VIAGGIARE SICURI: "LA VITA È UNA COSA MERAVIGLIOSA" - Meeting di Rimini

VIAGGIARE SICURI: “LA VITA È UNA COSA MERAVIGLIOSA”

Viaggiare sicuri:" La vita è una cosa meravigliosa"

Viaggiare sicuri:" La vita è una cosa meravigliosa"

In collaborazione con Fondazione ANIA. Partecipano: Altero Matteoli, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti; S. Ecc. Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro; Sandro Salvati, Presidente Fondazione ANIA. Con la partecipazione degli Zero Assoluto. Introduce Mauro Tedeschini, Giornalista.

 

MAURO TEDESCHINI:
Buongiorno a tutti, sapete che il tema di questo incontro è un tema molto affascinante ma anche terribile: Viaggiare sicuri, la vita è una cosa meravigliosa. Vi presento subito gli ospiti che parteciperanno a questa chiacchierata. Io mi chiamo Mauro Tedeschini, faccio il giornalista da 30 anni, da 30 anni mi occupo di questi temi, dirò due parole giusto per introdurre persone molto più importanti di me che partecipano all’incontro. Alla mia destra c’è Sua Eccellenza Monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro, alla mia sinistra il Ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli. All’estrema destra il Presidente della Fondazione ANIA, che ha fortemente voluto questo incontro, Sandro Salvati. Al termine dell’incontro parleranno due ospiti molto importanti e molto graditi che sono Thomas e Matteo che prego di alzarsi, cioè gli Zero Assoluto. Per i pochi che ancora non li conoscono, Matteo è quello vestito interamente di nero, Thomas invece ha la camicia bianca. Passiamo al tema dell’incontro. Io parto da una frase che ho letto pochi giorni fa sui giornali, una frase per me terribile: non mi piace morire ed è l’ultima cosa che farò. È stata scritta da una ragazza che si chiamava Marianna Bocolini sul suo profilo Facebook. Aveva 18 anni, frequentava il liceo classico Tacito a Terni e sicuramente non pensava che questa frase sarebbe stata una frase profetica, perché il 17 agosto, quindi neppure una settimana fa, questa ragazza è morta con due suoi coetanei in un incidente stradale, uno dei tanti che purtroppo funestano queste terribili notti italiane. Naturalmente Marianna voleva vivere e questo dimostra che questi ragazzi di cui noi ci occupiamo tutti i giorni con le nostre cronache – parlavo prima con Monsignor Negri che mi diceva che purtroppo di funerali di questi ragazzi lui ne ha celebrati tanti, a San Marino o a Montefeltro – sono ragazzi assolutamente normali, che hanno una vita assolutamente normale. Sono ragazzi per bene, che purtroppo però non hanno, io penso per colpa di noi adulti, una corretta rappresentazione delle conseguenze che certe azioni che vengono considerate assolutamente normali, sia moralmente sia eticamente, possono avere sulla loro vita e sul loro destino.
Nello stand della fondazione ANIA, che io ho visitato stamattina con il presidente Salvati, c’è uno dei tanti slogan che fanno parte dell’ultima campagna, molto bella e molto impattante. Lo cito a memoria, dice: “ma sì, un colpo di rossetto che cosa può cambiare?” è una cosa da niente. In realtà può cambiare, veramente cambiare il destino di una persona.
Ecco, io penso, e credo che noi su questo oggi dovremmo riflettere, che troppo spesso vengono colpevolizzati questi ragazzi, ma probabilmente siamo stati noi adulti che non siamo stati in grado di trasmettere loro l’importanza di certi comportamenti che, come dicevo prima, possono apparire anche banali.
Io ho studiato a lungo questi incidenti che avvengono e che purtroppo le cronache dei giornali liquidano in poche righe. Adesso poi i giornali hanno questo vizio di andare a rovistare nella vita privata di questi ragazzi, andando nei profili Facebook a prendere qua e là qualche frase, come ho fatto io poco fa. Ma, vi dicevo, i ragazzi purtroppo molto spesso muoiono addirittura per delle cose molto banali. Qui vedo Giordano che si occupa come me di questi problemi da molti anni. Vediamo che molto spesso muoiono i ragazzi che sono seduti sul sedile posteriore e si salvano quelli che sono seduti davanti solo perché quelli dietro non allacciano le cinture, che è un gesto di una banalità sconcertante ma che in Italia provoca per la mancanza dell’allacciatura delle cinture centinaia di morti ogni anno. E allora noi siamo qui a chiederci: “ma perché non siamo stati in grado, noi adulti, di trasmettere questi comportamenti assolutamente elementari che nulla hanno a che fare con cose più importanti e più alte come gli stili di vita, gli orari a cui questi ragazzi vanno in giro, cose che, sappiamo, sono molto difficili da cambiare perché fanno parte di una civiltà che ormai, purtroppo, ha preso il sopravvento?”.
C’è un’altra frase che io cito, poi giuro che non ne cito più, che dice nel famoso film “Wall Street” il protagonista al suo allievo: “Ricordati che i soldi non dormono mai”. Ecco, purtroppo anche il pericolo non dorme mai. I nostri ragazzi si addormentano per stanchezza, ma il pericolo è sempre lì in agguato, e certe volte basta veramente poco per far sì che una serata così con gli amici, una serata di grande allegria, si trasformi in qualcosa di terribile.
Chiudo con una riflessione, perché poi ovviamente parlerà il ministro Matteoli per chiudere quest’incontro prima degli Zero Assoluto. È una riflessione che io sottopongo ai nostri ospiti di oggi.
In Italia spesso noi abbiamo una opinione non positivissima dei nostri politici, ma io in questi trent’anni di lavoro mi sono fatto un’idea. Credo che su questo tema che abbiamo oggi come tema di riflessione: “la vita è una cosa meravigliosa, viaggiare sicuri”, secondo me in Italia c’è troppa attesa su qualcosa di magico, di risolutivo che ci devono dare i politici. Noi siamo sempre in attesa di un nuovo codice della strada, che con dei giri di vite, con degli inasprimenti, risolva la situazione e improvvisamente renda dei ragazzi, che magari prima erano degli scavezzacollo, dei ragazzi prudenti. Abbiamo sempre l’illusione che mettendo più pattuglie, cosa che, per carità, serve ed è fondamentale, si possano azzerare questi problemi del nomadismo, degli incidenti del sabato sera, degli ubriachi, dei drogati e quant’altro. Io non credo che in questo caso i politici abbiano la bacchetta magica.
È stata fatta adesso una riforma del codice della strada, credo che il ministro ce ne parlerà, sono state inasprite alcune sanzioni per delle violazioni molto gravi, come la guida in stato di ebbrezza, la guida quando si è drogati, eccetera eccetera. Ma qui siamo in un tema in cui deve intervenire finalmente quella che noi chiamiamo la società civile. Bisogna che qui si parta dal basso finalmente, insegnando a questi ragazzi quelli che sono i comportamenti elementari quando si va in macchina. Perché le sanzioni sono importanti, ma da sole non bastano. Perché, come dicevo prima, le sanzioni sono un deterrente soprattutto nei confronti dei delinquenti, ma qui stiamo parlando di ragazzi perbene, stiamo parlando di famiglie normalissime. Quante volte leggiamo di ragazzi che hanno causato dei disastri terribili e ci sono genitori che dicono: “ma il mio è un bravo ragazzo, è un figliolo splendido, che lavora” e quant’altro. E da un certo punto di vista hanno ragione. Allora, qui bisogna partire dal basso, avere tutti un impegno affinché questa situazione cambi. E io chiudo dando subito la parola al presidente Salvati e dicendo che purtroppo di convegni sulla sicurezza stradale se ne fanno tanti e i risultati poi sono abbastanza scadenti. Siccome qui in sala ci sono tanti giovani che sono in grado di fare comunità, che sono capaci di trasmettere dei messaggi, a mio parere dovremmo, e chiedo al presidente se è d’accordo, dirci: “rivediamoci tra un anno, diamo alcuni messaggi, e vediamo se su questi messaggi abbiamo raccolto qualche esperienza, abbiamo capito qualcosa, abbiamo suggerito a qualcuno che sta facendo delle cose che non vanno fatte e che invece andrebbero fatte in un altro modo”.
Presidente, che cosa ne pensa?

SANDRO SALVATI:
Grazie. Buon pomeriggio a tutti. Io raccolgo subito l’invito, perché abbiamo pensato già dall’anno scorso che il Meeting di Rimini ci sembrava uno dei posti più adatti per trasferire alcuni messaggi. Parlando dopo il direttore Tedeschini e prima di Monsignor Negri, e l’applauso come l’anno scorso è stata la prova del suo carisma, qui all’interno e non solo qui all’interno, e poi del Ministro, è evidente che ho qualche difficoltà.
Cercherò di interessarvi senza fare lunghi discorsi tediosi ma piuttosto alcuni esempi con delle riflessioni, dei commenti. Mi scuso perché sarò abbastanza crudo e abbastanza duro. Cominciamo col dire di cosa stiamo parlando. Noi stiamo parlando della prima tragedia del paese in assoluto. Non ce n’è un’altra così, per numero di morti, per lutti, per dolori. Per dolori che non finiscono ma proseguono per l’intera vita. Ogni anno ci sono 20000 paraplegici per incidenti stradali. Per costi sociali della collettività, in un periodo di crisi di tutte le economie, il costo degli incidenti stradali è pari a oltre due punti di PIL, circa 30 miliardi di euro.
So che se vado avanti su questa strada comincia la serie “va bèh, sono i dati statistici”. Provo a dirvelo in un altro modo. Ogni anno muoiono in questo paese più morti di tutti i soldati americani in Iraq. Su un giornale, 4-5 giorni fa c’era scritto: “in sette anni e cinque mesi, sono morti 4415 soldati americani”. Soldati, non gente che andava in automobile, soldati. Bene. Nel solo 2008 in Italia sono morte 4731 persone in incidenti stradali. Nel solo 2008, il 30% di queste persone erano giovani sotto i trenta anni.
Allora la prima riflessione è che siamo di fronte alla più grossa tragedia presente e prospettica del paese, un paese che brucia mille e cinquecento giovani, un paese che sta diventando, fortunatamente, vecchio, è un paese con delle aberrazioni demenziali, lasciatemi usare questa espressione. Quindi non stiamo parlando di un problema di nicchia. Lo vediamo così solo perché le stragi sono stragi a puntate, non capitano tutte insieme. Ma se io vi ridico che ogni anno muoiono ogni anno circa diciotto volte i terremoti dell’Abruzzo, tragedia ad impatto mediatico e civile enorme, forse ci capiamo un po’ di più. Se io vi dico che nel 2009 nel famoso controesodo sono morte due persone ogni ora, forse dobbiamo cominciare a fare una riflessione diversa da quella con la quale approcciamo il tema.
Quindi, primo aspetto, stiamo parlando della più grossa emergenza del sistema paese.
Secondo aspetto. Cosa vuol dire questo in termine di comportamento? Perché capita questo? Perché un po’ tutti poi, alla fin fine, a parte il lunedì mattina, abbiamo una sorta di indulgenza. Ecco, diceva bene il direttore “ma in fondo sono dei bravi ragazzi, mio figlio è un bravo ragazzo”. Peccato che è uno che magari è andato a sbattere strafatto e sono morti tre nella sua macchina. Perché tutto questo?
Le ragioni sono tante, ma io ve ne dico una fondamentale, sulla quale a mio avviso, siccome le parole hanno un senso, e bisogna fare delle riflessioni culturali, ve la propongo in questo modo. Avrete visto sui giornali il caso, con foto, del passeggino vuoto, la tragedia che c’è stata nel sud dei due fratellini, uno morto, l’altro molto grave, con il nonno sulle strisce pedonali. Tutto estremamente mediatico. Sottotitolo: “nella foto del passeggino vuoto, la vita che finisce per caso”. Nel corpo dell’articolo c’era anche scritto, vecchia frase ad effetto, “il caso è quando Dio non vuole firmarsi”. Bene, io rifiuto tutto questo. Dobbiamo smetterla di considerare che gli incidenti stradali siano qualcosa legato alla fatalità. Non è vero niente. Da ricerche scientifiche gli incidenti stradali sono per il 20% causati dalle infrastrutture: le sconnessioni, i guard-line messi male, le curve della morte, la segnaletica che confonde, quelli che noi come fondazione chiamiamo i black point. L’80% sono i comportamenti. I comportamenti di noi tutti. Quel “caso” del passeggino basta andare a capire come è successo. All’origine della carambola c’è stata un’auto che non ha rispettato il segnale di precedenza. Dopo di ciò, funzionano le leggi della fisica.
Questa è la ragione per la quale io, da tempo, e non vi sembri un vezzo semantico, propongo di smetterla di chiamarli incidenti stradali. “Incidenti”. Nel paese dello stellone e del corno rosso. Vi ricordate Gassman ne Il sorpasso, con gli occhi fuori dalle orbite, che cerca di sorpassare nelle curve in Liguria, e intanto tocca il corno rosso? Ma smettiamola di credere a queste cose. La verità è dentro di noi, e non fuori di noi. E smettiamola di chiamarli incidenti stradali, come fanno in Francia, chiamiamoli violenza stradale.
Ho detto che sarei stato nudo e crudo, ci sono qui tante signore. Propongo una riflessione: uno dei delitti più ignobili che conosciamo è lo stupro. E se provassimo a chiamare lo stupro “incidente sessuale”, cambierebbe un po’? E allora chiamiamo gli incidenti stradali “violenza stradale”. Lì c’è uno che per colpa, in certi casi molto più che colpa, ferisce o offende la sfera biologica di una o più persone.
Quindi chiamiamo le cose in maniera dura e cruda, se vogliamo provocare quel cambio di cultura-paese verso la prima e più grossa tragedia nazionale. Perché, se posso, e lo recupero facilmente, vi leggo una cosa che mi è arrivata via Facebook, perché c’è anche questo, ed è di moda. Parliamo dei giovani.
“Una sera uno ritorna da una festa felice con la famiglia, attraversa con la macchina un grande crocevia. Di lì a poco farà parte di un nuovo gioco. È il gioco di molti figli di oggi, annoiati, figli alienati, senza valori e senza identità. Si lanciano a fari spenti nella notte, prendendo la rincorsa, ingoiati dalla notte. Testa o croce. Attraversano il crocevia. Che il Signore me la mandi buona. Oddio, dei fari. Più niente”.
Sta succedendo questo nelle lunghe estati italiane. Che cosa fare? Noi abbiamo proposto tutta una serie di progetti che hanno una caratteristica: non sono degli effetti annuncio. Io non credo più agli effetti annuncio, non credo più alle dichiarazioni roboanti fatte dopo i cinque morti dentro la Mercedes nera, che fa più effetto, e credo molto invece, da manager – io faccio il manager. Questa è una attività di cui mi occupo managerialmente. Credo che occorra portare avanti dei progetti a breve, a medio e a lungo termine. Quindi smetterla con gli effetti annuncio e pensare ai progetti.
Il codice della strada, sicuramente il signor Ministro ne parlerà molto più a lungo e in maniera molto più competente di me, è un innesco. Ma non bastano le norme, occorre modificare i comportamenti, e occorre farlo anche attraverso il controllo. Mai avuto paura di usare accanto al termine “prevenzione” quello della “repressione”, soprattutto se stiamo parlando del diritto alla vita di qualcun altro. Ah, mi ero dimenticato di dirvi, alla fine vi leggerò qualcosa dove, secondo me, secondo la mia interpretazione, don Luigi Giussani parlava degli incidenti stradali. Resterete stupiti, però seguitemi in queste poche righe che vi leggo alla fine del mio intervento.
Quindi di cosa stiamo parlando? Del perché capita, e di cosa bisogna fare, a nostro modesto parere, per cercare di cambiare questa situazione. Tenete presente che la situazione sta leggermente migliorando, però siamo ben lontani dall’essere vicini ai paesi più virtuosi. La Francia, ad esempio, ha avviato un progetto paese da tanti anni, e quest’anno stanno sfiorando il 50% di abbattimento delle vittime sulla strada. In Francia si fanno otto milioni di controlli, tra controlli fisici e controlli telematici. Che i controlli funzionano, è dato da questo semplice risultato: sulle autostrade dove ci sono i tutor anche noi siamo riusciti ad abbattere le vittime del 50%, perché il tutor, peccato, non si lascia influenzare dalla furbizia italica. Si arriva davanti all’autovelox, che adesso deve essere segnalato un chilometro prima, si rallenta, e dopo l’autovelox si ricomincia a correre. Con il tutor non puoi fare così, il tutor è più intelligente, e quindi ti fotografa lo stesso.
Quindi educazione, prevenzione, ma anche controlli e repressione. Sotto il profilo dei progetti, noi abbiamo messo in piedi, l’anno scorso e quest’anno, due grandi progetti, fra gli altri relativi a due tra le cause più forti. Una è ben conosciuta, quella dell’alcol su cui io torno a ribadire il nostro concetto. Io non faccio parte dell’Esercito della Salvezza. A me piace, e anche parecchio, bere bene, bere del buon vino, ma lo faccio nel salotto di casa mia.
Nel momento in cui sono alla guida faccio quello che fanno dappertutto nei paesi anglosassoni: non bevo o, talvolta capita, sacrifico mia moglie, che è astemia, e quindi guida lei.
È quello che io dico ai giovani. Il proibizionismo non funziona, quello che bisogna avere è il buon senso. I vostri coetanei, colleghi di Amburgo, di Monaco, di Londra, di Parigi, di Stoccolma bevono molto di più degli equivalenti italiani, ma nessuno si mette alla guida. Vanno in cinque in discoteca, quattro bevono e uno si sacrifica per quel weekend, per quella serata. Semplice. Sta attecchendo anche in Italia, dobbiamo riuscire a farlo diventare una norma di comportamento totale, di tutti quanti noi.
L’altro aspetto è quello della guida distratta. Questa è una nuova frontiera, è un po’ come i gas, sapete, quei gas d’inverno, quelli che sono inodori, insapori, incolori e poi sterminano le famiglie? Purtroppo la guida distratta, dobbiamo ammetterlo, è questo. Pensiamo al cellulare, ma non solo, perché l’industria sta dotando, ovviamente, tutte le auto di ogni ben di Dio tecnologico. Ormai sono dei salotti a quattro ruote, degli uffici a quattro ruote. Con i miei occhi ho visto gente a Milano rispondere in fila, mandando mail da pc. Stava lavorando, probabilmente, ma in macchina, col pc sulle ginocchia. Questo purtroppo è un trend pericolosissimo. Si stima che oltre il 30% degli incidenti stradali è sotto l’effetto di guida distratta. Volete un esempio? Normalissimo, purtroppo capita anche a me di farlo, non parlo al telefono se non in viva voce o col bluetooth, ma capita che se è disinstallato, qualcuno suona e io guardo il numero del cellulare, guardo chi è. Sapete cosa vuol dire questo? Vuol dire guidare a 110 all’ora in autostrada 90 metri con gli occhi bendati. Provate a immaginare. Ma chi di noi farebbe volontariamente una cosa… mettersi una benda e guidare a 110 all’ora in autostrada? Eppure lo facciamo.
Questa è la ragione per la quale abbiamo lanciato questo programma molto forte, molto duro, avete visto qualcosa sulla pubblicità, sul discorso della giuda distratta. Perché sono dei warnings, delle avvertenze per tutti noi.
Il tempo passa velocemente e, ripeto, ci sono due autorevolissimi speaker dopo di me che diranno cose molto più interessanti. Vorrei ricordare, aggrapparmi a due frasi estremamente importanti.
Una è di Benedetto XVI. Nell’Enciclica ha ricordato ai governanti: “il primo capitale da salvaguardare è valorizzare l’uomo. La persona nella sua integrità”. Secondo: don Luigi Giussani e gli incidenti. Mi è capitato sotto gli occhi un articolo con una lettera di don Luigi Giussani del 1 dicembre 1980, agli inizi dell’evento di Rimini. Mi ha colpito molto questo passaggio che mi permetto di riproporvi, perché secondo me lì dentro c’è quello che riguarda, certo, non solo gli incidenti stradali, ma tutto ciò che è un po’ collegato alla tutela della persona. Diceva don Luigi Giussani:
“Non esiste vera percezione ideale, se non diventa energia di cambiamento, cioè affezione, energia di mobilitazione nel tempo e dello spazio, della realtà in funzione dell’ideale. Questa è la storia dell’adulto. Serio nella vita, che riconosce l’ideale e perciò eminentemente sociale. È la risposta al bisogno del vivere che unisce la gente, che crea la società”.
Ecco perché il titolo del convegno è molto evocativo e molto coerente con il discorso del cuore, che quest’anno propone.
Da ultimo un richiamo forte: perché nell’insieme dei lutti, dei dolori, delle perdite di positività, pensiamo ai giovani e al futuro, perché anche questa battaglia forte, che stiamo combattendo e per la quale io rinnovo al signor Ministro, lui lo sa perché ne abbiamo già parlato altre volte, tutta la nostra disponibilità totale a lavorare in piena coerenza con gli obbiettivi e in spirito di squadra con tutte le istituzioni. Il Ministero ha fatto molto. Il codice della strada, al quale noi abbiamo dato un grosso contributo, è sicuramente un innesco. Ma bisogna proseguire, perché in cima a tutto questo c’è scritto che in un paese moderno va garantito ai cittadini un diritto fondamentale: il diritto alla mobilità a rischio accettabile. Io debbo sapere che posso muovermi nel mio paese, da cittadino, correndo sì dei rischi, perché la vita è fatta di rischi, ma dei rischi che siano sotto controllo, dei rischi accettabili, dove al centro di tutto ci sia la tutela e la protezione della persona nella sua integrità biologica, fisica e etica.
Grazie.

MAURO TEDESCHINI:
Allora, grazie al presidente Salvati per la franchezza con cui ha parlato, e con la stessa franchezza io faccio una domanda subito a monsignor Negri, che è questa: cosa può fare un Vescovo, al di là di consolare chi resta, di fare delle difficilissime omelie in queste Messe che gli è capitato di celebrare. Ma un Vescovo, o una comunità come questa, che cosa possono fare per cambiare lo stato delle cose?

S. ECC. MONS. LUIGI NEGRI:
Possono assumersi in modo autentico, pieno, libero e responsabile quella preoccupazione educativa che secondo me costituisce il filo conduttore di tutte le osservazioni che sono state fatte e saranno fatte.
San Tommaso d’Aquino diceva che non c’è legge che non abbia un preoccupazione educativa, non può esistere la legge puramente repressiva, la legge è all’interno della giuda della società un punto in cui, in maniera singolare e significativa, chi ha la responsabilità della vita sociale e politica esprime quella preoccupazione educativa che noi può mai essere disattesa nei confronti dei giovani.
Quindi occorre che il vescovo sia educatore, il prete sia educatore, il padre e la madre siano educatori, gli insegnanti siano educatori. Perché è la crisi di una capacità educativa che ha prodotto le conseguenze terribili che il dottor Salvati ha indicato.
Allora vorrei brevemente evocare, innanzitutto al mio cuore, alla mia coscienza e quindi alla vostra, la grande esperienza di convivenza con i giovani che la Provvidenza mi ha fatto fare da quando facevo i primi anni di università fino ad ora. Io dei giovani non ho sentito parlare, e sui giovani non ho scritto, o se ho scritto, ho scritto perché avevo vissuto con loro e patito con loro. San Francesco diceva che si impara solo quello che si soffre, non si può imparare, e soprattutto non si può insegnare, se non ciò che si è sofferto.
Allora mi sembra di poter richiamare una prima, grande stagione del mondo giovanile italiano, quella che va secondo me dagli anni ’60 agli anni ’90, in cui il desiderio non era spento. Il desiderio del vero, del bene, del bello, della felicità, quello a cui secondo san Tommaso si riferisce in modo particolare l’affetto che ogni uomo ha nel cuore. I giovani volevano essere felici, desideravano essere felici. Non un compimento particolare, non delle cose particolari, non dei beni o dei possessi particolari, ma quella esperienza di verità che ha la sua espressione nella pienezza della felicità. Verità, bellezza, splendore del vero.
Allora, e l’ho ricordato stamattina con una grande commozione, una grande gratitudine, nel Movimento io sono entrato a 17 anni. Dei miei compagni che avevano la stessa età hanno potuto scrivere una canzone le cui parole, ancor più della musica, sono attuali oggi. La canzone intitolata Povera voce dice: “povera voce di un uomo che non c’è, la nostra voce, se non ha più un perché. Deve gridare, deve implorare che il respiro della vita non abbia fine. Poi deve cantare, perché la vita c’è, tutta la vita chiede l’eternità. Non può morire, non può finire la nostra voce che la vita chiede all’amore. Non è povera voce di un uomo che non c’è, la nostra voce canta con un perché”.
Erano ragazzi di 17 anni, ma che cosa avevano percepito nella compagnia che improvvisamente si era attuata intorno a loro? Avevano capito che il loro desiderio era preso sul serio, il loro desiderio di felicità era preso sul serio, e si poteva quindi camminare insieme, e la vita sarebbe diventata, come lo è stata per tanti della mia generazione, un cammino anche faticoso, anche duro, anche contraddittorio, perché rimane la contraddizione del limite e del peccato, un cammino anche contraddittorio ma verso lo svolgimento del bene, del bello, del giusto. Ma non erano soltanto, come diciamo noi adesso, i cattolici, mi spiego? Non soltanto i cattolici, come se tutto fosse innanzitutto problema di militanza, non soltanto i cattolici potevano cantare, potevano sentirsi dire “e non lasciar andare un giorno per ritrovar te stesso, figlio di un cielo così bello, perché la vita è adesso”.
C’è stata la stagione del desiderio, del desiderio vero, del desiderio di verità, ma ecco il punto: questo desiderio è accolto, è accolto. Nella famiglia, come nella parrocchia, come nella scuola, il ragazzo era accolto per questo suo desiderio, e trovava, nel contesto amicale e parentale, una attenzione al suo io, non ai bisogni parziali, materiali che aveva, ma il senso ultimo della sua vita. C’era un passaggio, magari implicito, penso ai miei genitori, che non avevano una grande cultura, ma da cui ho ricevuto l’inizio della mia educazione, nella implicitezza della testimonianza quotidiana, o di quello che una volta si chiamava il buon esempio, nella implicitezza della testimonianza io ero stato accolto nel senso profondo della vita che loro vivevano, e che mi comunicavano. L’incontro poi con la chiesa o con la scuola hanno messo l’esponente positivo.
E così sul desiderio si è lavorato, e non si lavora sul desiderio senza assumersi le responsabilità connesse con questo lavoro. Non si può lavorare sul senso della propria vita senza lavorare sul senso della vita altrui, non si può aver rispetto della propria vita senza aver rispetto della vita altrui. E non bisogna aver la fede per questo, bisogna avere la ragione, bisogna utilizzare la ragione intelligentemente, secondo quella grande apertura di cui ci parla Benedetto XVI, ma di cui ci aveva parlato un autore tante volte citato da Benedetto XVI, Immanuel Kant, che diceva: “in ogni momento della tua vita tratta il mistero che è nell’altro sempre come fine, e mai come mezzo”.
Le generazioni fino all’anno ’90, le generazioni italiane fino all’anno ’90 hanno potuto usare di traiettorie educative, di sinergie educative, di impegni per la loro educazione. Certo l’educazione non si fa senza il coinvolgimento della libertà. L’educazione non è mai la comunicazione di schemi, non è mai la comunicazione di criteri di comportamento tassativi. L’educazione, mi ha insegnato monsignor Giussani, è una sintesi positiva di autorità e di libertà, per cui sempre la libertà è chiamata in causa come fattore determinante.
Dopo il ’90, lasciatemelo dire con una sofferenza che rasenta lo sgomento, la stagione del desiderio è sembrata finire. La stagione del desiderio è sembrata finire in quello che io considero il tradimento del mondo adulto nei confronti dei giovani, in una evidente incapacità a vivere una esperienza realmente adulta. L’uomo è adulto se sa chi è, l’uomo è adulto se comunica la sostanza profonda della sua vita, l’uomo è adulto se genera, non soltanto se genera fisiologicamente, ma se genera spiritualmente e culturalmente, perché la paternità e la maternità che oggi vengono sostanzialmente aborriti dalla mentalità dominante, laicista e consumista, la paternità e maternità non sono certamente la paternità e la maternità in senso genitale. Perché si possono far nascere i figli, o vengono anche se tu non vuoi, e poi li butti nel cassonetto. La paternità e la maternità si compiono nella capacità educativa, quando coloro che hanno generato sono capaci di comunicare a queste vite nuove il senso dell’esistenza.
La famiglia è fallita. La famiglia ha fallito, perché anziché essere un ambito di comunione corresponsabile, di condivisione del destino l’uno dell’altro, per l’assunzione di un compito, è diventata semplicemente la descrizione di un estemporaneo benessere, ad ogni livello, psicologico, affettivo, culturale, economico, sessuale, venuto meno il quale non esiste più la famiglia.
Si dovrà rivedere, quando ci saranno storici veramente privi di livori ideologici, bisognerà vedere che cosa ha significato, la rovina che ha significato sul piano umano e culturale l’introduzione del divorzio in Italia. La famiglia non è un luogo di esperienza di umanità. È una coabitazione estemporanea. Anche la parrocchia ha rischiato di diventare un luogo di, come dire, di impegno caritativo o sociale, come un’espressione di un progetto moralistico, che molte volte è più di marca calvinista e protestantica che non cattolica. La scuola è servita a tutte le ideologie che si sono succedute nel nostro paese, fino a questo tecnoscientismo incolore, inodore, insapore che comunque ha reso esperienza legittima un omicidio, come quello perpetrato nei confronti di Eluana Englaro.
I giovani sono rimasti soli. Non sono coinvolti in una proposta di verità. Dov’è la verità? Oggi non esiste più la verità, esiste un pluralismo equivoco di opinioni che pretendono di avere tutte lo stesso valore. Ma l’opinione che ha più valore di tutti è l’opinione del mass-mediaticamente corretto. E non c’è più il bene, c’è il benessere. Allora i giovani vengono respinti nella loro domanda di senso, di verità, di bellezza e di giustizia e vengono accodati all’uso individualistico dei beni di consumo. L’automobile è un bene di consumo straordinario, divertirsi come si vuole con l’automobile appartiene allo status symbol dei nostri giovani, soprattutto di una certa estrazione sociale. Allora, vi abbiamo immessi dentro il godimento dei nostri beni, ringraziateci, perché ve ne abbiamo dati tanti, ve ne abbiamo dati così tanti che se sul nostro paese si stendesse ancora più decisamente l’ombra della povertà, non so come resisterebbero non solo le generazioni giovani, ma le generazioni medio-giovani come la mia.
Abbiamo modificato, se così posso dire, il DNA della società, perché il DNA della società è la comunicazione dei valori fondamentali della vita, non il benessere. Se c’è meglio, ma se non c’è, non è assolutamente questa una ragione per dire che non esiste una ragione adeguata per vivere.
Questo è il quadro. Bisogna che la generazione adulta si renda conto che la grande responsabilità che ha verso i giovani è la stessa responsabilità che ha verso se stessa: esplicitare le ragioni di fondo della sua vita e comunicarle in modo tale che queste ragioni vengano assimilate personalmente, diventino forma della intelligenza e forma del cuore, e soprattutto diventino anche un criterio di giudizio e di valutazione. Non si può far credere ai giovani che il sacrificio è un obiezione, che tutto deve essere conquistato immediatamente, senza nessuna fatica, che non ci sono regole, che non ci sono leggi, perché ci sono regole e leggi che sono fondamentali per lo svolgimento della verità. Non si può assimilare la verità e farla diventare bene nella nostra vita, se non accettando una regolamentazione, anche nel modo di guidare, anche nel modo di muoversi, in autostrada o per le vie del mondo. Questo è il grande progetto educativo, che è necessario, è necessario fare, è necessario riprendere. Quando Benedetto XVI ha lanciato il tema della emergenza educativa, ha lanciato il tema radicale della vita, non soltanto della chiesa, ma di tutta la società. Perché che la vita è positiva lo grida il cuore, lo grida la ragione. Che la vita è positiva lo grida la fede, ma è necessario che sia contenuto dalla espressione della laicità, perché la laicità è ragione, la laicità è senso della realtà, la laicità è farsi educare dalla realtà, senza sovrapporre alla realtà schemi ideologici di basso o di alto profilo. Allora è necessario che questa certezza, che la vita è positiva, che non è vero, come dicevano i romani, acutamente citati da Benedetto XVI nella sua splendida Spe salvi, non è vero che si nasce dal nulla e rapidamente si torna nel nulla. Non è vero. È vero che l’uomo nasce portando una possibilità positiva nel suo cuore: nel cuore di ogni uomo è posto il sigillo della immortalità e della eternità. Ma bisogna lavorare. Non si conquista la verità della propria vita se non attraverso un lavoro, una presa in carico di questa ipotesi, un cammino che la faccia sviluppare, e soprattutto l’assunzione delle responsabilità, anche di carattere giuridico e legislativo che sono connesse.
È un grande impegno, è un grande impegno educativo che percorre tutti gli strati della vita sociale, che certamente si radicalizza nella famiglia, nella chiesa, per chi appartiene per scelta o per tradizione alla tradizione cattolica, che appartiene anche ai laici. I laici hanno pensato alla strada veloce dell’ideologizzazione, delle istituzioni e delle strutture, prima tra tutte la scuola. Ma non è la strada veloce dell’ideologizzazione, è la strada lunga, faticosa, di una educazione che lentamente forma l’intelligenza e il cuore, realizza una generazione di giovani adulti che sa da dove viene, sa dove va, sa qual è il senso della sua vita quotidiana, mangia e beve, veglia e dorme, vive e muore non più per l’affermazione dei propri istinti, ma per l’affermazione di un valore che trascende l’esperienza di ogni giorno. Lo si chiami il Mistero di Dio o lo si chiami genericamente l’essere.
Questa è la strada. Occorre che senta queste parole come significative per la sua vita e per la sua funzione le accolga fino in fondo. Una delle frasi che ha segnato di più la mia educazione intellettuale e morale è la frase di un grande filosofo cattolico francese, Gabriel Marcel. Diceva: “ama chi dice all’altro: tu puoi non morire”. La nostra generazione adulta potrà rispondere seriamente a Dio o alla fine della storia, che sono due modi diversi per dire la stessa cosa, la nostra generazione potrà rispondere positivamente al cammino che ha fatto soltanto se avrà la consapevolezza, l’ultimo dei suoi giorni, di aver potuto dire ai giovani: “tu puoi non morire”. In questo consiste l’amore degli adulti verso i giovani, non nel chiamarli a fare mambassa di ben materiali o culturali che possono lasciare, anzi normalmente lasciano, quando si esauriscono, esattamente il tempo che hanno trovato. È una grande responsabilità degli adulti, e a queste condizioni è una responsabilità anche dei giovani, che sappiano cogliere dove c’è una proposta per la loro vita o dove esiste soltanto una solleticazione dei loro istinti, anche i più bassi, che vengono chiamati desideri, e dopo che sono chiamati desideri diventano diritti civili, il riconoscimento dei quali da chiedere alla società.
È una strada lunga. Io credo, per l’esperienza che ho fatto, e che ho fatto fare insieme a me a tanti, a tanti giovani, che sia una strada perfettamente possibile, e questa è oggi la mia certezza e il mio augurio.
Grazie.

MAURO TEDESCHINI:
Ministro Matteoli, credo che non sia facile intervenire dopo un intervento così alto come quello di Monsignor Negri, di cui rubo solo una delle ultime affermazioni che è l’assunzione delle responsabilità. Ecco, voi come, diciamo, politica, vi siete assunti la responsabilità di riformare per l’ennesima volta il codice della strada; è stato licenziato, finalmente, dopo lunga sofferenza, poco meno di un mese fa. La domanda, che può apparire banale ma forse non lo è, è: quanto c’è di repressivo e quanto c’è di educativo in questo codice della strada, perché abbiamo sentito sia il presidente Salvati sia il vescovo Negri, dire che leggi senza un’impronta educativa alla fine rischiano di essere un po’ lettera morta. I giornali hanno molto enfatizzato l’aspetto repressivo, l’aumento delle pene per l’alcol, l’aumento delle pene per la droga e tutta una serie di altre misure che sicuramente hanno inasprito le sanzioni contro chi, in qualche modo, sgarra. Ecco, quanto c’è e quanto è giusto essere sempre più duri contro chi sbaglia e quanto c’è invece di educativo, soprattutto per i nostri giovani, che vediamo ancora non hanno percepito bene quello che succede sulle nostre strade.

ALTERO MATTEOLI:
Grazie. Beh, sostanzialmente il codice che abbiamo modificato è repressivo. Si sono appesantite le norme e le sanzioni, anche perché io ritengo, ne ero convinto prima ma già da giovane e ora, dopo aver sentito l’intervento di Sua Eccellenza Monsignor Negri, che l’aspetto educativo è compito di altri, non di un provvedimento legislativo. E’ difficile inserire in un provvedimento legislativo aspetti educativi. Cosa abbiamo fatto? Prima di tutto, in un momento così difficile della vita politica, dove lo scontro tra maggioranza e opposizione, ma spesso anche all’interno della stessa coalizione, è molto duro, il codice della strada che è stato varato, è stato varato all’unanimità, a dimostrazione che c’è un aspetto su cui tutti i gruppi parlamentari hanno ritenuto di lavorare insieme, all’unisono. E’ vero che è stato un percorso lungo, che è durato oltre un anno, però è anche vero che si è lavorato in sintonia, si è lavorato con audizioni, perché si è cercato di trovare uno strumento legislativo che desse maggior sicurezza alla strada. E allora siamo intervenuti pesantemente nei confronti di coloro, il parlamento è intervenuto pesantemente nei confronti di coloro che guidano sotto l’effetto dell’alcol, di coloro che guidano sotto l’effetto di stupefacenti, siamo intervenuti perché un provvedimento che era stato varato nel 2002, quello della patente a punti, che era un provvedimento geniale, perché aveva dato degli ottimi risultati, ma che col passare degli anni avevo perduto effetto e quindi c’era bisogno in qualche modo di rinverdirlo. Infatti, quando si toglievano i punti, venivano restituiti con grande facilità, bastava iscriversi a una scuola guida, bastava che qualcuno della scuola guida documentasse una presenza, cinque lezioni e venivano ridati i punti. Oggi invece il percorso è più complicato. Siamo intervenuti nei confronti di coloro che hanno a disposizione dei mezzi e che come si usa dire vengono truccati: le minicar per esempio, che sono stati oggetti di gravi incidenti stradali. La minicar è una scatola di acciaio che non ha una scocca ed è fatta per andare a una velocità di 45, 50 chilometri; se tu cambi il motore, abbassi la testata, lo rendi più potente e lo porti a poter andare a una velocità di settanta, ottanta Km, diventa un proiettile pericolosissimo, quindi siamo intervenuti pesantemente nei confronti non solo dei proprietari ma anche dei meccanici che si prestano a fare questo tipo di lavoro. Insomma la modifica del codice della strada ha portato a una approvazione di norme che io credo di poter dire saranno utili per diminuire il numero degli incidenti. E credo anche che sia un deterrente forte, perché insieme alle modifiche del codice, si sono fatte una serie di iniziative, per esempio questo pieghevole che abbiamo distribuito in milioni di copie in tutto il territorio nazionale, grazie anche alle autostrade, ai bar delle autostrade che lo distribuiscono. Insomma sono state prese una serie di iniziative che io ritengo opportune ma che non sono assolutamente sufficienti, abbiamo bisogno anche di altre cose, e allora cosa abbiamo fatto? Abbiamo sottoscritto con la collega Gelmini, l’accordo per introdurre dal 2011 al 2012 nelle scuole non dico l’insegnamento stradale, perché enfatizzerei troppo l’accordo, ma comunque l’obbligo di far sì che nelle scuole si parli di sicurezza stradale. Abbiamo fatto una campagna sulla sicurezza stradale che io trovo intelligente, abbiamo iniziato l’anno scorso con lo slogan “sulla buona strada”, hanno partecipato campioni dello sport, attori, uomini di spettacolo, e hanno fatto degli spot che io trovo intelligenti. Non abbiamo voluto fare una campagna elettorale dove veniva proiettato l’incidente, ma una campagna stradale che io trovo come posso dire, anche educativa. Da questo punto di vista, abbiamo uno spot che viene pubblicato dall’attore De Sica con il figlio e in qualche modo coinvolge nello spot la famiglia e quindi io trovo che questo sia giusto. Abbiamo visto che campioni dello sport, che sono stati all’attenzione per aver vinto medaglie d’oro, si sono prestati senza pretendere una lira e anche questo è significativo. Ma tutto questo è sufficiente per poter dire che abbiamo fatto tutto il possibile? Beh io credo di no, un po’ perché il codice della strada è destinato sempre a cambiare, perché ci sono nuove tecnologie, perché c’è la necessità di aggiornamento infrastrutturale e quindi il Parlamento se ne occuperà sempre. Non si approva un testo di legge sine die, è destinato per la natura dell’argomento che andiamo ad affrontare a cambiare sempre. Ma tutto questo, anche se abbiamo preso i provvedimenti più importanti, se abbiamo fatto gli accordi con la scuola importantissimi, se abbiamo fatto degli spot pubblicitari azzeccatissimi, beh tutto questo è sufficiente? Beh io credo di no, perché ce la fa tutto questo ad affrontare il luccichio televisivo e l’edonismo esasperato che ormai ha invaso tutte le nostre case? Io credo che tutto questo non sia sufficiente e qui io la ringrazio, ringrazio Sua Eccellenza Monsignor Negri per aver toccato il tasto della famiglia, perché vede, da due anni che faccio il ministro, i miei collaboratori sicuramente vi diranno che sono venuto a noia, perché io tutte le volte che affronto questo argomento dico sempre: attenzione, tutto quello che facciamo e che abbiamo fatto può essere la cosa migliore, può rappresentare la scelta migliore, ma se non c’è la collaborazione della famiglia rischiamo di vanificare il tutto. Il genitore non può pensare di lasciare la responsabilità all’ingegnere della motorizzazione civile che rilascia la patente di guida, non può il genitore pensare di essersela cavata perché ha pagato la scuola o ha pagato l’ingegnere della motorizzazione, pagato non in senso negativo, intendiamoci, perché ha pagato la patente per il figlio. I genitori devono preparare il figlio all’uso della macchina, perché la macchina è sicuramente lo strumento di tutti, lo strumento della mobilità, a mio avviso più addirittura dell’aereo, la macchina è quello che ci fa sentire più liberi di tutti, è quella che ci ha consentito di muoverci con grande facilità. E voglio anche dire ai giovani: i giovani non hanno diritto di divertirsi, a mio avviso il giovane ha il dovere di divertirsi, guai se non lo fa, ma deve tenere conto anche di quelle che sono le responsabilità non solo personali ma anche relative alla società civile in cui vive. Quando noi andiamo a vedere i dati e scopriamo che sono diminuiti il numero degli incidenti stradali negli ultimi anni, ma che nel 2010 sono aumentati, guarda caso, i morti nella fascia dei giovani dai 15 ai 29 anni, sono aumentati i numeri dei morti in quella fascia e che gli incidenti stradali sono, ha ragione il dottor Salviati, sono per il novanta per cento dovuti all’incuria dell’uomo, alla colpa dell’uomo o della donna, dobbiamo tener conto anche che in tutto questo c’è l’imponderabile, c’è e ci sarà sempre e non ci possiamo far nulla. Però noi dobbiamo tenere presente che quel novanta per cento di responsabilità ha per lo meno una possibilità, lo dicono i tecnici, che per un settanta per cento si può ridurre attraverso accorgimenti tecnici e non solo, anche attraverso una guida responsabile. Quando noi apprendiamo che la velocità non è la responsabilità primaria dell’incidente, perché non avvengono gli incidenti sulle autostrade, o comunque avvengono in maniera minore sulle autostrade, ma avvengono nelle strade secondarie, e per quanto riguarda il mondo giovanile soprattutto nella notte, perché si torna dal divertimento esasperato, edonistico a cui facevo cenno precedentemente – ogni sabato sera, ogni venerdì sera noi abbiamo giovani che muoiono in incidenti stradali dovuti al fatto che escono dalle discoteche, che bevono, che usano stupefacenti e vanno a finire in incidenti disastrosi – allora dico, Eccellenza non è un po’ anche, se si sono persi nell’era moderna, un po’ anche l’associazionismo che aiutava tutto questo? Lo dico anche agli stessi partiti politici che hanno rappresentato in passato un deterrente a tutto questo, perché i giovani che salivano le scale delle federazioni dei partiti di destra, di centro o di sinistra ha poca importanza, salivano quelle scale per un ideale e certamente non curavano solo l’edonismo ma certamente si arricchivano di certi valori. Ne parlavamo prima, ma le stesse parrocchie di una volta non avevano una funzione certamente diversa da quella che hanno oggi? Questi cambiamenti hanno portato la società moderna a cambiare continuamente e cambiando a perdere di vista quella che è l’educazione più umana nei confronti dei giovani. E’ vero che gli incidenti stradali avvengono anche nei confronti di quelli che non sono più giovani, ma la stragrande maggioranza è nel mondo giovanile, quindi questo tipo di associazionismo. Ecco perché anche noi politici che abbiamo, che facciamo riferimento a certi valori, veniamo volentieri qui al Meeting, perché vedere questi ragazzi, che ci accompagnano da una parte all’altra del Meeting senza un orecchino, io dicevo dentro di me, provavo una grande soddisfazione ecco, una grande soddisfazione e lo dicevo ai mie collaboratori: ecco questi giovani non hanno nemmeno l’orecchino, ma nulla di male se qualcuno ce l’ha, ma insomma a me piace molto ecco chi non ce l’ha. E devo dire e vorrei concludere così, l’anno scorso noi come Ministero abbiamo scomodato anche la Chiesa, perché l’anno scorso, la terza domenica di novembre in cui ricorre la giornata mondiale del ricordo delle vittime della strada, a un collaboratore, il professor Brogi che è qui, dissi: ma perché non scriviamo al Santo Padre perché in quella occasione ricordi la sicurezza stradale? Avevo paura di apparire arrogante, permettendomi di scrivere al Santo Padre, però insomma poi lo feci, e devo dire che attraverso il cardinale Bertone arrivò la risposta e il Santo Padre parlò della sicurezza stradale in occasione di questa giornata mondiale. Io quest’anno ci riprovo, perché se anche la Chiesa ci dà una mano… Insomma Eccellenza, ci dia una mano anche lei, perché noi facciamo come uomini politici, facciamo di tutto ma arriviamo fino a un cero punto, poi francamente per i miracoli non siamo attrezzati. Se la chiesa ci dà una mano in questa campagna, che è una campagna fatta per i giovani e non solo, ma fatta anche per le famiglie, ci sarà certamente utile. Quante volte, e voglio concludere così, quante volte mi capita, andando in giro per convegni, di essere avvicinato da un genitore – stanno nascendo in Italia da tante parti comitati vittime della strada – ed è veramente una cosa che ti fa sentire impotente, essere di fronte a una mamma, a un padre, che vengono e dicono: io faccio il presidente del comitato vittime della strada perché mia figlia, perché mio figlio sono morti in un incidente. Recentemente il figlio di un uomo politico importante della prima repubblica, che è un mio caro amico perché oltretutto siamo della stessa regione e che ha avuto la terribile disgrazia di vedere il figlio che a diciassette anni, con la minicar, è morto, è venuto a trovarmi in un convegno e mi ha parlato di questa cosa. Ecco perché abbiamo inserito nel codice della strada queste modifiche, perché è stato suggerito da questo padre, che ha avuto il figlio di diciassette anni che con la minicar aveva avuto un grave incidente. Io credo che abbiamo fatto qualche passo importante, non ritengo certamente di aver esaurito il compito, ma credo di averlo fatto con grande buon senso, con buona volontà, con un Parlamento tutto, dalla destra alla sinistra, coeso e continuando su questa strada, io credo si possa raggiungere risultati importanti. Grazie.

MAURO TEDESCHINI:
Allora, come avevamo promesso all’inizio, adesso chiamiamo in causa Tomas e Matteo degli Zero Assoluto, che prego di alzarsi perché ci devono portare un pochettino anche la voce dei ragazzi. Non so se è un caso che il comandante della polizia stradale si sia seduto vicino a voi, forse per tenervi d’occhio ma insomma… Parlando più seriamente, voi portate in giro per l’Italia, nei vostri concerti, la buona novella della sicurezza stradale e anche grazie a un accordo che avete fatto con la fondazione ANIA, parlate coi ragazzi, e avete sicuramente un linguaggio più adatto del nostro per capire quali sono le loro impressioni. La domanda che vi faccio è questa: abbiamo parlato di assunzione di responsabilità, che cosa può fare la musica?

MATTEO DE GASPERI:
La musica ha una grandissima capacità e una grandissima forza, che è quella di riunire tantissimi ragazzi. Noi, con i nostri concerti, abbiamo iniziato a maggio e andremo avanti fino alla metà di ottobre. Stiamo facendo un tour molto lungo, per fortuna sta venendo tantissima gente e noi non possiamo far altro, davanti a un pubblico molto giovane devo dire, che raccontare la nostra esperienza. Intanto la nostra esperienza con ANIA, con cui ci siamo incontrati diversi anni fa e con cui quest’anno abbiamo deciso di intraprendere un percorso insieme, un percorso dove quello che cerchiamo di raccontare è una cosa semplicissima, voi lo avete detto in tantissimi modi diversi ma il senso è sempre quello: stare un po’ più attenti. Il nostro slogan, che cerchiamo di portare avanti, quello che raccontiamo, quello che cerchiamo anche di far urlare ai ragazzi, soprattutto urlare ai ragazzi, è che la rivoluzione è l’attenzione, che è un concetto molto semplice, molto basico, però è un concetto che arriva, arriva in modo molto veloce, anche perché quando fai rendere conto ai ragazzi che veramente basta mandare un sms, basta fare una telefonata senza un auricolare, basta bere non cento birre ma anche tre birre e basta e anche solo questo può provocare un incidente, troviamo che è qualcosa di talmente ridicolo e surreale, che è giusto urlarlo in qualche modo.

TOMAS MAFFUCCI:
Posso dire? In seguito all’incontro con il presidente una volta in una libreria, ammetto che la mia sensibilità nei confronti di questo argomento è mutata. Mi dicevo, anche se bevo due birre, posso guidare lo stesso, ce la faccio, poi che mi frega, tanto quand’è che mi fermano. Ma non è una questione di fermarsi, il problema e che magari non mi fermo io in tempo quando vedo qualcuno. Lo stesso vale per il problema della cintura, che spesso mettiamo più per il fastidio del suono della macchina, che per averne compreso l’utilità. Penso invece che ci voglia proprio una educazione.

MATTEO DE GASPERI:
E’ quello che cerchiamo di raccontare. Parlavate di educazione, l’educazione senza dubbio parte dalla famiglia, passa attraverso la scuola, qui la cosa più difficile da far capire ai giovani, almeno anche perché fino a pochi anni fa eravamo giovani anche noi, adesso siamo solamente travestiti da giovani, è che ci vuole una educazione vera e propria al divertimento. Quello che si dovrebbe insegnare a scuola, è far capire che qui non si sta limitando nessuno nel far nulla, si può bere, si può andare a ballare, si può andare ai concerti, si può fare qualsiasi cosa, l’importante è organizzarsi, ed è talmente semplice senza andare chissà dove, senza arrivare a chissà quali filosofie lontane o vicine. Insomma basta veramente metterci quel poco di sale in zucca in più, insomma una organizzazione maggiore per tornare casa sani e salvi e continuare a divertirsi veramente per quanto si vuole. E’ veramente molto semplice, ma ovviamente non basterà il nostro tour per far arrivare questo messaggio qua. L’unica cosa che si può fare è che ognuno di noi veramente si prenda la responsabilità, l’obbligo, e soprattutto l’impegno di ricordarselo giorno per giorno e ricordarlo a qualcuno. Semplicemente questo, niente di più, e soprattutto continuare a urlarlo il più possibile. Serve semplicemente e veramente, solo un po’ più di attenzione. Grazie a tutti.

MAURO TEDESCHINI:
Allora grazie agli Zero Assoluto, io direi che possiamo finire magari così, registrando la grande frustrazione di chi opera in questo settore e vede appunto dei giovani morire quando basterebbe pochissimo per evitare queste morti. Vediamo medici fare sforzi incredibili per combattere malattie terribili, qui basterebbe un piccolo comportamento come ha detto adesso Matteo, veramente basterebbe pochissimo perché il divertimento, come si è detto, è un diritto e nessuno vuole limitarlo. Io non so se lei vuole, Presidente, dire una parola brevissima.

SANDRO SALVATI:
Una parola sola per ringraziare il signor Ministro e Sua Eccellenza Negri e soprattutto coloro che ci hanno ascoltato con così enorme attenzione. Io ho sempre una perplessità quando si comincia a parlare di sicurezza stradale e cioè di non interessare, salvo quelli che hanno avuto problemi in casa, mentre invece devo dire Rimini, il Meeting di Rimini è sicuramente il posto più adatto, c’è una attenzione da parte del pubblico che dimostra una grande sensibilità. Ecco, io volevo finire come sempre da manager, con un richiamo molto pragmatico. Nella nostra testa ogni tanto, anche quando è arrivato il nuovo codice della strada, noi diciamo che noi italiani, circa le regole, noi siamo quelli del bypassare le regole. Guardate che non è vero, noi siamo un popolo straordinario, quando ci mettiamo in testa che bisogna fare le cose in un certo modo… sapete qual è l’esempio che io ho in testa? È quello del fumo nei locali pubblici, da un giorno all’altro ci è stato detto: guardate da domani non si fuma più nei locali pubblici e noi siamo diventati il secondo paese più virtuoso al mondo, dopo l’America. Quindi io credo che si possa, si possa davvero combattere questa battaglia e sconfiggere questo dramma nazionale. Grazie a tutti per l’attenzione.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

24 Agosto 2010

Ora

15:00

Edizione

2010

Luogo

Sala A2
Categoria