TESTIMONIANZE DI FRONTIERA - Meeting di Rimini

TESTIMONIANZE DI FRONTIERA

Testimonianze di frontiera

Partecipano: Horacio Morèl, Direttore Educativo dell’Opera Padre Mario Pantaleo; Marco Pozza, Sacerdote della Parrocchia del carcere “Due Palazzi” di Padova. Introduce Davide Perillo, Direttore di Tracce.

 

DAVIDE PERILLO:
Bene, buon pomeriggio e benvenuti a questo incontro. Il titolo è semplice, ma dice molto “Testimonianze di frontiera”. La frontiera come stiamo imparando non è solo un posto fisico, un luogo fisico, è anche quel punto misterioso e bellissimo in cui può succedere quello di cui stiamo discutendo al Meeting, può succedere un incontro in cui una proposta viene trasmessa, viene comunicata all’altro e l’altro può accendersi grazie a quello che incontra. E testimonianza perché la testimonianza è sempre stato e sempre continua ad essere il modo più limpido, più netto, più facile, più semplice attraverso cui si trasmette qualcosa, si può comunicare qualcosa. Fatti così belli, così affascinanti d poter interessare, colpire, attirare la libertà dell’altro, come stiamo imparando. Fatti, è sempre stato così, il metodo di Dio è sempre stato questo. Ma è ancora più urgente adesso, perché siamo tutti consapevoli che per comunicare quello che stiamo vivendo e per rendercene conto non bastano più le parole, non servono più le parole, le prediche, i discorsi, la testimonianza è fondamentale. Come ci ha ricordato il Papa nel suo messaggio di saluto al Meeting: invitandoci ha usato questa espressione “aguzzare la vista per scorgere i tanti segni più o meno espliciti del bisogno di Dio come senso ultimo dell’esistenza, così da poter offrire alla persona una risposta viva alle grandi domande del cuore umano”. Allora noi abbiamo provato ad aguzzar la vista, proviamo ad aguzzar la vista in cerca di questi segni e incontriamo degli amici così, e se guardiamo dove guarda il Papa è più facile e guardando dove guarda il Papa abbiamo deciso di invitare qui anche gli amici che sono qui oggi e che vi presento. Alla mia destra c’è don Marco Pozza, che vi prego di salutare con un applauso, che a 37 anni è non cappellano, ma parroco del carcere di Padova “I due Palazzi”, dopo ci spiegherà perché parroco e non cappellano, che è un luogo, come tutti siamo colpiti e impressionati dalla modalità con cui si muove il Papa quando va a visitare un posto: uno dei primi posti, quasi sempre il primo dove entra è il carcere. È la modalità con cui si pone in rapporto con le persone che sono i carcere la prima cosa che dice, che ricorda a se stesso “ma potrei esserci io qui al posto vostro” e questo genera subito una possibilità di rapporto. Don Marco vive e lavora con tanti suoi colleghi sacerdoti nel carcere di Padova, che è un posto che per il Meeting è familiare, che conosciamo già da qualche tempo, ma come vedremo non si smette mai di imparare, di restare sorpresi e colpiti da quello che succede, che è sempre nuovo in un posto come quello, come ci racconterà lui. Mentre invece dall’Argentina viene l’altro nostro ospite, che è Horacio Morèl, che è nato nel ’66, è sposato, ha cinque figli ed è uno dei responsabili di una grande opera sociale che è l’Obra di Padre Mario Pantaleo, che è un prete italiano, come ci racconterà lui, un sacerdote italiano di Pistoia, che si trasferì in Argentina e in Argentina in una zona povera di ricchezze, ma ricchissima di umanità ha costruito man mano quest’opera, ha fatto nascere quest’opera che adesso è diventato qualcosa di imponente dal punto di vista educativo, do qualche numero, ma i numeri servono soprattutto a rendersi conto che dietro ognuno di questi numeri c’è una storia, una persona, un miracolo che accade, una frontiera che si spalanca. È un altro che incontra qualcosa, se non sbaglio – correggimi tu – ma c’è una scuola con tremila alunni, c’è una serie di scuole con circa tremila alunni, c’è un piccolo ospedale ambulatorio con quarantamila visite all’anno, c’è una casa di riposo per anziani e c’è una rete sociale, attività sportive, una piccola città, un posto dove viene proposto a chi arriva lì di incontrare il tesoro che conta per la vita. Allora li abbiamo invitati perché ci raccontassero cosa vuol dire testimoniare, che cosa vuol dire proporre all’altro il tesoro che abbiamo tra le mani che serve per vivere. Iniziamo dal racconto di don Marco e dal racconto di quello che succede nel carcere di Padova, iniziamo con un video che lui ci ha portato, che prego la regia di far partire, che racconta un po’ com’è la situazione di là.

DON MARCO POZZA:

Video

“Conosco bene l’uomo, sono io che l’ho fatto. È uno strano essere perché in lui gioca quella libertà che è il mistero dei misteri. Gli si può ancora chiedere molto, non è troppo cattivo, ma quello che non gli si può chiedere, Dio buono, è un po’ di speranza, un po’di fiducia, insomma un po’di distensione, un po’di resa, un po’ di abbandono nelle mie mani, un po’ di desistenza. L’uomo si irrigidisce sempre.” Quando ho letto questo passaggio tratto da “il mistero dei santi innocenti” di Charles Péguy citato nella Bellezza Disarmata di Don Julian, non ho ben capito se erano i miei occhi che leggevano queste parole oppure se erano queste parole che stavano leggendo la mia vita, perché anche stavolta ho sperimentato qual è la ricchezza, qual è la bellezza, qual è il prezzo della letteratura, che leggendola ti permette di leggere e di capire meglio quella che è stata la tua storia. All’oggi c’erano due possibilità per cercare di dare voce, di prestare la voce, a questi miei fratelli, a questi nostri fratelli, che vivono dietro al ferro, al cemento delle patrie galere. La prima era la più semplice: era cercare di raccontare tutto quel bene che nasce anche dentro alle immondizie, perché io vi chiedo scusa ma appartengo ad un casato che arriva direttamente dagli uomini della Sacra Scrittura e passa attraverso Gesù Cristo, dove la gente, certa gente, c’ha una capacità, dentro l’immondi8zia di scoprire la lucentezza di una perla preziosa. Però questa sarebbe stata non dico una cosa banale, sarebbe stato un aggiungere qualcosa a quel mare di conoscenza che tutti voi già conoscete e delle quali io sono debitore a quel gruppo di amici che vent’anni fa, molti anni prima io, che la nostra diocesi mettessimo piede in carcere, hanno fatto una scommessa meravigliosa, che oggi, nonostante quello che voi potete leggere, per me è una scommessa che è stata vinta e la scommessa è stata questa, che l’uomo caduto per terra se tu lo ami può rimettersi in piedi e tornare a risorgere. Questa era una cosa bellissima ed è una cosa della quale c’ho la percezione, mi è stato raccontato e l’ho toccato sulla mia pelle, che al Meeting di rimini è una conoscenza che c’è già non nell’intelletto, c’è nel cuore. L’altra alternativa era molto più difficile, però ho scelto di fare quella, perché a me se vedo un fuoco, non mi piace buttarci l’acqua, mi piace buttarci un po’ di benzina, mi piace anche un po’ rischiare la faccia. L’alternativa era semplicemente questa: cercare di raccontare che cosa questo pugno di persone che – direbbe Mosè – “c’hanno la cervice dura, Signore”, che cosa questo pugno di persone sta compiendo – il miracolo è eccezionale – sta compiendo dentro al cuore durissimo di un prete che a trentadue anni si è trovato a spendere gli anni più belli del suo sacerdozio in quel posto maledetto che fin da bambino mi avevano insegnato ad odiare. Perché la mia eredità – in questi giorni ci state parlando tantissimo sul concetto di eredità, ci sono delle eredità economiche, ma ci sono anche delle eredità di pensiero – e io arrivo da una terra splendida, una terra invidiabile, una terra dove dentro batte forte il cuore artigiano una terra di fede che è il nord-est, dove a volte ci sono anche delle pagine di letteratura che non corrispondono alla realtà. E io ero stato educato con questa eredità: che gli uomini sbagliano, se sbagliano devono essere messi dentro la cella, e tu quella cella la devi chiudere con la chiave, la chiave devi buttarla nel mare. Questa era la mia eredità. Oggi ho scelto di partire da qui per un semplice fatto: perché la mia salvezza, forse in maniera borghese, il mio Vangelo in borghese, è passato attraverso quella splendida frase dello scrittore Goethe, che c’era nel mio cuore molto prima che venisse scelta come titolo del Meeting di Rimini del 2017. C’era fin dai primi giorni in cui sono diventato sacerdote ed è bellissima, perché dice: “Quello che tu erediti da tuo papà, riguadagnatelo, per possederlo”. La mia eredità, sono stato costretto a metterla in gioco con questa gente e sto facendo una scoperta bellissima: che per poter dire che io sono un erede, non è sufficiente a ricevere un’eredità da mio papà, da mia mamma, da mio nonno, da un mio amico, ma è necessario che quella eredità, che nel mio caso è il dono bellissimo, invidiabile, me lo tengo geloso: il dono di aver incontrato Cristo, ma di averlo incontrato ancora mentre ciucciavo il latte dal seno di mia madre, di averlo respirato dentro la tradizione contadina- montanara dei miei nonni. Questo dono invidiabile, se non volevo che diventasse una lettera morta, e voi vedete che anche nella Chiesa le lettere morte addormentano, non riescono a far battere il cuore, dovevo, come dire, – diceva don Giussani – dovevo farlo diventare la partita seria della mia vita, dovevo accettare di prendere la mia fede, che io pensavo fosse una fede adulta, una fede creduta, e metterla alla prova con quella gente che io non amavo. Ed ecco allora il primo di tre semplicissimi pensieri, perché i poveri mi stanno insegnando – non ho ancora imparato molto bene – ma mi stanno insegnando a semplificare tremendamente i concetti, perché l’unico dogma che i poveri conoscono è la carne. Quello che tu percepisci è la verità. E il mio primo piccolo pensiero è proprio questo. Qual è l’esperienza che sta facendo un prete che c’è entrato e sta scoprendo una cosa bellissima: che i poveri, diceva Alex Zanotelli – che non mi piace quando fa politica, però ha delle intenzioni bellissime – quando diceva: “Un giorno i poveri ci evangelizzeranno”. Questo è quello che sta accadendo a me. Sta accadendo che ad un figlio di Paolo di Tarso, arrogante, impertinente, certissimo delle sue tantissime certezze, è accaduto di incontrare dei poveri che gli stanno facendo capire che è meglio avere un dubbio in più che una falsa certezza dentro il cuore, anche se l’oggetto della conoscenza fosse Dio. E allora l’immagine bellissima di Nicodemo è quella che io sto rivivendo nella mia fede bambina in carcere, una fede che certe volte mi fa piangere, una fede che certe sere, quando me ne torno col magone, con il peso delle confessioni, delle storie lancinanti che popolano il nostro carcere… Ogni tanto la sera guardo in faccia a Dio e litigo con Dio, perché la mia storia d’amore (la fede è una storia d’amore) non è una storia d’amore semplice, è una storia d’amore che funziona come tutte le storie d’amore che sono qui dentro oggi. Anche io a Dio ogni tanto dico: “È meglio se per un po’ di tempo non ci frequentiamo, stiamo un po’ distanti, a vedere se ci manchiamo”, perché, sperimentando l’esperienza di Nicodemo, è questa la mia fatica in carcere, la fatica di capire che cosa significa “dovete rinascere dall’alto. La mia mamma, il mio papà trentasette anni fa mi hanno fatto nascere, la mia nonna mi ha fatto trovare il corredino, il corredino nuovo di stecca (sono il primogenito di casa). Ma in carcere sto scoprendo una cosa bellissima: che non basta nascere una volta per dire di aver vissuto da uomini sognati da Dio. E allora, se accettate questa immagine, Nicodemo quel giorno a Gesù ha detto: “Ma com’è che succede? Cioè, devo fare la retromarcia? Devo entrare nel grembo di mia mamma un’altra volta?”. E Gesù gli parla di Spirito Santo e dice: “Sarà l’amore che è capace di trasformarti”. Ecco, la mia fortuna sfacciata di sacerdote è stata questa: di essere stato sedotto da Dio fino al giorno in cui sono diventato sacerdote, facendomi credere che avrei avuto la vita che sognavo. E il giorno dopo, da grande seduttore qual è Cristo, mi ha aperto la finestra e mi ha detto: “Da oggi comincerai a sognare la vita con i sogni che io ho nel cuore per te”. Ed è la frase che stamattina mi è piaciuta tantissimo. Complimenti a chi ha organizzato quella bellissima mostra su Claudio Chieffo, quando a un certo punto diceva: “Un giorno un maestro di musica mi ha detto che la musica, se non è una finestra che apre sull’infinito, è semplicemente rumore”. E, siccome io sogno che la mia vita non sia rumore, ma almeno per un povero, per uno, ma ne basterebbe uno, fosse una finestra che apre sull’infinito, avrei dovuto fare i conti con questa gente, la quale – e qui nasce la seconda accezione meravigliosa, gente che mi costringe, (io sarei un intellettuale per natura, anche se sono figlio di gente che lavora la terra) – mi costringe alla realtà della storia. E qui è difficile per me non sentire l’eco di quella bellissima intuizione che Papa Francesco certamente ha respirato anche nei libri di don Giussani, ve lo dico apertamente, e questo rende il mio incontro con don Giussani ancora più bello. Io non appartengo al Movimento di Comunione e Liberazione, non appartengo alla Fraternità. Don Giussani per me era semplicemente un prete come tanti altri. Ho percepito la bellezza, anzi, il carisma, di più, la freschezza del suo cuore abitato dentro le parole di qualche testimone che l’aveva incontrato e che mi ha fatto capire, mi ha fatto capire una cosa bellissima: che l’eredità lasciata da don Giussani oggi sopravvive perché c’è un popolo di gente che è capace di riguadagnarsela. E lì mi piaceva tantissimo questo: quando don Giussani diceva che il cristianesimo ci permette di vedere di nuovo la realtà, quella che tutti vedono, ma ci permette di vederla con degli occhi diversi, ci permette dentro alla realtà di fare esperienza di quello che accade tutti i giorni. C’è gente che vede il sole e dice: “È un puntino giallo!”. C’è gente che vede un puntino giallo e dice: “È il sole!”. E a me questo piace tantissimo, perché penso che questo è anche il piccolo miracolo, perché è un miracolo, nel senso che non ci appartiene. Noi siamo stati dei postini, tanta gente. Il testimone è un postino. Il miracolo che è successo nella nostra piccola realtà di Padova, dove ad un certo punto, quando tutti vedevano il male, c’è stato qualcuno – e io ci credo, ed è per questo che voglio bene a queste persone – che ha accettato di lasciarsi sorprendere da Dio e di mettere in gioco i suoi talenti laddove tutti vedevano perdizione. E per me questo – non me ne intendo di imprenditoria – significa essere capace di fare l’imprenditore di Dio. Essere capaci di generare sempre dei nuovi inizi dentro ad una storia che tutti direbbero “è sempre la solita storia”. E questo, lo concludo, questo secondo concetto, perché l’esperienza che noi stiamo vivendo – e vi chiedo scusa nasce un po’ di gelosia – è che noi siamo avvantaggiati a lavorare con i poveri. Perché piaccia o non piaccia, se non hai un povero vicino che ti traduce il Vangelo, forse anche a te capita quello è accaduto a me, di scoprire, dopo che è accaduto, che per trent’anni tu hai letto il Vangelo come si guarda un film straniero senza sottotitoli. Lo guardi, vedi le scene, ma non capisci. Con un povero vicino, tu il Vangelo tu non solo lo capisci, ma lo percepisci sulla tua pelle. E dentro al carcere, se uno mi chiedesse: “Qual è stata la scoperta più bella, don Marco, che hai fatto finora?”, e certamente non posso non prendere in prestito le parole che tanto piacciono a don Carròn, che appartengono al genio poetico di Cesare Pavese, quando lui parlava del punto infiammato. Io penso che dentro all’esperienza della povertà, che, aprite bene le orecchie, non mi piace, non mi piace. Ma io con Dio so che non posso scegliere quello che mi piace, devo amare e farmi piacere quello che Lui ha deciso che è una gioia per me. Dentro all’esperienza del carcere c’è questo “punto infiammato” qua, che a me fa impazzire il cuore: la carnalità della parola di Dio. Ecco, io vi faccio una confidenza: io non sono un appassionato di cinema, ma ho guardato tre film in vita mia, uno di questi tre film, che è uscito nel 1994, l’ho guardato l’altra sera per la trentasettesima volta. Sono un incapace di film, ma di quel film so anche i respiri. S’intitola Il postino, di Massimo Troisi. Anch’io, come milioni di Italiani, sedotto dalla Beatrice Russo di allora, ho scoperto che dentro quel postino c’è forse la vita messa in poesia. E lì c’è una battuta meravigliosa che mi è costata qualche punto di condotta, quando l’ho citata ai tempi del Liceo Classico, quando la nonna di Beatrice va dal parroco e al parroco racconta la sua preoccupazione. Dice: “C’è mia nipote che è sedotta da questo postino, e sa, padre, dalle parole si fa presto a passare alle mani”. E dice questa frase qua, dice: “Questo postino con le metafore è riuscito a scaldare come una stufa mia nipote”. È bellissima questa immagine. Con queste metafore, cioè semplicemente con l’uso della parola, abitata però dal cuore, “è riuscito a scaldare mia nipote”. Io penso che i poveri con me stiano facendo la stessa cosa che il postino faceva con Beatrice, attraverso la loro vita, che è una metafora accertata nei Vangeli. Dice: “Come una pecora su cento che si è perduta”: è la nostra gente. Facendosi metafora di Dio, riescono a scaldare il mio cuore e mi fanno percepire il terzo e ultimo punto che volevo condividere con voi. Mi fanno percepire di essere dentro al nome di Dio. E, ve lo confesso, non è semplice, ci sono certe mattine che io devo alzarmi e la prima cosa che devo fare quando mi guardo allo specchio per lavarmi la faccia è di dirmi: “Ricordati, Marco, non so perché, ma ricordati che anche oggi Dio ha scelto di fidarsi di te, fidarsi di te con questa gente”. E a me questo piace, perché forse questa è stata anche una delle intuizioni meravigliose che l’altro giorno ho letto in un editoriale, in un articolo del Sussidiario. Io sono innamorato di questa testata giornalistica, dove c’è una cultura fresca, dove c’è una linea editoriale che non ha linea, dove c’è il cuore che batte nell’informazione. E lì si paragonava l’esperienza di don Giussani, l’esperienza di Ratzinger, di De Lubac, di Guardini, come questi grandi pensatori, che hanno visto nel cristianesimo e li citavano – un’espressione di don Giussani – una presenza presente. A me questo piace tantissimo, però vorrei vi veramente lasciare con il cuore innamorato e affaticato anche di un sacerdote. Perché ci sono giorni in cui Satana (io ci credo profondamente a Satana con la stessa certezza con cui credo nell’esistenza di Dio. Solo che Dio lo amo, Satana lo odio tremendamente) riesce ad averla vinta con me, e sono quei giorni in cui mi affaccio di fronte a quel cancello della nostra parrocchia e ho la sensazione che quello che sto facendo, che sto per iniziare a fare è tempo perso, che io non salverò nessuno e allora per vincere questa tentazioni, ed è anche la mia conclusione oggi, mi viene in mente quella bellissima pagina di Zaccheo che papa Francesco ha usato anche come lettera per i partecipanti a questo Meeting e che sono andato a rileggermi dentro quel testo di don Giacomo del quale il cardinal Bergoglio aveva fatto la prefazione, ancora prima che sapessimo che diventava Papa. E lui ad un certo punto cita un’espressione di sant’Agostino, quando, parlando di Zaccheo dice, Zaccheo fu guardato da Dio e iniziò a vedere. E’ meraviglioso questo. Zaccheo vede Gesù, Gesù vede Zaccheo, Zaccheo vede la sua vita in una maniera diversa da quella che la vedeva prima. Allora il mio augurio oggi è semplicemente questo: è il condividere un pezzettino di strada perché anche la mia eredità, anche la mia fede è una sorta di eredità . Me l’hanno lasciata in dono i miei genitori, la mia mamma che mi ha insegnato il padre Nostro, la mia nonna che mi ha insegnato l’Ave Maria e il mio papà che magari osando qualche aggettivo a volte magari ostile, mi ha fatto capire che dentro al suo animo comunque c’è un Dio in borghese che ci abita . MI piace tantissimo pensare che questa mattina mi alzo e per dire che sono credente ho bisogno ancora oggi di dirmi ma perché oggi Marco, tu decidi di credere in Dio? E tradotto con una frase che non so perché , ma come direbbe papa Francesco le cose del cuore non hanno un motivo , nascono, vengono fuori dal cuore, è una frase di don Lorenzo Milani. Chiedo scuso se magari non è l’ambiente giusto per citarlo, ma non ci sono ambienti sbagliati o giusto per citare i profeti di dio, vanno citati perché la loro vita è stata una testimonianza. Ad un certo punto con quella mancanza di non chalance che per lui era il tratto della profezia, ai suoi alunni un giorno don Lorenzo Milani disse, vedete ragazzi, c’è gente che mi chiede se io credo in Dio e lui rispose così: disse io non credo all’esistenza di Dio, pensate in curia a Firenze a si saranno già messo le mani nei capelli, per dire, l’abbiamo preso in castagna quest’uomo, ma dovevano lasciarlo finire di parlare. Ha detto io non credo all’esistenza di Dio: io a Dio gli voglio bene. E voler bene ad una persona è molto di più di credere semplicemente alla sua esistenza. Voler bene ad una persona è molto di più che credere alla sua semplice esistenza . E bussando alla porta di don Giussani, la mia conclusione è questa. Nella differenza tra credere all’esistenza o voler bene a una persona per me parroco di una fredda galera del nord est, in questi anni si sta giocando la partita seria della mia salvezza.

DAVIDE PERILLO:
grazie , grazie don Marco, questa lite con Dio è spettacolare. E adesso chiediamo a Horacio di raccontarci la sua di partita nella realtà dove è e che gli chiediamo di spiegarci e di raccontarci e a cui gli chiediamo di introdurci. Prego.

HORACIO MORÈL:
Grazie a tutti, vi chiedo perdono perché parlerò in spagnolo, meglio per me . Ok? Guardiamo prima un video.
Siamo un Paese di grandi contraddizioni, siamo conosciuti, abbastanza, come paese per il talento che abbiamo messo nel campo scientifico, anche nel campo sportivo e anche perché siamo un popolo molto solidale. Abbiamo 5 premi Nobel per la Pace, Medicina e Chimica. Purtroppo però siamo anche un Paese molto diviso, proprio dall’origine come Nazione. Negli ultimi anni, a causa dei governi populisti che hanno detenuto il potere all’interno del Paese, si parla della spaccatura, come la realtà culturale che domina la società. Siamo un Paese di migranti. Nel 1870 in Argentina c’erano 1 milione e 800 mila abitanti, in un territorio di 2 milioni e 200 mila kilometri quadrati, più o meno, per capire, 9 volte l’Italia. Da quel periodo fino al 1940 arrivarono al Paese 4 milioni e mezzo di migranti e tra questi padre Mario. La maggioranza di questi migranti proveniva dalla Spagna e dall’Italia ed erano soprattutto italiani per questo c’è un modo di dire popolare che dice che i messicani discendono dagli Atzechi, i peruviani discendono dagli Incas però noi argentini discendiamo dalle navi. In realtà il più grande rappresentante della letteratura argentina Louis Borgès, che il Papa aveva conosciuto personalmente diceva di avere forti difficoltà a sentirsi argentino perché nelle sue vene correva sangue italiano. Oggi la situazione è che siamo un paese di 44 milioni di abitanti ed il 32% è povero nonostante si producano alimenti in Argentina in una quantità tale che potrebbero bastare per quattro volte la popolazione. C’è quasi il 10% di disoccupazione e il divario che c’è tra i poveri e la quantità di disoccupati si può spiegare per due motivi principali. Il primo è che la società non genera impresa a sufficienza. Non c’è un input imprenditoriale che sia importante. L’altro motivo è che la politica statale estesa, di dare sussidi nei confronti della povertà ha ucciso il desiderio di molte persone di progredire nella vita. E i politici hanno visto in questa politica un modo di creare una dipendenza permanente di molto persone nei confronti dello stato. Oggi ci sono quasi 20 milioni di persone che ricevono qualche tipo di aiuto statale. E per questo qualche giorno fa mi è dispiaciuto molto leggere nell’ultima biografia che è stata pubblicata su papa Francesco scritta da un giornalista inglese che diceva che l’Argentina è una specie di promessa non mantenuta. Come abbiamo visto nel video padre Mario nacque in Italia nel 1915 e poi nel 1924 ancora da bambino andò in Argentina con la sua famiglia. Arrivarono a Buenos Aires su una nave che si chiamava Principessa Mafalda che tre anni dopo venne conosciuta come il Titanic d’Italia, perché affondò davanti alle coste del Brasile. Morirono 500 persone su quella nave, tutti i viaggiatori di terza classe e per quel viaggio e per la terza classe avevano anche i biglietti i nonni di papa Francesco assieme ai loro figli e tra loro anche il padre di papa Bergoglio. Ma un piccolo contrattempo li trattenne in realtà a Torino, perché loro avevano un caffè a Torino e l’avevano venduto per poter fare il viaggio in Argentina. Ma ancora non avevano riscosso l’ammontare della vendita e quindi furono costretti a posticipare il viaggio. E questo contrattempo li salvò dalla morte da annegati in quel viaggio tragico in Brasile. Dopo essere stato ordinato sacerdote in Italia padre Mario si offre come missionario e torna in Argentina. Lì la sua prima sede pastorale fu in alcune parrocchie e in alcuni ospedali. E’ in questo periodo che va a visitare gli ammalati tutti i giorni. E proprio lì comincia a scoprire di avere un dono. Un dono che gli permette di percepire il dolore fisico e spirituale delle persone. E’ anche di diagnosticare la malattia che hanno le persone. E in alcuni casi anche proprietà ci cura con l’imposizione delle mani. Questo lo fa dimenticare un personaggio piuttosto conosciuto. A quel punto molte persone si rivolgono a lui alla ricerca di una guarigione. Molte persone grate a lui per il suo intervento, tra cui anche la signora che abbiamo visto alla fine del video, la signora Perla. Arriva ormai padre Mario, lui ha già ormai 30 anni, e gli vengono diagnosticati sei mesi di vita ancora dai parte dei medici. Ma come abbiamo visto, è ancora viva la signora, ha 91 anni ed è ancora nelle prime fila nell’opera che aveva iniziato don Mario. Nel’72 Mario ha ormai 57 anni e comincia ad avviare questa opera sociale nella zona di Gonzales Catan, che per darvi un’idea è la zona più povera della periferia di Buenos Aires. E lì dà inizio a un lavoro di assistenza sociale alle persone, inaugura la chiesa, apre anche una casa di riposo, una scuola materna poi nel comincia a costruire un ospedale, una chiesa. E poi quando muore nel ’92, i suoi amici continuano a portare avanti l’opera e la fanno crescere ancora. Molti vecchi e nuovi amici hanno contribuito alla crescita di quest’opera. Non solo le persone grate a padre Mario per quello che ha fatto mentre era in vita, ma anche molte persone qui in Italia che per qualche motivo sono venute a conoscenza dell’opera e hanno poi dato un contributo. Per esempio la famiglia Oldrini, che nell’omaggiare la memoria della loro figlia ci hanno aiutato tantissimo per poter avviare diverse costruzioni. Dopo la morte di padre Mario, la famiglia che continua a portare avanti l’opera dimostrò di essere veramente capace di gestire professionalmente l’attività dell’opera ed erano anche consapevoli che in un certo qual modo dovevano assicurare il profilo cattolico dell’opera. E quindi cominciarono a cercare diversi aiuti da parte di diverse realtà ecclesiastiche. Passarono diversi anni e per vari motivi non c’erano ancora riusciti, fino a quando un’amica Eleonora, invita la signora Perla alla presentazione del ”Senso religioso”, il libro di don Giussani, che nel ’99 stava tenendo il card. Bergoglio. Alla fine della presentazione del libro la sig. Perla si avvicina al card. Bergoglio, si presenta. Bergoglio la riconosce subito perché l’Opera era molto nota a Buenos Aires. E semplicemente Bergoglio le dice che poteva contare su di loro. Per avviare una collaborazione. E così semplicemente, con un semplice incontro, cominciò la nostra amicizia tra Comunione e Liberazione e l’Opera di padre Mario. All’inizio il primo lavoro che abbiamo avviato è stato un lavoro assieme all’AVSI, creando la cosiddetta “ Plaza de Arte e Oficios “ , la Piazza delle Arti e dei Mestieri. E’ simile a quella che c’è anche a Torino. Sicuramente la conoscete. Per questo motivo anche l’amica Antonella De Giorgi arrivò per lavorare nell’Opera e con il passare del tempo, diversi di noi hanno cominciato a essere coinvolti, proprio nell’attività quotidiana dell’Opera. Padre Mario fondò delle scuole: scuole non confessionali, però non rinunciò mai a far conoscere Cristo anche ai bambini attraverso il catechismo. Per questo anni alcuni anni fa assieme a mia moglie Claudia, siamo entrambi catechisti, cominciammo a svolgere una catechesi in stile salesiano. Sapete, no, il cortile, i giochi. Una delle cose di cui ci siamo subito resi conto è questa, una cosa che è strettamente legata al tema del meeting. Cioè i bambini non sapevano chi fosse Gesù. Sembrava che dovevamo cominciare il catechismo proprio da zero. a livello proprio di kerigma. Questa stessa esperienza la ebbe anche Bergoglio, quando fece la sua formazione gesuita in Cile, e scrisse una lettera a sua sorella raccontando proprio le difficoltà molto grandi in cui vivevano i Cileni nel luogo in cui andava a fare il suo apostolato nel fine settimana. Scriveva che erano persone affamate, che avevano freddo, e a un certo punto scrive a sua sorella: “il peggio di tutto è che non conoscono a Gesù”. Come ha detto Fernando de Haro, nostro amico, viviamo un tempo in cui il Cristianesimo come forma di vita è quasi scomparso. Per questo in Paesi anche come i nostri, che hanno una grande tradizione di religiosità popolare, se non si fa rivivere io Cristianesimo, se non si rinnova come fatto sempre nuovo e attuale, c’è il rischio che la tradizione si perda. Fernando, nell’introduzione che ha scritto per il libro di Borghesi, diceva che esiste la Chiesa, che è ben tenuta in considerazione, esistono le istituzioni ed anche la morale cristiana, però quello che è veramente cristiano, un Avvenimento semplice, che accompagna e determina con la sua speranza la vita di un popolo, è qualcosa che… i tempi moderni hanno trasformato il cristiano in una specie di essere assurdo, solo pratico. Nella nostra esperienza di lavoro nell’opera di Padre Mario vediamo che c’è questo punto di speranza per tutte le persone che Dio ha messo nelle nostre mani lì, ma soprattutto anche per tutti noi stessi, ed è quel fatto di convertirsi in donne e uomini che hanno incontrato Lui. E questo è successo non per pietà d’animo, ma per la necessità imperante di essere veramente umani. Il nostro amico, Padre Charlie Oliveiro, uno dei famosi “preti di ieri” di Bergoglio, sempre dice che quando leggiamo il Vangelo, lo facciamo soprattutto perché ci interessa l’umanità di Gesù: vogliamo imparare a essere uomini come lo è stato Lui. La nostra presenza nell’opera di Padre Mario non è certo priva di problemi. All’inizio vi dicevo della spaccatura che caratterizza la vita degli Argentini: questo divario, che è molto ideologico, è presente anche lì, in un luogo dove abbiamo 650 dipendenti. Di fatto è l’opera sociale più grande di tutta l’Argentina. La metà di questi dipendenti sono docenti, formatori. Lo scorso Marzo -nel giorno 24 a Buenos Aires e in tutta l’Argentina c’è il festeggiamento del Giorno della Memoria, perché è l’anniversario dell’ultimo Golpe militare. Tutta la storia argentina del ventesimo secolo è la storia di una instabilità istituzionale con l’alternanza di governo democratico e golpe militare con governo miliare. E l’ultimo fu particolarmente terribile perché instaurò la repressione illegale, con conseguenti sparizioni di molte persone, con centri clandestini di detenzione, e con fosse comuni di corpi che venivano gettati direttamente nell’oceano- noi che siamo impegnati a favore della riconciliazione abbiamo proposto di svolgere un incontro dove avevamo invitato il figlio di un desaparecido e il figlio di un militare che è in carcere con l’ergastolo per aver commesso crimini contro l’umanità. Questi due ragazzi sono amici, e hanno creato un gruppo che lavora attivamente a favore della riconciliazione in Argentina. Purtroppo il sindacato dei docenti ci ha denunciati per apologia della dittatura, nascondendo il fatto che avevamo invitato anche il figlio di un desaparecido, e citando solamente che avevamo invitato l’amico, il figlio di un militare in carcere, e ci fu anche una protesta per la strada che è stata molto brutta: insomma non è stato un buon momento. Alla fine della giornata, dopo tutta questa tensione, Gabriel Laurino, che è il nostro Direttore Generale, andò un momento davanti al mausoleo di Padre Mario a pregare e a riposare. E in quel momento ci sono questi tre ragazzi che erano abbastanza sudati, si era accorto che erano tre giovani che erano arrivati fino all’Opera camminando, stavano facendo un pellegrinaggio. Quindi chiese loro da dove venivano. Avevano percorso quaranta chilometri per arrivare fino a lì. E chiese poi a uno di loro che gli raccontasse la sua storia, e gli chiese qual era il consiglio che poteva dare a lui come Direttore Generale di tutta l’opera. Questo ragazzo semplice, che proveniva dalla stessa Villa, dalla zona di Buenos Aires dove lavora Padre Charlie, rispose così: “non dimenticatevi mai che questo è un luogo sacro”. Alcune delle cose che ha detto Padre Pizzaballa mi hanno colpito veramente tanto, perché ci fa veramente pensare a qual è il motivo per cui lavoriamo in un’opera del genere. Alla fine della sua allocuzione ha detto così: “bisogna cominciare da quello che fa di noi una novità nella diversità.” Cioè non vogliamo cercare l’uniformità. E poi Pizzaballa ha aggiunto di ricreare il senso di comunità, che come avete visto alla fine del video, era esattamente il senso di Padre Mario. Stiamo cercando di vivere la comunità.

DAVIDE PERILLO:
Grazie! Ringraziamo i nostri amici tantissimo per un motivo… credo che sia emerso con molta chiarezza che in questo periodo in cui nessuno conosce più Gesù, neanche noi possiamo dire di conoscerlo fino in fondo. La possibilità di conoscerlo non è che qualcuno ce lo spieghi, non è possibile che accada così. Possiamo solo incontrarlo nella provocazione di vite cambiate, di fatti che ci accadono e che ci toccano, che ci scaldano il cuore, come diceva Don Marco prima. Come quei tre ragazzi che ti fanno riscoprire di colpo e ti riconsegnano tutto il significato di quello che stai facendo. È la realtà che ci riconsegna questa prospettiva, quest’ipotesi su di noi, è la realtà che ci fa riscoprire quanto abbiamo bisogno di Cristo. E allora si capisce bene quello che ricordavamo all’inizio, quello che ci dice continuamente il Papa sulla necessità continua di avere testimoni, perché è l’unica modalità con cui possiamo ri-incontrare il valore, l’importanza, l’urgenza, riscoprire quanto abbiamo bisogno della presenza di Gesù. Come arriva a noi la grande tradizione della fede? Come l’amore di Gesù ci raggiunge oggi? Attraverso la vita della Chiesa, attraverso una moltitudine di testimoni che da duemila anni rinnovano l’annuncio dell’avvenimento di Dio con noi, e ci consentono di rivivere l’esperienza dell’inizio, come fu per i primi che lo incontrarono. A me colpisce molto perché siamo insieme a due persone che si capisce come rivivano continuamente l’esperienza dell’inizio. E questo permette a loro di generare nuovi inizi là dove sono, per usare l’espressione che usava Don Marco prima. Generare nuovi inizi è quello a cui siamo chiamati, non replicare formule, ma vivere e generare vita, e mi colpisce perché questo accade con una modalità molto semplice, tanto intensa e profonda quanto semplice. Perché quello che han raccontato loro sono fatti di una dinamica semplicissima, che accadono in luoghi connotati da una semplicità drammatica, terribile per certi versi, ma semplice, senza costruzioni ideologiche, senza discorsi, la vita. E Padre Pizzaballa ci ricordava ieri, tra le tante cose del suo intervento bellissimo, una cosa che è riecheggiata anche nelle cose riemerse oggi. Don Marco prima ha usato un’espressione a un certo punto. Hai detto: “bisogna lasciare semplicemente di lasciarsi sorprendere da Dio, e mettere in gioco tutti i nostri talenti”. Hai detto così mi sembra. E Padre Pizzaballa ieri ha detto una cosa che è simile, analoga, anzi la stessa cosa: “bisogna ripartire da ciò che fa di noi una novità nella diversità”, come diceva lui prima. E questa grande operazione di diventare adulti, di personalizzare l’eredità ricevuta accade dalle piccole cose. Piccole come un talento, così come ciò che ti ho affidato ogni giorno passa per gli eventi che accadono nella vita. Allora questo grande compito che abbiamo, questa grande possibilità che abbiamo di riscoprire la presenza di Cristo dentro la storia, e di generare nuovi inizi –perché è di questo che il mondo ha bisogno e noi abbiamo bisogno- accade dentro la realtà che ci è data. E questa è la cosa più bella in assoluto, perché la stessa dinamica che vive tutti i giorni Don Marco entrando nel carcere di Padova, la stessa novità che si genera lì, la stessa novità che si genera nell’opera di Padre Pantaleo in Argentina possiamo viverla, sperimentarla e riscoprirla ogni giorno nelle nostre vite. E possiamo riscoprirla in questi giorni qui, per cui siamo grati a loro che sono venuti ad aiutarci in questo percorso personale, li ringraziamo ancora con un applauso… prego, prego, c’è…

MARCO POZZA:
Volevo ricambiare il grazie. All’inizio non ho ringraziato, perché politicamente sono scorretto, perché il mio modo per dire grazie dell’ospitalità è condividere un pezzo di strada, però voglio lasciarvi questo augurio per conclusione, ed è una frase che non so più neanche dove l’ho letta, ma mi piace sapere chi non l’ha scritta perché è una frase mia, perché le poesie, diceva Pablo Neruda, non è di chi le scrive, ma di chi sente proprie. E la frase diceva così: recuperate la memoria di quel momento nel quale i suoi occhi si sono incrociati con i miei – si parlava di Zaccheo. Ecco io penso che dai bassi fondi di una frontiera che a volte è il posto privilegiato per contemplare gli agguati di Dio, non ci sia augurio più bello, soprattutto quando la disperazione tenta di assalirci, di recuperare quel momento in qualsiasi storia d’amore, quella con gli uomini, con le donne, e anche con Dio, recuperare quel momento in cui i nostri occhi si sono incrociati con i suoi. E penso che lì sia nascosta la strada che porta alla salvezza. Grazie.

DAVIDE PERILLO:
Grazie, grazie don Marco. Il Meeting esiste per questo e vive per questo. E se ne prendiamo coscienza possiamo fare anche quei gesti che lo aiutano a vivere. Vi ricorda la cosa che ci stiamo ricordando in questi giorni, che è possibile aiutare il Meeting a vivere con un gesto molto semplice: donare qualcosa nei posti che vedete nelle postazioni “Dona ora” che sono presenti nei padiglioni della fiera. Non è qualcosa di formale, è qualcosa che aiuta ad essere quello che abbiamo visto anche oggi e quello che ci permette di imparare di più quello che stiamo scoprendo oggi. Grazie ancora e buon pomeriggio a tutti e buon Meeting.

Data

23 Agosto 2017

Ora

15:00

Edizione

2017

Luogo

Sala Illumia C3
Categoria