“VINCERE, MA NON SOLO”. Crescere nella vita per raggiungere i propri obiettivi

Javier Zanetti, Vice President FC Internazionale e Membro del Comitato organizzatore delle competizioni FIFA. Introduce Andrea Simoncini, Professore Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Firenze.

 

ANDREA SIMONCINI:

Ho presentato di tutto su questo palco, ma non sono mai stato emozionato come in questo momento. Allora, tutti quelli che sono qui sanno già chi è il nostro ospite, però qualche immagine può aiutarci a rinfrescare la memoria.

Allora, ve l’ho già detto, è la presentazione più difficile della mia vita al Meeting, ma anche la più bella forse. Voi sapete che il Meeting di quest’anno gira sostanzialmente attorno a questo incontro. Scusate, guardate un attimo il logo, c’è bisogno di dire qualcosa? Quel logo secondo voi che cosa vuol dire? 4, la maglia del capitano, non 40. Scherzi a parte, Javier Zanetti, nato a Buenos Aires, in Argentina ha giocato nel Tallares, poi nel Banfield, prima di arrivare all’Inter nel ’95. Come abbiamo visto, con la maglia nero azzurra è entrato nella leggenda. Ha battuto ogni record di presenze, più di ottocento, per 15 stagioni ha indossato la fascia di capitano dell’Inter, ha vinto tutto: cinque scudetti, quattro coppe Italia, cinque super coppe italiane, coppa UEFA, Champions nel 2010, l’anno del mitico triplete, coppa del mondo per club. Anche nella nazionale argentina è uno dei giocatori con il maggior numero di presenze, è stato a lungo capitano anche lì. Nel 2014 decide di ritirarsi dal campo giocato e intraprende la carriera di dirigente. Oggi è qui come vicedirigente dell’Inter Football club, con delega alle relazioni internazionali e ai progetti sociali. Quello di questa sera vorrebbe essere un dialogo perché, non c’è bisogno di dirlo, Javier Zanetti è stato un grandissimo giocatore, ma continua ad essere una persona, una personalità, un protagonista capace di attrarre giovani e non giovani, per un certo modo di essere, per un certo modo di vivere. Quindi, per prima cosa, io voglio ancora una volta ringraziarlo moltissimo per aver accettato l’invito del Meeting, per esser qui con noi. Grazie Javier, davvero. Cominciamo dall’oggi. Già cinque anni fuori dal calcio giocato, fuori dagli spogliatoi, fuori dagli allenamenti, dalle domeniche in campo. Ora sei dirigente dell’Inter. Cosa vuol dire? Cosa fai? Che cosa vuol dire fare il dirigente di una squadra così importante, di una squadra di serie A? E soprattutto hai nostalgia, rimpianti di quello che eri prima, del calcio giocato?

 

JAVIER ZANETTI:

Innanzitutto ringrazio questa accoglienza, sono veramente molto emozionato per come mi avete ricevuto, ci tenevo ad essere qui insieme a voi per raccontare un po’ quello che è stata la mia carriera sul campo e quello che sto facendo adesso. Diciamo che non è stato facile prendere la decisione di smettere, perché ho vissuto questa professione per più di vent’anni e sinceramente arrivando all’età di 41 anni, dopo essere tornato in campo dopo quel grande infortunio al tendine d’Achille, la prima cosa che volevo era tornare a fare almeno una partita davanti ai miei tifosi, ritirarmi dentro il campo. Questo l’ho potuto fare, ho giocato per fortuna più di una partita, però mi ricordo che la sera, quando entrai negli spogliatoi, dopo quella partita e dopo quello che la gente mi aveva dimostrato con tutto il suo amore, ho avvertito il primo segnale che mi ha portato alla decisione di smettere. Devo dire che, come dicevo all’inizio, non è stata una decisione, credo che fosse arrivato il momento. E non volevo fare l’allenatore, non volevo stare solo sul campo, volevo scoprire altre aree dentro la società dove potevo rendermi utile. Però quando la società mi comunicò che sarei stato il vicepresidente, sapevo che sarebbe stata una grandissima responsabilità. Sinceramente in quel momento non me l’aspettavo. Sono tornato a studiare, mi sono iscritto all’università dove ho cercato di imparare tante cose, perché finito quello che avevo fatto sul campo, iniziava una nuova tappa nella mia vita. Essere stato un campione in campo, non vuol dire che fuori dal campo sia nella stessa maniera. Come mi è successo nella mia carriera, tutto quello che ti arriva te lo devi guadagnare. C’era la necessità di far crescere il nostro marchio a livello internazionale, di farlo crescere ancora di più. Per questo in questi due ultimi anni ho viaggiato tanto, mi sono dedicato progetti specifici che possono portare grandi vantaggi per la società e sì, sono sempre rimasto molto vicino alla squadra, però devo dire che sono molto contento perché continuo ad imparare e non facendo quello che ho fatto per più di vent’anni. È un’altra missione, ma sempre rivolta al bene dell’Inter, che è la cosa che mi interessa di più.

 

ANDREA SIMONCINI:

Tu hai scritto un libro, tra l’altro disponibile, che si chiama Vincere, ma non solo e in questo c’è un’osservazione che mi ha molto colpito. Volevo chiederti: finita la carriera di calciatore, la strada dell’allenatore, del rimanere vicino alla squadra, del rimanere nel settore più sportivo era aperta sia per le qualità che hai, per come hai giocato, sia per questa leadership che tutti ti riconoscono. Quella era una strada in discesa. E invece addirittura ti sei rimesso a studiare. Ad un certo punto dici nel libro: «Mi piace complicarmi la vita».

 

JAVIER ZANETTI:

Quella strada lì era la più facile. Io quel campo lì l’ho vissuto per più di vent’anni, allora volevo mettermi in discussione su altri tipi di esigenze che non conoscevo e e di cui mi sto rendendo conto adesso. Quando correvo dietro al pallone non pensavo a tutto quello che c’era dietro la società di calcio. Adesso che sono da questa parte qui, mi rendo conto che per far funzionare la squadra che scende in campo hai bisogno di una squadra anche fuori dal campo, che diventa molto importante per sostenere, per supportare la squadra che scende in campo. Io adesso faccio parte dell’altra squadra e cerco di trasmettere tutta la mia esperienza che ho maturato in campo.

 

ANDREA SIMONCINI:

Su questo torneremo un po’ più avanti perché questa cosa a me colpisce. Di fronte ad una prospettiva “facile”, che è quella di proseguire il campo sportivo, decidi di assumere un ruolo e tra l’altro molto importante nella parte gestionale, che è una cosa nuova, esponendoti alla necessità di dover fare un sacrificio, di dover rimparare. Ecco, questa è la cosa su cui torneremo perché a me sembra che una delle cose interessanti è che oggi si ha molta paura di far fatica, soprattutto chi è giovane ha molta paura di scegliere cose che comportino un impegno, un sacrificio. E se c’è una strada più semplice, è come se fosse naturale andare su quella. Più volte invece tu hai scelto la strada più complicata e mi interesserebbe capire perché, cos’è che ti spinge a fare queste cose. Hai scritto questo libro Vincere, ma non solo. Come nasce? Vincere, ma non solo. Cosa vuol dire ma non solo?

 

JAVIER ZANETTI:

Prima di tutto per vincere bisogna prima saper perdere. Credo la sconfitta renda più forti. Io credo che tutto quello che ho vissuto durante la mia carriera e i primi periodi dell’Inter non fossero cose semplici, erano molto difficili. Però tutte quelle sconfitte mi hanno rafforzato. Io credo che uno dei valori più belli che ha l’Inter sia la resistenza, il rialzarsi dopo ogni sconfitta. E questo ci ha permesso dopo di vincere tutto. Credo che questo sia una cosa che bisogna trasmettere anche ai giovani. Prima si parlava di sacrificio, di impegno e del fatto che oggi si cerca la strada più semplice, più facile. Io credo che per arrivare al successo bisogna sacrificarsi. Senza sacrificio non si ottiene nulla.

 

ANDREA SIMONCINI:

Nulla di importante. Allora, quest’idea di sacrificio, di impegno, di sforzo e non di scegliere quello che sembra immediatamente più agevole è molto vicina al tema dell’educazione, un tema che ti sta molto a cuore. Ad un certo punto in questo libro dici: «Questo non è un manuale perché io non ho niente da insegnare a nessuno». Posso essere un po’ in disaccordo con questa frase? Io capisco il senso con cui la dici. Tu, nella tua vita, non hai avuto il problema o l’idea di insegnare qualcosa a qualcuno, però io ho l’impressione che molti campioni, soprattutto i campioni nello sport, di fatto siano dei modelli anche non volendo, non insegnando, non perché a un certo punto fanno dei discorsi, ma per come vivono. Allora tu sei e sei sempre stato e continui ad essere, e questa è la cosa più importante, un grande esempio, un punto di riferimento con il quale misurarsi. Cosa ti ha dato in questi anni, in queste difficoltà che dicevi, la forza, la motivazione, l’energia per poter sempre puntare a questa positività, mentre strade più semplici erano.. cioè, questo valore dell’educazione, come lo senti, come lo vivi?

 

JAVIER ZANETTI:

L’ho imparato fin da bambino, nell’educazione che mi hanno trasmesso i miei genitori. Io ho vissuto una infanzia in cui sia mio papà che mia mamma si sacrificavano tantissimo per farmi studiare, per poter farmi giocare a calcio. Io ho un fratello maggiore e non erano tempi facili in Argentina. Mio padre faceva il muratore, mia mamma la casalinga. Da loro ho imparato questo e questo mi accompagna anche adesso, mi ha accompagnato durante tutta la mia carriera. Io sapevo che arrivare qui in Italia sarebbe stata una grandissima opportunità e mi sono portato tutti questi valori con me, che mi hanno permesso di arrivare dove sono arrivato. Io credo che il giorno più felice o uno dei giorni più felici della mia vita sia stato quando sono tornato a casa e ho detto ai miei genitori che mi aveva comprato l’Inter, che andavamo tutti in Italia e che loro dovevano smettere di lavorare: ripagarli per tutto quello che avevano dato è stata una cosa bellissima.

 

ANDREA SIMONCINI:

Volevo stare un attimo su questa idea della famiglia che vedo in te sia nelle cose che dici che in quelle che scrivi, ma anche nell’esempio che dai. A me ha colpito una cosa: mi hanno detto un po’ di amici che condividono l’esperienza del Banco alimentare, che tu negli ultimi anni molto spesso hai partecipato alla Colletta Alimentare, portando i tuoi figli. Perché portando anche i tuoi figli?

 

JAVIER ZANETTI:

Lo facciamo tutti gli anni, insieme a tutta la famiglia. Abbiamo un supermercato vicino a casa nostra, io abito a Como e porto tutta la famiglia a fare questa bellissima iniziativa, perché anche loro devono vedere queste cose, che ci sono bambini che sono meno fortunati di loro. Credo che loro, che vivono un’altra realtà in cui si possono permettere tante cose, debbano capire che nel mondo ci sono anche tanti bambini che soffrono e che non sono fortunati come loro. Allora fare una cosa per l’altro è un valore che anche un bambino, in quanto persona, deve avere dentro. Io cerco di trasmettere questo ai miei figli.

ANDREA SIMONCINI:

Mi colpisce. Certe volte pensiamo che Javier Zanetti sia grande nel calcio, grande nello spogliatoio, grande adesso nella direzione dell’Inter, però mi pare di cogliere anche questa unità con la famiglia. Volevo farti una domanda su questa cosa, perché su questo aspetto dell’educazione, dell’identità, di chi siamo, adesso c’è un grandissimo dibattito. Anche l’Italia è presa da questa vicenda, l’Europa. Questo Meeting ha come titolo un brano di un verso di una poesia del papa Giovanni Paolo II, in cui il tema è proprio che l’identità è la relazione, il dialogo. Allora, siccome questo tema dell’identità è molto sentito, tu ti chiami Zanetti e questo già fa capire la tua radice italiana, figlio di Rodolfo Zanetti e, a sua volta, figlio di Paolo Arcangelo Zanetti, nonno emigrato dall’Italia. Quindi radice italiana, però tu sei nato in Argentina, cresciuto in Argentina e poi venuto in Italia. Innanzitutto volevo chiederti: «Ti senti italiano per qualche cosa? Sicuramente ti senti argentino, ti senti anche italiano? E che cosa vuol dire per te italiano, in che senso senti una radice legata a questa appartenenza a questa comunità, all’Italia?».

 

JAVIER ZANETTI:

È vero che sono argentino, però è vero che non mi sento anche italiano, mi sento italiano perché ringrazierò sempre questo Paese perché mi ha aperto le porte essendo uno straniero e mi ha dato un’opportunità unica. Oggi sono fiero di essere papà di tre bambini, tutti e tre italiani e sono orgoglioso che siano italiani, perché l’Italia è casa mia. Vi racconto che purtroppo nella partita dove l’Italia rimase fuori dal Mondiale, a San Siro, portai i miei tre figli allo stadio e tutti e tre con la maglia dell’Italia e tutti e tre piangendo perché l’Italia non andava al Mondiale. Questo mi ha colpito, però io ero felice e contento. È vero, io e mia moglie siamo argentini e difendiamo la nostra terra, però che loro siano così presi all’Italia mi rende felice.

 

ANDREA SIMONCINI:

Questo è bellissimo. Questo, «mi sento completamente argentino e completamente italiano», questo è un tema che nel dialogo tra le identità qui al Meeting abbiamo affrontato tante volte. E questo accade non solo con gli argentini, accade con gli egiziani, accade con i marocchini, con chi è nato in Italia e si sente completamente italiano e completamente della sua nazionalità. Penso che questo stia dentro l’identità italiana, che sia una caratteristica che ci definisce e che spero continui a definirci. Ora vorrei andare su un altro tema che il nome e la storia di Javier Zanetti evoca. Oggi potremmo dire che tutti siamo alla ricerca del concetto della leadership, cioè della capacità di guidare, della capacità di essere seguiti. La cercano i politici, la cercano le aziende, la cerca la scuola, la finanza, tutti alla ricerca di questa idea di autorevolezza, di leadership. Ora, oggi tu sei vicepresidente dell’Inter, sei stato capitano dell’Inter per tantissimo tempo e dici a un certo punto… la domanda di fondo è: come si conquista una leadership? Tu a un certo punto dici una cosa nel libro, una cosa che mi ha colpito tantissimo: «Il segreto di tutto è non aver mai saltato un allenamento» e poi dici che quasi quasi ti mancano adesso più gli allenamenti che le partite. Ma cosa c’entra questa idea di non aver mai saltato un allenamento con la leadership?

 

JAVIER ZANETTI:

Perché il leader lo fai con l’esempio. Non è leader quello che grida di più, che alza la voce. Io mi sono sempre comportato avendo tantissima responsabilità, rispettando tutti, dialogando con tutti perché io prima di arrivare a essere capitano, quando mi è stata data la fascia di capitano, volevo essere sempre me stesso. Non è che il fatto che tu indossi una fascia debba cambiare la tua essenza: i compagni mi hanno riconosciuto sempre così e mi hanno rispettato sempre così. Questa è una cosa secondo me fondamentale, poi devi essere credibile e soprattutto nei momenti di difficoltà devi essere quello che unisce tutti. Durante tutta la mia carriera sono stato capitano di grandissimi campioni che, tranquillamente, potevano essere loro i capitani e tutte queste persone mi hanno sempre rispettato e questo per me è stato sempre molto importante, perché vedevano in me una persona che sempre metteva per primo il gruppo e dopo gli interessi personali. Perché in una squadra di calcio, in un gruppo di lavoro, tutti siamo importanti e nessuno è più importante del gruppo. Io credo che questo, per arrivare ai successi importanti, sia fondamentale.

 

ANDREA SIMONCINI:

Bella risposta. Però voglio provare un po’ a stimolarti su questo. Qualcuno potrebbe dire: però Zanetti è Zanetti, è un talento eccezionale, Pelé lo ha inserito tra i 200 giocatori più grandi di tutti i tempi. Cioè certe volte rispetto all’idea di far fatica, di allenarsi sempre, qualcuno dice: Eh sì, però lui è particolare, non è come me, io sono uno ordinario, io sono una persona qualsiasi. Questa regola che dici tu, vale anche per chi è una persona qualsiasi o tu lo dici perché hai talenti?

 

JAVIER ZANETTI:

Tutti abbiamo i talenti, i talenti vanno sempre allenati. Il talento va sempre costruito. Tutti siamo importanti. Quando meno te lo aspetti arriva sempre la tua opportunità e lì devi essere pronto, perché io posso essere bravo in una cosa, tu puoi essere bravo in un’altra e se uniamo tutte queste cose qua, sono quelle che ti portano ad avere il successo.

 

ANDREA SIMONCINI:

Bellissimo. Un’ultima cosa sul tema della leadership. Poi cambiamo argomento. Pensavo, preparando un po’ questo incontro, il capitano di una squadra ha un ruolo un po’ complicato, perché è vero che tu sei il leader della squadra, però c’è l’allenatore e poi c’è la presidenza della squadra. Il capitano a sua volta deve seguire l’allenatore, cioè guida ma segue, perché se diventa lui il vero leader e si mette in contrapposizione… cioè questo ruolo è un ruolo complesso, il rapporto con i tuoi allenatori è il rapporto con i tuoi presidenti. Tu, come dicevi prima, sei stato il punto di congiunzione di tante presidenze diverse e di tanti allenatori.

 

JAVIER ZANETTI:

È un ruolo complesso, importante, però credo che quando si trova la giusta energia tra la società, l’allenatore e il gruppo, sia tutto molto più semplice. Quando nei momenti di difficoltà tutti insieme cerchiamo di risolverli… credo che tutto questo sia successo nell’anno del triplete. Questo è un gruppo fantastico, prima di essere grandi campioni erano grandi persone, che hanno capito cosa valeva indossare la maglia dell’Inter, che rimanere nella storia di questa società era una cosa unica e tutti siamo andati dietro a questo obiettivo. C’era grande armonia tra il nostro allenatore che era Mourinho, un presidente come Moratti e una squadra che, ripeto, era una squadra unica.

 

ANDREA SIMONCINI:

E ce lo ricordiamo. Allora torniamo sul complicarsi la vita, perché non la strada “più comoda” che avrebbe potuto essere rimanere nel mondo sportivo, dirigente dell’Inter, ma tu hai scelto questa tua vita complessa, intensa, piena di impegni. Quando eri ancora giocatore hai deciso di impegnarti e di avviare insieme a tua moglie Paola questa avventura della Fondazione Pupi. Prima che ci spieghi meglio nel dettaglio cos’è, abbiamo un video.

 

Video

 

Ci racconti un po’ come vi è venuta questa idea della Fondazione?

 

JAVIER ZANETTI:

Diciamo che oltre al calcio questa è la mia seconda passione.

 

ANDREA SIMONCINI:

Scusa, innanzitutto perché Pupi?

 

JAVIER ZANETTI:

È un soprannome che avevo in Argentina

 

ANDREA SIMONCINI:

È il soprannome storico che hai sempre avuto tra i calciatori in Argentina

 

JAVIER ZANETTI:

Diciamo che io sono arrivato in Italia nel ’95 e tutte le volte che tornavo nel mio Paese purtroppo vedevo tantissime difficoltà e vedevo che i bambini soffrivano tanto. Allora insieme a Paula parlavamo del perché non fare qualcosa per i nostri bambini in Argentina. Allora nella Favelas dove è nata Paula, nel quartiere di Paula dove io ho giocato con la mia prima squadra, tramite gli assistenti sociali, siamo intervenuti cercando tutti i bambini ad alto rischio per iniziare a poter dare una mano. Dopo un po’ di tempo ci siamo resi conto che noi aiutavamo un bambino, però questo bambino aveva quattro o cinque fratelli, non aveva la mamma, non aveva il papà, viveva con la nonna e abbiamo deciso di creare dei progetti che potessero coinvolgere tutta la famiglia. Il 2001 è stata una annata molto complicata per gli argentini, molto difficile, non so se vi ricordate ma nel 2001 è successo di tutto e di più nel nostro Paese, e lì c’è scattata la molla per iniziare a fare questa fondazione. All’epoca abbiamo iniziato con 34 bambini, oggi stiamo aiutando 250 bambini che tutti i giorni vengono in fondazione. Voglio fermarmi qui, e anche qui voglio ringraziare il popolo italiano, perché il popolo italiano mi ha permesso di far crescere la mia fondazione, prima di tutto avendo grande fiducia nei miei confronti e in tutte le iniziative che noi portiamo avanti; perché il popolo italiano si è fidato di me e sta aiutando tanti bambini che sono a 15 mila km e questo non è da tutti. Dico sempre che il popolo italiano ha grandissima sensibilità, io vi posso assicurare che è realmente così e io dico sempre che è la fondazione Pupi è una grande famiglia, perché ad ogni iniziativa siamo in tanti che vogliamo partecipare, che vogliamo dare una mano e questo mi rende orgoglioso. Poter dare a questi bambini un futuro migliore in una realtà difficile ho ancora voglia di continuare a farlo e spero che la mia fondazione possa continuare a crescere e possa aiutare sempre più tanti bambini.

 

ANDREA SIMONCINI:

Io penso che qui al Meeting ci sia una parte di quel grande popolo italiano che, hai perfettamente ragione, ha questa sensibilità e penso che sia possibile, ne parlavamo anche prima, far nascere delle sinergie, un modo di aiutarsi, perché questo progetto… Infatti ti volevo chiedere adesso quali sono i progetti sui quali siete coinvolti in questo momento e quali sono i modi di intervento non soltanto, non soltanto…

JAVIER ZANETTI:

Attraverso l’educazione, dello sport, noi portiamo tutti i bambini a scuola il mattino, dopo li andiamo a riprendere, li portiamo nella nostra sede, pranzano con noi, nel pomeriggio fanno tutti l’attività complementare, fanno una merenda e dopo li riportiamo a casa. Cerchiamo di trasmettere a questi bambini tutti i valori importanti che possono aiutare loro in una crescita sana, attraverso anche dei progetti per la salute, i progetti sportivi sono tanti, non soltanto il calcio, ci sono altri sport che facciamo praticare. Facciamo anche dei progetti per i genitori, adesso stiamo aprendo un centro sportivo, una struttura a 500km da Buenos Aires, al Mar del Plata, in un territorio che sta avendo grandissime difficoltà. Abbiamo fatto anche, quando io ho fatto la partita che hanno ritirato la maglia numero 4, il ricavato è stato devoluto a tante associazioni che lavorano su Milano. Cerchiamo sempre di poter aiutare a tutte le persone che dimostrano questa necessità e che dimostrano una credibilità come quella che noi attraversiamo in Argentina.

Oggi come oggi quando torno nel mio paese e vado nella nostra sede vedo felicità nei nostri bambini. Mi fanno vedere le pagelle che vanno tutti bene a scuola e credo che questo sia il risultato migliore che possiamo avere. Per questo credo che continueremo ad andare avanti con tutti i nostri progetti. Devo anche ringraziare tutte le persone che lavorano quotidianamente in Argentina, perché sono loro il vero motore. Perché io sono a 15mila km però sono loro che giorno dopo giorno seguono questi bambini.

 

ANDREA SIMONCINI:

Quante persone sono coinvolte nella struttura?

 

JAVIER ZANETTI:

Abbiamo una struttura che può arrivare anche a cinque persone che lavorano con noi. Tutte persone professioniste.

 

ANDREA SIMONCINI:

Una domanda importante: come possiamo aiutare, come si può aiutare la fondazione Pupi in modo reale?

 

JAVIER ZANETTI:

Prima avete visto tutti i nostri siti, basta che scriviate, lì c’è tutta la nostra storia, non si tratta di aiutare soltanto in maniera economica, magari anche con delle idee. Ci sono tanti italiani che vengono in Argentina, vengono nella nostra sede per capire tutto quello che facciamo, si mettono a disposizione e credo che questo sia una maniera bellissima di aiutare. Perché ci sono delle volte che ai bambini basta un abbraccio, che per loro è una cosa fondamentale, allora dare questa dimostrazione di affetto a questi bambini, credo che valga la pena-

 

ANDREA SIMONCINI:

Io penso davvero che adesso troveremo i modi e rimarremo in contatto su questo. Ormai qui il tempo corre, allora volevo venire ad un punto che un po’ emerge da queste cose che abbiamo detto fino ad adesso. Tu sai che il Meeting nasce da tantissimi volontari che gratuitamente danno del tempo, donano del tempo per mettere insieme questa possibilità di incontro e di dialogo e sai che dietro all’origine di tutta questa realtà c’è la fede religiosa, c’è la propria religione, e ci sono tante religioni e questa è la cosa più bella del Meeting, non soltanto quella cristiano cattolica, ma tante altre opzioni e tante altre forme religiose ci sono, allora ti volevo chiedere, nella tua vita ha un ruolo la religione, la fede? E in queste iniziative e in questo modo di concepire il calcio, la vita, la persona, ci è entrato anche questo? C’entra in qualche modo?

 

JAVIER ZANETTI:

La fede nella mia vita ha un ruolo importantissimo, fin da bambino, sono stato molto credente, sempre. Il fatto di poter aiutare, sicuramente credo che uno lo debba sentire, perché quando uno aiuta il prossimo si sente bene. Credo che tutti abbiamo bisogno di tutti, credo che il mondo sarebbe più bello se ci fossero tante persone che si uniscono per aiutare quelli che realmente hanno bisogno.

Prima quando parlavi di unire tutte le religioni, mi hai fatto venire in mente quando papa Francesco, appena nominato, mi ha concesso il privilegio e l’onore di incontrarlo, e in quell’occasione lui, che è un grande intenditore di calcio, mi disse che aveva un desiderio, di poter organizzare una partita interreligiosa. Non potevo dire di no, ed è stata una cosa davvero bellissima e sentita, organizzare in cinque sei mesi, con tutte le persone che conosco, una partita, chiamando tanti campioni che hanno diverse religioni e lo abbiamo fatto all’olimpico di Roma ed è stato un grandissimo successo, trasmesso in più di 120 emittenti in tutto il mondo, una cosa molto bella. La fede fa parte della mia vita, della mia famiglia, dei miei bambini. Ho avuto l’onore di conoscere Giovanni Paolo II, papa Ratzinger, che è venuto a San Siro in un incontro con i giovani e il mio figlio più piccolo, che aveva un mese, ha avuto la fortuna che lui lo prendesse e gli desse un bacio in testa. È accaduta una cosa divertente: quando venne nominato papa Francesco, io ero ad un ritiro per una partita. Finiamo la cena e mi arrivano messaggi su messaggi: Papa argentino, Papa argentino… È stata una cosa … E la prima volta che lo incontrai mi è successa una cosa unica che mi ha colpito: ho trovato una persona di una grandissima semplicità, mancava il mate. Sai che noi beviamo il mate? Mancava il mate e sembrava che eravamo nel divano di casa mia, una cosa straordinaria e credo che questo è quello che piace del Papa. La vicinanza di questo Papa è stata una cosa che mi ha colpito, mi ha colpito veramente.

Dopo lo ho incontrato altre volte, lui è sempre molto disponibile, pensando al futuro soprattutto dei giovani.

 

ANDREA SIMONCINI:

Bene, diciamo siete due argentini dal cognome italiano, che hanno fatto fortuna in Italia, tutt’e due… L’Italia è ospitale.

Vedo che ci sono dei religiosi in prima fila, scusate per questa battuta forse… ma mi sono fatto prendere…

A me ha colpito molto, io penso che non ci sia da aggiungere molto.

 

JAVIER ZANETTI:

A Moratti abbiamo fatto costruire una chiesa in Pinetina

 

ANDREA SIMONCINI:

AH sì, Questo è uno scoop! Moratti, la chiesa nella Pinetina

 

JAVIER ZANETTI:

No perché noi eravamo sempre in ritiro, il sabato sera veniva un prete e diceva la messa da noi. Io sono devoto anche a santa Rita e proprio il 22 Maggio, il giorno della finale, santa Rita…..

 

ANDREA SIMONCINI:

Ragazzi!!!!

JAVIER ZANETTI:

Diciamo che ci ha dato una grande mano

 

ANDREA SIMONCINI:

Bisogna inserire santa Rita nell’albo

 

JAVIER ZANETTI:

Io dormivo in camera con Cordoba allora, anche lui è molto credente e molto religioso, io portavo sempre santa Rita, mezzanotte, finiva il giorno 21, mezzanotte e un minuto, candela accesa a santa Rita

 

ANDREA SIMONCINI:

E si vede!

 

JAVIER ZANETTI:

Io sono riuscito a dormire, io credo che lui per paura che magari si incendiasse la stanza dormiva con un occhio aperto, però è andata così veramente.

 

ANDREA SIMONCINI:

Bellissimo! Io penso che si capisca molto bene quando tu dicevi che uno dei tratti che colpisce di più del Santo Padre, papa Francesco, è la sua semplicità, perché in qualche modo mi sembra di vederla anche in quello che ci hai raccontato. La fede è questa positività, questa idea positiva che ci sia qualcosa di buono che sostiene tutto, che guida tutto, che non siamo soltanto noi. Questo ci dà la possibilità di sacrificarci, ci dà la possibilità di non scegliere la strada più facile. E poi questa idea che il mondo non sia soltanto tutto quello che vediamo e che santa Rita ci dia una mano, questa mi sembra una grande conclusione.

Io ringrazio ancora Zanetti per questo grande regalo

 

JAVIER ZANETTI:

Grazie a te.

 

Trascrizione non rivista dai relatori

 

190819 Vincere ma non solo - Javier Zanetti

"Vincere, ma non solo"

Data

19 Agosto 2019

Ora

17:00

Edizione

2019

Luogo

Salone Intesa Sanpaolo B3
Categoria