SI PUÒ VIVERE COSÌ

Partecipano: Elvira Petrozzi, Comunità Il Cenacolo; Emmanuele Silanos, Missionario della Fraternità Sacerdotale S. Carlo Borromeo; Felice Siciliano, Centro Solidarietà Napoli. Introduce Alberto Savorana, Portavoce di Comunione e Liberazione.

 

MODERATORE:
Bene, buon pomeriggio. Benvenuti a questo secondo incontro del Meeting del ciclo: Si può vivere così, che cerca di offrire ogni giorno a chi è al Meeting, la testimonianza di persone per le quali l’incontro cristiano è qualcosa di così reale, di così presente, di così entusiasmante da cambiare la loro umanità, fino al punto di farle diventare protagoniste, cioè attori della loro vita e per le doti, il temperamento, le capacità ricevute da Dio, fattori di amicizia, di costruzione, di storia, così che chi le incontra è in qualche modo provocato a ripercorrere il loro stesso cammino per scoprire chi sono, che cosa ha agito in loro fino al punto di farli diventare, come recita il titolo del Meeting, protagonisti, cioè persone per cui il vivere è carico di una ragione, ché senza ragione non c’è vita umana.
Oggi abbiamo tre presenze che in contesti, situazioni, ambienti umani diversissimi ci racconteranno come, lì dove sono, si può vivere così, cioè da protagonisti, cioè da attori che sanno qual è il significato della loro umanità e per questo diventano contagiosi, dove sono. Suor Elvira, a cui lascerò subito la parola, iniziatrice della comunità Cenacolo e ci racconterà lei di cosa si tratta, una realtà oggi presente in decine di paesi, con case che condividono il bisogno umano che ciascuno di noi è, non che ha ma che è, perché qualunque cosa possiamo raggiungere, ottenere, conquistare, non sarà mai sufficiente a riempire il mare sterminato del nostro cuore. E poi Emmanuele Silanos, che è missionario della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo, nata all’interno dell’alveo di Comunione e Liberazione e che da un anno e mezzo o poco più, vive come missionario a Taipei, in Estremo Oriente; poi torniamo a casa, in una casa finalmente ripulita, con il nostro Siciliano, di nome ma non di fatto, perché vive a Napoli, è responsabile della Compagnia delle Opere ed è al centro di quel fenomeno, che forse qualcuno ha già conosciuto, che è il sommovimento che si è prodotto a Napoli e in particolare in quel rione Sanità dove fino a poco tempo fa sembrava non si potesse vivere così, e ascolteremo anche da lui la storia dell’impossibile cambiamento divenuto realtà. La parola a Suor Elvira.

ELVIRA PETROZZI:
Non posso negare che ho un po’ di tremarella dalle ginocchia in giù. Comunque sono contenta di essere in mezzo a voi. Quando si parla in un ambiente pieno, saturo di vita, di vita, quella vita che dice amore, pace, gioia, sacrificio anche, e come! Però voglio iniziare come fanno i nostri ragazzi. Voi sapete che, da tanti anni, 25 anni, sono con i tossicodipendenti, e ho visto – quando dico ho visto, significa ho vissuto, ho vissuto nella carne, nel cuore, nella mia vita – tutto il dramma di giovani, ragazzi e ragazze, che non sapevano perché vivevano. Allora, però, anche loro fanno le testimonianze, e anch’io voglio farla, la mia, la mia storia. Siamo importati da Sora, ad Alessandria quando papà è stato richiamato alla guerra, del ’40-45, e così ci siamo sballottati qui e là, con 7 figli. Tutti erano poveri, ma noi ancora di più, con tutte quelle bocche da sfamare, e ricordo che ad un certo momento la povertà si è fatta ancora più drammatica perché mio padre, che era nel campo di guerra, ad un certo momento ha incominciato ad ubriacarsi, tornava a casa qualche volta e non lo riconoscevamo più, e non sapevamo come, perché, il papà non è più come prima. Immaginatevi, quando poi la guerra era quasi terminata, lui ha continuato a bere, e tutti quelli che facevano un piacere a dargli del lavoro, dopo un po’ proprio perché aveva questa debolezza, lo licenziavano. E’ stata una cosa per cui io, quando avevo 10, 12, 15 anni, mi vergognavo di parlare della mia famiglia, povera, senza casa. Mio padre, oggi che penso, è quello che ha fatto di me una donna capace di amare. Se papà fosse stato una persona dabbene, una persona affidabile, una persona che guardava la famiglia, che pensava alla famiglia, forse non ci sarei qui, perché in fondo mio padre mi ha insegnato la povertà, l’umiltà. Mi ricordo, veniva a prendermi a scuola in bicicletta, e i ragazzini di 9 anni, in terza elementare, mi dicevano: “Rita, to papà l’e tornà ciuc”, “Tuo padre è di nuovo ubriaco”. E io mi stringevo il cuore e con la cartella, con la testa bassa, me ne venivo via, veloce. Tutte cose che quando sono diventata adulta le ho pensate, e per tanto tempo mi sono vergognata di parlare di mio padre, di parlare della mia famiglia. Oggi ringrazio mio padre, perché mi ha insegnato la vita, la concretezza della vita, anche quando aveva bisogno delle sigarette e in piena notte mi svegliava: “Vamm’ accattà le sigarette” e non potevo dire no. Avevo paura, perché dovevo passare in posti dove c’erano gli alberi e vento e di notte, e correvo, correvo, correvo. Tutte queste cose, mi ricordano, mi dicono: com’è stato saggio mio padre, lui non lo sapeva ma intanto ha formato me all’ubbidienza, perché non potevo dire no al sacrificio, perché qualche volta d’inverno faceva freddo, avevo paura, il buio, lui non si curava, perché non era in sé, per il vino. Oggi dico grazie alla Divina Provvidenza che mi ha dato un padre così, perché se non avessi fatto quei sacrifici, ripeto, forse oggi non sarei qui in mezzo a voi. Ritengo che mio papà sia stato il primo drogato che la Divina Provvidenza mi ha messo fra le braccia. Perché? Perché dovevo toglierli i calzini, la mamma ha dovuto chiudersi quasi in un ospedale per lavorare. Veniva a casa una volta alla settimana. Allora ero io che dovevo fare, dovevo, perché non l’ho fatto così … Facevo la mamma a tutti i miei fratellini. E queste cose oggi, mi dico, guai se non fossero avvenute. E ve lo dico, vedete, l’ho detto, chiaramente, anche con dignità, e vorrei dire a tutti voi di perdonare la vostra famiglia se qualcosa ha fatto che vi ha umiliati, o non siete stati apprezzati. Perché tutto quello che è avvenuto quando noi eravamo piccoli, se oggi siamo qua, è perché è stato trasformato, il tutto, dalle tenebre alla luce, e hai un’esperienza, hai un coraggio, hai la capacità di andare oltre e vivere l’amore.
Adesso vi parlo un po’ della comunità Cenacolo. Abbiamo festeggiato proprio qualche giorno fa il venticinquesimo della comunità Cenacolo. Qualcuno dice: perché la comunità Cenacolo? Come l’hai chiamata? Proprio perché nel cenacolo c’era una grande protagonista, la prima protagonista, che, facciamole un bell’applauso, è stata la Madonna. Lei, lei che ha detto sì. Se lei non diceva di sì, neanche Gesù il nostro Salvatore … Allora lei è stata la vera, grande, universale protagonista. Con suo figlio, dopo, ha continuato tutto. Allora dicevo il cenacolo, perché quando gli apostoli han visto che Gesù era morto in croce, si sono spaventati, avevano tanta paura e dove si sono rifugiati? Si sono rifugiati nel Cenacolo, dove c’era Maria, e così abbiamo messo il nome Cenacolo. Questo Cenacolo che ha fatto vivere e vedere tanti, tanti, tanti, tanti giovani, che avevano paura, che erano arrabbiati, che erano violenti, che hanno quando vengono, hanno tanta rabbia, tanto mutismo, tanta violenza, tanto desiderio di vendetta. Ecco quando hanno subito tante cose, mi vendicherò dicono quando sono piccoli, ma quando i bambini divengono grandi, ricordano troppo bene, troppo bene, le ingiustizie che gli abbiamo fatto. Allora vi dico per favore, stiamo attenti ai bambini, perché è di li che si incomincia a pensare, poi diventano ragazzi e poi vivono la strada più felicemente che stare in casa loro, non vogliono più stare in casa perché papà e mamma, i ragazzi non sanno più chi sono papà e mamma. Queste cose me le dicono loro quando hanno bisogno finalmente di liberarsi. La nostra comunità grazie a Dio propone loro per prima cosa la verità, vivere nella libertà tutto quello che sei. Allora la prima cosa che abbiamo proposto è stata la fede, la preghiera e così ancora oggi, da 25 anni, i nostri giovani vivono. Faccio un po’ l’ordine: alle 6.00 si scende, suona la sveglia, alle 6.15-6.30 si scende tutti a pregare il rosario. Pensate, pensate che la nostra è la comunità più severa, eppure i ragazzi sono lì senza le televisioni, senza le sigarette, senza alcool, senza la ragazza, senza la famiglia tra i piedi e tutto quello che avevano, glielo abbiamo tolto tutto e loro sono rimasti per sapere chi sono, chi è il loro io! Se tutti vi emarginano, gli abbiamo detto, noi non vogliamo ingannarvi. Tutti abbiamo bisogno di Gesù, abbiamo bisogno dell’amore e c’è, l’amore esiste, la pace esiste, concretezza di pace di gioia di amicizia, di star bene insieme a loro, come veramente fratelli e sorelle. Ecco tutto questo mi fa dire che non è vero che i giovani sono esigenti, vogliono tante cose, non è vero che le vogliono. Dobbiamo dirci la verità, sono i genitori che gli propongono queste cose perché non vogliono guardarli negli occhi, non vogliono dialogare con i figli, li fanno dialogare dandogli sempre qualcosa e loro sono stufi di vedere cosificare anche loro stessi. Vi dico questo perché non possiamo continuare ad aprire comunità, abbiamo 58 comunità in tutto il mondo. Allora vi diciamo come è la cosa per i genitori: state attenti quando incominciano verso i 6-7-8 anni e li il momento che il papà e la mamma devono rispettare il ragazzo. Non potete dire loro delle cose e poi non le fate voi, perché li prendete in giro, loro vogliono vedere in noi la coerenza. Abbiamo le comunità ma anche noi siamo stupefatti di come questi giovani cambiano. Noi siamo di quelli che possiamo dire con verità e fortezza che abbiamo visto, abbiamo udito, abbiamo contemplato, abbiamo toccato la Risurrezione e giorno per giorno nelle nostre case c’è la Risurrezione, vediamo questi ragazzi che diventano più riflessivi, che si amano tra di loro, si perdonano, si aiutano e fanno delle cose straordinarie. La Risurrezione quotidiana. Noi siamo di quelli che vediamo tutti i giorni la Risurrezione dei nostri giovani e delle nostre ragazze e abbiamo capito che avevano bisogno, un estremo bisogno ed hanno ancora estremo bisogno dell’amore, ma non l’amore di papà e mamma che dicono al bambino: “ti piace di più la banana o vuoi il gelato?”…no questo, no questo! E la mamma che deve sapere cosa va bene per il figlio, altrimenti diventano orfani, sono orfani i nostri giovani oggi, non hanno più né papà né mamma, perché quando erano piccoli li facevano comandare a loro. Forse adesso che hanno 18-20-25 anni non vi direbbero più mamma papà abbiamo bisogno di dialogare con voi, di parlare con voi, di scambiarci la vita. Non ve lo dicono più, però lo vanno a seminare in modo violento e brutto e cattivo per le strade, e a tutta la gente che passa loro darebbero un calcio negli stinchi, perché dicono: ma guarda, io son senza mamma, ed io sono senza papà. Guardiamoci dentro, anche noi abbiamo bisogno di amore, tutti abbiamo bisogno di amore, ma se non incominciamo ad aprire questo cuore e dare l’amore, dare amore…. Non abbiate paura, ad un certo momento i figli torneranno quando sapranno che papà e mamma sanno amare, sanno amarsi, sanno perdonarsi, sanno pregare insieme. Allora tutto questo diventa un altro sogno stupendo. Prima ancora di far venire nelle nostra comunità i ragazzi e le ragazze tossiche, noi facciamo alcuni incontri con i genitori, perché la radice sono loro. Allora se loro non capiscono questa storia che sto dicendo, è inutile che il bambino, il ragazzo venga in comunità. Spesso anche nei genitori si vede una trasformazione senza fine, qualcosa di grandioso, di bello che ci testimonia che in mezzo a noi c’è Gesù, il vivente. E’ lui che fa questi miracoli giorno dopo giorno, tutti i giorni ed allora quando mandiamo i ragazzi, dopo un anno, li rimandiamo a casa a verificarsi con la loro famiglia – e possono stare una decina di giorni, 7-8 giorni – qualcuno dopo 3 giorni ritorna dicendo: “Elvira, mio papà e mia mamma non hanno capito niente, bisticciano ancora come cani e gatti ed io mi sono arrabbiato e son tornato a casa”; invece tanti, poi anche quelli, piano piano, comunque tanti tornano e dicono: “Elvira, non avevo mai visto mia madre con un sorriso e con gli occhi così luminosi e mi ha fatto tanto piacere”. Cioè loro salvano i genitori, prima sono stati loro a farli morire per la droga, per quello, per questo e dopo, quando vengono in comunità, anche tutta la famiglia è insieme a loro. Per questo facciamo incontri, tanti incontri con le famiglie, perché è importante che quando il ragazzo ritorna a casa i genitori sappiano gestire la nuova vita del figlio ma anche la nuova vita loro e quindi è una festa, è una festa!

MODERATORE:
Ma chi di noi potrebbe darsi uno sguardo come questo, così carico di pietà e di tenerezza per l’umano, per l’umano da tutti sconsiderato, abbandonato che solo per motivi sociologici, anagrafici, non è l’umano per la maggior parte di noi che siamo in sala oggi. Da dove viene questa stranezza di sguardo, per cui una donna ti guarda negli occhi ed il suo sguardo Risuscita. Ti dice che vali, e questo travolge tutto il male ed i limiti. Adesso ascoltiamo Emmanuele Silanos dall’estremissimo oriente.

EMMANUELE SILANOS:
Buon pomeriggio, innanzitutto ringrazio il Meeting, che, invitandomi, mi ha dato l’occasione di stare in mezzo a tanti amici, veramente tanti, non pensavo così tanti e soprattutto l’occasione di ascoltare le testimonianze di due persone più avanti di me nel cammino della realizzazione della loro vocazione, del loro compito. Io sono sacerdote da 4 anni, soltanto da un anno e mezzo e poco più sono a Taiwan, nel mio luogo di missione. Ora Taiwan dov’è? Taiwan è un isola della Cina potremmo dire, anche se su questo ci sarebbe da discutere, è un isola che sta a est della Cina, a sud del Giappone e a nord delle Filippine. Ora Taiwan è un isola poco più grande della Sicilia, in cui vive più o meno la metà della popolazione dell’Italia, quindi si sta un po’ stretti, come densità di popolazione siamo secondi soltanto al Bangladesh. Lì tutto è cinese anche se molti vorrebbero l’indipendenza dalla Cina. Taiwan gode di una autonomia praticamente totale da 60 anni, ha un governo proprio che adesso è un Governo democratico e che non è sottoposto al controllo di Pechino. Il problema è che tutta la comunità internazionale ritiene Taiwan parte della Cina e soprattutto la Cina ritiene Taiwan parte integrante del proprio territorio e l’indipendenza sarà e rimarrà comunque sempre, secondo me, una chimera anche perché se la Cina dovesse accordare l’indipendenza a Taiwan di conseguenza dovrebbe inevitabilmente accordarla al Tibet, e noi sappiamo cosa sta accadendo nel Tibet in questi mesi, dovrebbe accordarla allo Xinjiang che è la parte più occidentale a maggioranza Musulmana, dovrebbe accordarla forse alla Mongolia, chissà Hon Kong, Macao e quindi l’intero impero si disgregherebbe. Quindi secondo me non c’è speranza, e comunque sia, lì è Cina, è Cina come tradizione, è Cina come popolo, come cultura, come lingua – e lo so bene perché è difficile imparare il cinese – soprattutto come religione. La maggioranza si divide tra buddisti e taoisti, poi c’è una forte componente di religione popolare ma la cosa che è forse un pochino più triste è che tutto ciò è ridotto nella maggior parte dei casi a superstizione, a paganesimo. I Cattolici sono solo lo 0,4% della popolazione. Noi siamo a Taipei, la periferia di Taipei, che è la capitale, siamo tre preti della Fraternità San Carlo, serviamo in due parrocchie ed all’Università. Adesso facciamo vedere un brevissimo filmato, che è parte di un filmato un pochino più lungo che abbiamo realizzato in questi mesi in occasione della visita di Don Massimo, il nostro superiore, e poi dico due cose in più.

Filmato:

Ieri ascoltavo quell’episodio del Vangelo, molto famoso, molto conosciuto, in cui Gesù chiede ai suoi discepoli: “Chi dice la gente che io sia?”. Quando fa questa domanda, Gesù la fa, immagino, con una certa tristezza in fondo, con una certa nostalgia, con una certa malinconia, perché sa che nessuna risposta che quelle persone potevano dare era la risposta giusta. Non era ancora né morto né risorto, non c’era stata la Pentecoste, quindi nessuno avrebbe potuto dare la risposta giusta. Allora gli apostoli dicono quello che hanno sentito in giro, Elia, Giovanni Battista un Profeta, insomma dicono delle cose sensate, dicono delle cose che comunque allora potevano anche starci. Io pensavo, se domani Gesù arriva a casa mia a Taiwan, bussa la porta, mi guarda e mi dice: “ma Lele, tutta questa gente qua che viene nel vostro mercatino che sta davanti a casa vostra, tutta questa gente che voi incontrate in Università, tutta la gente che abita qui intorno, quelli che voi incontrate tutti i giorni, questa gente qui chi dice che io sia?”.
Io dovrei guardarlo negli occhi e dirgli: “Signore, questa gente non ha la più pallida idea di chi tu sia”. Io non potrei inventarmi delle ipotesi un po’ sensate, non potrei dire Giovanni Battista, Elia i Profeti no!, questi non hanno la minima possibilità di sapere chi Cristo sia. Allora io penso che il dono più grande che mi è stato fatto in questi mesi che sono li, è quello di poter partecipare dello sguardo con cui Cristo guarda questa gente, con cui Dio guarda l’uomo, lo sguardo di chi attende una risposta dall’uomo, lo sguardo di Cristo che attende da sempre che ogni uomo ed in particolare quella gente, quel popolo cinese, possa un giorno riconoscerlo. Questo penso che sia un dono immenso, perché è il dono di partecipare di ciò che prova, vive Dio guardando noi. Oltre a questo dono ci dà anche un altro dono, quello di partecipare del suo metodo: il metodo di Dio con noi è la pazienza. E’ la pazienza fatta di incontri personali ad uno ad uno. Cristo non incontra una massa di persone e la converte, Cristo incontra ognuno di noi e cambia la vita di ognuno di noi. Così è per noi, impariamo la pazienza, impariamo ad incontrare una persona per volta, a seguirla, ad appassionarci come Cristo si appassiona a loro, ad appassionarci alla loro vita. Io sono a Taiwan perché? Ci sono perché me la sono cercata io, nel senso che prima facevo il segretario del nostro superiore, giravo in giro per il mondo, per quattro anni è stato veramente molto bello. Però da quando facevo l’università avevo un pallino, che era la Cina, che mi era nato guardando un film. A me piaceva tantissimo guardare i film, un giorno ho visto un film cinese, non avevo voglia di guardarlo prima, ma dopo averlo visto mi ha così commosso, così preso che non ho più smesso di vedere film cinesi e di farli sopportare a tutta la gente che conosco. Questo film dovete vederlo, e comincio anche con voi, si chiama: Vivere! Il regista è il più grande regista cinese si chiama Zhang Yimou, è l’artefice di tutte le scenografie straordinarie che avete visto alle Olimpiadi di Pechino. Quel film è bellissimo, perché parla della storia della Cina del ’900 vista attraverso la storia di una famiglia, marito e moglie. Beh! La storia della Cina è assurda, succedono le cose più impensabili, più contraddittorie e così anche a quella famiglia; le cose più tragiche coinvolgono la storia di quella famiglia, ma nonostante questo tutto il film è vissuto su una letizia inspiegabile. La ragione di quella letizia è che più di tutte le cose che possono accadere nella storia, le cose tragiche che possono accadere nella storia, conta per quei due lì un fatto, cioè che si vogliono bene. Allora pensavo, questa gente, questa cultura, questo mondo, questa storia completamente diversa da me ma in fondo quelli lì vogliono la stessa cosa che voglio io: Amare ed essere amati. Però era evidente, vedendo quel film, che in quel mondo, in quella storia, in quella cultura, mancava una cosa, mancava di conoscere colui che sta dietro ogni esperienza reale di affetto, davvero la loro vita consisteva nell’affetto che la sosteneva, ma, a quell’affetto non sapevano dare il nome. Allora io ho detto, se c’è un posto dove andare, io non volevo fare il prete, facevo economia, studiavo in Cattolica, tanti anni fa, non volevo fare né il prete né il missionario, però dicevo: se questa cosa è vera per me deve essere vera anche per i cinesi. Quando sono poi arrivato a Taiwan un giorno con Don Massimo, per visitare i nostri che erano là, avevo un po’ di paura, pensavo: adesso arrivo, li vedo che son tutti cinesi, vedo le scritte cinesi, vedo quanto fa caldo, non capirò niente, tutta la poesia della Cina verrà meno. Invece, appena sono arrivato subito ho sentito la stessa sensazione, la stessa stretta al cuore che avevo provato vedendo quel film.
Ritornando, ho chiesto a Don Massimo di mandarmi là e lui, che mi vuol bene, mi ha mandato là. Ora questo desiderio, questa passione per quella gente, in questo anno e mezzo si è moltiplicata, attraverso l’incontro con le persone che abbiamo conosciuto, ne dico due. Una è una ragazza che è una studentessa, e adesso si è laureata. Lei è un caso un po’ tipico a Taiwan e nella Cina, è la terza figlia di una famiglia e come spesso capita nelle famiglie taiwanesi e cinesi, le seconde figlie, le terze figlie e le quarte figlie, a Taiwan si può perché non c’è la legge del figlio unico, vengono regalate perché non servono, quindi vengono regalate alla parente che non ha figli, oppure alla zia che è un po’ anziana ed è contenta di tenere una bambina e così via. Ne abbiamo conosciute tante, raccontavo questa storia alla mia professoressa, la mia professoressa mi ha detto: anch’io sono così. Parlando con questa ragazza, lei mi diceva l’odio che provava per la famiglia di origine e anche per la famiglia che l’ha accolta, perché in realtà non l’ha accolta, l’ha sopportata.
Questa ragazza, appena arrivata all’università, ha deciso di battezzarsi perché ha incontrato una suora, che le è stata subito amica, lei che è sempre alla ricerca di persone da cui farsi voler bene e diventa possessiva nei rapporti con le persone, e nel giro di un mese si è battezzata senza sapere praticamente nulla. Ricordo che la suora mi ha detto: “spiegale cos’è la confessione” e io volevo sapere da lei cosa sapeva del Battesimo e anche della Cresima. La Cresima non lo so, mi ha risposto, so che mi danno il Battesimo e poi mi danno qualcosa da mangiare, che è la Comunione. Quindi ho capito che dopo il Battesimo avrei dovuto dirle un paio di cose, almeno sul catechismo e mi ricordo che parlando con lei mi ha detto: “sì, quello che ha detto Gesù mi piace, sono convinta, sono cose giuste, però ci sono alcune cose su cui non son d’accordo, per esempio quando dice che bisogna perdonare tutti. Bene, io i miei genitori non li perdonerò mai”.
Allora ho capito che la prima cosa a cui siamo chiamati ad essere testimonianza è innanzitutto ad essere noi oggetto di una misericordia, che supera le nostre capacità per poter essere poi capaci di perdonare gli altri.
L’altro esempio è quello di un altro studente, Li Que Min, lo chiamiamo Vincenzo, perché studiando italiano doveva scegliersi un nome e ha scelto il nome di Vincenzo. Li Que Min a 18 anni aveva un grandissimo amico con cui stava sempre.
Improvvisamente il suo amico è morto, e lui è entrato in una crisi terribile, perché diceva che se l’amicizia è una cosa così bella ma che poi ti illude, beh allora preferisco non essere amico di nessuno, ed ha incominciato a stare sempre da solo. L’unica cosa che faceva era leggere o guardare quadri, in particolare diceva, l’unico mio amico è un pittore, Van Gog, strano, perché a Taiwan non è che si appassionino molto all’arte. E diceva, dentro quei tratti di Van Gog, dentro le lettere che lui spediva al fratello Teo, c’è la stessa drammaticità, lo stesso senso del tragico che provo io. Quando Li Que Min ha scelto l’università, ha scelto italiano, ed ha incontrato un professore del Movimento di Comunione e Liberazione, che si chiama Andrea, il quale lo ha invitato agli incontri con lui. Bene, lui ha incominciato ad andare ed ha detto rimango con voi, perché voi parlate dell’amicizia come qualcosa che non finisce, a me le cose che finiscono non piacciono. Quando poi è venuto in Italia per un anno di studio di italiano, all’università di Perugia ha conosciuto altri ragazzi del movimento e lì ad un certo punto gli ha chiesto: voi parlate sempre di Cristo, ma io non lo vedo, come fate a parlare di uno che non si vede? Loro gli hanno detto molto semplicemente: guarda noi non è che lo abbiamo conosciuto personalmente, però abbiamo conosciuto degli amici che hanno conosciuto degli amici che hanno conosciuto degli amici che hanno conosciuto Gesù. Quando poi è andato a Roma a fare un viaggio, in particolare a trovare un nostro prete della San Carlo che prima stava a Taiwan (Don Paolo), assieme a Don Paolo è andato a fare una gita turistica a Roma, sono entrati in S. Luigi dei Francesi e sono arrivati sotto il quadro del Caravaggio, La vocazione di S. Matteo. Que Min è stato lì dentro 5 minuti, 10, 20, mezzora, Don Paolo era un po’ imbarazzato, non sapeva cosa fare, dopo 40 minuti finalmente Vincenzo è uscito e Don Paolo gli ha chiesto: “Ti è piaciuto?” e lui gli ha detto: “Sì, mi è piaciuto molto perché ho capito che quella luce che va da Gesù a Matteo è la nostra amicizia”.
Io penso che solo lo Spirito Santo ti può aiutare in un colpo di genio come questo. Lui ha capito che Cristo ti può essere contemporaneo attraverso le persone che ti mette vicino, allo stesso modo con cui un pittore ti può essere contemporaneo attraverso le sue opere d’arte. Per cui lui ha intuito che l’opera d’arte più grande di Cristo, di Dio, è la vicinanza delle persone attraverso cui lui si fa conoscere, per cui quando è tornato a Taiwan ha chiesto di essere Battezzato con il nome di Van Gog, Vincenzo. Penso che il Signore ogni tanto si faccia dei regali e li faccia a noi, come quel giorno che Gesù disse: chi dice la gente chi io sia? Poi l’ha chiesto agli apostoli ma anche loro non potevano saperlo, perché neanche loro avevano ricevuto lo Spirito, anche loro non avevano ancora capito nulla, ma quando Pietro gli ha detto, Tu sei il Cristo, beh! Gesù si deve essere commosso sino alle lacrime, perché aveva capito che quello lì era un regalo di suo Padre, e lo stesso è per noi. A noi viene dato in regalo il dono di partecipare del cuore di Cristo, dello sguardo di Cristo sugli uomini, della sua pazienza, ogni tanto ci vengono fatti questi doni immensi, di vedere qualcuno che riconosce la grandezza della presenza di Cristo. Concludo dicendo un’altra cosa che dico sempre: quando arrivi a Taiwan, quando arrivi in Cina, la prima cosa che fanno gli altri cinesi, i taiwanesi, è darti un altro nome perché il tuo non gli piace. Più che altro perché è difficile per loro, come per noi Li Que Min è difficile. Qui oggi fra di noi c’è una nostra studentessa, si chiama Tou Chian Chen, noi la chiamiamo Valeria. Lo stesso è per loro Emmanuele Silanos, è assolutamente impronunciabile, allora prendono il tuo nome e fanno qualcosa di simile, partendo dal cognome. Il mio cognome Silanos è diventato Sciè, bisogna dirlo così perché i toni sono importanti.
Emmanuele è diventato Em, per cui il mio nome è diventato Sciè Em, però in mezzo, perché i nomi cinesi sono fatti di tre caratteri, ci hanno messo Chen perché suona bene, allora il mio nome è diventato Sciè Chem Em. Gli ho detto va bene, grazie, un bel nome, se piace a voi piace anche a me, però giusto per sapere cosa vuol dire questo nome, e mi hanno detto, guarda più o meno vuol dire grato per il dono ricevuto. Allora gli ho detto: questo qui è il mio nome per sempre, perché se c’è una parola che può tradurre il significato della missione è la gratitudine, uno non va in missione perché è bravo, perché vuole sentirsi dire che è bravo, va in missione soltanto perché è grato di un dono immenso che ha ricevuto, e questa grazia grande che ha ricevuto deborda fino a desiderare di farla conoscere a tutti. Ho finito.

MODERATORE:
Commuoversi della realtà, che per un occidentale trapiantato in estremo oriente sembrerebbe la cosa più distante da sé, eppure commuoversi della realtà fino ad intravedere, a scorgere i tratti della mano che la fa, perché la mano che fa Taiwan è la stessa che fa l’Italia, è una delle cose più entusiasmanti della vita ed è l’unica cosa che produce quel fenomeno di cui Lele ha parlato più volte, di una amicizia che risuscita, che ridà vita. Adesso ascoltiamo Felice da Napoli per l’ultima testimonianza.

FELICE SICILIANO:
Buon pomeriggio a tutti, io ringrazio innanzitutto perché in questa testimonianza ripercorro di fatto gli incontri che in questo anno così intenso, in questi anni così intensi, hanno provocato la consapevolezza ancora più ferma e certa della bellezza e della verità della storia che ha travolto me ed i miei amici.
Oggi quando si parla di Napoli, proprio per le notizie sui giornali, Tv, per il film che è uscito, il libro che è stato scritto, sembra quasi che Napoli e tutti i suoi abitanti stiano vivendo il contrappasso della storia. Cioè dalle stelle alle stalle, tutto il male è lì, e di fronte a questo disagio, con i miei amici ci siamo chiesti: che facciamo, si va oltre questo disagio, si fa! Oppure incominciamo a dire cosa c’è di più caro per la nostra vita, cosa c’è, cosa abbiamo visto, cosa abbiamo incontrato. Sempre, quando incontriamo persone, ultimamente c’è la domanda: ma c’è speranza per Napoli? In tutte le sue contraddizioni, può rinascere Napoli? Ebbene, noi abbiamo visto che ci sono dei fatti, degli incontri, l’abbiamo scritto, abbiamo fatto un incontro all’inizio dell’anno dove abbiamo coinvolto migliaia di persone, abbiamo fatto anche un volantino che abbiamo distribuito. E per noi è evidente che il cuore della gente, della gente semplice, quella che fa fatica a vivere, il cuore di questa gente testimonia che non vuole cedere al nulla che avanza. Ecco, questa è la prima cosa che voglio dire: che noi non siamo definiti da nessuna situazione esteriore, da nessuna situazione sociale, da nessun meccanismo di circostanza creato anche dal potere. C’è qualcosa in noi, c’è un valore che è più grande, che mira alla bellezza, alla verità, alla felicità, e che nessuna situazione, neanche la più tragica e la più difficile riesce a distruggere, a far soccombere. Tutto è iniziato circa 11 anni fa. Noi, molti di noi vivevano e iniziavano ad abitare nel quartiere Rione Sanità, che è un quartiere tra i più popolari di Napoli, è il quartiere di Totò, e nel quartiere c’è una casa di Vincenziani, una casa molto grande, e lì c’era, 11 anni fa, una piccola sede di Comunione e Liberazione, e in questa casa abitavano anche alcuni studenti. Alcuni ragazzini nel quartiere, nei vicoli, in particolare vico Castrucci, un vicolo stretto e lungo come i classici vicoli di Napoli, vedevano questo ragazzo che usciva ed entrava da questo portone, e ad un certo punto, con un’allegra spavalderia da scugnizzi, dissero: noi vogliamo salire a vedere che c’è sopra. Ubaldo dopo un po’ di resistenza li fece salire. Li portò di sopra e loro videro questa casa grandissima, luminosa. Quindi passarono dai vicoli, dai bassi stretti a questa casa enorme, e vollero restare lì. E quando Ubaldo li mandò via, il giorno dopo loro ritornarono. Allora lui gli fece una proposta: ok, se volete venire, venite, studiamo e dopo giochiamo. E così per alcuni giorni andò avanti. Ad un certo punto la voce si sparse e arrivarono alcune mamme e dissero: anche i nostri figli vogliono fare il doposcuola. I ragazzi dissero: ma qua non c’è il doposcuola! Allora risposero: se non c’è lo fate, perché i nostri figli lo vogliono, hanno bisogno di questo. E incominciò il doposcuola. Iniziò una vita in quella casa e attraverso i ragazzi incominciò una trama di rapporti anche con le famiglie, quindi in questa casa adesso c’è un lato molto luminoso, con tutti i giochi per i bambini, un altro dove fanno il doposcuola, poi ci sono le cucine, dove le mamme di questi ragazzini cucinano per chiunque. C’è un grande viavai in questa casa, che è molto viva, è la casa del quartiere: c’è il Banco di Solidarietà, che sostiene 220 famiglie, c’è un Centro di Assistenza medica, c’è una vita che si è creata da quell’incontro. E per far cogliere di chi stiamo parlando quando dico di scugnizzi, racconto di due episodi che ricordo. Un giorno, salendo in questa casa, Tonino, un nostro amico, incontra questi ragazzi che parlano, e uno di questi si sta vantando con gli altri di un gesto fatto il giorno prima, di un boss del quartiere che ha pugnalato un altro perché ha insultato la fidanzata. Allora Tonino lo ferma e gli dice: “Ma tu che fai, perché dici questo, questa violenza gratuita?” E lui dice: “Eh, beh, se avessero insultato la tua fidanzata, tu non avresti pugnalato, non avresti ucciso?” E lì non valeva un discorso – non va bene, non si fa. Da lì è scattato un coinvolgimento nella vita con quei ragazzini, che solo se avessero visto un interessamento alla loro vita avrebbero potuto incominciare a cambiare il punto di vista, a cambiare dove dovevano guardare. Oppure un altro, vivacissimo, che però non andava bene a scuola. Allora uno dei nostri andò a scuola a vedere perché lui non andava bene a scuola. E l’insegnante disse: “Non va bene a scuola perché non viene a scuola”. “Come non viene a scuola!?” E ci siamo accorti che il ragazzo non andava a scuola perché i genitori, ambedue disoccupati, non si svegliavano la mattina. Non avevano uno scopo per svegliarsi, quindi dormivano e il ragazzino dormiva anche lui. Allora uno dei nostri ogni mattina bussava alla porta, prendeva il ragazzino e lo portava a scuola. E questo poi ha continuato gli studi. E’ un modo di incontro che non partiva da un progetto, ma partiva dal soggetto, da quella persona che era lì davanti, da un coinvolgimento nella sua vita. Da lì tutti si sono coinvolti, pian piano anche quelli di altri quartieri. Per esempio c’è una cosa che ci ha colpito, che Luca, uno studente, ci aveva scritto. Veniva da un altro quartiere di Napoli, e diceva così: “Impiego un’ora e mezzo a venire, e altrettanto per tornare a casa, ma tutti i pomeriggi sono qua. Abito in una zona di ladri e drogati. Stavo diventando come loro. Ma poi ho incontrato questi amici. Mi hanno insegnato a studiare, e anche qualcosa di più. Adesso vado in giro per le classi della mia scuola a raccontare che ho incontrato un luogo fantastico. La settimana scorsa c’è stata l’assemblea d’istituto. Mi sono alzato e sono intervenuto per invitare tutti a venire qua, a vedere. C’è chi ha riso. Soprattutto gli amici più cari hanno detto: “Chilli so’ chiu sceme e te”, “sono più scemi di te”. Ma gli altri sono venuti e alcuni sono rimasti, e sono contenti”. Questa semplice testimonianza ha come introdotto in noi un metodo che è quello di dire: andiamo a vedere. Perché laddove c’è un fatto che cambia una vita, che cambia un’esistenza, c’è un fatto che va al di là della persona che porta una capacità, c’è un fatto che entra dentro le circostanze e cambia tutto. E quindi c’è un modo di dire: andiamo a vedere. Ecco, anch’io mi sono sostenuto in questa testimonianza con un nostro amico cantante, Alfredo Minucci, il quale vive nel Rione Quartiere Sanità. Alfredo e Maurizio! Questa canzone non è il folklore di Napoli che canta, no. E’ il desiderio di testimoniare che anche la passione, la tradizione del canto, quando incontra qualcosa di vero nella vita, lo trasforma e lo ripropone su quello che è vissuto oggi, su quello che sta accadendo ora. E questa canzone si chiama Jamm’ a vede’, andiamo a vedere questa umanità cambiata.

Canzone

Alfredo racconta che per lui è stata una grande sorpresa quando ha sentito che agli Apostoli è capitata la stessa cosa: venite e vedete. E lui ha detto: “Ecco è la stessa esperienza che ho fatto io”. Le persone che citava nella canzone, non sono invenzione artistica, sono persone con cui noi abbiamo rapporto, quei rapporti che sono nati dall’esperienza che raccontavo prima. Per esempio, Anna. L’inizio della canzone dice :“Anna ha perso l’amore in un bicchiere di vino”. E’ il marito che ha problemi di alcolismo. Eppure dopo un po’ dall’incontro fatto ci racconta così: “Io prima di conoscere voi, la fede, la speranza l’avevo persa, perché con un marito così, per cui è una guerra ogni giorno, con i miei genitori morti giovani, negli ultimi anni, addirittura l’anno scorso mio fratello è morto a vent’anni di cirrosi epatica, io non volevo più sapere niente di Gesù, perché lui mi aveva abbandonata e mi aveva mandato tutti questi dispiaceri. Io non lo credevo più. Poi ho incontrato voi. E’ stata la mano di Dio che mi ha fatto incontrare voi. Me lo dice pure sempre mio marito. E’ come se Gesù mi avesse preso per i capelli. Mi ha fatto incontrare voi e ora, non so come è stato possibile, ma vado a messa, dico le preghiere, vorrei sposarmi in Chiesa con mio marito e soprattutto, ho riacquistato la fede. Qualsiasi cosa mi accada, non dico più: “Signore, cosa hai fatto, ti sei scordato di me?” ma mi inginocchio e dico: “Gesù, dammi la forza”. Poi sono andata a Rimini, agli Esercizi Spirituali e ho visto tanta gente insieme pregare. E chi se lo sarebbe mai immaginato di stare lì. E mi sono commossa, perché ho pensato: “Allora esiste! Esiste ancora la fede nel mondo, se c’è qui tanta gente che prega insieme”.
Oppure Margherita e Nando, una coppia di giovani, che avevano il dubbio di scappare da Napoli. Televisione, film, giornali: una città da cui bisogna scappare. E dicono: “Da un po’ di tempo ci siamo sentiti parte di voi. Dopo avervi incontrato in noi è nata una nuova e grande speranza di riuscire a cambiare la nostra realtà. Frequentarvi quest’anno ci ha molto cambiato e ci sentiamo più forti e non più soli a vivere in questa giungla. Ora abbiamo tanti nuovi amici, e anche se in questo periodo siamo lontani, il sentirci tutti ci ha confermato l’amicizia anche se è nata da poco”.
Un giorno vendendo lì nel quartiere la rivista Tracce, alcuni studenti incontrano il professor Giancarli, un professore di fisica, e quasi per sfida, perché da quarant’anni è arrabbiato con la Chiesa e anche con Comunione e Liberazione, lui accetta di andare a un incontro, perché dice: “Voi non siete persone perbene” e i ragazzi, sfidandolo, dicono: “Allora venga all’incontro della scuola di comunità del Rione Sanità”. E lui, che effettivamente era pieno di preconcetti, però di un’onestà incredibile, scrive: “Questa sera di fronte all’emozione e al racconto di Anna, Paolo, Alfredo, non ci sono parole o commenti da fare. E’ una commozione che spazza via ogni mio preconcetto, e mi fa vedere una vita nuova, dentro cui c’è uno scopo. Un’assenza di paura e una speranza imprevista che mi fa essere qui perché mi dà un affetto gratuito, senza nulla in cambio. Questo qui, io l’ho visto. I miei studi, i miei quarant’anni di studi non possono aggiungere nulla di fronte alla profondità del fatto raccontato stasera da una donna che ha solo la quarta elementare”.
Alfredo, cha ha cantato prima, ha detto una cosa bellissima: “Più ascolto e guardo il CD più mi rendo conto di quello che è accaduto nell’ultimo anno. E’ davvero cambiata la mia vita. Me ne accorgo anche dal modo di pormi verso la musica. Non più come un modo per farmi notare e sentire, ma come un modo per raccontare la mia storia, che è la nostra storia. Sì, perché oggi mi sento davvero di appartenere a una compagnia che mi dà forza anche nelle difficoltà, mi fa guardare con ottimismo al presente e al futuro e mi fa affrontare la vita con un sorriso. Oggi io vivo, non sopravvivo, e dovevo dirlo, perché mi scoppiava dentro. Grazie, non siamo più soli. Insieme tutto è possibile, si prospetta un grande futuro nei nostri vicoli. La spazzatura, di qualsiasi tipo, non ci può fermare. La rivoluzione è in atto: siamo protagonisti della nostra storia e la nostra storia è qui”.
L’ultima è Maria, che è una ragazza che lavora in nero ed è dentro un’organizzazione di disoccupati. I disoccupati, quando fanno gli scioperi, coartano, e se uno non ci va, non è proprio una cosa semplice. Scrive Maria: “Sì, è vero. E infatti io non vengo qui solo per le pulizie, e neanche solo per l’amicizia con te [scrive a Tonino], perché so che se pur non venissi, la nostra amicizia ci sarebbe lo stesso. Io vengo per me, perché me lo sento dentro di venire. E quando me ne vado mi sento diversa, non so perché, ma sono più contenta, più forte per affrontare le cose. Venire qui per me è un compito, è un’esigenza, è una priorità. Infatti stamattina ho lavorato, perché mi hanno dato delle camicie da cucire e da consegnare entro oggi. Ma io ho lavorato concentrata, senza perdere tempo perché dovevo finire e oggi dovevo venire qui. Poi oggi pomeriggio c’era pure lo sciopero, la manifestazione dei disoccupati, ma ho detto di no, che dovevo fare una cosa urgente e non potevo andare, perché io dovevo venire qui. Io non so com’è, ma io sono attirata a venire qui, sento che devo venire, ma per me. Mio marito mi dice: “Ma questi ti hanno stregato”. A me non mi frega. Io vengo e spero che in seguito si possa attaccare anche lui.
Io concludo dicendo una cosa: che per noi è evidente che tutto quello che è capitato in questi anni, nell’ultimo anno in particolare, non è per una nostra capacità, né perché noi abbiamo fatto un progetto o siamo stati più attenti. Ma è come una Presenza che si è imposta attraverso di noi. Noi abbiamo assistito come a una controstoria, che non è presente nei bollettini ufficiali, ma una controstoria che era fatta di tante storie, di tante vite cambiate. Per cui uno non può non dire che quello che ha incontrato è un di più per la propria vita, per cui vale la pena e nessuna situazione, nessuna, anche la più difficile può togliere questo punto, può togliere questo aspetto che ci rilancia. E’ come un grido di speranza nella mia città, nel mio territorio, tra i miei amici che va al di là di tutte le difficoltà.
Alberto, se me lo permetti, c’è l’ultima canzone, che volevo far cantare, perché è questo grido di speranza di cui parlo e che s’intitola Alluccamm’ o bene. E’ questo gridare il bene e non il male che uno può vedere, perché c’è anche il bene. E oggi noi abbiamo visto, abbiamo assistito, abbiamo vissuto incontri e fatti per cui possiamo gridare questa speranza a tutti. Questo è il nostro compito, con noi e nonostante noi.

Canzone

MODERATORE:
I ragazzi di Rione Sanità sono a Piazza Napoli, che è uno stand al Meeting, quindi chi vuole può andare a vedere di persona quanto è vero quello che Felice ci ha raccontato. E credo che dobbiamo un ultimo applauso di ringraziamento a questi nostri tre grandi amici. Grazie.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

25 Agosto 2008

Ora

15:00

Edizione

2008

Luogo

Sala A1
Categoria
Incontri