VOLTI DI SPERANZA. DALLA FEDE ALLO SVILUPPO - Meeting di Rimini

VOLTI DI SPERANZA. DALLA FEDE ALLO SVILUPPO

Volti di Speranza: dalla fede allo sviluppo

In occasione dell’incontro presentazione del progetto AVSI OVC (Our Valuable Children). Partecipano: Lucia Castelli, Responsabile Programma AVSI OVC; Joshua DuBois, Direttore White House Office of Faith-Based and Neighborhood Partnership; Carlo Lauro, Docente di Statistica all’Università Federico II di Napoli e Responsabile Area Ricerche Fondazione per la Sussidiarietà; Giancarlo Rovati, Docente di Sociologia Generale all’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano. Introduce Alberto Piatti, Segretario Generale Fondazione AVSI.

 

ALBERTO PIATTI:
Benvenuti in questa sala un po’ piccola ma importante. Abbiamo l’opportunità di avere con noi Joshua DuBois, il primo nostro ospite, che è Direttore dell’Ufficio dei Rapporti con le Faith-Based Organizations della Casa Bianca. Vive a Washington, evidentemente. Poi abbiamo due professori, il professor Giancarlo Rovati, Ordinario alla Facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano, Carlo Lauro, Professore Ordinario di Statistica alla Federico II di Napoli. Lucia Castelli è Capo Programma di un Progetto che si chiama OVC, originariamente Our Vulnerable Children, i nostri ragazzi vulnerabili, trasformato in Our Valuable Children, i nostri ragazzi di valore. Questa trasformazione del titolo del Programma è un po’ la chiave di lettura di ciò che abbiamo scoperto quando abbiamo impattato la realtà col criterio ideale a cui siamo stati educati. Chi è stato ieri all’incontro della Rose e dei suoi ragazzi, ha più volte sentito la parola valore. Molti dei ragazzi che hanno parlato con la zia Rose, hanno potuto fruire di questa attività che andiamo ad esporre oggi: la possibilità di avere con noi Joshua e i professori è una grande sfida culturale. Si tratta di comprendere se questo criterio ideale è in grado realmente di cambiare la realtà, di modificarla positivamente, risvegliando in ciascun essere umano quella innata dignità di cui ha parlato Benedetto XVI nel Messaggio per la Pace del 2009. Innata dignità che, come vedrete dal racconto di Lucia, può essere sepolta dalla fame, dalla malattia, dalla miseria. Soccorrendo il bisogno immediato, bisogna in realtà raggiungere questa innata dignità, il valore unico e irripetibile – e torna la parola valore – di ogni essere umano. Introduciamo questo incontro con un piccolo video, poi prenderà la parola Lucia Castelli.

Video

ALBERTO PIATTI:
Avete potuto ascoltare in questo video introduttivo che questi bambini sono sostenuti a distanza. Infatti, il programma è un co-finanziamento, circa metà e metà, tra noi, cioè voi tutti che ci permettete di fare quello che facciamo e l’Agenzia di Cooperazione del Governo americano. Siamo tutti protagonisti di questa serata: e adesso, la parola a Lucia.

LUCIA CASTELLI:
[Diapositiva 1] Grazie. Sono …. E in tutti gli ambiti di lavoro in cui ho lavorato ho avuto la grazia di capire sempre di più ciò che è il punto fondamentale del nostro lavoro, che è incontrare delle persone e quindi anche godere dell’incontro con delle persone, scoprire il proprio valore e scoprire il senso della vita. Questa è una cosa che accade a me così come accade alle persone che lavorano con noi e ai bambini o ai beneficiari del nostro progetto. E questo è il motivo per cui il libretto che lanciamo, in un certo senso, questa sera, che è Volti di speranza, che racconta storie di beneficiari, storie di assistenti sociali, storie di partner locali che hanno lavorato con noi ha questo titolo, perché la speranza è qualcosa che è per il futuro ma che parte da un presente certo. Il presente certo è il lavoro che abbiamo fatto con loro ed è soprattutto il rapporto che abbiamo con loro.
[Diapositiva 2] Il progetto è nato nel 2005 e aveva la durata di 4 anni; si è poi prolungato fino a giugno del 2010. E’ un progetto che ha un contributo USAID e un contributo AVSI praticamente paritario o quasi. Il contributo USAID è andato ad aumentare nel 2008 quando il progetto è stato esteso in Costa D’Avorio. I primi tre paesi sono stati Uganda, Rwanda e Kenya, la Costa D’Avorio è stata aggiunta nel 2008 dopo che abbiamo presentato il rapporto di valutazione intermedio a Washington presso il donatore. Il donatore ha apprezzato ed è piaciuto soprattutto il nostro metodo di lavorare e ci ha chiesto di entrare in un Paese che per noi era nuovo e che adesso invece inizierà a diventare un Paese comune per le esperienze di AVSI, cioè la Costa D’Avorio.
[Diapositiva 3] La grandezza di questo progetto è il fatto che parte da una presenza che AVSI già aveva in questi Paesi attraverso il sostegno a distanza. Molti di voi sono compartecipi di questo progetto grazie al fatto che appunto adottate, sostenete a distanza dei bambini. La componente di cost share, cioè il contributo di AVSI viene dal progetto del sostegno a distanza (SAD). La grandezza non è solo economica ma è soprattutto una grandezza di metodo. Il fatto che il progetto OVC sia nato dal SAD ci ha permesso di mantenere un metodo unico che, come oggi vi racconteremo, si è dimostrato valido ed è stato anche riconosciuto dal donatore.
[Diapositiva 4] Qual è questo metodo? La prima parte è esplicitata da come abbiamo modificato l’acronimo. Dire Our Valuable Children vuol dire che ogni bambino viene conosciuto, viene ri-conosciuto come unico, come qualcuno che ha un valore. Questa non è una piccola cosa, in genere nella vita, ma nell’ambito della cooperazione non è una piccola cosa perché vuol dire cominciare e lavorare con i singoli bambini, con le singole famiglie, aver rapporto con ognuno di loro, non aver rapporto con i numeri a cui noi diamo qualcosa e che diventano nostri beneficiari. E quindi questo è un punto fondamentale da cui AVSI non vuole tornare indietro ed è stato possibile grazie al fatto che noi già avevamo rapporto con più di 6.000 famiglie attraverso il sostegno a distanza. E la grandezza del metodo viene dal fatto che dobbiamo abbinare una famiglia italiana con un bambino. Questo vuol dire che dobbiamo sapere chi è, sapere il nome e cognome, sapere la sua storia, sapere bene cosa gli diamo in tutti i suoi particolari. Ma questo è quello che spero che oggi vi mostreremo essersi dimostrato un punto di forza e un punto valutato positivamente dal punto di vista proprio dei risultati.
Il secondo elemento è l’elemento educativo, il fatto che comunque è sempre necessaria la presenza di un adulto che abbia a cuore il bambino e la sua educazione. L’educazione è sempre stato un punto chiave per lo sviluppo per AVSI e questo progetto ha voluto puntare sull’educazione, tant’è che la maggior parte dei nostri interventi sono interventi educativi.
[Diapositiva 5] Questa è una pagina del libretto che dice quello che dicevo prima. Noi abbiamo seguito più di 14.000 bambini ma il progetto non riguarda 14.000 bambini, riguarda un bambino, una famiglia, una comunità 14.000 volte. Il fatto che ci sia un’enfasi sull’educazione vuol dire innanzitutto che promuoviamo per i bambini il loro ingresso a scuola quando non sono ancora scolarizzati o quando sono de-scolarizzati, promuoviamo dei corsi di formazione professionale per quelli più grandi, aiutiamo innanzitutto questo grosso capitolo che è il capitolo educazione. Ma un bambino per andare a scuola deve anche essere in salute, per cui questa è l’altra area di intervento del progetto. Un bambino per andare a scuola deve avere una famiglia e deve avere un ambito dove può anche giocare, esprimersi e questa è la terza area di intervento del progetto. Le tre aree chiave del progetto sono l’educazione, la salute e quella che viene chiamata l’area psico-sociale.
[Diapositiva 6] Perché l’educazione e perché non solo l’educazione dei bambini ma l’educazione di tutti gli altri soggetti che ci sono nel progetto, che vuol dire le famiglie, la comunità, i partner, e le persone che lavorano con noi? Io ricordo sempre una frase che ha detto don Giussani a un workshop delle Nazioni Unite sui bambini in conflitto armato nel 2001 in cui diceva che il primo bisogno dell’uomo, specialmente in una condizione di povertà e ingiustizia è di essere consapevole del proprio io. E questo bisogno elementare ha risposta attraverso l’educazione. Come ci aiutiamo ad essere consapevoli? [Diapositiva 7] Educandoci, e l’educazione avviene appunto anche attraverso i rapporti che si creano e avere un approccio educativo vuol dire innanzitutto accompagnare le persone che incontriamo nel loro cammino. Con i bambini questo è evidentemente innanzitutto all’interno dell’ambito scolastico. Ma educare e farsi educare è un po’ a tutti i livelli. Il coinvolgimento delle famiglie nel nostro progetto e il fatto che abbiamo avuto degli interventi e delle attività non solo rivolte direttamente al bambino ma delle attività rivolte anche alle famiglie porta appunto ad un’educazione anche dell’adulto. Le attività con le famiglie sono a vari livelli.
[Diapositiva 8] Questo è un esempio di una Nursery school, un asilo che è stato creato da un gruppo di genitori in Rwanda, un gruppo di genitori che erano stati aiutati attraverso dei corsi di formazione e attraverso delle attività generatrici di guadagno, permettendogli di guadagnare un po’ di più, ma soprattutto, nel rapporto con noi, di scoprire che c’erano delle altre esigenze, c’erano degli altri bisogni nelle loro famiglie e loro stessi hanno messo in piedi un asilo.
[Diapositiva 9] Così come, questo è in Costa D’Avorio, coinvolgiamo, cerchiamo di coinvolgere i genitori anche nelle attività che ci sono necessarie. La produzione delle uniformi, delle divise scolastiche viene fatta dai genitori, non andiamo a comprarle da qualche parte. Questo proprio per aiutare ad essere insieme nella risposta a un bisogno. [Diapositiva 10] Anche per le attività ricreative, le attività di gioco che vengono fatte regolarmente con i bambini si cerca di coinvolgere i genitori e questo è anche un altro degli aspetti dal punto di vista del rapporto che nasce, più belli, perché forse noi siamo più abituati a giocare con i nostri bambini, in Africa non molto e il fatto di coinvolgere e di far capire a loro l’importanza di questo è una cosa che ha creato e che ha dato dopo degli impatti in termini di risultati – ma non anticipo quello che poi verrà detto anche successivamente. Il coinvolgimento della famiglie vuol dire anche il coinvolgimento delle comunità. In Africa c’è questa grossa risorsa che è il fatto che le famiglie sono all’interno di comunità, comunità di villaggio, comunità di parrocchia, gruppi, e la possibilità che il progetto ci ha dato di dare anche dei contributi e di aiutare non solamente e direttamente il bambino ma di aiutare anche i gruppi comunitari o le associazioni con cui lavoravamo, anche questo permette di far sviluppare la creatività che è innata in ognuno di noi e di trovare delle risposte che prima magari non ci aspettavamo, che non erano previste dal progetto stesso.
[Diapositiva 11] Cyprian è una grande persona (che se volete incontrare personalmente trovate allo stand del Kenya), è il preside di una scuola elementare del nord del Kenya, una scuola elementare di 1.780 bambini, una scuola elementare statale. Non contento di fare solo il preside di una scuola di 1.780 bambini ha creato un’Associazione che si chiama Associazione Don Bosco ed è una delle associazioni partner del nostro progetto. Con questa associazione si trova con i genitori e pensano e trovano anche soluzioni ai loro problemi. Una famiglia italiana aveva mandato una regalo, oltre ai soldi del normale sostegno aveva mandato dei soldi in regalo. E quindi cosa fare con questi soldi? La famiglia ha detto: ho bisogno di una mucca, che così posso produrre latte e posso rispondere a un altro bisogno della mia famiglia. Non si è fermata lì questa cosa, nel senso che questa mucca ha iniziato a produrre latte, a produrne più di quello che era necessario per la famiglia. Allora Cyprian e gli altri genitori hanno proposto di mettere insieme il guadagno che veniva fuori e insieme anche di poter avere soldi per dare una mucca ad un’altra famiglia. [Diapositiva 12] Adesso siamo arrivati a più di 20 famiglie che sono aiutate in questo modo e soprattutto hanno creato una latteria, cioè il latte che viene prodotto, viene portato in un punto vendita e viene poi distribuito e poi il guadagno viene usato ulteriormente per aiutare altre famiglie. Mutuo aiuto, tra di loro, a partire da un regalo di uno di voi. Il coinvolgimento delle famiglie e delle comunità vuol dire anche il coinvolgimento dei ragazzi e dei beneficiari che ci sono nel progetto e che sono bambini piccoli ma sono anche ragazzi di 16, 18, 20 anni.
[Diapositiva 13] In Rwanda c’è stato il grosso problema dopo il genocidio di molti che avevano perso i genitori ed erano diventati bambini soli, capofamiglia, ragazzi capofamiglia. Alcuni di questi sono nel progetto e avevano bisogno per esempio di una nuova casa. Allora il costruire mattoni insieme e insieme aiutare questi ragazzi è stata una delle attività che è stata fatta da una delle nostre associazioni in Rwanda.
[Diapositiva 14] Sempre per mostrarvi un esempio di un aiuto comunitario, un altro gruppo di genitori ha deciso di costruire un pozzo, di costruire un serbatoio d’acqua perché il villaggio era a 20 km dal primo serbatoio d’acqua, per cui ogni giorno dovevano farsi un lungo cammino. Adesso fanno qualche chilometro, dal pozzo fino a casa loro, e questo per esempio è stato un progetto che dal punto di vista economico è stato anche sostenuto dal Distretto, cioè il Governo keniota ha aiutato perché c’erano dei fondi e molto spesso non vengono conosciuti, non ci sono i punti di contatto, non ci sono i rapporti e le relazioni tra le persone in bisogno e quelli che decidono e hanno le possibilità di rispondere a questo bisogno. Questo è un altro risultato indiretto del nostro progetto che non ritengo collaterale ma ritengo sostanziale.
[Diapositiva 15] Il rapporto con le scuole: anche questo è un rapporto educativo a vari livelli. Questo è un gruppo di genitori che sta aiutando la scuola a creare un giardino, un orto, all’interno della scuola, attraverso cui poi insegneranno ai bambini come coltivare e c’è anche un altro vantaggio: che possono avere degli ortaggi per mangiare a mezzogiorno a scuola. Quindi ci sono queste due componenti: una componente nutrizionale e la componente educativa, di formazione professionale, possiamo chiamarla. [Diapositiva 16,17] Avete visto e vedete le donne del Meeting Point di Kampala, che è anche questo uno dei partner del progetto, che lavoravano nella cava e che facevano solo questo tipo di attività. Il fatto di essere insieme, di essere considerate un valore e di rispondere in maniera diversa ha portato all’attività che adesso tutti voi conoscerete andando allo stand di AVSI dove vi insegneranno a fare le collane. E questa è una delle attività e dei modi diversi con cui sono state coinvolte.
[Diapositiva 18,19] Dicevo che anche i ragazzi vengono coinvolti e voglio raccontare brevemente la storia di Eric, perché anche questa è una storia emblematica. E’ un ragazzino ruandese che abbiamo conosciuto orfano di padre, malato di AIDS in fase abbastanza terminale quando è stato identificato, aveva bisogno di aiuto ed è entrato nel progetto. L’abbiamo innanzitutto messo in contatto con chi lo curava e dava i farmaci adeguati e dopo di che lo abbiamo anche mandato a scuola. Eric ha fatto parte e ha beneficiato dei gruppi di mutuo aiuto che vengono fatti con i bambini malati di AIDS e adesso è un leader di uno di questi gruppi. Non solo, ma ha anche creato un’associazione di giovani attraverso cui fa dei corsi di prevenzione nelle scuole secondarie del Rwanda, prevenzione per AIDS. Quando abbiamo fatto questo incontro in Rwanda, lui ha fatto una testimonianza e ha detto: io so che adesso AVSI finisce, perché il progetto finisce, il progetto sostenuto dalla cooperazione americana, ma ci sono io adesso al posto di AVSI. Anche questo mi sembra che sia un risultato da non sottovalutare.
[Diapositiva 20,21] In Rwanda l’attività di sensibilizzazione e di coinvolgimento delle comunità è fatta attraverso delle grosse iniziative che si chiamano tende. Ci sono delle tende itineranti che rimangono per una settimana in un villaggio – il Rwanda è fatto da colline, molto sparse – e quindi questo permette di raggiungere capillarmente tutta la popolazione. E chi va a raccontare e a dire come prevenire l’AIDS, come essere educati anche dal punto di vista sanitario, o chi va a giocare con i bambini, sono degli ex bambini da noi sostenuti, sono dei volontari che incontriamo e sono i nostri assistenti sociali. [Diapositiva 22] Questo appunto è uno degli incontri che loro fanno nelle scuole. Beneficiari del progetto e beneficiari di quello che dicevo all’inizio del rapporto che si crea, sono anche i nostri partner locali. Abbiamo più di 100 partner locali nel progetto che sono organizzazioni che vengono da parrocchie di differenti credi a seconda degli incontri che facciamo, organizzazioni comunitarie di base, piccole organizzazioni non governative e molte di queste sono quelle che in inglese vengono chiamate le Faith-based organizations perché AVSI incontra chi è anche simile a lui dal punto di vista dell’origine e del metodo. Ci tengo a dire che una caratteristica che noi abbiamo è il fatto che qualsiasi tipo di partner e qualsiasi persona che lavora con noi, lavora con noi perché l’abbiamo incontrata e perché condividiamo lo stesso modo di guardare il bambino e di dare valore al bambino, non perché ha una struttura amministrativa perfetta, quella la creiamo insieme. Anche questo è un particolare che a molti di voi può sembrare logico e quindi e’ superfluo dirlo – Va beh, perché lo dice? – però è importante dirlo perché spesso nella cooperazione si fanno delle gare pubbliche per scegliere i partners locali e poi dopo non si conosce e non si vive insieme a chi si incontra. Mentre io in questi anni ho imparato tantissimo dai partner con cui ho lavorato così come viceversa loro spero abbiano imparato da noi. Sono loro quelli che sono più vicini ai beneficiari, sono loro quelli che fanno le visite a domicilio, sono loro quelli che identificano le famiglie e i bambini e che sono il punto di incontro fra noi come donatori (o noi come persone che abbiamo la possibilità di essere lì con un progetto di cooperazione) e la comunità stessa. E’ per questo che per noi sono fondamentali e importanti. [Diapositiva 23] Allo stesso modo sono fondamentali e importanti le nostre assistenti sociali, cioè le persone di AVSI che localmente lavorano insieme a noi. Una delle componenti del progetto sono stati i corsi di formazione, tanti e a vari livelli, per il personale, per le famiglie, per i bambini. I corsi di formazione sono il punto attraverso cui può cambiare lo sguardo, e se cambia lo sguardo cambia l’azione. Non basta solamente ordinare delle azioni.
[Diapositiva 24] E la storia di Stella è abbastanza emblematica in questo senso (è sempre nel libretto). Stella è un’assistente sociale dell’Uganda, lavora con noi dal 2004. E’ un’orfana lei stessa, è riuscita a studiare e a diventare assistente sociale perché aveva una zia infermiera che l’ha aiutata e l’ha sostenuta, però aveva molti fratelli e sorelle, orfana totale sia di padre che di madre. Quando Stella ha iniziato a lavorare con noi, il mese dopo è stata assalita da tutta la famiglia con tutti i bisogni che loro avevano, e dopo alcuni mesi lei era quasi dispiaciuta di aver avuto questo lavoro perché non riusciva più neanche ad assistere se stessa perché le chiedevano molto (questo e’ molto comune in Africa). Dopo i corsi di formazione che abbiamo fatto insieme e anche dopo l’inizio del lavoro insieme lei ha capito che anche lei e anche le persone che erano vicine a lei, i suoi fratelli e le sue sorelle avevano un valore, avevano qualcosa da dare e da dire. Allora – è quello che diciamo al bambino – parti da quello sei, da quello che puoi dare: perché non posso farlo anch’io coi miei fratelli e le mie sorelle? Allora si sono messi, si sono trovati insieme, hanno pensato e hanno scoperto che avevano un piccolo pezzo di terra, hanno iniziato a coltivarlo, hanno iniziato a fare una casa per essere insieme e (sempre nell’incontro che abbiamo fatto insieme in Uganda) lei raccontava che adesso suo fratello quando la chiama non le dice: ho bisogno questo, questo e quest’altro, ma le dice: guarda che c’è un pollo per te. Anche questo è un punto che sembra piccolo, ma è il punto a mio parere fondamentale dello sviluppo, perché il cambiamento di sguardo e il fatto che io posso essere protagonista dello sviluppo, protagonista della mia vita e protagonista dello sviluppo della mia famiglia o del mio Paese è il punto centrale ed è il punto che sarà il punto chiave e il punto di svolta, credo, della cooperazione nel futuro.
[Diapositiva 25] Per legarci al titolo del Meeting: lo sviluppo da cosa è reso possibile? Da un cuore che desidera e da uno sguardo diverso, uno sguardo che inevitabilmente non può non mantenere una direzione verso l’alto, come Cyprian sta avendo in questa foto, ma che tiene conto di tutta la realtà e che conosce molto bene la realtà che c’è attorno a lui. Questo è quello che abbiamo tentato di fare e che abbiamo fatto in questi anni con questo progetto. Grazie

ALBERTO PIATTI:
Grazie a Lucia, la parola al professor Lauro.

CARLO LAURO:
Grazie. Nel presentarmi, Alberto ha fatto riferimento alla mia affiliazione universitaria. In realtà, la collaborazione con Avsi è frutto di una collaborazione che esiste tra la Fondazione per la Sussidiarietà e la Fondazione Avsi. Allora, la prima domanda che ci potremmo porre è: perché la Fondazione per la Sussidiarietà? Se guardiamo alle cose che abbiamo ascoltato, relativamente all’approccio di Avsi, possiamo dire che Avsi interviene su un singolo bambino ma considera anche la famiglia cui questo bambino appartiene, e la sua comunità. Avsi opera in collaborazione con organizzazioni e associazioni di base che sono responsabili della attuazione diretta del programma nelle loro comunità. Avsi offre ad ogni bambino un pacchetto di servizi che vanno dai servizi diretti a servizi indiretti, il cui vantaggio si estende a tutta la comunità. Potremmo dire, in altre parole, che l’approccio di Avsi è tipicamente sussidiario. Dunque, quale partner migliore di Avsi, nella valutazione del proprio intervento, che non la Fondazione per la Sussidiarietà?
Stando alle statistiche, che ogni anno ricaviamo dal rapporto annuale della Fondazione, solo un cittadino su cinque conosce il significato della parola sussidiarietà. Provo a darne una definizione molto semplice, riferendomi, soprattutto, all’Enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI dove, rispetto alla definizione originaria che vedeva la sussidiarietà come elemento di contrapposizione fra il cittadino e lo Stato, entra un approccio totalmente diverso, ovvero la sussidiarietà come modello di sviluppo.
Un modello di sviluppo che riconosce l’iniziativa dei singoli e dei corpi intermedi, quali Avsi, per esempio, puntando sull’educazione, esattamente quello che Avsi fa, puntando sulla responsabilità ma soprattutto sulla partecipazione, e sviluppando in questa prospettiva il concetto di relazione. Su questo mi piacerebbe fare riferimento ad alcune parole dell’Enciclica. In particolare, si parla di questo aspetto nel capitolo V° dedicato alla collaborazione della famiglia umana. Inizia così: “Una delle più profonde povertà che l’uomo può sperimentare è la solitudine. La creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso ma ponendosi in relazione con gli altri, con Dio”. Mi sembra che questo aspetto c’entri abbastanza bene la relazione fra la Fondazione per la Sussidiarietà ed Avsi. La Fondazione per la Sussidiarietà, che nasce per l’impegno di Giorgio Vittadini che ne è Presidente, in questi anni si è posto il problema di approfondire il tema della sussidiarietà, con una serie ricerche mirate, e di promuoverne la diffusione. Ma soprattutto si è posto il problema di misurare l’efficacia e l’efficienza di un approccio sussidiario, di un modello sussidiario.
In questo senso, la Fondazione ha misurato notevoli esperienze e in questo senso il suo contributo ad Avsi è stato valutare l’efficacia dell’intervento. Ma che cos’è la valutazione? Soprattutto, cos’è la valutazione secondo la visione della Fondazione per la Sussidiarietà?
La valutazione non è un’attività di controllo, come è nel sentire comune: stando all’etimologia della parola valutare, vuole dire dare valore, valorizzare. In questo senso, il contributo di valutazione che abbiamo dato è stato proprio quello di fornire un contributo per valorizzare di più i risultati perseguiti ma soprattutto, come diceva il vecchio Presidente della Repubblica Einaudi, “conoscere per governare”. Due economisti americani, per contro, amano dire che “non si può gestire ciò che non si sa misurare”: in questa direzione è andato il nostro contributo di valutazione per Avsi. Perché una ricerca? L’obiettivo della ricerca è stato conoscere meglio la realtà in cui si opera, e questo è avvenuto con una ricerca di base che è stata realizzata nel 2005: l’idea era individuare gli indicatori, le leve per un miglioramento ulteriore dell’azione. Tra gli altri obiettivi che ci si era posti, c’era anche quello di definire la crescita di capacità nei partners locali. Il nostro obiettivo è stato anche mostrare che l’approccio messo in essere da Avsi, un approccio di tipo sussidiario, funziona meglio di altri.
La ricerca ha riguardato l’intervento svolto in Uganda, Rwanda e Kenya tra l’aprile 2005 e il giugno 2010. Beneficiari dell’intervento sono stati 22.000 bambini e 120 organizzazioni locali. Al fine di realizzare questa ricerca valutativa, abbiamo considerato un campione di 1.200 bambini, sufficientemente ampio e rappresentativo della realtà indagata, tenendo conto di una stratificazione del Paese, dell’età e del sesso dei bambini. La ricerca si è mossa con non poche difficoltà rispetto alle risorse disponibili: le difficoltà, evidentemente, sono le solite, la limitatezza del budget. Quando si fa una ricerca, questa viene considerata l’ultima cosa, rispetto agli interventi. Ma dobbiamo dire che Avsi aveva progettato l’idea di una valutazione di questo risultato e monitoraggio dei suoi risultati fin dall’inizio. Proprio in linea con quelli che oggi sono gli obiettivi delle ricerche nel non profit, che si realizzano per far fronte ad una sempre maggiore limitazione delle risorse e per incontrare sempre di più i bisogni delle persone.
Le difficoltà venivano dal fatto che l’indagine si è svolta in diversi luoghi, in diversi siti, con un elevato numero di partners, per la diversità del target della popolazione, per una collaborazione che spesso non è stanziale ma in movimento, per i diversi livelli di istruzione della popolazione, per la molteplicità dei linguaggi, spesso anche dialetti locali, per la difficoltà di realizzare un campione, un gruppo di controllo. Spesso si può fare una valutazione se si conosce un gruppo in cui l’intervento non è stato effettuato. Ma, tipicamente, non viene consentito dai Comitati Etici di effettuare indagini di controllo, come se dessi a un malato un farmaco e all’altro no: è una delle difficoltà che abbiamo incontrato e superato con un appoggio metodologico innovativo.
Quali sono stati i punti di forza che ci hanno permesso di realizzare questa ricerca? In particolare, un database che possiamo dire unico nel suo genere, presente in Avsi, in cui ciascun bambino è identificato. L’elemento primario che abbiamo dovuto affrontare nel Progetto di ricerca è stato realizzare due questionari: uno riguardava indagini su diversi aspetti del bambino, le caratteristiche, il bambino e la famiglia, la valutazione dei suoi bisogni, un questionario pesante perché tante erano le domande che ci ponevamo e perché alle interviste partecipavano il bambino, il suo tutore ma anche lo staff degli operatori sociali. 322 domande per un campione di 122 bambini: un’indagine molto complessa che ha necessitato un intervento realizzato con metodologie particolarmente avanzate. Altrettanto pesante è stata l’indagine sui partners, dove si arrivava a ben 469 variabili. Vi racconto queste cose soltanto per dirvi che l’approccio non poteva limitarsi alla semplice esplorazione delle diverse dimensioni delle indagini, ma c’era la necessità di ottenere sintesi opportune.
Il metodo adottato è stato quello di un approccio quantitativo standard, pur in presenza di variabili qualitative: l’indagine ha tenuto conto sia di aspetti trattabili direttamente con metodi statistici, sia di aspetti di natura qualitativa. L’indagine si è orientata su due filoni: uno di natura longitudinale – ce ne parlerà il prof. Rovati -, per monitorare le variazioni dell’intervento nel tempo, e uno basato sui modelli, perché la nostra idea era individuare i fattori importanti per il miglioramento e lo sviluppo, ma anche definire uno strumento operativo per fini decisionali. Il campionamento di tipo casuale ci ha consentito di avere un’adeguata rappresentatività, una significatività statistica dei risultati. Adesso darei la parola al professor Rovati che ci introdurrà a quelli che sono stati i principali risultati dell’approccio longitudinale. Riprenderò la parola successivamente, per poi ridarla al professor Rovati e trarre alcune conclusioni.

GIANCARLO ROVATI:
Non ci siamo accontentati di farla una volta, questa rilevazione sui 1200 bambini, l’abbiamo fatta tre volte. E questo è il senso dell’indagine longitudinale: abbiamo intervistato le stesse persone nel 2006, nel 2007 e nel 2009, in modo da verificare che cosa fosse cambiato nel tempo, in meglio o in peggio, per ciascuno delle persone intervistate. Queste informazioni sono state acquisite e sono di fatto entrate a far parte del patrimonio informativo di Avsi, perché per ciascun bambino esiste un fascicolo informatico, comunque un report, con le caratteristiche dichiarate da chi ha risposto per lui, relativamente al tempo di tre anni. Questo approccio è obiettivamente molto difficile da condurre, anche nei nostri contesti. Per il contesto africano, è probabilmente un unicum, perché da confronti fatti con altre indagini valutative, di altre organizzazioni, questo tipo di metodologia non è mai stato utilizzata e anche i campioni utilizzati non hanno superato i 250, 300 casi. Perché questo impegno è stato possibile? Perché sul campo c’era una rete di partners e di social workers, educati da Avsi negli anni precedenti, che hanno potuto essere coinvolti direttamente nella realizzazione di questa complessa operazione. Quello che abbiamo fatto è dunque un’azione vera e propria, una ricerca/intervento, la ricerca come parte di un trading, di una formazione, di un aiuto a prendere maggiormente coscienza di ciò che giorno per giorno si stava facendo con i singoli bambini.
Voglio solo segnalarvi che da queste tantissime variabili abbiamo ricavato alcune variabili sintetiche, degli indici che sono stati poi utilizzati per analisi più sintetiche.
Ve ne cito solo due: intanto abbiamo tenuto conto di quello che abbiamo chiamato Orphan Hood Index, quanto incida il fatto di essere totalmente orfano, di padre e di madre, essere orfano solo del padre o solo della madre, o non essere affatto orfano. Poi abbiamo ricavato un Nutritional Index, un Child Health Index, un Guardian Health Index, in modo da capire se ci fosse una relazione tra il miglioramento della salute dei bambini e il miglioramento della salute dei Guardians, proprio per misurare la forza di questa relazione e capire se e quante risorse sia meglio destinare sull’una e sull’altra cosa. Ma dato che il Progetto di Avsi era principalmente dedicato all’educazione dei bambini, abbiamo calcolato uno School Performance Index, che tenesse conto fondamentalmente di due grandi sfide: se i bambini, nei quattro anni da noi monitorati, abbiano seguito la scuola, oppure se, semplicemente, si sono iscritti il primo anno e poi si sono persi per strada, perché questo fa la differenza. E’ facile mandare a scuola X bambini all’inizio dell’anno scolastico, il problema è se continuano durante l’anno e poi per tutti gli anni.
Allora, abbiamo studiato lo School Performance Index che tiene conto della attendance e poi anche della performance. Non basta scaldare una sedia, lo sappiamo tutti, non basta stare sui banchi, occorre anche verificare se e quanto si impara. Bene, la cosa molto interessante è che – salvo i casi dovuti a trasferimenti o a mortalità – il 95% dei bambini entrati nel Progetto hanno seguito la scuola per tutti i quattro anni: questo non lo possiamo dichiarare come intento, ma lo possiamo dimostrare scheda per scheda, bambino per bambino. Del resto, chi di voi partecipa al Sostegno a Distanza – anch’io sono tra questi -, riceve periodicamente una relazione su come sta andando la crescita del bambino, l’educazione del bambino e di come stanno andando la sua attendance e la sua performance. Abbiamo cercato di rendere indicatore da misurare questa prassi che per Avsi era già consolidata nell’attività di Sostegno a Distanza.
Mi limito a considerare un altro indicatore molto importante: gli interventi sulla nutrizione e gli interventi sulla salute nonché gli interventi sullo psico-sociale. Per quanto riguarda la nutrizione, hanno dimostrato di essere in grado di produrre un miglioramento molto rapido. Tant’é che, mentre il primo anno la School Performance era molto legata ai vincoli materiali, tra i quali la nutrizione era un fattore importante, questa variabile ha perso di peso nel tempo. In qualche modo, azzerando il gap dovuto alle difficoltà materiali, è risultato in primo piano che per continuare la scuola la cosa fondamentale è diventata la motivazione dei bambini e la motivazione degli adulti che stavano dietro i bambini, cioè dei Guardians.
E come se, messi sullo stesso piano dal punto di vista materiale, nei bambini cominciassero poi ad emergere differenze motivazionali. Un’altra cosa che abbiamo cercato di monitorare è la capacità di rapporto con i propri pari, con gli adulti, e degli adulti tra di loro. Lo abbiamo chiamato Care Giving Index, per quanto riguardava la capacità dei Guardians di occuparsi dei bambini, ma anche Relational Index. Siamo stati un po’ ingordi e insaziabili, perché l’appetito vien mangiando: così, finita questa analisi – e qui passo la parola a Carlo -, ci siamo detti: tutto qui? Forse possiamo fare qualcosa di più. E Carlo Lauro, con la sua maestria statistica, è riuscito a fare qualche miracolo statistico.

ALBERTO PIATTI:
Giancarlo adesso ha rilanciato, creando delle attese anche se non abbiamo molto tempo per concludere. Volevo sottolineare che l’obiettivo della seconda parte dell’indagine – mentre il primo è stato una valutazione dei risultati dimensione per dimensione, e Giancarlo si è limitato ad offrirci soltanto alcune dimensioni fondamentali dello studio, una soluzione diacronica, cioè nel tempo – si è sviluppato in senso sincronico, cioè con dati valutati allo stesso tempo, soprattutto con l’idea di far confluire tutti questi indicatori in un indicatore complessivo che riguarda il benessere del bambino. Mi piace sottolineare che i metodi a cui abbiamo fatto riferimento in questa seconda parte, largamente ispirati da uno statistico francese, fanno riferimento a un modo diverso di concepire la statistica. Piuttosto che fare riferimento alle variabili, si fa riferimento agli individui, proprio quello che ci interessa. Non ci interessa sapere se un individuo abbia mangiato mezzo pollo ma ci interessa sapere, invece, quali caratteristiche abbia quell’individuo, quali bisogni, per capire a quali bisogni dobbiamo far fronte.
Soprattutto, abbiamo fatto riferimento a due metodologie. Una con uno scopo tipicamente predittivo, cioè conoscere le cause che hanno provocato una certa situazione. Conoscere la causa vuol dire avere la possibilità di rimuoverla: questo approccio ha condotto a dei risultati che si possono esprimersi in termini di un punteggio per bambino, che ci permettono di valutare quale sia la gravita del suo stato o quali siano le sue condizioni attuali ma, soprattutto, di conoscere quali siano le cause e quindi poter intervenire in maniera mirata. Quindi, non tanto sapere se il bambino mangia in media tre volte al giorno ma quale sia la ragione per cui mangia molto o mangia poco. Se questo bambino ha delle difficoltà relazionali, quali siano le cause che le hanno generate: questo è ciò che ha fornito ad Avsi una serie di spunti per poter fare degli interventi più mirati.
Provo a darvi qualche risultato, qualche esempio che permetta di capire l’utilità di questo approccio. In relazione ai bambini che hanno un cattivo stato di salute, si è trovato che questo è strettamente legato alla cattiva salute del suo tutore, ma anche al fatto che il bambino vive in famiglie molto numerose e questo stato di salute spesso ha conseguenze sulle sue performance scolastiche. Quindi, non solo abbiamo valutato gli antecedenti, ma anche le conseguenze di questo stato: per esempio, i bambini che hanno una scarsa nutrizione sono spesso legati ad una presenza di tutori illetterati o che hanno cattive condizioni di salute.
Le cattive performance scolastiche sono spesso ritrovate in bambini che hanno ancora una volta un tutor illetterato, che vive in abitazioni con scarse condizioni igieniche. Dall’altra parte, vediamo che le migliori performance scolastiche sono significatamene associate con la buona igiene, con la buona nutrizione, con la buona salute e spesso, nella maggior parte dei casi, questi bambini hanno come tutore un donna, cioè una madre.
Stesse considerazioni possiamo fare sulla frequenza scolastica: quindi, l’idea è trovare quali siano le cause per potervi intervenire direttamente. Un altro aspetto che è fondamentale, soprattutto per la vita futura dei bambini, riguarda la loro personalità, che sicuramente inciderà sul loro futuro. Ad esempio, bambini che hanno una personalità instabile, tendono ad avere solitamente cattiva igiene, cattiva salute, hanno tutori più anziani e, spesso, manca la madre. Allo stesso tempo, vivono – si è osservato – in zone dove è alto il livello di criminalità. Bambini aggressivi, per esempio, osservati più frequentemente in Uganda, sono orfani di entrambi, padre e madre, e spesso vivono nelle comunità organizzate in slam, vale a dire in aree con difficoltà di igiene e difficoltà abitative.
Potrei continuare con questi esempi. L’ultimo approccio che mi sembra importante: ci aveva preoccupato, soprattutto guardando i risultati, che alcuni bambini, anziché migliorare a causa dell’intervento, fossero peggiorati. E’ uno degli aspetti più importanti: si tratta di una percentuale minima, quella di bambini le cui condizioni generali erano peggiorate, ma forse era dovuto all’intervento di Avsi? Avevamo ottenuto l’effetto contrario rispetto a quello che ci aspettavamo? In realtà, si è potuto osservare che il peggioramento non riguardava uno solo degli aspetti, ma tutti, congiuntamente. Questo significa che c’era una serie di concause che aveva prodotto un effetto di natura diversa. Soprattutto, si è osservato che il peggioramento delle condizioni di un bambino era spesso associato con il peggioramento delle sue relazione con gli adulti e con i suoi pari. Questa la dice lunga sul fatto che bisogna intervenire soprattutto sugli aspetti relazionali, al fine di contenere conseguenze gravi. Uno dei suggerimenti che è venuto ad Avsi è dunque quello di curare particolarmente gli aspetti relazionali dei bambini.
Infine, abbiamo adottato un modello, con l’obiettivo di capire quali fossero i meccanismi che generavano il miglioramento e quali fossero le leve di un miglioramento futuro. Il risultato più importante di questo modello, che era abbastanza complesso, è stato sapere che non soltanto Avsi produce un effetto positivo con il suo intervento, ma che la famiglia è altrettanto importante come impatto sul bambino. Evidentemente, Avsi interviene anche a favore della famiglia. Abbiamo fornito un’indicazione valida su questo tipo di intervento ma, soprattutto, abbiamo capito quali sono le cose di cui Avsi deve tenere conto, per far sì che questo intervento sulla famiglia sia il più produttivo possibile. Tra gli elementi che sono venuti da una matrice di supporto alle decisioni, c’è stata la particolare attenzione alle condizioni di salute del Guardian, come dicevamo prima, alla sua abitudine di bere alcool, alla sua partecipazione alla comunità. La partecipazione alla comunità è un elemento che, come abbiamo potuto vedere, suscita nel bambino una serie di sentimenti, di emulazioni, di ammirazione, che si rivelerà importante per il futuro. Questi modelli hanno permesso di ottenere scores a livello del bambino, riaggregabili, per esempio, in funzione dei partners che li hanno seguiti. Questo diventa un particolare strumento per valutare la capacity building dei diversi partners.
Mi fermo qui e chiedo a Giancarlo.

GIANCARLO ROVATI:
Abbiamo tratto spunti importanti non solo per il Progetto OVC, gestito da Avsi, ma considerazioni generali per le politiche di sviluppo, perché pensiamo che l’esperienza di ricerca e azione fatta possa contenere anche un contributo di portata generale per altre ricerche valutative e su programmi analoghi. Insieme a Carlo Lauro, ci siamo detti: ma se siamo riusciti a fare attività di ricerca in questo caso, potremmo farla anche in altre esperienze di Avsi o di qualche altra organizzazione. Bene, abbiamo notato che la diversa efficacia degli interventi è stata misurata proprio attraverso l’analisi longitudinale, miglioramento, peggioramento o stazionarietà. Per esempio, dei cinque obiettivi – educazione, salute, sicurezza alimentare, supporti psicosociali e supporti economici -, alcuni producono i loro effetti subito: tipicamente, gli interventi per la Food Security and Nutrition. Questi interventi possono essere efficaci anche con programmi di breve durata. Però gli interventi sull’educazione non possono produrre effetti efficaci in un tempo breve, hanno bisogno di una durata. Portare dall’analfabetismo al saper leggere e scrivere, richiede del tempo. Dunque, Programmi che vogliono sostenere aiuti in funzione dell’educazione devono mettere in conto una medio-lunga durata.
Ancora più lunga durata richiedono gli interventi sulla salute. Anche qui, si potrebbe pensare: c’è una malattia, c’è una patologia, diamo le medicine e risolviamo. No, l’efficacia degli interventi sanitari non è rapida come quella nutrizionale. Perché? Perché la salute è indebolita e dunque ci vuole del tempo per ricostruire, oppure è difficile migliorare ciò che è stato ereditato come difficoltà. E dunque, non c’è solo un problema di medicine ma c’è un problema di accompagnamento del contesto. Deve migliorare l’igiene – case più salubri, pratiche legate agli usi e costumi sessuali, e quant’altro (noi studiavamo bambini orfani per l’HIV) -, e dunque questa è un’importante questione: la variabile tempo.
Per gli aiuti economici, le cosiddette Income Generating Activities (IGAs), abbiamo visto effetti in generale quasi migliori che non quelli legati alla salute, perché anche in questo caso, portare da un basso livello di reddito a un miglioramento, è più facile. Però ciò che risulta altrettanto importante sono gli interventi psicosociali. Anche questi sono direttamente legati all’educazione. Dunque, durata pluriennale degli interventi, durata pluriennale dei sostegni. Un’ultima considerazione, vorrei fare: anche qui, non basta la durata, occorre la continuità dell’intervento. Abbiamo notato che la nostra ricerca è servita ad Avsi, di anno in anno, per focalizzare diversamente gli interventi. Dunque, Avsi ha imparato dalla ricerca, e in questo la partnership tra ricercatori e coloro che fanno l’intervento è molto importante. Noi ci siamo sentiti più come compagni di viaggio che come giudici. Penso che nella valutazione di Progetti in situazioni di alta difficoltà, i valutatori debbano essere compagni di viaggio. Farsi carico anche loro, condividere anche loro le sfide, senza applicare schemi preconcetti sulla cui base si potrebbero anche dare voti positivi o negativi, ma senza un reale aiuto.
E da ultimo, ciò che ha reso possibile sia la ricerca sia il miglioramento è la rete dei partner locali. Una organizzazione, nel caso Avsi, che è capace di allevare sussidiarietà locale, è una organizzazione capace davvero di introdurre fattori di sviluppo permanenti. Interventi eterodiretti, che finiscano una volta che il Programma non è più finanziato, senza aver educato, coltivato Capacity Building, non servono. Avsi ha educato soggetti capaci di prendersi cura di altri soggetti. Per questo l’esperienza che abbiamo potuto osservare è davvero un’esperienza che possiamo indicare come una delle best practices nel contesto di OVC.

ALBERTO PIATTI:
Grazie ai due professori. Dobbiamo riconoscere e dovete riconoscere che abbiamo avuto un grande coraggio a sottoporci a questo tipo di valutazione. Ma è molto importante poter mostrare, anche a livello accademico e scientifico, come un criterio ideale impatti la realtà modificandola. Nella società del sapere e della conoscenza, il deficit più grande nei Progetti di cooperazione allo sviluppo non sono tanto i denari, che comunque sono pochi, ma proprio la conoscenza di quella singola persona. E la valutazione, come viene intesa molte volte in modo neutrale, non esiste, è una pura finzione. Che i professori siano stati nostri compagni di viaggio, significa che hanno avuto una conoscenza affettiva, si sono coinvolti e appassionati al destino di quelle persone. Chiediamo adesso a Joshua qualche commento, grazie.

JOSHUA DUBOIS:
Grazie mille per avermi invitato a parlare questo pomeriggio, per il lavoro che avete fatto per raggiungere questo livello. E voglio ringraziare tutti voi per un così caloroso benvenuto al Meeting di Rimini. La cosa più chiara è che ci sono tra noi tante persone che si dedicano ad elevare i corpi, le menti e gli spiriti. Perciò vi voglio ringraziare. È anche un particolare onore sostenere il lavoro di Avsi e guardare il Programma che dà supporto non solo a bambini vulnerabili ma anche a bambini che hanno un valore (OVC). Io amo questo concetto. Ed è stato grande avere la possibilità di conoscere Rose, ieri, non è straordinaria? Le ho detto che secondo me un giorno sarà il Presidente dell’Uganda, oppure può fare il Senatore negli Stati Uniti. Ho anche capito che a Rimini ci sono le piadine migliori di tutt’Italia, e stasera ho deciso di prenderne una, se non due!
Ma voglio raccontarvi qualcosa riguardo al mio lavoro con la Casa Bianca, condividere qualche pensiero sulla fede e sullo sviluppo, e concludere parlando un po’ di Avsi e dei volti della speranza. Perché noi siamo così onorati di dare supporto a questo magnifico Programma! Il mio lavoro alla Casa Bianca è abbastanza semplice: io mi occupo di sostenere le organizzazioni non profit, sia confessionali che secolari, che si occupano dei bisogni umani. Noi procuriamo loro assistenza tecnica, capacity building, permettiamo loro di accedere alle risorse e ad altri supporti. In generale, il Presidente Obama mi ha chiesto di affiancare questi gruppi nel loro lavoro, nel loro impatto sulla nostra nazione e nel nostro mondo. Il modo in cui noi svolgiamo queste funzioni presso il Governo statunitense, comprende una dozzina di piccoli uffici. Per esempio, abbiamo un ufficio presso il Ministero del Lavoro, che aiuta organizzazioni confessionali a fare programmi di formazione. Abbiamo un ufficio presso l’Amministrazione Federale, che aiuta gruppi non profit che si occupano dei militari che tornano dai conflitti. E non c’è lavoro più importante del nostro al Faith Based Office, presso l’Agenzia americana per lo Sviluppo Internazionale. Lì cerchiamo di coinvolgere ONG che si occupano dei diritti umani in tutto il mondo e di dare loro aiuto.
Questo ufficio è la sezione più importante, riguarda la fede e lo sviluppo per il Governo statunitense, una convergenza critica. Riguardo alla scelta di coinvolgere il Governo con le associazioni religiose, il Presidente Obama ha in mente alcuni principi fondamentali, ne condivido alcuni con voi. Il primo principio è che, se un Governo si coinvolge con la religione per lo sviluppo, questo coinvolgimento deve rispettare la dignità e l’indipendenza di individui, comunità e nazioni. Un grande esempio di questo sono gli aiuti che noi portiamo al Bangladesh, perché i leader hanno influenzato il programma. L’influenza dei leader è necessaria dato che, come in molte parti del mondo, gli individui in Bangladesh spesso si rivolgono prima alle autorità religiose per le informazioni, per avere una guida riguardo alla famiglia e alle questioni personali, anche per le decisioni riguardanti la sanità, l’educazione e la società civile. Così, noi sappiamo che se vogliamo avere un impatto sullo sviluppo in Bangladesh, dobbiamo coinvolgere i leader religiosi. Ma questo legame deve essere prudente e non diretto. L’influenza dei leader sulla popolazione non è legge ma si basa su rapporti coltivati nel tempo, su relazioni importanti e rispettose.
Questo approccio ha un grande successo. Per oltre quattro anni, il Programma ha lavorato con oltre 20.000 leader religiosi in Bangladesh, permettendo ad ogni leader di condividere le informazioni per lo sviluppo e agli amministratori di visitare cliniche, di avere informazioni sulla maternità. In questo rapporto, che comprende più di 26.000.000 di visite cliniche nel 2008, abbiamo anche visto, ad esempio, un tasso di presenza della tubercolosi aumentato del 12 per cento tra il 2007 e il 2008. Ed alcune vite sono state salvate perché noi abbiamo rispettato le fedi e lo sviluppo attraverso il coinvolgimento attento con i leader religiosi.
Un altro principio del Presidente Obama è l’importanza della cooperazione interreligiosa per raggiungere specifici obiettivi. Quanto più siamo forti da soli, tanto più siamo forti insieme. Un grande esempio di questo è il lavoro portato avanti dal CIFA (Center Inner Faith Action), un’associazione interreligiosa algerina che opera insieme ad altri importanti partner sulla malaria in Nigeria. Nel 2009, il CIFA ha proposto questa idea semplice ai cattolici e a molti leader religiosi in Nigeria: perché non riunite le forze e predicate a tutte le persone l’importanza della prevenzione della malaria, incluso l’uso di zanzariere ed altri strumenti chiave? I gruppi religiosi si sono messi assieme in modo che, oltre a perseguire lo sviluppo, si potessero anche costruire le basi per una comprensione interreligiosa. E intanto si lavora per salvare vite umane. Il CIFA aiuta questi leader a creare una nuova Ong, guidata dal sultano di Sokoto e dall’ Arcivescovo cattolico di Abuja. Hanno dato informazioni sulla prevenzione della malaria a leader religiosi in 36 Stati: nel tempo, ci saranno 300.000 leader nel Paese in grado di affrontare questa malattia. E’ difficile, ma so che ce la faranno.
Sono alcuni esempi del modo con cui il Governo degli USA si serve di fede e sviluppo per affrontare i bisogni umani, ma penso non ci siano esempi più brillanti di Avsi. Leggendo il Programma, sono stato colpito dai numeri, ma ancora di più dall’attenzione alla dignità umana, dall’idea che una sola vita salvata, un solo bambino guarito, sia una grande vittoria per la comunità umana. Come ha detto Avsi, Volti di speranza non riguarda solo i 14.000 bambini assistiti, riguarda un bambino, una famiglia e una comunità per 14.000 volte. Mentre consideravo ciò, pensavo alla potente vicenda di Gesù Cristo nel Vangelo di Matteo, storia nota a molti di voi. In questo brano, Cristo dice ai suoi discepoli: “Se un uomo possiede cento pecore e una sola si perde, non lascerà forse le 99 sulle colline ed andrà a cercare quella che si è persa? E se la trova, vi dico, in verità, è più felice per quella sola pecora che per le 99 che non se ne sono andate. Allo stesso modo, il vostro Padre nei cieli non vuole che nessuno di questi piccoli si perda”.
Io penso veramente che Avsi e Volti di speranza non vogliano che nessuno di questi piccoli si perda. E questo deve essere il nostro principio più importante, perché combina fede e sviluppo, si focalizza sulla dignità dell’individuo, sulla dignità di ogni singolo essere umano. Credo che le organizzazioni religiose siano le uniche a parlare di questa dignità: il Governo deve semplicemente supportarle, proprio come abbiamo fatto nel caso di Avsi e Volti di speranza. Vi prometto di portare questa testimonianza al nostro Presidente, al Congresso ed al Governo degli USA. Io continuerò a dare testimonianza della straordinaria generosità del popolo italiano, sono sicuro che qui ci sono alcuni che hanno fatto donazioni ad Avsi, voglio ringraziarvi per la vostra generosità e spero di potere ancora collaborare con voi ed aiutare milioni di bambini.

ALBERTO PIATTI:
Grazie a Lucia, ai nostri professori e in particolare a Joshua, che ha avuto la pazienza di ascoltare con molta attenzione, di catturare le parole chiave di tutto quello che, grazie anche al vostro sostegno – perché loro sono i nostri sostenitori -, possiamo fare in giro per il mondo. Preghiamo Joshua di portare al Presidente Obama, oltre al report, i nostri saluti, e di invitarlo alla prossima edizione del Meeting di Rimini.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

23 Agosto 2010

Ora

19:00

Edizione

2010

Luogo

Sala Tiglio A6
Categoria