Metadonors: tecnologia e cuore nel fundraising

Agosto 2025
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Intervista al ceo Daniele Cirio

Metadonors lavora al fianco di tante realtà del terzo settore per potenziare la raccolta fondi grazie agli strumenti digitali. Qual è oggi, secondo lei, la più grande sfida per chi si occupa di fundraising?

Oggi vediamo una netta distinzione nel mondo del fundraising. Da un lato ci sono le organizzazioni più strutturate, che hanno investito in persone, strumenti e processi, e che stanno andando verso una maggiore professionalizzazione ed efficienza.

Dall’altro lato, troviamo ancora molte realtà – spesso medio-piccole, ma non solo – che non hanno ancora scelto di affrontare seriamente la sfida di strutturarsi. In molti casi manca una vera strategia di raccolta fondi, e questo le espone a fragilità finanziarie.

Le sfide che affrontano questi due gruppi sono molto diverse, sia a livello operativo che strategico – e anche noi offriamo risposte diverse a seconda delle situazioni.

In questo quadro, complesso, esiste peró una sfida che accomuna tutto il terzo settore, indipendentemente dalla dimensioni. Lo chiamiamo “belonging”, o in italiano, senso di appartenenza.

Credo sia arrivato il momento di tornare al centro dell’esperienza umana: chiederci davvero cosa spinge le persone ad agire, oltre le tecniche di marketing. Serve riscoprire il valore delle community, online ma soprattutto territoriali, e imparare a trasformare il bisogno di appartenenza in coinvolgimento autentico e mobilitazione reale. Dobbiamo attraversare le nuove forme di cittadinanza attiva, le tensioni tra libertà individuale e impegno collettivo, e trovare strategie concrete per costruire comunità durature attorno alle cause sociali.

È un tema tanto complesso quanto, secondo me, centrale. Proprio per questo gli abbiamo dedicato l’intero programma di FX26 – Fundraising Experience, tre giorni di alta formazione e confronto che si terranno dal 4 al 6 febbraio 2026 a Bologna.

Nel vostro lavoro unite tecnologia e relazioni umane. In che modo un algoritmo può contribuire a costruire un legame più autentico con i donatori?

Semplicemente, non può. I legami autentici tra persone, seppur mediati da diverse tecnologie che magari aiutano a colmare le distanze, non possono davvero migliorare grazie ad algoritmi, per quanto evoluti e complessi (come quelli dell’AI generativa). Possiamo sfruttare la tecnologia per conoscere meglio noi stessi e il mondo che ci circonda, e sicuramente anche ottimizzare le nostre campagne di marketing ma il rischio di trasformare la raccolta fondi in un esercizio di stile altamente tecnico esiste. Vedo un pericolo di disumanizzazione, nel lungo periodo, di un approccio eccessivamente tecnologico alla relazione coi donatori. Non é un caso infatti che la nostra attivitá, seppur cresciuta intorno alla tecnologia, sia affiancata sempre da un approccio umano, sia nei rapporti con gli enti che nei rapporti con i donatori con il nostro team di contact center che ogni anno conversa, in viva voce e con estremo coinvolgimento emotivo, con centinaia di migliaia di donatori.

Oggi molte organizzazioni non profit si trovano di fronte alla necessità di innovare, ma con risorse limitate. Quali sono i primi passi concreti che consiglia a chi vuole iniziare un percorso di trasformazione digitale?

Per fortuna, esistono molte soluzioni che permettono di avviare la trasformazione digitale a chi ha risorse limitate. Il primo passo che mi sento di suggerire é quello di trovare qualcuno, nella propria rete o attraverso ricerche tra i professionisti che si occupano del terzo settore, che possa fare da guida e che abbia una giusta sensibilità. Noi abbiamo una nostra rete di esperti e partner che chiamiamo “Officine Buone Cause” e anche partner specializzati nell'accompagnamento digitale degli enti religiosi, uno fra tutti che citerei il progetto www.alleluia.it.

Voi vi rivolgete soprattutto al Terzo Settore. Avete proposte anche per il mondo delle imprese?

Mi piace molto il termine “imprese”: richiama il concetto rinascimentale elaborato da Paolo Giovio, vescovo e umanista, in cui l’impresa era un simbolo – l’unione di immagine e motto – che rappresentava un ideale.

Anche oggi possiamo leggerla così: come un atto libero e responsabile, orientato a uno scopo grande, spesso con fatica e rischio.

Sono convinto che le aziende, o meglio, le Imprese abbiano – e avranno sempre di più – un ruolo chiave nella costruzione di una società che dovrebbe mettere al centro le persone e le comunità. È il tempo di una nuova alleanza tra imprese e Terzo Settore: un luogo di incontro e scambio, dove si può imparare gli uni dagli altri, con ascolto e rispetto.

Per questo abbiamo sviluppato una linea di servizi e piattaforme pensate proprio per favorire il dialogo tra questi due mondi. Un esempio concreto è ESG-CONNECT, un incontro di scambio e incontro tra tutti coloro che generano imparto (e che avrá la sua prossima data il 5febbraio 2026, nella splendida cornice del Palazzo di Varignana (Bologna). Tutte le info per partecipare su: https://fx.metadonors.it

 Il Meeting di Rimini rappresenta, a mio avviso, l’essenza stessa del fundraising: è fatto di relazioni vive, di incontri tra persone, esperienze, visioni.

Il fundraising non è -solo- un insieme di tecniche, ma nasce da una consapevolezza più profonda: è nella relazione con gli altri che l’essere umano si realizza, ed è solo grazie a queste relazioni che può nascere qualcosa di nuovo e condiviso.

Uno spazio come il Meeting ci ricorda che ogni vera trasformazione parte dall’incontro. Senza relazione non c’è fiducia, e senza fiducia non esiste dono.