UN CAFFÈ ITALIANO… DOMANDE SULL’UNITÀ. DALL’UNITÀ ALLA GRANDE GUERRA - Meeting di Rimini

UN CAFFÈ ITALIANO… DOMANDE SULL’UNITÀ. DALL’UNITÀ ALLA GRANDE GUERRA

Partecipano: Maria Bocci, Professore Ordinario di Storia Contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Edoardo Bressan, Professore Ordinario di Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Macerata; Danilo Zardin, Professore Ordinario di Storia Moderna all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Introduce Mattia Savoia, Studente di Storia all’Università degli Studi di Milano.

 

MATTIA SAVOIA:
Benvenuti a questo primo di cinque Caffé italiani … Domande sull’unità. Sono incontri di approfondimento in relazione alla mostra sui 150 anni di Sussidiarietà che trovate qua … Si sente? Allora, questo incontro si intitola “Dall’Unità alla Grande Guerra”, in relazione alla prima sezione di questa mostra e abbiamo qui con noi come relatori la Professoressa Maria Bocci, che è docente di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; il Professor Edoardo Bressan, docente di Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Milano e dal 2006 Professore all’Università degli studi di Macerata e il Professore Danilo Zardin, Professore di Storia Moderna presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, tutti e tre curatori di questa mostra. Prima di fare domande ai professori e poi cedere la parola a chi vuole fare domande dal pubblico, vorrei ripercorrere brevemente il senso della mostra, quello che noi abbiamo scoperto studiando noi, siamo un centinaio di studenti, con i professori. Allora, la mostra è nata come occasione per noi, appunto studenti e professori, di domandarci che cosa ci fosse di significativo in questi 150 anni di storia unitaria, per non dare per scontato, appunto, la storia del nostro Paese. E, va beh, il risultato sono quattro sezioni della mostra, poi andrete a vederle, che vanno dal periodo post-unitario al boom economico. Una delle domande che a noi sorgeva spontanea, iniziando questo lavoro, era come fosse possibile che nonostante grandi periodi di crisi del nostro Paese, l’Italia potesse essere, potesse aver continuato ad essere unita. La mostra tenta di documentare cosa, secondo noi, ha contribuito a superare i momenti di crisi e a costruire il nostro Paese. Come, se qualcuno di voi ha già visto la mostra, come spiega bene il video iniziale, abbiamo ravvisato il fatto che l’Italia non nasce nel 1861 ma l’Italia viene da lontano, ha un patrimonio culturale, una tradizione civica che affonda le proprie radici nei secoli precedenti, in particolare fondato su un cattolicesimo ben permeato dentro la società e anche rappresentato dalla Chiesa Cattolica come istituzione. Tutto questo patrimonio civico, che caratterizza l’Italia, si è tradotto in responsabilità per i beni collettivi e di ciascuno e in capacità di condividere i bisogni di ogni persona. Questo è il punto di partenza della mostra, che abbiamo provato a sviluppare per questi 150 anni di storia. Quello che vogliamo adesso chiedere ai professori, in particolare sulla prima sezione, quindi dagli anni dell’unità fino alla prima guerra mondiale, è di approfondire questo tema secondo i diversi aspetti che anche nella mostra sono toccati. Allora, rivolgerei la prima domanda al Professor Zardin e gli chiederei di giustificare l’affermazione che io ho appena fatto e che nella mostra si fa, sul fatto che l’Italia venga da lontano e non sia semplicemente frutto della unità politica a cui si è arrivati nel 1861.

DANILO ZARDIN:
La domanda è veramente cruciale, importante perché aiuta proprio ad inquadrare bene il contesto del punto di avvio del discorso che la mostra cerca di sviluppare. Proprio nei mesi successivi all’avvio del lavoro per la preparazione della mostra, mi è capitato per esempio di vedere pubblicato in libreria un testo di un professore di storia della letteratura italiana, Francesco Bruni, intitolato Italia. Vita e avventure di una idea. Questo testo, per esempio, è una sintesi che documenta le radici profonde della coscienza di unità di una Italia che esisteva anche all’interno di un quadro di frammentazione politica. Non c’era uno Stato italiano unitario, ma esisteva la coscienza di un legame che teneva insieme tante realtà diverse e questo libro, che appunto è uscito da pochi mesi, mette in luce proprio questa dialettica, questa compresenza, da una parte, di una spinta verso l’unità, verso il convergere in una unità, che per esempio si è tradotta nello sviluppo di una tradizione linguistica italiana condivisa, unitaria, in una letteratura, in una tradizione religiosa, in una cultura che poteva essere compartecipata e vissuta appunto in una forma unitaria di tanti soggetti diversi. Ma l’autore di questo libro mette in luce che questa convergenza verso l’unità poteva coesistere con la salvaguardia di un ricchissimo pluralismo, di un tessuto estremamente variegato, articolato, l’Italia delle tante piccole patrie, delle singole realtà regionali, l’Italia delle cento città, dei mille campanili, tante tessere diverse, con proprie tradizioni, con proprie specificità, ma inserite dentro in un mosaico in qualche modo unitario. L’autore di questo libro documenta ampiamente tutta questa compresenza appunto di pluralismo e capacità di inserirsi dentro la vita di un organismo più vasto, illustrando numerosi esempi, io ne cito solo due, appunto perché il tempo a disposizione è molto esiguo. Il primo è una tradizione di simboli, di immagini che hanno tradotto in forme e materiali questa coscienza di una unità che teneva insieme la realtà italiana già nei secoli che hanno preceduto l’unificazione politica realizzata nell’Ottocento. Ci sono due famosi esempi di rappresentazioni cartografiche dell’Italia, tramite affresco su muro, in sedi monumentali prestigiosissime: uno è il caso dei Palazzi Vaticani, dove c’è la famosa Galleria delle Carte Geografiche delle varie regioni italiane, dove è presente però anche la rappresentazione dell’Italia, della penisola italiana nel suo insieme. Ci sono poi altri esempi ancora che insistono su questo stesso motivo, quindi vuol dire che già nel 1500, nel 1600, l’alta cultura italiana era capace di avere coscienza del suo esistere dentro una realtà che possiamo dire prenazionale, che ha prefigurato quel tessuto che poi si è unificato anche politicamente con le vicende risorgimentali. Il secondo esempio, per chiudere su questo primo punto, è un testo veramente importante, realizzato da uno dei più grandi eruditi dell’Italia dei decenni successivi al Concilio di Trento, un certo Ferdinando Ugelli, un monaco cistercense che pubblica agli inizi del 1600 un libro intitolato Italia sacra. Questa Italia sacra non è altro che la sintesi, il mosaico delle storie delle diverse diocesi italiane, ruotanti intorno alle varie città capoluogo, una molteplicità quindi di realtà locali che vengono descritte, raccontate, soprattutto seguendo come filo conduttore la genealogia della successione episcopale: i vescovi che hanno governato le molteplici diocesi italiane. Ed è interessante che questo libro, appunto, che presenta il quadro di una Italia che è una realtà unitaria ma fatta di tanti pezzi diversi, fu realizzato proprio attraverso un’opera di raccolta di informazioni animata da una spola continua, da scambi continui di corrispondenza tra Roma e tutti gli angoli della periferia italiana, attraverso i quali questo monaco ha raccolto i materiali informativi, gli elementi del suo discorso, entrando in rapporto con tutti gli studiosi, gli eruditi, gli esperti di storia religiosa che operavano nei diversi luoghi d’Italia, dall’area veneta all’area lombarda, all’area dell’Italia centrale e così via. Chiudo questa prima risposta alla prima domanda che è stata fatta, sottolineando che in questo titolo che ho citato, Italia sacra, emerge questo binomio che è decisivo, questa dimensione religiosa, questo fondamento religioso, questa dimensione appunto di una sacralità, incardinata dentro il cuore della tradizione italiana. Noi abbiamo dato molta evidenza a questo pilastro religioso, a questo fondamento che si è costruito gradualmente nei secoli, che proprio nell’età moderna ha avuto un enorme intensificazione, ha conosciuto un enorme intensificazione, dopo l’avvio delle grandi riforme promosse dal Concilio di Trento, nell’età barocca, fino al culmine di una ricattolicizzazione del popolo italiano, che nel corso del Settecento, prima delle grandi fratture, della grande crisi rivoluzionaria napoleonica, ha raggiunto forse il suo culmine. Attraverso questa lunga storia di accrescimenti, di consolidamenti, di riforme, pian piano si è strutturato un tessuto religioso che ancora nell’Ottocento rimaneva vivo come eredità, un tessuto fatto di parrocchie, una trama diffusissima e capillare di associazioni religiose, di confraternite presenti in ogni quartiere, in ogni villaggio di campagna, di realtà assistenziali, di opere educative, di ideali religiosi vivi, capaci di plasmare la coscienza e di dare forma alla vita collettiva. Questa tradizione, che i secoli che hanno preceduto l’unificazione italiana avevano edificato, non si è dissolta con il passaggio alla modernità più avanzata, è rimasta viva come un patrimonio, come un’eredità preziosa che gli uomini dell’Ottocento hanno dovuto mettere a frutto, hanno reinterpretato, rielaborato in forme che la mostra cerca di documentare.

MATTIA SAVOIA:
Grazie. Proprio per questo vorrei chiedere al Professor Bressan, se può darci un aiuto, facendo qualche esempio di come la società dell’Ottocento, del secondo Ottocento, si riorganizza anche a fronte dei grandi mutamenti politico-istituzionali che deve affrontare.

EDOARDO BRESSAN:
Questo è possibile proprio per una molteplicità di realtà di opere che sono state ora ricordate. All’interno della società italiana c’è un tessuto, una trama, una rete di opere che sono in grado, al di là dei grandi mutamenti politici e istituzionali, di rispondere alle esigenze che emergono dal vissuto quotidiano, al bisogno sociale, alle vecchie povertà, alle povertà di sempre e alle nuove povertà indotte dalla modernizzazione economica, dalla industrializzazione. Quali sono queste realtà? Innanzitutto il tessuto delle opere pie, che vengono da molto lontano, dal Medioevo, dalla prima età moderna, che innervano tutto il territorio italiano, dai grandi ospedali, Santa Maria della Scala a Siena, la Ca’ Granda di Milano e tanti altri, agli istituti di ricovero, agli orfanotrofi, ai luoghi pii elemosinieri che soccorrevano la povertà quotidiana, quella che si manifestava più concretamente e spesso drammaticamente. Sono numerose, le inchieste dell’Ottocento ci dicono che sono più di ventunmila, con un grandissimo patrimonio, è davvero un welfare prima del welfare, che ha alle sue radici proprio questa tradizione civica e religiosa, la civitas e l’ecclesia che sono i due punti di riferimento e di partenza. Lo stato, la nuova legislazione, prima piemontese e poi italiana, cerca non a caso di porre sotto il proprio controllo questo sistema e lo fa con una legislazione che appunto ha questo dichiarato obiettivo, soprattutto con la Legge Crispi del 1890. Però, il risultato in fondo non cambia, perché grazie agli statuti, grazie alle consuetudini, grazie al fatto che molto spesso queste opere pie, come pure le varie congregazioni di carità presenti istituzionalmente in ogni Comune, erano nominate proprio dai consigli comunali, proprio da coloro che esprimevano le esigenze del territorio, ecco questa realtà continua a svilupparsi e costituisce anche la premessa, una premessa importante, di quello che noi chiamiamo “stato sociale”, quella che sarebbe stata dalla fine dell’Ottocento in avanti una nuova legislazione del lavoro. E poi la città, la dimensione civile, quella religiosa, quella specificamente legata alla Chiesa. C’è un fenomeno straordinario nell’Ottocento, quello delle nuove congregazioni religiose, maschili e poi più ancora clamorosamente femminili, con un ruolo della donna nella vita della Chiesa che emerge in primo piano e acquista una sua centralità. Si parte dalle prime esperienze ottocentesche, da Maddalena di Canossa, da tante altre dell’area lombardo-veneta, da un più difficile radicamento nel sud per le particolari condizioni di una Chiesa, diciamo così, più sottoposta alla autorità civile. Ma la risposta è davvero imponente: ci sono gli asili, ci sono le scuole, c’è tutta una rete di educazione popolare per gli operai, per i contadini, ci sono case di accoglienza, ci sono strutture ospedaliere, c’è la presenza delle suore negli ospedali che segna una svolta nei metodi assistenziali e in genere nel campo sanitario. È una vera rivoluzione sociale. Ecco, quello che vorrei sottolineare è proprio questo aspetto: la legislazione è magari ostile e lo è dalle leggi piemontesi degli anni ’50 fino alle grandi leggi soppressive del Regno di Italia del 1866-67. Però lo Stato italiano è uno stato liberale e richiamandosi dunque allo statuto le congregazione che cosa fanno? Si appellano al diritto di associazione e al diritto di proprietà e quindi tutti i beni vengono intestati a persone fisiche e nessuno può mettere in discussione la libera scelta di vivere insieme e di dedicarsi insieme ad una risposta che si sentiva importante e costitutiva per sé. E poi non nascondiamocelo, i prefetti sapevano benissimo tutto questo, ma quando scrivevano a Roma, al Ministro dell’Interno, aggiungevano la preoccupazione di non toccare assolutamente questa realtà, tanto era importante per la crescita sociale del Paese. Pensiamo a che cosa vuol dire tutto questo, non solo in termini di assistenza ma anche in termini di educazione, di formazione, di educazione professionale, che cosa hanno rappresentato appunto le suore, che cosa hanno rappresentato i Salesiani … C’è sì un uomo religioso, un credente da formare, ma c’è anche un cittadino e questa è l’altra medaglia e non è assolutamente separabile dalla prima. È interessante questo, perché c’è la rivendicazione da parte di tutta questa realtà di una cittadinanza che deve essere veramente di tutti, la mostra dice “la casa comune del Risorgimento”, in cui magari all’inizio era stato difficile riconoscersi, certo, ma proprio per questo occorre affermare di essere cittadini come gli altri e su questo costruire appunto una identità nuova, aperta, aperta a tutti e non chiusa ad un’élite. Una sola osservazione, per concludere, perché altrimenti anche la successione che c’è in mostra non si capisce bene: tutto questo, sia da parte delle opere pie, sia da parte della Chiesa, degli ordini religiosi, non è una supplenza nei confronti di quello che altri non fanno o di quello che lo Stato non fa, è una risposta, è una risposta che risponde innanzitutto ad una esigenza personale di venire incontro a un bisogno emergente in nome di un ideale. È su questo che si costruisce quella che negli ultimi decenni dell’Ottocento veniva chiamata la “Nuova Italia”, ma che per essere davvero tale doveva appunto aprirsi a tutti e inserire tutti all’interno della propria prospettiva.

MATTIA SAVOIA:
Allora, vorrei chiedere alla Professoressa Bocci: in questa nuova situazione, come è la posizione dei cattolici? Perché, fin dai primissimi anni dopo l’Unità, esplicitamente i cattolici non riconoscono lo Stato liberale e però nella mostra si parla di questi decenni come di una via alla cittadinanza per i cattolici. Allora vorrei chiederle come è possibile, come è stato possibile per il cattolicesimo passare da una fase di opposizione a una fase di partecipazione.

MARIA BOCCI:
Sì grazie. Il professor Bressan, mio amico carissimo, mi aiuta molto a rispondere a questa domanda, perché credo che da quello che vi ha detto lui adesso, già abbiate cominciato ad intuire che cosa significa che da una situazione difficile, che non si condivide o che si condivide solo in parte, poi si diventi capaci di essere dei protagonisti della storia nazionale. La storia delle congregazioni religiose, di cui ci parlava lui prima, è appunto questa storia e noi l’abbiamo scoperto come una vera scoperta nel percorso della nostra mostra, perché, come dirò domani presentando la mostra ufficialmente con Amato, e lo dico però anche adesso perché è la cosa che io ritengo più importante di tutto il nostro lavoro, questa mostra non è nata a tavolino, ma è nata da un lungo dibattito, un lungo confronto che c’è stato non solo tra noi tre, che siamo qui su questo palco, ma che c’è stato tra noi, con i nostri colleghi e soprattutto con gli studenti, i dottorandi, i dottori di ricerca che ci hanno aiutato. All’inizio di questo lavoro, noi ci siamo chiesti che cosa volevamo dire al Meeting, ben sapendo, tra l’altro, che al Meeting ci sono state altre mostre che in qualche modo si sono occupate di questi argomenti. Qualcuno di voi probabilmente se ne ricorderà, perché di risorgimento, ad esempio, ne abbiamo già parlato tante volte, tra l’altro ci sono state anche tante polemiche e tante contrapposizioni, tanti dialoghi, su quello che il Meeting ha proposto su questi argomenti. All’inizio di questo lavoro, noi ci siamo chiesti che cosa ci sentivamo di dire, che cosa ci sentivamo di aggiungere, anche rispetto a tutto ciò di cui al Meeting si è parlato in questi anni, e abbiamo cominciato a scoprire un mondo nuovo. Per certi aspetti, quello delle congregazioni per me è stata una scoperta, perché lui è un esperto di queste cose e io ne so molto meno, ma con i ragazzi via via, abbiamo visto che la storia che conoscevamo non era solo la storia di una contrapposizione tra mondi che non avevano niente da dirsi fra di loro, se non insultarsi reciprocamente, perché in un certo senso chi ha scritto del risorgimento ha scritto anche queste cose. Ci siamo accorti, via via approfondendo, leggendo, facendoci tante domande, che è stata anche una storia di condivisione che ci siamo sentiti di voler valorizzare, non perché le differenze non ci fossero, anzi, erano profonde, erano radicali, la domanda sui cattolici le fa emergere immediatamente. Credo che tutti sappiate cosa è successo dopo la breccia di Porta Pia, cioè quando al Papa è stato tolto definitivamente il potere temporale. Cadorna è entrato cannoneggiando Roma, ed è entrato nelle mura di Roma cancellando ciò che rimaneva dello Stato pontificio. Credo che sappiate tutti cosa è successo: il Papa si è proclamato prigioniero in Vaticano, ha grosso modo scomunicato i Savoia, ha detto ai sovrani cattolici di tutto il mondo di non avere a che fare con questa dinastia usurpatrice. Le indicazioni che sono state date ai cattolici italiani, grosso modo, io sto semplificando, ma sono quelle: “tenetevi fuori da questa casa che per noi non è comune, non è nostra, perché è stata fatta alle spese del Papa”, e il papa, invece, vuole indietro un potere temporale perché non vuole essere suddito dei Savoia, per dirla un po’ rozzamente. Allora tutti noi sapevamo queste cose, io stessa le ho insegnate ai miei studenti, perché prima di cominciare a far la mostra abbiamo cominciato, con alcuni di quelli che sono qua, un corso di storia contemporanea in università Cattolica, e abbiamo fatto tutto un semestre, facendo emergere, poi magari gli studenti qua presenti interverranno su questo, facendo emergere proprio queste grosse differenze, queste grosse contrapposizioni, questo mettere in discussione una casa, l’Italia legale, come la chiamava Jacini, proprio perché si diceva che questa casa si era costruita facendo a meno di quelle radici di cui vi parlavano prima i miei colleghi, quelle radici che invece alcuni padri della patria, come Vincenzo Gioberti, come la corrente neo-guelfa, volevano mettere a fondamento dell’Italia, notando che se c’era una cosa che ci univa pur nelle grandi diversità era l’anima religiosa della nazione, era l’appartenenza religiosa. Andando avanti nel nostro lavoro, ci siamo accorti però che, alla lunga, questo mondo che si organizza, come dire, tirandosi fuori dalla casa costruita da Cavour, dai padri della patria, e che si dà un suo organismo unitario che si contrappone all’Italia unita, e questo organismo unitario si chiama Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici, trovate un pannello su questo e nel libro-catalogo che abbiamo fatto trovate molto di più… allora nel ’74, tra il ’74 e il ’75, viene fondata l’Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici, un organismo che vuole essere nazionale, cioè vuole avere una struttura nazionale, e questo è molto importante, perché chi ha fatto l’Italia faceva fatica a pensare davvero in dimensioni nazionali: i piemontesi tendevano ancora a fare i piemontesi, la popolazione del sud rimaneva la popolazione del sud, e di strumenti aggregativi a livello nazionale non ce n’erano poi tanti, ce n’erano alcuni ma non erano particolarmente popolari, come l’esercito – quando arriva la cartolina militare a casa, perché la leva militare era diventata obbligatoria, non è che gli italiani fossero così contenti, ovunque essi fossero. Allora i cattolici, pur non essendo d’accordo, incominciano a pensarsi e a organizzarsi in maniera nazionale, si danno un’unica struttura unitaria, che dipende strettamente dal papa, il quale nomina il presidente dell’Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici e che si struttura poi a livello locale, parrocchiale, diocesano, regionale con una serie di comitati che durante tutto l’anno tengono viva la protesta dei cattolici contro lo Stato liberale e usurpatore. Tra l’altro i papi in questo periodo dicono delle cose parecchio pesanti sul liberalismo, sulle quali io non mi posso soffermare adesso, ma i cattolici contestano anche dal punto di vista ideologico i fondamenti della casa comune risorgimentale e tra l’ altro hanno il sospetto che il liberalismo sia anche una dottrina, come dire…, che i liberali forse siano poco liberali, perché ad esempio il diritto di voto è ristretto, votano non tanti italiani, oppure c’è tutta una battaglia che loro fanno sulla libertà di educazione, la quale però per ora non porta ad esiti significativi, perché dal canto loro i liberali temono che la scuola libera possa in qualche modo formare dei cittadini non davvero italiani. Allora c’è questo organismo unitario che si struttura contro quello che è successo nel ’70 più che nel ’61, solo che non vogliono tornare indietro. Non è vero che sono austriacanti, come vengono accusati a volte dai liberali, non è vero che rimpiangono i Borboni, non è vero che pensano al passato con nostalgia, non sono, userei una parola di gergo storico, non sono reazionari fra virgolette, loro pensano al futuro del Paese, e siccome pensano al futuro del Paese, soprattutto pensano alla vita degli italiani reali, concreti, che esistono, non degli italiani da fare, come diceva D’Azeglio. Se c’è una cosa che sanno tutti i miei studenti è la frase di D’Azeglio: “fatta l’Italia, facciamo gli italiani”. I cattolici rispondono che gli italiani ci sono e Jacini dice: c’è un Paese reale che ha le sue esigenze e bisogna che la classe dirigente, l’Italia legale, ne tenga conto e bisogna che questi due Paesi si incontrino. Lavorando nel Paese reale, tra gli italiani, attraverso tutte quelle opere, alcune delle quali vengono spiegate nei pannelli, a poco a poco la presenza cattolica nel Paese cresce e si specializza anche in alcuni settori importantissimi, di cui si occupa la seconda sezione dell’ Opera dei Congressi, che è la sezione economico-sociale. A noi è sembrato che questo fosse molto interessante, quando ne parlavamo con Mattia – tra l’altro è stato proprio lui, col suo gruppo di amici dell’Università degli Studi di Milano, a lavorare molto bene su queste cose, quindi poi magari aggiungi qualcosa tu – ci siamo accorti che proprio seguendo la storia, il filone del cattolicesimo sociale, venivano fuori una serie di opere, di personaggi, di uomini e donne reali, veri, a tutto tondo, che siccome avevano a cuore se stessi e il proprio prossimo, per un bisogno loro, come diceva Bressan, non per sostituire qualcun altro, per un bisogno loro, questi uomini e queste donne hanno messo insieme tutta una serie di strumenti vari – e non solo i cattolici, perché poi, lo sapete, abbiamo ad esempio anche dei socialisti – che alla lunga non sono diventati solo, come dire, delle bandierine messe sul territorio italiano per occuparlo, ma sono diventate davvero lo strumento attraverso il quale i cattolici si sono scoperti cittadini italiani e hanno anche capito, come diceva Bressan prima, che per esserci avevano bisogno delle libertà liberali. Questo lo hanno fatto soprattutto alla fine dell’800, dopo i durissimi scontri dei quali noi non abbiamo parlato, ma chi è di Milano senz’altro ha sentito parlare del generale Bava Beccaris, che nel ’98, a Milano, quando la folla insorge perché ha fame, decide sciaguratamente di far sparare sulla folla, con un centinaio di morti. Soprattutto dopo questo episodio, si prende coscienza che la libertà è un valore, e lo fanno i socialisti e i cattolici, socialisti che, dal canto loro, avevano tutta la loro critica allo Stato borghese, perché nello Stato liberale vedevano lo Stato di classe oppressore. Tra l’altro cattolici e socialisti a un certo punto si incontrano su questa critica: nasce la questione sociale, la ragione della contrapposizione, più che i diritti del pontefice. Allora si capisce che c’è bisogno del diritto di associazione, si capisce che c’è bisogno della libertà di stampa, si capisce che ci vogliono degli strumenti concreti per poter dire quello che si pensa e per poter pensare a un Paese migliore. I cattolici diventano, nonostante tutto, forse nonostante loro, protagonisti della storia italiana attraverso le opere, attraverso la presenza nella società. Non possono fare politica perché c’è il non expedit, però possono essere per esempio negli organismi locali, nei municipi, non per niente la sezione finisce con un pannello sul municipalismo. Leggete quello che si dice di don Sturzo, perché è uno, è di Caltagirone, è uno degli esempi più significativi. Ecco, attraverso la presenza nel Paese come era, non come avrebbe dovuto essere. Se la polemica cattolica parlava del Paese come avrebbe dovuto essere, i cattolici poi operavano per migliorare la vita della gente e a poco a poco sono diventati dei soggetti rilevanti, di cui la stessa classe liberale ha capito di aver bisogno. Vi cito solo quello che dirà più tardi Gramsci: «In fondo i cattolici, i preti, sono gli unici veri intellettuali popolari», perché gli intellettuali italiani fanno le loro belle cose nei loro salotti, ma non hanno nessun contatto con la popolazione, i preti sì, e non si può governare gli italiani facendo a meno della Chiesa. Questo è il percorso che noi abbiamo ricostruito, ed è un percorso che poi è sfociato anche in una proposta politica concreta, che è quella di Sturzo. Questa proposta politica, partendo da Caltagirone, qui già entriamo nella seconda sezione di cui parleremo domani, non era rivolta ai cattolici, era rivolta a tutti gli italiani, a tutti gli uomini liberi e forti. Dicendo che l’Italia per migliorare avrebbe dovuto essere in un certo modo, che erano necessarie certe riforme, che era necessaria una certa collocazione a livello internazionale, che era necessario abbandonare l’imperialismo che aveva portato alla prima guerra mondiale eccetera, a un certo punto si è capito che per risolvere anche le questioni che più stavano a cuore a questi cattolici, quelli più impegnati a livello sociale, era necessario entrare in Parlamento. Allora dalla contrapposizione alla partecipazione dei destini del Paese, e noi abbiamo voluto valorizzare proprio questo aspetto.

MATTIA SAVOIA:
Adesso abbiamo un po’ di tempo per alcune domande del pubblico, se ce ne sono. Perfetto, arriva un microfono.

DOMANDA:
Vorrei chiedere su questo ultimo punto, se potrebbe spiegare meglio in che senso diventa indispensabile la presenza dei cattolici in Parlamento, cioè perché a un certo punto ci si accorge proprio che bisogna entrare lì?

MATTIA SAVOIA:
Raccogliamo altre domande

DOMANDA:
Una questione sulla Rerum Novarum, l’enciclica sociale di Leone XIII. C’è un passaggio da Pio IX, che ha una posizione di contrapposizione, a Leone XIII che, da una parte dà una risposta dal punto di vista culturale, il tomismo, e dall’altra incita i cattolici ad una presenza? Che peso ha, che precedenti ha e che conseguenze ha?

DOMANDA:
Un mio ex alunno mi ha spiegato stamattina la mostra, mi è piaciuta moltissimo, e la domanda è questa: mi sembra che ci sia un filo rosso che attraversi tutta la vicenda dall’Unità di Italia fino ad oggi, e cioè che sia il fascismo, che sia il liberalismo, c’è sempre questa paura della libertà dell’Io e soprattutto dalla fantasia del popolo quando si aggrega, soprattutto quando questa fantasia del popolo vuole mantenere le radici di una tradizione cristiana che si fa vissuto presente. Allora la domanda è: sia le leggi Siccardi del ’55, sia le leggi del ’66, sia le leggi Fascistissime, sia l’Articolo 41 della Costituzione che lascia libera l’iniziativa ma però sotto, nella stessa riga, dice che “ci deve essere un controllo di questa libertà di iniziativa”, manifestano una paura della libertà? Per quale motivo dopo 100 anni, dopo 150 anni, si ha questa paura della libertà dell’io e della fantasia del popolo?

MATTIA SAVOIA:
Raccogliamo l’ultima domanda, altrimenti non abbiamo più tempo per rispondere.

DOMANDA:
Io volevo fare un’osservazione che prende spunto dall’intervento del professor Bressan, quando diceva che le congregazioni religiose non sono nate per supplire a ciò che lo Stato non era in grado di fare, ma per rispondere all’esigenza personale di venire incontro a un bisogno, a un bisogno in nome di un ideale. E mi ha molto colpito perché credo che, all’interno della prima sezione della mostra, ci sia almeno un altro esempio che non c’entra niente, potremmo dire, con la cultura cattolica alla quale è dedicata naturalmente questa mostra. Mi riferisco al Touring Club italiano, un’associazione che nasce da una cultura assolutamente laica e potremmo dire anche risorgimentale, quindi che pesca, come dire, nell’ideale di “fare gli italiani”. Il Touring Club italiano è nato per questa ragione, per fare gli italiani, quindi per comunicare, per diffondere una tradizione, un’educazione civica, un senso di appartenenza allo Stato italiano. Però anche in una prospettiva assolutamente laica, per nulla religiosa, si parte da un’esigenza personale. Se pensiamo alla figura del presidente storico del Touring Club italiano, Luigi Vittorio Bertarelli, questo è proprio evidente. A partire da questa esigenza che aveva lui innanzitutto, di vivere lui per primo e di comunicare anche agli altri questo senso etico di appartenenza allo Stato italiano, a questa patria finalmente conquistata, finalmente riunificata, nasce il Touring Club italiano, un’associazione che ha come scopo quello di diffondere ad esempio la pratica del velocipedismo, le pratiche sportive vissute innanzitutto come un mezzo di elevazione morale personale. Quindi c’è un’idea in fondo anche qui un’idea religiosa, un’idea etica e religiosa che, completamente diversa, radicalmente diversa da quella cattolica, è però interessante perché, e chiudo, anche a partire da un’esperienza come questa, da una cultura completamente diversa, l’esito è molto simile. Anche il Touring Club, infatti, svolge alla fine un ruolo sussidiario, più o meno consapevole, nei confronti dello Stato, perché il Touring Club, in un momento in cui l’Italia ovviamente deve fare fronte alle esigenze anche logistiche, alla viabilità, alle infrastrutture, quindi a unificare veramente anche da questo punto di vista il territorio, il Touring Club svolge un ruolo sussidiario fondamentale, perché quelli del Touring Club, in tutte le sedi dislocate sul territorio italiano, segnalano le strade da rifare, finanziano la costruzione di strade, sviluppano la conoscenza del territorio, pubblicano le guide. Questo è un esito che, da un certo punto di vista, è molto simile, perché è come se, sia tenendo conto di una tradizione cattolica sia tenendo conto di una tradizione assolutamente laica, alla fine lo Stato finisce per avere bisogno di persone che, da storie diverse,, si mettono in moto e creano aggregazione, creano realtà sociali che servono a tutti.

MATTIA SAVOIA:
Se è una domanda flash, uno dei due.

DOMANDA:
Oggi la cultura cattolica e la cultura civica si possono identificare? Ecco, possono convivere insieme? Questa è la domanda.

MATTIA SAVOIA:
Per questa domanda rimanderei all’ultimo Caffé Letterario italiano, che si occuperà più dell’attualità.

MARIA BOCCI:
La prima domanda di Cristina chiedeva perché a un certo punto i cattolici si rendono conto che è necessario essere presenti in Parlamento, tra l’altro questa domanda si interseca moltissimo con quella sulla Rerum Novarum. La Rerum Novarum, infatti, interviene, influisce anche su questa decisione, perché se i cattolici incominciano a combattere alla fine dell’800 soprattutto per la giustizia sociale, se incominciano a combattere perché, come dice la Reurm Novarum, all’operaio non sia sottratta la giusta mercede, perché sottrarre la giusta mercede all’operaio grida vendetta a Dio, perché se i cattolici cominciano a pensare, come i socialisti per altro, che non si possono pagare meno le donne anche se fanno lo stesso lavoro degli uomini e non si possono far lavorare i bambini nelle manifatture per tutte quelle ore, se i cattolici incominciano a pensare che bisogna intervenire in questi settori, questo significa che cominciano a prendere coscienza che sono necessarie delle riforme e le riforme si fanno in Parlamento, non c’è un’altra strada. Allora perché lasciare il Parlamento italiano in mano a gente che non ha sensibilità per queste cose? Sono soprattutto i giovani cosiddetti democratici cristiani che incominciano a dirsi queste cose, Murri, Sturzo, Meda, che è uno dei figli dell’intransigentismo cattolico, un avvocato milanese che dirigerà il movimento cattolico a Milano, perlomeno dopo don Davide Albertario, quello della prima intransigenza, quello che diceva che i cattolici non dovevano avere nulla a che fare con lo Stato usurpatore dei diritti del papa. Ma non si può aver nulla a che fare con lo Stato, se si vuole migliorare la vita degli italiani, bisogna entrare in Parlamento, perché lasciare il Parlamento italiano a coloro che pensano che le cose vadano bene come sono? Non si può. Questo è quello che mi sentirei di dire, però questa mia risposta si interseca inevitabilmente con la questione della Rerum Novarum.

EDOARDO BRESSAN:
La Rerum Novarum è il punto di svolta come tutto il magistero di Leone XIII, e oltre all’effetto straordinario di cui ci parla Bernanos, c’è proprio un ripensamento della posizione dei cattolici nella società. La società non è immutabile, non c’è una gerarchia preesistente che non possa essere modificata in ragione della giustizia. C’è un principio di giustizia che deve animare le relazioni sociali, questa è una cosa straordinaria che nella Reurm Novarum viene riferita direttamente a Tommaso. Se l’ordinamento delle relazioni sociali non è separabile dalla giustizia, allora il lavoro non è una merce, il lavoro non può prescindere dalle esigenze fondamentali e insopprimibili delle persone e delle famiglie, dei minori e degli anziani, e allora, come diceva bene Maria Bocci, allora bisogna cambiare, bisogna fare le riforme, e chi le fa? Non può farle se non quello che è diventato il nuovo e irrinunciabile soggetto politico del mondo moderno, cioè lo Stato, quindi l’intervento dello Stato a questo punto non è soltanto possibile ma è doveroso, proprio per ristabilire quel principio. E la seconda osservazione direi altrettanto importante, è che l’intervento dello Stato, come di tutti gli attori pubblici, è pensabile soltanto in una prospettiva di sussidiarietà. Il termine verrà, diciamo, concettualizzato più tardi ma è già presente, perché c’è un’anteriorità della persona rispetto allo Stato, le relazioni sociali sono originarie, la vita delle comunità locali, delle città come delle piccole comunità delle Alpi, è precedente la stessa organizzazione politica, e quindi un intervento che voglia ristabilire la giustizia non può rompere questo equilibrio ma lo deve rispettare. Questa è la grande scommessa, che risulta come frutto successivo di tutta la riflessione di Toniolo, del programma di Milano del 1894, questa grande parola d’ordine che fu la grande parola di speranza della fine dell’800 italiano, la Democrazia Cristiana, cioè un ordinamento veramente a misura del popolo ma che proprio perché cristiano, e quindi fondato sulla natura vera dell’uomo, ne sapesse rispettare fino in fondo la fisionomia, e quindi per questo anche i diritti.

DANILO ZARDIN:
Se c’è ancora qualche minuto, volevo fare una battuta telegrafica su questa domanda importante che è stata fatta sul tema della crescita del controllo dello Stato. Questo controllo che comprime la libertà dell’Io, che ha paura della fantasia del popolo, è un tema molto importante. Io suggerirei di vederlo anche in chiave storica. Per questo mi sembra che, anche da tutta la ricchezza del materiale che è confluito nella mostra, emerga questa ipotesi che il monopolio statale, l’estensione globale della giurisdizione del potere politico non è esistita da sempre, non è l’unica forma che la realtà dello Stato ha conosciuto nel corso della sua esistenza. E’ piuttosto una realtà che si è instaurata nella storia, attraverso un processo di costruzione, di sviluppo. Il monopolio dello Stato era debole, forse marginale nella realtà sociale dell’Italia dell’ultimo Medioevo, della primissima età Moderna. E’ un modello di rapporto tra stato e società che si è affermato solo gradualmente, successivamente, che ha raggiunto il suo culmine probabilmente neanche con l’avvio dell’Italia Unita, neanche nel primo liberalismo, diciamo, nel liberalismo puro, perché il liberalismo puro è il modello di un potere che garantisce rispetto a delle regole, che aiuta l’avventura umana di ogni soggetto, della persona umana, che viene tutelata, rispettata nei suoi diritti fondamentali, non è il modello di una ingerenza totale, esclusiva dello Stato. Il monopolio statale è frutto di una fase storica forse successiva all’avvio della storia dell’Italia unita, che nel fascismo, nella parentesi tra le due guerre, ha conosciuto un momento di intensificazione drammatica, brutale, massiccia, che ha prodotto effetti anche devastanti, come la seconda sezione che commenteremo domani mostra con grande evidenza. E’ forse solo in questa fase che il modello di un assolutismo statale, diciamo così, che invade il campo dell’educazione, del controllo del lavoro, dell’assistenza si afferma in modo compiuto e questo statalismo invadente poi rimane vivo come eredità storica che, dal fascismo, si è trasmessa anche alla fase successiva, condizionandola anche in modo pesante. Mi sembra importante anche questo sguardo storico, questa capacità di vedere, di non assolutizzare, in una specie di dimensione atemporale e fuori dal tempo, la realtà di un rapporto squilibrato tra il potere e la società, tra lo Stato e la vitalità dei soggetti sociali che, in una fase storica precedente, ha probabilmente conosciuto una libertà, una elasticità, una ricchezza di rapporti molto più ricca, molto più intensa di quanto noi oggi immaginiamo, ragionando con le categorie del nostro tempo presente.

MATTIA SAVOIA:
Grazie. Ringrazio i professori. Prima di lasciarci vi ricordo due appuntamenti: il primo è il Caffé di domani, alla stessa ora, 13.45, qui, che avrà come tema la seconda sezione, i tempi del fascismo, sempre con i professori Bocci, Bressan e Zardin. Invece sempre domani, alle 11.15, in sala B7 ci sarà l’incontro di presentazione della mostra, intitolato “L’Italia Unita, Storia di un popolo in cammino”, con Giuliano Amato, la professoressa Bocci, Marta Cartabia, anch’essa curatrice della mostra, e Giorgio Vittadini. Grazie e arrivederci.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

22 Agosto 2011

Ora

13:45

Edizione

2011

Luogo

PAD. B5
Categoria