per ricostruire la convivenza mentre ancora infuria la guerra civile.

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PAOLO PEREGO

Benvenuti a tutti a questo nuovo appuntamento dell’Arena di Tracce, di questa avventura che abbiamo portato qui anche quest’anno. Come sempre qui all’Arena, ma anche sul giornale Tracce e sul sito, la nostra proposta è quella di un incontro personale, ovvero il tentativo di farvi conoscere fatti, persone, amici come in questo caso, che nel nostro lavoro quotidiano incontriamo e che ci fanno pensare: vogliamo dirlo a tutti. In un Meeting in cui ovunque, in tantissimi incontri, abbiamo sentito parlare di pace, di dialogo, di riconciliazione. È una cosa che è accaduta spesso durante tante edizioni dei Meeting, però in questo anno la sentiamo particolarmente bruciante. Abbiamo voluto fare memoria anche della Siria, l’incontro infatti si intitola “Le ferite della Siria”. Conosciamo tutti per sommi capi la situazione che vive uno dei paesi più martoriati del Medio Oriente, che ha sempre avuto un passato drammatico e pieno di guerre, una situazione molto difficile soprattutto quella degli ultimi 15 anni, dall’esplosione delle primavere arabe. Poi i nostri ospiti ci daranno chiarimenti per aiutarci a capire meglio e orientarci meglio sulla Siria. Dove però resiste anche una presenza cristiana. Ricordate l’attentato di giugno, non più di due mesi fa, in una chiesa di Damasco per esempio, e dove ci sono anche altre minoranze. Noi non siamo molto bravi a raccontare le macerie, i missili, i troppi morti; piuttosto non riusciamo a tirarci indietro quando si tratta di raccontare i germogli di speranza, quelli che nascono tra le macerie, ovvero i mattoni nuovi che, per citare il titolo del Meeting, abbiamo invitato questi due amici che lo hanno visto, lo hanno vissuto, anzi lo vivono tutti i giorni e lo toccano con mano. Il primo è Giacomo Gentile, coordinatore generale dei progetti dell’associazione Pro Terra Sancta, organizzazione che opera a sostegno delle comunità locali in Terra Santa, Libano e Siria. Da 10 anni fa la spola tra l’Italia e il Medio Oriente con un occhio particolare alla Siria. Invece, è dedicato più specificamente ai progetti dell’associazione in Siria, ad Aleppo, Jean-Francois Thiry, belga, che ha vissuto 30 anni a Mosca e da due anni è di stanza in Siria. Allora, per entrambi, proprio perché hanno tantissime cose da raccontare, io farò solo due domande, le stesse a entrambi. La prima: vorrei chiedere loro di raccontarci che cosa fate, che cosa vivete ogni giorno. Dove vedete, se ci sono, questi germogli di speranza di cui accennavo poco fa? Ovvero, quei mattoni nuovi con cui è possibile costruire anche nel deserto lasciato dalla guerra. La seconda: dicevo poco ci interessa l’incontro con questi amici, per cui vi chiedo di raccontarci un pochino più di voi, da dove nasce lo sguardo che vi sentiremo raccontare. Il tema della missione, del lavoro in territori disastrati, la costruzione della pace. Ci interessa sapere chi siete e poi  che cosa, secondo voi, è chiamato ciascuno di noi per contribuire al tema della profezia per la pace di cui ci parlava Papa Francesco. Chiederei prima a te, Giacomo, di rispondere alla prima domanda, magari inquadrandoci anche un po’ meglio per farci capire di cosa parliamo quando parliamo di storia della Siria. Grazie.

GIACOMO GENTILE

Buongiorno a tutti, grazie ancora dell’invito. Siamo stati presentati perfettamente, quindi non aggiungo altro. In questa prima parte, approfittando dei grandi schermi che abbiamo a disposizione e di un luogo molto fresco, vogliamo prenderci qualche minuto per proiettare alcune slide, sono cartine, per inquadrare meglio dove ci troviamo. So che siete tutti super esperti di Siria, però vogliamo ripercorrere soprattutto cosa è successo negli ultimi mesi a partire da dicembre del 2024. La prima slide mostra la Siria in modo molto semplice. Ci troviamo in Medio Oriente; la Siria ha al suo interno alcune tra le città più antiche del mondo: Damasco, Aleppo. Le città importanti nella costa sono Latakia, Tartus e a sud anche Sueda. Homs e Hama sono invece nel centro. Poi, nella parte est del paese, Deir ez-Zor, Raqqa, Palmyra al centro con un’area antica e archeologica importantissima. Queste ultime città sono forse più famose perché sono state occupate e distrutte per tanti anni dall’ISIS. Ci tenevamo a mostrare esattamente dove si trova per capire anche meglio il contesto. Possiamo passare a quella successiva. La Siria confina a sud con il Libano e con Israele, dove sostanzialmente condivide la zona delle Alture del Golan, che sono zone contese ormai dal ’67, occupate da Israele e rivendicate dalla Siria. Questo confine ci interessa perché, di fatto, la Siria, dopo un lungo periodo di guerra civile interna, è stata anche coinvolta nella guerra scoppiata inizialmente tra Hamas e Israele dal 7 ottobre 2023 in avanti in quanto il regime siriano di Bashar al-Assad, insieme alle componenti di Hezbollah sciite in Libano, ha in qualche modo attaccato e sostenuto la rappresaglia di Hamas contro Israele. Viceversa, Israele ha bombardato diverse volte sia in Libano, come abbiamo visto, che in Siria negli ultimi due anni. Questo contesto per dire che è una polveriera da sempre, in particolare in questi ultimi due anni.

Cosa è successo? Il culmine di questo anno di guerra, tra il 2023 e la fine del 2024, ha visto in Libano una riduzione massiccia della presenza di Hezbollah dopo la guerra con Israele tra settembre e novembre 2024. Poi anche in Siria è accaduto qualcosa di epocale: è caduto il governo di Bashar al-Assad. In questa cartina vediamo com’era la situazione in Siria nel novembre 2024. Siamo a quasi 15 anni di una guerra civile scoppiata nel 2011, in seguito alle primavere arabe che hanno investito diversi paesi nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Inizialmente ci sono state tantissime manifestazioni e proteste contro il governo di Assad, il presidente Bashar al-Assad che governa la Siria dal 2000. Ma la famiglia Assad, appartenente al gruppo alawita, quindi nel ramo sciita dell’Islam e in particolare del partito Ba’ath, governa in Siria da metà degli anni ’70. Il padre di Bashar al-Assad, Hafiz al-Assad, ex militare delle forze siriane, prende il controllo della Siria a metà degli anni ’70, quindi la dinastia Assad è al potere da 50 anni. Questa cartina ci fa vedere bene com’era la situazione a novembre 2024. Il governo siriano di Assad manteneva il controllo nella parte centrale che vedete in rosso, in particolare la città di Damasco e la città di Aleppo, tutte città recuperate dopo i primi anni della guerra civile, dal 2011 al 2015, in cui gruppi ribelli, gruppi jihadisti e poi l’ISIS nel 2014 avevano minato il potere di Assad. Nel 2015, e questo è importante, il governo Assad stava per cadere e chiede fortemente aiuto da una parte alle truppe iraniane e alla milizia di Hezbollah dal Libano per entrare in Siria e combattere al suo fianco, e dall’altra parte chiede aiuto alla Russia. La Russia entra ufficialmente nella guerra in Siria nel 2015. Questo è fondamentale, perché l’alleanza con la Russia, dal 2015 fino al 2024, diventa l’alleanza fondamentale. Quello che vedete adesso negli schermi sono gigantografie che tappezzavano tutte le piazze più importanti delle città siriane, dove mostravano l’alleanza di ferro tra Bashar al-Assad e Putin. La Russia occupa tutte le città principali della costa con un contratto, ancora valido, di controllo dei porti, in particolare Tartus e una parte del porto di Latakia, per 99 anni, e manda diversi militari per sostenere il governo di Assad, che nel 2016-2017 riesce a riprendere il controllo di Aleppo e Damasco. Tutta la parte che vedete in rosso centrale sembrava saldamente sotto il controllo di Assad. La parte invece un po’ più gialla a nord-est è la zona occupata dai Curdi, una minoranza etnica presente in Turchia, in Iraq e anche in Siria, che con l’appoggio degli Stati Uniti sconfigge l’ISIS e occupa tutta la parte nord-est della Siria dal 2017 circa. I turchi, spaventati da questa presenza curda, invadono alcune parti della Siria e prendono saldamente il controllo di alcune zone del nord, appoggiando poi militarmente il gruppo che oggi si fa chiamare Hay’at Tahrir al-Sham, che era legato in precedenza ad Al-Qaeda in Siria, e che si trova nella parte arancione, piccolina, nell’area di Idlib a nord. È un gruppo che pian piano racchiude diversi gruppi jihadisti e ribelli siriani che continuano a combattere contro il governo nell’area di Idlib, appoggiati dai turchi. Cosa accade? A settembre-ottobre 2024 inizia un’ulteriore fase della guerra tra Israele e Libano. Tante truppe iraniane e di Hezbollah rientrano in Libano per combattere contro Israele, e la Russia decide di sospendere l’aiuto regolare al governo siriano, dopo 10 anni in cui non poteva più sostenere le spese per le armi e per l’impegno militare. A sorpresa, il 27 novembre, da quest’area di Idlib inizia un’invasione della Siria da parte di questo gruppo, Hay’at Tahrir al-Sham, guidato da colui che si fa chiamare Al-Jolani, il cui vero nome è Ahmed Hussein al-Sharaa. Nasce a Riyadh nell’82 ma è di famiglia siriana, originaria delle Alture del Golan, da cui il nome Al-Jolani, “colui che viene dal Golan”, che diventa anche il suo nome da combattimento perché rivendica quelle zone. Appoggiato dalla Turchia, prende il controllo prima di tutta Aleppo. Io proprio in quei giorni, dopo il cessate il fuoco in Libano, entravo in Siria il 27 novembre, diretto verso Aleppo. Il mio collega Jean-Francois era appena andato a Mosca e sarebbe rientrato la settimana successiva in Siria. Inizia l’avanzata di questo gruppo che prende Aleppo e pian piano conquista tutti i villaggi e le città, prima Homs, poi Hama, e arriva fino a controllare la parte governativa della Siria, cacciando il governo e Bashar al-Assad. Arriviamo ai giorni nostri. Oggi questo governo si è instaurato, è un governo temporaneo appoggiato in questo momento anche da tante potenze occidentali che hanno riaperto le ambasciate. Mentre prima la Siria di Assad era completamente isolata anche per l’alleanza con la Russia, oggi la gran parte dei paesi, compresa l’Italia, ha riaperto le ambasciate e le relazioni diplomatiche. Questo nuovo presidente siriano, al-Sharaa, dichiara di voler unire la Siria e attivare un processo democratico, ma la Siria oggi non è assolutamente unita e stabile. Abbiamo ancora la componente curda nel nord-est che a fatica cerca di trovare un accordo con il nuovo governo sunnita per avere una stabilità nel Paese e una rappresentanza. C’è la parte a nord ancora occupata dalla Turchia, che continua ad appoggiare ufficialmente il governo siriano, ma i due fronti che volevo sottolineare, e concludo questa parte più geopolitica, sono purtroppo il fronte di Latakia, dove sulla costa è ancora presente una presenza importante di alawiti – a marzo 2025 ci sono stati alcuni attacchi di queste forze alawite verso l’esercito regolare siriano attuale, a cui è seguita una fortissima repressione del governo di Al-Jolani verso tanti civili, anche alawiti. Si parla di più di 3000 vittime nell’arco di 2-3 settimane, alcuni cristiani morti, ma soprattutto alawiti. E poi una caccia all’alawita, che sono tutti schedati nelle proprie carte d’identità, dove sono indicati come alawiti così che tutti lo possano sapere, e vivono sostanzialmente nascosti. La parte più difficile e in subbuglio adesso, come abbiamo visto anche a luglio, è quella a sud, dalla città di Sueda fino alle alture del Golan, perché qui c’è una presenza molto importante di drusi. I drusi sono un gruppo etnico-religioso di circa un milione di persone, 700.000 solo in Siria, nel sud, ma sono presenti anche nel nord di Israele. Sono una componente araba che si rifà all’Islam sciita ma con componenti anche dell’ebraismo e del cristianesimo. Proprio questo gruppo ha iniziato a combattere prima contro alcuni beduini del sud della Siria che sono al fianco del governo, e hanno iniziato azioni militari contro l’esercito regolare, che viceversa ha iniziato un massacro nel sud contro i drusi. Non fermandosi queste azioni militari, è intervenuto Israele, dichiarando di ritenersi un grande difensore della comunità drusa in tutto il Medio Oriente. Tenete presente, per esempio, che i drusi sono tra le pochissime minoranze arabe in Israele che fanno parte dell’esercito israeliano. Quindi, a luglio del 2025, Israele interviene bombardando il Ministero della Difesa siriana e altre zone governative, come a dire: “Non toccate i drusi, dovete trovare un accordo con loro”. Pochi giorni dopo, il presidente Al-Sharaa dice: “Certo, troveremo un accordo con i drusi, dateci ancora un po’ di tempo”. Evidentemente, l’obiettivo di Israele è anche controllare cosa fa questo nuovo governo sunnita alle sue porte e continuare a mantenere un pied-à-terre nelle alture del Golan e nel sud della Siria, dove si è allargato. La situazione è tutt’altro che stabile, ma si procede con il processo di scrittura costituzionale. Al-Sharaa a gennaio aveva detto che si sarebbe votato a marzo, ma poi a sorpresa ha detto: “No, si voterà tra quattro anni, adesso dobbiamo fare lo statuto, la Costituzione”. A questo punto c’è anche un tema di minoranze, perché ci si chiede in maniera preoccupata se questo governo, che nasce da un gruppo jihadista considerato terrorista (Al-Jolani era scritto nel libro nero dei terroristi con una taglia di 10 milioni di dollari sulla sua testa, che gli Stati Uniti hanno revocato pochi mesi fa, mantenendolo però iscritto nell’albo), possa garantire la democrazia e soprattutto la tutela delle minoranze. Noi, come Pro Terra Sancta, come ONG che opera a servizio di tutti ma legati anche ai frati francescani della Custodia, sentiamo massimamente la preoccupazione dei cristiani presenti in Siria. Questo è un punto interessante che ci ha molto provocato. Da una parte, giustamente, c’è la preoccupazione su come questo governo curerà e custodirà le minoranze presenti nel Paese. Dall’altra parte, però, c’è l’invito anche ai fratelli cristiani e a noi stessi a chiederci: “Ma che cosa abbiamo a cuore veramente?”. Certamente la presenza cristiana e la presenza di tutte le minoranze, ma perché possano essere un fattore fondamentale di unità per tutti. Noi desideriamo che in Siria si costruisca un governo che sia per tutti, non per esempio solo a favore dei cristiani ma contro tutti gli altri. Anche questo tema di tutelare le minoranze è importante che non diventi “ognuno ha il suo gruppo tutelato”, i vari ghetti diversi, ma nessuno opera per il bene comune. In questo senso, siamo molto colpiti dalla presenza del vescovo di Aleppo, padre Hanna, che è intervenuto qua al Meeting qualche giorno fa. Dopo 10 anni di vita sotto questo gruppo terroristico, ed essere stato rapito due volte, di fatto sotto il mandato di Al-Jolani, con una presenza silenziosa, sostenuta anche da tanti nostri progetti a favore di tutti, nel tempo si è guadagnato la stima di questi militari. Quando hanno invaso tutta la Siria, lo hanno ritrovato ad Aleppo dicendo: “Noi siamo amici di Padre Hanna”, e l’hanno coinvolto nel gruppo che sta scrivendo la Costituzione. Padre Hanna combatte tutti i giorni dicendo di volere assolutamente che questa Costituzione sia basata sul bene comune. Racconto solo questo aneddoto che ci ha raccontato qualche settimana fa: diceva che c’è stata la discussione su come descrivere all’interno della Costituzione come deve essere eletto il Presidente della Repubblica. Al-Sharaa e la maggioranza delle persone presenti in questo organo dicevano: “Deve essere musulmano”. Tutti d’accordo. Padre Hanna si è opposto, anche buttando i pugni sul tavolo, dicendo: “No, non deve essere per forza musulmano”. E tutti gli hanno controbattuto: “Ma scusami, allora tu dici così perché vuoi che sia cristiano? Voi siete ormai meno dell’1% in Siria, non potete pretendere questa cosa”. E Padre Hanna ha detto: “No, io non voglio che sia cristiano, io voglio che sia una persona in gamba, una persona che abbia i titoli, valida. Perché è importante che ci sia scritto così? Perché rimane come segno che noi stiamo facendo qualcosa per tutti. Sarà musulmano, sarà il mio presidente”. In questo senso, c’è un lavoro delicatissimo, perché dall’altra parte purtroppo la società civile si è tutta spostata verso questo sunnismo integrale e verso una presenza più minacciosa verso le minoranze. Tante nostre colleghe, tante donne cristiane, vengono fermate in certi posti da questi gruppi musulmani che gli dicono: “Come mai voi andate in giro senza velo?”. Oppure anche il ministro dell’educazione che ha detto: “Adesso vediamo, però dall’anno prossimo le scuole saranno divise, le classi tra maschi e femmine”. Mi ha colpito vedere, nell’ultimo viaggio che ho fatto a maggio-giugno, andando a trovare Jean-Francois ad Aleppo, praticamente ogni due giorni passavano vicino alle piazze principali questi camioncini con sopra dei megafoni giganteschi, con persone che invitano a convertirsi all’Islam, passando anche nei quartieri cristiani e dicendo: “È il nostro momento, non potete rimanere in questo paese se non vi convertite”. Capite che la situazione è molto delicata. In questo contesto difficilissimo, come Pro Terra Sancta abbiamo iniziato tanti progetti, soprattutto a partire dal 2015, di aiuto, innanzitutto alla popolazione, progetti umanitari. I primi sono stati la creazione di quattro centri di emergenza in Siria, in particolare ad Aleppo, nella zona di Idlib insieme a Padre Hanna, e poi a Latakia e Damasco, proprio per sostenere i più poveri, evidentemente la comunità cristiana, ma anche tanti musulmani che venivano a chiedere aiuto. Progetti di emergenza come distribuzione di cibo, di medicine, aiuti generali, un aiuto anche ad avere qualche ora di elettricità in più. Dal 2016 ufficialmente c’è solo una o due ore di elettricità pubblica al giorno in Siria. La situazione è devastante, in certi luoghi anche 50 minuti, per cui d’inverno fa freddissimo, d’estate si muore di caldo, non c’è l’acqua calda. Sono partiti alcuni progetti sia di riparazione delle case distrutte dalla guerra, ma anche di installazione di pannelli solari che permettono di avere 3-4 ore di elettricità in più. Io dal 2016 viaggio in Siria proprio per monitorare e seguire questi progetti. Da una parte, mi ha sempre impressionato e colpito la distruzione vista in questi luoghi, soprattutto ad Aleppo, e la miseria di certe famiglie e persone che rimangono lì a vivere ma senza più niente. C’è anche una svalutazione della lira siriana per cui i prezzi sono saliti alle stelle e la gente non riesce ad arrivare alla fine della settimana, neanche del mese. Dall’altra parte, vedere come le persone rimanevano piene di gratitudine per l’aiuto che arrivava, anche se piccolissimo. Faccio un esempio: una cosa che mi aveva colpito era vedere i bambini in Siria. A un certo punto, eravamo in visita qualche anno fa in una scuola che non aveva il riscaldamento. Era dicembre e faceva freddissimo. Entriamo in una classe e c’erano tutti i bambini con le giacche a vento, le felpe. A un certo punto si alzano tutti a salutare, la maestra ci presenta e poi dice in arabo a questi bambini: “Ragazzi, mostrate a Mr. Giacomo la canzone del mattino”. Tutti questi bambini si alzano in piedi e iniziano a fare una canzoncina con i gesti che sostanzialmente dice: “Prima la testa, poi le spalle, poi la pancia”. Tutti contenti. La maestra si gira commossa e mi dice: “Vedi, questa è la canzone che hanno imparato per quando fanno la doccia la mattina, perché l’acqua è fredda”. Era una cosa divertente per fare la doccia veloce. Io subito commossissimo per questo. Oppure un altro episodio, sempre molto semplice. Andiamo a installare un pannello solare in una casa e incontriamo il giorno dell’installazione il signore, un vedovo, anziano, con i due figli in guerra al fronte. Questo signore è tutto contento, ci accoglie nella sua casa tutta buia, aveva le torce. Noi attiviamo la batteria, gli facciamo vedere il nuovo quadro elettrico e lui dice: “Ma quanta elettricità avrò in più?”. “Guarda, 3-4 ore in più al giorno”. E lui si commuove. Poi inizia a dirci tutte le cose che non vanno in Siria, la nostalgia che aveva di sua moglie, però poi si gira, intanto si era accesa la luce in casa, quindi lui tutto contento, si gira, accarezza il quadro elettrico e dice: “Il Signore non ci abbandona mai”. Anche lì, tutto commosso. Questa, insieme a tanti altri esempi, cioè vedere la commozione quando ricevono qualcosa come può essere una bottiglia d’acqua, il cibo per due settimane, la felicità incredibile. Tutte cose che io do per scontato, vedo che diamo per scontato l’elettricità, la luce, il riscaldamento, l’acqua calda, e mi impressiona vedere quanto è difficile vivere senza queste cose. Ma vedendo queste persone, alcune di loro, quando tornano queste cose, vengono percepite molto di più come un dono. E questa è una cosa che mi riconsegnano sempre. Si può piangere di felicità perché ci sono tre ore di luce in più, c’è l’acqua calda. In questo contesto sono nati anche dei progetti molto interessanti incontrando la comunità musulmana di Aleppo Est, la parte distrutta della città, dove dal 2017 in avanti ci si è accorti che c’erano tanti bambini orfani, più di 2000, che non avevano il padre. Spesso erano figli di soldati jihadisti che avevano violentato le donne all’interno della città. Nella mostra qui, “La profezia per la pace”, viene anche raccontata questa storia. Il problema è che nessuno voleva aiutare questi bambini perché tutti dicevano: “Questi sono i figli dei terroristi, di quelli che hanno cercato di distruggere la Siria, non vogliamo avere niente a che fare”. Il governo stesso diceva così. Solo il Mufti di Aleppo, autorità religiosa sunnita, si accorge di loro, vuole fare qualcosa e si rivolge ai frati francescani ad Aleppo e a noi di Pro Terra Sancta, proponendo un progetto comune. La faccio breve, ma sono quasi 8-9 anni che è in corso questo progetto. Sono stati costruiti tre centri di accoglienza per questi bambini, cercando anche di risolvere il problema che non avevano il cognome, quindi non erano registrati all’anagrafe, non andavano a scuola. Ci si è messi insieme, cristiani e musulmani, con grande difficoltà, con tante discussioni, però il Mufti ha proposto alcuni collaboratori musulmani, noi alcuni collaboratori musulmani e cristiani. Ora siamo più di un centinaio che collaborano insieme, ripeto, con tanta difficoltà, ma è interessante perché il punto di partenza è stato vedere un bisogno e una stima reciproca di come ci si stava muovendo nel silenzio, dal basso, e poi lavorare insieme per qualcosa di grande. Questo è l’opposto dello scontro, come è avvenuto in tutto il paese, tra tanti musulmani che hanno cacciato i cristiani dalla Siria. L’opposto dello scontro non vuol dire “rose e fiori”, ma vuol dire anche mettersi insieme e discutere, correggersi, ma proprio per una stima di fondo, perché riconosciamo il bisogno che vediamo e proviamo a metterci insieme. Questa è una cosa che mi entusiasma e ci entusiasma tantissimo come possibilità di costruzione. La psicologa musulmana, dottoressa Binan, sempre presente alla mostra curata da GS qui, qualche mese fa eravamo a casa di Jean-Francois e a una riunione di fine anno ha detto: “Io sono molto contenta per questi progetti che abbiamo iniziato insieme a favore dei bambini. Siamo partiti perché abbiamo visto un bisogno, ma adesso in questi anni siamo diventati collaboratori e amici, e quindi io voglio fare molto di più”. Ha iniziato a elencare tutta una serie di attività e progetti che vorrebbe fare, alcuni irrealizzabili, però mi ha colpito molto questo: a partire dall’accorgersi di un’amicizia, viene il desiderio di fare di più per il proprio Paese. E questo è sempre un seme che ci colpisce e che vogliamo in qualche modo coltivare sempre di più. Per adesso mi fermo qui.

JEAN-FRANCOIS THIRY

Prima di tutto, buongiorno a tutti. Grazie a tutti gli amici che sono venuti adesso, ma che in generale ci sostengono anche quando siamo ad Aleppo. Uno di questi progetti di cui parlava Giacomo, questa dottoressa, ha l’idea di mettere in scena il documento sulla fratellanza umana. È un documento molto importante sul dialogo tra cristiani e musulmani, e adesso c’è questa idea di farne uno spettacolo teatrale che possa girare in Siria. Vedremo se arriveremo a realizzarlo. Se parto dalle ferite della Siria, devo dire che la prima ferita è una ferita che la Siria ha causato in me. Ho fatto il mio primo viaggio in Siria nel 2017. Prima di allora, ero, penso come alcuni di voi, uno che non capiva niente: sunniti, sciiti, guerre incessanti, una regione solo di musulmani che litigano tra di loro. Questo era quello che avevo in testa. Poi, nel 2017, Pro Terra Sancta mi invitò per una visita, per capire se potevamo fare un centro culturale a Damasco. In quel primo viaggio, a fine maggio, vidi una processione per la Vergine Maria. C’era la guerra, c’erano stati degli attentati qualche giorno prima. I terroristi, che adesso sono i buoni, avete capito il passaggio, i terroristi che adesso sono al potere erano a due chilometri dalla Chiesa Latina, e vedo uscire dalla chiesa una folla di gente in processione dietro alla Madonna. Io, da buon francofono, vado dal parroco e gli dico: “Mi sembra un po’ pericoloso adesso uscire dalla chiesa, non è meglio rimanere dentro?”. E lui mi disse: “Non abbiamo il diritto, non possiamo tacere della nostra fede”. In quel viaggio ho incontrato gente che andava tutti i giorni a messa sotto le bombe perché aveva bisogno di ricevere i sacramenti. Ho incontrato, abbiamo parlato di padre Hanna che è diventato vescovo, il prete che viveva con lui in questa zona di Idlib sotto al-Nusra, ISIS, e che raccontava tutte le cose che il vescovo ieri ha raccontato. Ho avuto l’impressione di avere davanti a me un martire in potenza che, al punto di fare finta di fucilarlo, avrebbero potuto fucilarlo, ma lui rimaneva là per non abbandonare il suo gregge. Io sintetizzo così quello che ho incontrato in quel primo viaggio: ho visto gente, cristiani, per i quali la fede era più importante della vita. Potevano perdere la vita, ma se perdevano la fede, perdevano il senso della vita, il senso delle cose. Per noi tutti la vita ha il valore massimo; per loro era la vita in Cristo. E questo mi ha fatto una ferita. Io sono un laico consacrato dei Memores Domini, e mi sono reso conto che non avevo questa coscienza. Non ero pronto a dare la mia vita, se mi fosse stato chiesto, per la mia fede. Da quel momento mi sono sempre detto che se avessi potuto fare qualcosa per sostenere i cristiani in Siria, lo avrei fatto. E per questo, quando sono stato espulso dalla Russia e Pro Terra Sancta mi ha proposto di andare ad Aleppo, ho accettato proprio come gratitudine per quello che avevo incontrato in quel primo viaggio. Sono passati due anni da quando vivo ad Aleppo e mi chiedo: che cosa è rimasto di quel valore che avevo incontrato? Perché due anni di convivenza ti fanno vedere tutti i limiti anche delle persone e delle comunità. Ho conosciuto tante persone e vedo la disperazione, il desiderio di andare via. Oggi non so quante persone cristiane in Siria vogliano ancora rimanere là per ricostruire il paese. Tanti hanno paura e vogliono andare via. Cosa è la nostra presenza? Cosa vuol dire costruire con mattoni nuovi? Prima di tutto, per me, qui in sala c’è una persona che abita con me ad Aleppo. Vorrei chiedergli di alzarsi, Renzo. Gli facciamo anche un grande applauso. Ecco, Renzo vive con me ad Aleppo, mi ha raggiunto l’anno scorso e da un anno condividiamo questa vita. Noi possiamo condividere la vita degli altri se viviamo prima di tutto noi stessi una compagnia. Devo dire che questa convivenza con lui in quest’anno è stata per me la testimonianza della nostra comunione. E’ guardando qualcosa di più grande di noi, qualcosa che ci guida, che possiamo diventare testimoni. Vuol dire anche proporre la scuola di comunità, aiutarci a guardare le ferite, il limite delle persone, perché altrimenti da solo uno scade, guarda solo il limite, non guarda più al valore. Sono molto grato di questa compagnia che lui mi ha fatto in questo anno. Questa condivisione per noi si realizza in vari modi. Vi racconto qualche storia. Uno dei primi incontri che ho fatto ad Aleppo è stato con il mio vicino, che tiene un bar. Lui si chiama Munir, è un bar molto povero, ed è un musulmano. Abbiamo cominciato a condividere le domande della vita, perché il desiderio con il quale sono arrivato era di trovare dei compagni di viaggio, dei compagni di cammino. E questo per me si è realizzato così, prima che nello spiegare o nel convincere qualcuno, nel condividere una domanda sulla vita. Con questo Munir è cominciato così, abbiamo iniziato a parlare della tradizione, mi ha invitato a casa, abbiamo cominciato a fare amicizia. È stata la prima persona con cui ho cominciato a leggere “Il senso religioso”. Mi ricordo che dopo qualche mese, una volta, Munir, che è una persona serissima con il Ramadan, questa quaresima musulmana dove non si mangia, non si beve e non si fuma dal mattino alla sera… lui fuma, e la prima cosa che faceva dopo la rottura del digiuno era fumarsi una sigaretta. È molto serio con la sua tradizione. Una volta, dopo la scuola di comunità, lo vedevo specialmente felice e gli ho chiesto: “Munir, ma perché sei così felice?”. E lui mi disse: “Io ho la sensazione che in vostra compagnia potrò scoprire qual è il senso della vita, perché qual è il senso della vita io non lo so”. Era molto serio a seguire la sua regola, ma questo non c’entrava niente con il riconoscere un senso della vita. Ecco, questa è la compagnia che cerchiamo di farci, dentro le cose magari più profonde ma anche dentro la vita comune. Uno dei progetti che realizziamo là si chiama WIP, Work in Progress. Aiutiamo piccole imprese a nascere e a svilupparsi e li accompagniamo dentro questo sviluppo. Questo vuol dire condividere la vita di questi piccoli imprenditori: uno fa le pizzette, l’altro ha uno studio dentistico, un terzo fa protesi di plastica per chi ha avuto arti rotti. È la condivisione con le persone attraverso i progetti e attraverso la compagnia concreta. Finisco questa parte con una cosa. Mentre ero ancora in Russia, subito dopo l’inizio della guerra, a febbraio, abbiamo avuto una messa per Don Giussani e per il riconoscimento della fraternità, celebrata da Monsignor Paolo Pezzi, l’arcivescovo di Mosca. Noi ci aspettavamo tutti che avrebbe condannato la guerra, avrebbe detto chi era il colpevole. E lui nella sua predica disse queste cose: “Sto meditando in questi giorni su un passo dell’Antico Testamento che dice che Dio fa piovere sui buoni come sui cattivi. Dio dà la sua salvezza ai buoni e ai cattivi. Dio ama tutti gli uomini”. Vi assicuro che cominciare a guardare le persone in Russia, ma poi anche in Siria, tentativamente, cercando di guardarli con quest’occhio, l’occhio di Dio che ha creato qualsiasi uomo per la felicità e desidera attrarlo a sé, vi assicuro che si comincia un po’ meno a dover spiegare agli altri la vita e che cosa devono fare, ma ad accompagnarli dentro questo cammino.

PAOLO PEREGO

Torno da Giacomo per farlo parlare un po’ più di sé stesso. Hai raccontato della Siria, hai raccontato dei progetti, ma ci interessa sapere chi sei. La dico in modo un po’ brutale, per togliere un po’ di eroismo, perché siamo portati a pensare che in fondo la pace la costruiate voi che siete là. Che cosa è per te invece questa cosa che stai facendo? Raccontaci un po’ che cosa stai scoprendo più di te stesso.

GIACOMO GENTILE

Come primo punto, una risposta banalissima è che questo tipo di lavoro mi appassiona molto. Fin dagli anni universitari ho studiato relazioni internazionali, scienze politiche, poi cooperazione. Un contesto di questo genere mi affascinava sin dall’inizio, non tanto nell’ipotesi di dire “andiamo a fare gli eroi, a risolvere i problemi”, perché poi ti accorgi che risolvi ben poco da un punto di vista quantitativo, mentre è infinito il cambiamento qualitativo che si può generare, soprattutto in noi stessi. La cosa che mi affascina di più di questo lavoro è innanzitutto accorgersi ogni giorno che il mondo è molto più grande di quello in cui si è cresciuto. È fondamentale avere delle radici, ma c’è molto di più. E questa idea di aprirsi all’altro, non tanto per entrare in un calderone, ma per crescere sempre di più, trovare compagni che non ti aspettavi e provare a costruire qualcosa insieme in un luogo difficile dove sembra impossibile farlo. Questa cosa mi entusiasma tantissimo. La cosa che mi costruisce di più è vedere quando questo è possibile. Tante cose che costruisci, tante case che ripari, poi il terremoto te le butta giù tutte, e tu rimani a bocca aperta. Ma vedere, per esempio, dopo il terremoto del 2023, tutti questi colleghi, questi amici che rimanevano lì, che erano insieme e dicevano “ripartiamo, ricostruiamo insieme”, quello è stato un momento fondamentale. È come dire: non è tanto quello che costruisci, ma i legami che crei, i rapporti che crei e come questi cambiano e crescono in te, come cambiano me. Perché queste cose rimangono. E anche il nesso con “a che cosa è chiamato ognuno di noi”, io lo vedo tanto in questo. Certo, c’è chi lavora in un certo contesto, c’è chi lavora in un altro, ma siamo tutti chiamati in qualche modo a cambiare noi stessi per crescere e creare dei legami attraverso cui possiamo influenzare dal basso. Mi colpisce vedere in queste persone come si può vivere il dolore senza che questo chiuda in sé stessi, ma che apra verso gli altri. È impressionante. Per esempio, racconto di me. Io sono sposato, quindi ogni volta che faccio un viaggio, con mia moglie decidiamo insieme se vado o non vado. Siamo sposati da qualche anno e non sono arrivati i figli. Questa cosa sicuramente è un punto che porta dolore, che fa fare fatica. Siamo sempre aperti a vedere come rilancia la vita, la realtà, vedere cosa succede, però sicuramente è un punto di sofferenza. Mi ha colpito una volta, dopo aver condiviso un po’ negli anni questa cosa anche con i frati francescani che erano lì… qualche anno fa eravamo in una sala come questa, con tante persone venute per ricevere aiuti, e padre Ibrahim, che ai tempi era ad Aleppo, dice: “Fermi tutti. Prima di iniziare la distribuzione, vogliamo ringraziare Giacomo che è qua con noi ad Aleppo e preghiamo per lui e la sua famiglia, perché lui e sua moglie vogliono tantissimo un bambino. Preghiamo perché questa famiglia sia nella grazia del Signore”. Io ho visto con i miei occhi 200 persone alzarsi, alcuni poverissimi con le stampelle, alzarsi in piedi e pregare tutti commossi per me. Quella è stata la prima volta che mi sono sentito preferito dentro questa cosa, da persone poverissime. Con alcuni poi è nato anche un rapporto, soprattutto con una signora che le volte successive che andavo mi chiedeva: “Allora?”. “Guarda, non ancora”. “Tu sai cosa bisogna fare, vero?”. L’ultima volta mi aveva detto: “Comunque, io ho in mente la tua sofferenza”. Questa cosa mi ha scioccato. Perché io penso, quando vado in questi luoghi, e immagino anche Jean-Francois che è lì sempre, io mi “raddrizzo” molto rispetto a tutte le pretese che ho nella mia vita di tutti i giorni, tutti i motivi per cui mi lamento, che poi lì cadono miseramente nella loro futilità. Però, dall’altra parte… non voglio fare il discorso moralista. Mi colpisce perché queste persone hanno a cuore la mi sofferenza. Questo mi ha sorpreso, perché non c’è un dolore di serie A e di serie B. Ho imparato nel rapporto con loro che quando vivi a pieno il tuo dolore, hai a cuore quello dell’altro. Si diventa fratelli nel dolore. E loro che hanno in mente questa cosa mi hanno cambiato tantissimo, anche nel rapporto con mia moglie. Giustamente, quando sono in viaggio, lei dice: “Sentiamoci almeno una volta ogni due giorni la sera”. E io dico: “Sì, perché siamo insieme, bisogna sentirsi, va bene”. Molto spesso sono assolutamente inadempiente a questa cosa e lei si arrabbia. Ma l’ultima volta, a novembre, mi ha richiamato su questo e mi ha detto: “Senti, ma tu non hai capito niente. Io ti dico questa cosa non perché voglio fare la mogliettina che ‘bisogna sentirsi’ o perché voglio essere tranquillizzata, anche perché, cosa mi tranquillizzi? Sei lì. Ma voglio che ci sentiamo perché noi siamo insieme. Tu non sei da solo lì e io non sono da sola qua. Siamo insieme, e quindi tutte le cose che tu vedi lì, puoi condividerle”. Mi ha impressionato, perché è proprio un punto di partenza diverso, è una roccia più stabile da cui partire e guardare tutto il resto. Io penso che sia proprio questo il punto che permette a tanti di rimanere lì: avere una roccia, qualcosa per cui tu dici “qualsiasi cosa capiti, ci sono delle relazioni, c’è un nesso anche solo con una persona, c’è una comunione con qualcuno” per cui il dolore può essere vissuto in maniera ancora più profonda. E con queste persone, con mia moglie, con tanti che mi testimoniano questo lì, io andrei in capo al mondo. E questo ci testimoniano tanti amici lì.

JEAN-FRANCOIS THIRY

Voglio solo aggiungere qualcosa su quello che diceva adesso. Renzo, che abita con me ad Aleppo, dovreste vedere quando va a fare la spesa. Va a fare la spesa col Google Translate, non parla ancora arabo tanto bene. Arriva nei negozi e gli chiedono: “Ma tu da dove sei? Sei italiano? Ma come mai sei venuto qui?”. Veramente, il fatto di una presenza là è già una cosa che rincuora, che dice: “Non siamo abbandonati, c’è qualcuno che condivide la vita con noi”. Gli offrono il caffè, lo fanno sedere, passa le giornate nei negozi. Volevo raccontare un’altra cosa, perché il bene bisogna anche sceglierlo, la pace bisogna anche sceglierla. Vorrei raccontare questa storia. Dopo l’attentato di due mesi fa a Damasco, dovete immaginare la situazione dei cristiani: non abbiamo neanche più la tranquillità per andare a pregare nelle nostre chiese, sono morte 25 persone. Davanti a quella situazione, abbiamo deciso che io andassi a Damasco per vedere se potevamo fare qualcosa per i feriti in ospedale e per sostenere i nostri collaboratori. Ho preso il pullman, un viaggio di 5 ore da Aleppo a Damasco. Mi siedo e a un certo momento vedo entrare un giovane, capelli lunghi, barba lunga, vestito militare con un versetto del Corano qui, un fucile immenso in mano e un sacco di armamenti intorno alla cintura. Per me era l’esempio tipico di un militare radicalizzato che avrebbe potuto fare l’attentato una settimana prima nella chiesa. Ero tutto preso da quello: guardare dov’era l’uscita di sicurezza, come fare a rompere il vetro se fosse successo qualcosa. Però nel pullman c’era anche un giovane ragazzo che è venuto a trovarmi alla fermata che abbiamo fatto. Si presenta e mi fa: “Io sono Marwan, tu sei straniero, da dove vieni, cosa fai?”. E comincia a raccontarmi la sua storia. Lui è studente di medicina ad Aleppo e tornava nella sua città, che è la città di Douma. Douma è una città alle porte di Damasco, famosa perché è stata accerchiata dalle truppe di Assad per tre anni e sono state usate le armi chimiche contro la popolazione, perché è la popolazione che si è ribellata ad Assad e dunque sono “terroristi” per definizione. Nelle dittature è sempre così: se qualcuno è contro il potere, è bollato come terrorista, così anche in Russia. E mi dice: “Tu devi venire a trovarmi nella mia città, che è la città più bella della Siria”. Io so che è una città distrutta. Gli dico va bene, ma raccontami un po’ di te. E lui mi dice che quando è cominciata la guerra, ha lasciato Aleppo, è tornato nella sua città, ha passato tutta la guerra lì, accerchiato dalle truppe di Assad. Poi ha cominciato a lavorare per Medici Senza Frontiere e, dopo un mese di lavoro, la polizia segreta è venuta a prendermi. Mi hanno arrestato e ho fatto tre anni nelle prigioni con l’accusa di essere un terrorista, per il semplice fatto che ero di quella città e perché lavorava per Medici Senza Frontiere. Poi mi hanno liberato, buttato così sulla strada, debilitato dalle torture psichiche e fisiche. Io gli ho chiesto: “Ma tu non ti vuoi vendicare?”. E lui mi guarda e mi fa: “No, perché la vendetta porta solo più violenza. E noi della violenza non ne possiamo più. Poi per noi musulmani, è scritto nel Corano, dobbiamo perdonare”. Io faccio: “Scusami, ma questa è la prima volta che sento che nel Corano bisogna perdonare, perché fino ad adesso si parla sempre di vendetta”. E lui: “No, no, no, è scritto qui, nel primo periodo di Mohammed, quando è ancora debole, e parla del perdono in questo modo: se qualcuno ti fa del male, lascialo perdere, lascialo con il suo male. Sarà Dio a vendicarti, non sei tu a dover vendicarti. Sarà Dio a giudicare e a vendicare”. E lui là spende le sue giornate a insegnare l’inglese ai bambini, perché vuole aprire la loro mente. Ha letto Victor Hugo, ha letto Dostoevskij. Abbiamo fatto una chiacchierata veramente bella. Poi la storia è continuata, sono andato a trovarlo, sono state giornate bellissime e stiamo anche vedendo con Pro Terra Sancta se troviamo fondi per sostenere questa opera educativa che lui ha là con i più poveri. Ma perché vi raccontavo questa storia? Perché io nel pullman ero catalizzato dal militare e potevo perdere questo incontro. Anzi, l’avevo perso, se lui non fosse entrato nella mia vita. Dunque, costruire, cominciare, come dice il Cardinale Pizzaballa, a creare un terreno dove il bene possa vincere, è anche il mio dire di sì a queste cose qui. Ecco, solo questo volevo dire.

PAOLO PEREGO

Sono molto grato a entrambi perché ho letto una cosa nella mostra dei ragazzi di GS sulla profezia per la pace, c’è una frase di don Tonino Bello che voi per me avete reso carne. Dice che la pace muore quando si smette di guardare al volto delle persone che si incontrano. Mi pare che nei racconti che avete fatto, questa dinamica di guardare l’altro, di accorgersi dell’altro e di guardarsi in faccia sia emersa. Mi piaceva chiudere questo ringraziamento nei vostri confronti con una frase di Papa Leone nel messaggio che ha mandato al Meeting, che dice proprio questa cosa: “Negare le voci altrui e rinunciare a comprendersi sono esperienze fallimentari e disumanizzanti. Ad esse va opposta la pazienza dell’incontro con un mistero, con la M maiuscola, sempre altro, di cui è segno la differenza di ciascuno”. Quindi grazie, Jean, e grazie, Giacomo.

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Data

26 Agosto 2025

Ora

13:00

Edizione

2025

Luogo

Arena Tracce A3
Categoria
Incontri