La mia esperienza al Meeting 2020

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L’attività di volontario Ambassador non è all’interno del Palacongressi di Rimini, ma nelle varie piazze d’Italia e del mondo. Un nostro Ambassador ci ha mandato la sua testimonianza. Lui, come altri tre amici francesi, quattro tedeschi e due portoghesi dell’International Meeting Point, dalle loro case hanno tradotto nelle varie lingue gli incontri di quest’anno, permettendo alle comunità estere di seguire il Meeting.

La mia esperienza al Meeting quest’anno è diversa dagli altri anni, poiché ho svolto da casa il servizio volontario di traduzione degli incontri in francese. Prima che il Meeting cominciasse, temevo di non riuscire a vedere la piena bellezza del Meeting, trovandomi a tradurre da casa, e soprattutto avevo paura di vedere questo servizio soltanto come un “lavoro” da svolgere. In effetti, i primi giorni mi sono ritrovato a vivere il Meeting in questo modo: avevo una traduzione da svolgere, dal salone di casa mia la svolgevo e via al prossimo incontro. Cercavo di rincuorarmi dicendomi che sarebbe stato un servizio che avrei prestato affinché qualcun altro avesse potuto capire gli incontri. Ma non mi bastava, e con un’amarezza di fondo mi sono domandato: “Cosa c’entra con me questo Meeting? In tutto questo, io dove sono?”. Poi sono successe delle cose che inaspettatamente hanno ridestato la mia curiosità: per due incontri, a causa di alcuni problemi tecnici, io e le mie compagne di viaggio nella traduzione abbiamo dovuto ripetere la traduzione dell’incontro. All’inizio ho guardato questa cosa solo come una sfortuna, perché la reputavo un ulteriore sforzo, dover ritradurre un incontro già provato a tradurre. Ma mentre li traducevo, mi sono accorto di quanto invece avessero da dirmi quegli incontri, di quanto fossero belli per me. In realtà, li stavo ascoltando veramente per la prima volta. Per un momento, ho messo da parte il pregiudizio e mi sono accorto che io ero lì e volevo esserci. Grazie ad un’iniziale “sfortuna”, per così dire, ho iniziato a volerci essere veramente. Da questo fatto, mi sono ritrovato a vivere gli incontri successivi diversamente da come avevo iniziato questo Meeting. Non erano più solo un “lavoro” da svolgere, ma sono diventati un’occasione unica per prendere sul serio le mie domande. Partire da un mio pregiudizio, forse, è proprio ciò che mi ha permesso di non accontentarmi, ciò che mi ha permesso di lasciarmi meravigliare dalla potente bellezza che il Meeting genera.”