SUSSIDIARIETÀ POSSIBILE: WELFARE E FINANZA PER IL BENE COMUNE - Meeting di Rimini

SUSSIDIARIETÀ POSSIBILE: WELFARE E FINANZA PER IL BENE COMUNE

Sussidiarietà possibile: welfare e finanza per il bene comune

Sussidiarietà possibile: welfare e finanza per il bene comune

Partecipano: Letizia Moratti, Co-fondatrice della Fondazione San Patrignano; Marco Morganti, Amministratore Delegato di Banca Prossima – Gruppo Intesa Sanpaolo; Lester Salamon, Direttore del Centro Studi sulla Società Civile alla Johns Hopkins University, USA. Introduce Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà.

 

GIORGIO VITTADINI:
Buongiorno. Uno dei temi fondamentali di tutti i Meeting, e anche di questo, è la riflessione che noi non smettiamo di fare, oltre che sull’educazione, sul tema non profit, sussidiarietà e welfare. È una riflessione continua perché le mode vanno su e giù, ogni tanto se ne parla, ogni tanto no, ma per noi è un fattore fondamentale della crescita e dello sviluppo di una società. Soprattutto in un momento in cui, essendoci una crisi incombente, la risposta ai problemi della gente in termini di welfare diventa sempre più urgente. Diventa interessante anche perché domani ci sarà un incontro su questo tema, perché il Governo ha presentato delle linee guida per la riforma del non profit. Ma, da un po’ di tempo a questa parte, ci è capitato di incontrare personalità di questo mondo che hanno aperto lo sguardo e hanno allargato e approfondito il dibattito, perché, invece della solita discussione, comunque importante, tra pubblico e privato e tra privato e sociale, hanno messo a fuoco un tema interessante e cruciale, soprattutto in un momento di mancanza di fondi pubblici: come si finanzia il non profit? Come si finanzia un settore di questo tipo? In questo senso hanno portato una rivoluzione. È vero che questo tipo di settore si deve finanziare sostanzialmente con finanziamenti a fondo perduto, che siano trasferimenti dello Stato, donazioni, o non è vero che, in un’ottica più moderna, si possa pensare a qualcosa che, come abbiamo scritto nel titolo, si chiama addirittura “Finanza per il bene comune”, cioè pensare un intervento di tipo finanziario, con un ritorno di tipo sociale ridotto per questo settore, così da poter parlare di investimenti, di ritorno del non profit come una vera e propria realtà economica?
Io capisco che questo, ancora adesso per alcuni sia un tabù, perché ricordo che, qualche anno fa, ancora prima dell’inizio del nuovo millennio scrivemmo un libro dal titolo Non profit dimezzato, perché già l’idea di dire che un non profit potesse essere un’impresa sociale sembrava una bestemmia. Il non profit doveva essere semplicemente il volontariato, non doveva essere organizzato. Sono passati vent’anni ma non è che in certi ambienti la questione sia molto diversa, si pensa ancora che qualunque fatto che abbia, anche non distribuendo gli utili, un’organizzazione, della gente che lavora, un bilancio, sia fuori dal non profit, mentre non è così. A livello mondiale si può pensare che, esistendo un’impresa sociale, quest’impresa possa ricevere fondi, investire e dare un ritorno a chiunque gli dia questi fondi. Capite che questo è fondamentale perché altrimenti, anche se facciamo una riforma del non profit con le linee guida, ma non si mette a tema chi mette i soldi, è una coperta corta. Come è avvenuto molte volte in questi anni, si fanno tanti discorsi, poi, alla fine, mancano i soldi, quindi non si fa più niente. Capite com’è interessante e cruciale il dibattito di stasera, in cui abbiamo diverse persone, incontrate in questi anni, che riflettono organicamente su questo, operano su questo. Vorremo quindi stasera ricevere qualcosa di più chiaro da questo punto di vista, che ci possa servire anche per guardare globalmente il cambiamento del non profit.
Abbiamo tra di noi, innanzitutto, Lester Salamon, che, come sapete, è il teorico a livello mondiale del non profit, con i suoi studi alla John Hopkins dedicati ai censimenti del non profit a livello mondiale, dal punto di vista di occupazione, reddito e impegno di volontariato e che, da un po’ di anni a questa parte, nello studio delle nuove frontiere di questo tema, ha messo a tema proprio l’ambito della finanza del non profit, una finanza che possa avere investimenti e ritorni. Insieme a lui Letizia Moratti, che potrebbe avere tantissimi titoli, Ministro, Presidente della Rai, Sindaco di Milano, ma da sempre, impegnata in prima persona in una realtà modello di cui è co-fondatrice, San Patrignano, che non si è limitata a guidare ma di cui è stata uno dei punti di riferimento. Ci racconterà gli appuntamenti importantissimi cui ha dato vita anche a livello di Unione Europea. Quindi completerà il percorso che Lester Salamon ci farà in termini globali, mostrandoci come stiamo parlando di qualcosa di assolutamente nuovo. Terzo interlocutore di oggi è Marco Morganti, Amministratore Delegato di Banca Prossima, che ci presenta una banca che, anche prima che ci fosse questa riflessione, è partita in questo senso. Parlare di una banca impegnata in questo vuol dire parlare di un rapporto con imprese sociali. Siccome le banche giustamente possono aiutare ma non regalare niente, ci potrà descrivere operativamente cosa vuol dire operare nel campo di una finanza di questo tipo. Se c’è un settore che aiuta a passare dalle periferie al centro è proprio questo, perché stiamo parlando di settori che hanno a che fare con le persone che hanno più bisogno nella società, quindi sono settori che aiutano questo percorso dalla periferia al centro che è l’argomento di questo Meeting. Quindi un dibattito che è assolutamente interessante e centrale. Non perdiamo più tempo e diamo la parola a Lester, perché ci illustri questi temi.

LESTER SALAMON:
Grazie Giorgio, sono veramente lieto di trovarmi di nuovo qui, è la seconda volta che vengo al Meeting di Rimini e non smetto mai di sorprendermi per le attività e l’incredibile organizzazione. Quindi saluto tutti voi e mi congratulo veramente con gli organizzatori di questo evento annuale così importante.
Non c’è bisogno di raccontarvi che siamo in una situazione globale in cui il sostegno governativo e il supporto filantropico non crescono, addirittura sono in calo in tanti posti. Ci sono problemi di povertà e degrado ambientale che, comunque, si acuiscono giorno dopo giorno. Questo richiede una nuova modalità di finanziamento di attività che hanno fini sociali. Vorrei parlarvi stasera proprio di quello che secondo me è una rivoluzione per quanto riguarda il finanziamento delle attività a fini sociali, in tutto il mondo, con un respiro internazionale. Vi porterò delle buone notizie, forse, una rivoluzione ancora non completata, ancora in stadio embrionale, se vogliamo, ma è un modo per fare fronte alla riduzione del sostegno statale, alla mancanza del sostegno filantropico, cercando di fare leva sulle risorse della comunità capace di investimenti privati, che, dopo tutto, è dove risiede la ricchezza della nostra società.
Vorrei fare cinque cose con voi: innanzitutto spiegarvi brevemente che cosa sta succedendo in questo campo, perché credo sia qualcosa di eclatante. Poi vi spiegherò anche perché sta succedendo proprio adesso tutto questo e vedere anche se è destinato a sopravvivere o meno e poi vi spiegherò alcuni sforzi che ho fatto per cercare di dare un senso a questo fenomeno che, secondo me, è proprio in atto nella finanza a fini sociali. Vi farò vedere anche materiale che ho recentemente pubblicato e prodotto. Poi vi parlerò di alcuni degli ostacoli che ancora rimangono, perché è una rivoluzione non ancora completata, che ha bisogno di tanto lavoro ancora, da parte di tutti quanti noi. Infine vedremo quale sarà il prossimo passo per garantire che questa interessante possibilità e prospettiva, questo finanziamento delle attività a fini sociali, possa aumentare e crescere per trovare una soluzione a tanti problemi del mondo.
Cominciamo col primo punto. Stiamo attraversando una cosa che, se io fossi fisico, potrei chiamare il Big Bang, un’esplosione di proporzioni gigantesche per quanto riguarda la finanza a fini sociali. Emergono tutta una serie di nuovi attori e strumenti che mai avevamo visto prima e che sono in atto per quanto riguarda le attività a fini sociali. Ci sono organizzazioni, ad esempio una nel Regno Unito, che è un “venture fund” a scopo sociale, oppure in Svizzera ci sono altri esempi, un’ “equity fund”, oppure il San Paolo a Torino, che è una fondazione emersa dalla privatizzazione delle Casse di Risparmio; poi, ad esempio, un’organizzazione indiana che genera del capitale azionario per investimenti in piccole-medie imprese nelle parti più povere dell’India. Oppure esempi dall’Olanda o da altri Paesi, dove si cerca di dare tecnologia alle organizzazioni non profit di tutto il mondo. Questo è il nuovo mondo della finanza a fini sociali, un mondo che sta proliferando e che ha tante risorse significative in tutto il mondo. Alla base di quest’enorme esplosione ci sono tutta una serie di cambiamenti molto significativi relativamente al finanziamento di attività a fini sociali. I più importanti sono quattro. Innanzitutto andiamo oltre le sovvenzioni per finanziare il non profit e altre attività a fini sociali. Con le sovvenzioni, una volta che i finanziamenti sono stati fatti, tutto finisce lì. Invece, si sono trovate modalità molto più efficienti per sfruttare le risorse e far leva su di esse. Arriviamo a quelle che sono delle forme di prestiti e garanzie sui prestiti, come azioni, la cartolarizzazione, sono tutte parole molto note nel campo della finanza ma non tanto nel campo delle attività a fini sociali.
Poi andiamo oltre il discorso dei lasciti, per esempio per aprire delle fondazioni. Emerge un nuovo fenomeno, la filantropizzazione attraverso la privatizzazione. L’Italia è stata leader con la creazione delle Fondazioni bancarie, ma è una cosa in corso in tutto il mondo. Andiamo anche oltre le fondazioni, per quanto riguarda le attività a fini sociali, cominciamo a vedere gli equity fund, i lone fund e tante forme di cartolarizzazione. C’è un incanalamento di fondi di investimento, c’è tutta una serie di organizzazioni, per esempio, di cui ho parlato precedentemente, che si basano su questo discorso. Poi andiamo oltre la liquidità per l’assistenza e sottolineiamo molto di più il potere dell’attività volontaria. C’è tutta una serie di attività che bypassano la liquidità, per collegare direttamente i vari soggetti agli sbocchi per determinati prodotti, per esempio attraverso Internet, come modalità per spostare delle risorse. Quindi emerge un nuovo paradigma, il concetto essenziale di questo paradigma è quello della “leva”, quel veicolo che consente per esempio a una fonte di potere debole di spostarne una molto più forte. Praticamente il concetto della leva, proprio dal punto di vista fisico, si può applicare alla attività a fini sociali così come alle attività che hanno uno scopo di lucro. Quindi è in corso questo nuovo paradigma. Se noi confrontiamo la filantropia tradizionale con le nuove frontiere della filantropia, ci sono tanti cambiamenti coinvolti. Innanzitutto parliamo di non basarci più sulle fondazioni e sugli individui ma su tutta una serie di fondi di investimento che raccolgono capitale e lo sfruttano per investirlo in attività a fini sociali. Andiamo oltre le sovvenzioni e l’utile operativo per concentrarci sul capitale di investimento, che si focalizza sulla crescita a lungo termine di attività che possono generare un profitto, un utile, un bene sociale nel lungo periodo. Ci spostiamo dalle sovvenzioni a tutta una serie sofisticata di veicoli di investimento, abbiamo tutta una serie di forme di finanziamento, alcune delle quali date da fondazioni, altre, invece, erogate da diversi enti di investimento con diversi livelli di rischio e di rendimento. Dal discorso incentrato sull’utile, ci spostiamo al sostegno di una serie di imprese sociali, tipo le cooperative sociali italiane. Ci sono entità e organizzazioni simili che emergono in tutto il mondo.
Dal rendimento sociale, passiamo a considerare un rendimento sociale finanziario, quindi organizzazioni che producono bene sociale ma anche un ritorno sugli investimenti degli investitori. Ci spostiamo da un mondo in cui si faceva un uso limitato della leva, perché venivano utilizzate le sovvenzioni, a un mondo dove, invece, espandiamo il potere della leva. Dalla produzione, per misurare il progresso e il successo, invece, passiamo alla misura dell’esito, del risultato di certe misure intraprese. Quindi emerge tutto un nuovo ecosistema. I beneficiari sono sempre gli stessi, però, a sostegno dei beneficiari, c’è una serie nuova di attori, nuove fonti di fondi che vengono appunto da altre tipologie di investimento nell’economia. Ci sono nuovi attori che mobilitano questi investimenti e questi fondi, poi utilizzano nuovi strumenti perché questi fondi possano avere un effetto sui beneficiari. Ci sono una serie di imprese sociali, cooperative sociali che intervengono per risolvere i problemi di carattere sociale ed economico. Tutto questo succede perché ci sono fattori che riguardano la domanda e altri che riguardano l’offerta. Quelli che riguardano la domanda esistono da tanto tempo, problemi sociali e ambientali che sono diventati sempre più aspri. Lester Brown, chiama, dal punto di vista ambientale, il nostro mondo “il nuovo inferno”.
Poi abbiamo il problema della limitazione delle risorse e quello dell’ascesa di imprenditori sociali che portino all’attenzione degli investitori idee concrete per risolvere certi problemi. C’è tutta una serie di fattori relativi all’offerta, oltre che alla domanda, cioè persone che hanno reagito e hanno cominciato a innovare, sia da noi sia da voi. Ci sono banche, anche qui in Italia, che hanno risposto, cercando di utilizzare il mercato per fini sociali. Poi abbiamo tutta una serie di altri concetti, per esempio quello pubblicato in India negli anni Novanta, che ha fatto la fortuna alla base della piramide. È riuscito a dimostrare che ci sono tutta una serie di modalità per ridurre il costo di tutta una serie di prodotti che servono a coloro che stanno alla base della piramide. Quindi si può risparmiare tanto per queste persone e dare un utile a coloro che commercializzano dei prodotti che possono essere utili a questa fascia della popolazione. Questo significa attivare tutta una serie di imprenditori che possono, ad esempio, mettere a disposizione un paio di occhiali per tre dollari affinché possano essere utilizzati dai bambini a scuola, oppure pannelli solari che non costino tanto e che consentano, nelle zone desertiche, di refrigerare i prodotti a un costo abbordabile. C’è tutta una serie di nuovi attori sul mercato, persone che, attraverso la tecnologia si sono fatti una fortuna. Sono persone che, indipendentemente dalla filantropia, vogliono agire in un certo modo, portando avanti nuove idee e nuove modalità di azione in questo campo. La crisi finanziaria, poi, è servita a portare avanti questi sviluppi perché la gente, a un certo punto, si è resa conto che la cosa principale non era accumulare capitale e arricchirsi sempre di più, ma trovare un significato nella vita e questo ha stimolato tantissime persone a rivolgere la propria attenzione e investire parte del proprio capitale in alcune attività filantropiche, per fini sociali. Questo fenomeno ha avuto tutta una serie di fattori che hanno cercato di spiegarlo. Vediamo come trovare risposte. Io ho cominciato a lavorare seriamente a questo problema e ho pubblicato due libri, uno che è difficile da sollevare, tanto è grande, New frontiers of philantrophy, praticamente la bibbia di questo fenomeno; è un testo veramente poderoso, con tanti concetti al suo interno, ma di cui abbiamo riassunto l’introduzione in un volume molto più conciso. Ci sono dei dépliant disponibili e domani, alle due, credo di essere in libreria per la firma dei libri, se siete interessati.
Poi abbiamo quest’altro libro, Leverage for Good, che è l’introduzione del precedente, in forma molto più concisa. Qui si evidenziano due categorie di fenomeni: da un lato nuovi attori che sono emersi nello scenario globale e, poi, tutta una serie di strumenti. La terminologia non è veramente quella che uno si aspetta di trovare in libri sulla filantropia, perché questi attori hanno nomi quali “aggregatori di capitale, mercati secondari, borse sociali, fondazioni, banche filantropiche, ecc.”, quindi sono termini poco utilizzati nella filantropia, oppure discorsi come quelli sulle obbligazioni, sui prestiti, sulle agevolazioni di credito, sulla cartolarizzazione e sugli investimenti azionari. Per alcuni possono sembrare molto strani questi termini. Cerchiamo di capire meglio cosa sono questi attori. Cominciamo con gli aggregatori di capitale, ovvero quelle entità che assemblano delle risorse finanziare per essere investite in attività a fini sociali. Assumono diverse forme, alcune si concentrano sul patrimonio netto, sull’acquisto di azioni per le aziende, altre si concentrano sui prestiti, altre sulle obbligazioni. Secondo noi questi aggregatori di capitale sono circa tremila, creati in tutto il mondo. Il loro valore attuale, a livello globale, è di trecento miliardi di dollari. Ci sono tante organizzazioni, dai nomi più svariati, nuove istituzioni finanziarie, che si sono focalizzate sulla necessità di mobilitare il capitale, da fondazioni o da individui privati, incanalandolo in imprese sociali promettenti, ad esempio per realizzare questi pannelli solari a poco prezzo, oppure i famosi occhiali a tre dollari di cui parlavamo precedentemente, cose che non esistevano in passato. Ci sono migliaia di aggregatori di capitale che emergono ormai in tutto il mondo. Poi potremmo parlare anche dei mercati secondari, che esistono per chi genera i prestiti. Quando una banca, un’organizzazione emette un prestito, per cinque-dieci anni, utilizza il proprio capitale, non può fare ulteriori prestiti. Quindi per rinfrescare il pool di prestiti si può usare la cartolarizzazione, si vendono delle obbligazioni che consentono agli investitori di acquistare i prestiti e, a questo punto, i proventi dalla vendita delle obbligazioni ritornano agli investitori originari. Habitat for Humanity, per esempio, un’agenzia che si basa sui prestiti per abitazioni nelle zone più povere, è un’organizzazione che si occupa dell’acquisto di strutture. L’agenzia utilizza tutto il denaro dei prestiti per acquistare questo materiale. Habitat, quindi, crea un programma a capitale flessibile dove acquistano i prestiti dei loro affiliati, li vendono agli investitori, ricevono capitale e lo ridanno all’agenzia, che, a quel punto, può emettere nuovi prestiti. È un processo molto importante e significativo a livello di investimenti. Questo è particolarmente importante quando parliamo di abitazioni, case ed edilizia.
Vediamo una serie di mercati secondari, per esempio Habitat for Humanity, oppure, in Bangladesh, troviamo un non profit che ha emesso obbligazioni per finanziare un mercato secondario per gli investitori del microcredito, utilizzando le tecniche del mercato per incanalare il capitale in attività con scopi sociali. Poi abbiamo l’esempio delle borse sociali, una nuova invenzione comparsa di recente. Probabilmente conoscerete la vendita di permessi per le emissioni del Carbonio in Europa, c’è già un mercato fino a novanta miliardi di dollari, che è una sorta di borsa per il Carbonio, utilizzando i crediti per le emissioni in modo da ridurre il tutto. Lo stesso concetto si sta allargando alle imprese sociali; a Singapore, ad esempio, si è creata una cosa chiamata Impact Investement Exchange, che funziona come una borsa, che deve incanalare i capitali direttamente nelle imprese sociali, che, altrimenti, avrebbero difficoltà ad attrarre e assicurare capitale d’investimento. Poi vorrei evidenziare tutta una serie di fondazioni che hanno iniziato ad agire e operare come banche filantropiche, fondazioni che hanno iniziato a occuparsi di cose che non fossero propriamente le sovvenzioni e i sussidi. Hanno rotto quella che, per tanto tempo, è stata definita la “Muraglia Cinese” tra il lato investimenti e il lato sovvenzioni. Per farlo hanno fatto ricorso alla base delle attività, sono andati oltre i sussidi, trovando degli strumenti alternativi per le loro azioni, poi sono andati oltre i P.R.I., cioè gli investimenti correlati ai programmi. Anche nel vostro Paese ci sono tutta una serie di fondazioni che agiscono come banche filantropiche, la CRT, la Fondazione Cariplo, che sono entrate in questo mondo. Poi abbiamo la Aaron Foundation da noi, negli Stati Uniti, che devolve il 100% della propria base di attività a questi investimenti sociali. Poi Fairbourne, un’altra fondazione americana che opera sempre in questo senso. Infine c’è tutto l’emergere delle cosi dette “fondazioni di conversione”, delle fondazioni che derivano dalla privatizzazione di alcune attività pubbliche, ad esempio molte sono di origine bancaria, perché c’è stata tutta una trasformazione del mondo delle fondazioni, adesso le fondazioni emerse in tutto il mondo dalla privatizzazione di imprese sono cinquecentotrentanove, con un totale di centotrentacinque miliardi di attività.
Mai erano emerse prima all’attenzione dell’opinione pubblica e questa è un’opzione per tanti Paesi, proprio quando si pensa ad una privatizzazione c’è la possibilità di avere questa risorsa di finanziamento delle attività a fini sociali, se la società civile dice ad un certo punto: “Se la privatizzazione ha comunque luogo, cerchiamo di utilizzare alcune risorse per la gente, di metterle in un intervento filantropico che possa sostenere la gente”. Vedete che c’è un fenomeno molto ricco a questo proposito, stessa cosa per quanto riguarda gli strumenti, oltre che gli attori. Abbiamo a disposizione tutta una serie di strumenti, ma mi focalizzerò su due in particolare. Da un lato abbiamo questa micro assicurazione: meno del 3% di coloro che hanno un basso reddito, nei Paesi poveri, ha la possibilità di avere accesso alle assicurazioni, quindi la gente non vuole assumersi rischi, le innovazioni sono basse ecc. A questo punto si è creata la micro assicurazione per l’innovazione: insieme alle assicurazioni si sviluppano dei prodotti che possono essere commercializzati alla base della piramide. Sono emersi dei programmi e dei piani per facilitare tutto questo. Ad esempio uno di quelli che mi piacciono di più è quello del programma alimentare dell’ONU, dove per esempio agli allevatori dell’Etiopia si permette di lavorare a progetti di irrigazione e si cerca di evitare il rischio di inondazione. Se per esempio si verifica un’inondazione vengono in qualche modo risarciti. Poi c’è tutta un’altra serie di strumenti, le obbligazioni d’impatto sociale e questa è una modalità per monetizzare i risparmi che il Governo può fare attraverso degli interventi preventivi perché si evitino certi problemi. Un esempio eclatante in questo senso è britannico, nel Regno Unito, dove il Governo si è dimostrato d’accordo a pagare per l’investimento di programmi che avrebbero ridotto il numero di recidivi tra i prigionieri. Tutti i rischi vengono assunti praticamente dagli investitori: loro avviano i loro programma di prevenzione, misurano i risultati e se ci riescono il Governo li rimborsa. Questo programma probabilmente costa un miliardo di sterline, per arrivare ad una riduzione del periodo di detenzione di tante persone, che dopo una primo periodo di detenzione commettono un secondo delitto. In questo modo gli investitori possono assumersi un rischio e lo Stato in qualche modo riesce a risparmiare, con l’intervento preventivo. Quindi tutta una serie d’interventi, tutta una serie di strumenti, ma non abbiamo menzionato gli ostacoli che ci sono alla realizzazione di tutto questo, tutta una serie di cose che devono succedere per superare determinati ostacoli, che sono molti.
Vediamoli. Per esempio, anche se ci sono queste bellissime nuove modalità di finanziamento delle azioni a fini sociali, c’è anche un aspetto negativo di tutto questo, quando si enfatizza il sostegno a programmi di servizio; sono programmi importanti, perché abbiamo bisogno di migliore istruzione, di migliori alloggi eccetera, però c’è tutta una serie di attività non profit che provvede alla mobilizzazione della gente. Negli Stati Uniti, per esempio, il movimento per i diritti civili, che ha attuato tanti importanti cambiamenti negli Stati Uniti, non ha realizzato scuole, case ecc., nemmeno formazioni, eppure ha avuto tantissimo impatto su gli afro-americani del nostro Paese più di qualsiasi altro programma di servizio. Quindi se ci concentriamo soltanto sul tipo di servizio e basta, magari qualche cosa d’importante va perduto nel non profit, bisogna stare particolarmente attenti a questo rischio; poi c’è la sfida, cioè quella che si trova nell’effettuare delle misure dell’impatto sociale. Noi usiamo dei veicoli finanziari con un ritorno sociale, sappiamo che per misurare il ritorno finanziario abbiamo degli strumenti adatti, ma non abbiamo strumenti così adatti per misurare l’impatto sociale e quindi il rischio è che il rendimento finanziario sia quello che domini la decisione. Invece dobbiamo trovare una modalità che misuri l’impatto sociale. Poi c’è un’attività nuova, ancora rappresenta un’attività di nicchia che rappresenta da venti, trenta miliardi all’anno di mercati di capitali, mentre normalmente parliamo di mercati di capitali di trilioni di dollari. Siamo ancora in un ambiente di nicchia e quindi prenderà piede molto lentamente. E poi c’è anche un altro problema: c’è più denaro disponibile per delle imprese a fini sociali, con azioni a fini sociali che per imprese con azioni da intraprendere. Quindi dobbiamo sviluppare nuove idee di azioni a fini sociali e poi dobbiamo andare oltre determinate assunzioni e ipotesi che sia facile ottenere dei rendimenti, oppure che ci si possa sostituire interamente all’intervento governativo, bisogna pensare appunto a quali saranno gli sviluppi futuri.
Quali sono i prossimi passi da fare, da compiere? Ce ne sono alcuni molto significativi. Ancora dobbiamo visualizzare bene la situazione, dobbiamo capire di cosa stiamo parlando, dobbiamo afferrarne le potenzialità, poi abbiamo il compito di pubblicizzare questi sviluppi in modo che la gente li possa capire. Poi occorre fornire degli incentivi, perché azioni di questo tipo non avvengono da sole, ma sia dal punto di vista filantropico sia dal punto di vista governativo vanno incentivate. Poi molto spesso bisogna anche capire che tanti non sono attrezzati per trarre vantaggio da queste nuove modalità di investimento, bisogna quindi renderli capaci di farlo, e poi infine dobbiamo riuscire ad effettuare gli investimenti e a trarne beneficio. Quindi, per riassumere, ci sono grossissime sfide davanti alle comunità globale. Attualmente abbiamo il terrorismo nazionale, il riscaldamento globale, la povertà, la deforestazione, ecc. e l’elenco è lungo. Gli strumenti che ho descritto non sono la panacea per risolvere tutti questi problemi, però secondo me possono essere uno sviluppo abbastanza promettente in uno scenario dove mancano le risorse, e dove tutti siamo sconcertati. Sicuramente non riusciremo a risolvere tutti i problemi del mondo, però almeno vanno liberate nuove energie, nuove fonti di energia. Questi sviluppi ora sono anche nella mente del Papa che nella sua Enciclica, ha proprio parlato delle organizzazioni non profit, dicendo che appunto offrono delle indicazioni molto importanti per il futuro. Questa è la citazione dall’Enciclica dove appunto anche il Papa è stato sensibilizzato nei confronti delle attività a fini sociali non profit, delle organizzazioni non profit. Sicuramente quello che ho descritto è in linea con tutto questo ma contemporaneamente c’è un aspetto di cautela da considerare che aveva ben presente anche il Papa: dobbiamo rimanere sempre vigilanti, vigili, perché la realtà che emerge non deve fare in modo che il profitto venga utilizzato per ottenere dei fini umani e sociali, e questa è la speranza della nuova frontiera della filantropia. Questo libro e tutto il lavoro che sto facendo stanno cercando di promuovere tutto questo. In un momento di calo delle risorse e delle aspettative, io penso che sia una delle speranze più promettenti che abbiamo. Grazie.

LETIZIA MORATTI:
Un ringraziamento a Giorgio Vittadini e al Meeting per avermi invitato ad ascoltare il Professor Salamon che è un’autorità mondiale in questo settore e eventualmente a portare qualche riflessione.
Parto dalle riflessioni che ha fatto il professor Salamon nella sua chiusura. Siamo certamente di fronte a una crisi profonda, una crisi mondiale. Solo alcuni numeri, ma per dare l’entità di questa crisi. L’anno prossimo scadono gli obiettivi del Millennio. Siamo lontanissimi dall’avere raggiunto quelli che ci davamo come obiettivi. Forse in alcune aree, nell’area della lotta alla malaria, alla tubercolosi, li abbiamo raggiunti, ma sicuramente non abbiamo raggiunto gli obiettivi del Millennio nella estensione dell’educazione primaria universale, non abbiamo raggiunto gli obiettivi del Millennio nella lotta alla mortalità infantile (siamo alla mortalità infantile da cui si partiva nel ’90, con un 87 per 1000; avremmo dovuto arrivare a un 29 e siamo a un 51, quindi siamo molto lontani). L’organizzazione mondiale del lavoro ci indica che abbiamo un tasso di occupazione che pre-crisi, quindi pre-crisi del 2007/2008, è sceso di un punto percentuale, quindi siamo al 55,7%. Le previsioni sono che avremo due milioni e mezzo in più di disoccupati all’anno, parlo di numeri globali naturalmente, per i prossimi anni. Quindi a livello mondiale, una crisi che è una crisi profonda, una crisi strutturale, una crisi che è da un lato mondiale e che dall’altro stiamo vivendo in maniera profonda anche in Europa. In Europa siamo in una fase sicuramente di recessione. Non è solo l’Italia il Paese che sta subendo questa crisi, è tutta l’Europa. D’altra parte, di fronte a questa crisi dobbiamo continuare a dare delle risposte. La Cancelliera Merkel dà sempre alcuni numeri che sono secondo me significativi e importanti. L’Europa rappresenta il 7% della popolazione mondiale, il 25% del PIL e assorbe il 50% del welfare mondiale. Come riusciremo a continuare a sostenere questo welfare con una popolazione che in Europa non cresce e un PIL che tende a contrarsi e a non crescere? Purtroppo questi sono i numeri. D’altra parte tutte le ricerche sul welfare ci indicano che noi abbiamo un gap tra la domanda di servizi di welfare e l’offerta di servizi pubblici di welfare che in Italia è stimata a circa 30 miliardi di euro, per arrivare a circa 80 in Germania e 170 in UK. Questa è la situazione della crisi di welfare nella quale ci troviamo. Insisto su questo tema perché questo è il tema, a mio avviso, più importante, senza nulla togliere agli altri temi, quindi al tema della sostenibilità ambientale e agli altri temi. Questo però è un tema che rischia in maniera drammatica di esplodere anche in tensioni sociali, se non si dovesse riuscire a continuare a sostenere il welfare al quale siamo abituati, il welfare che abbiamo.
Allora è ovvio che dobbiamo dare delle nuove risposte. Dobbiamo cercare delle nuove strade, che sicuramente vanno nella direzione indicata dal professor Salomon. Quindi strade che ci portano ad attori e strumenti diversi. Nel mondo ci sono delle iniziative che forse vanno in qualche modo raccordate. C’è sicuramente un’iniziativa importante che è nata in Europa dopo anni nei quali l’Europa era più protesa ai temi che riguardavano la concorrenza, la competitività, ai temi che riguardavano l’unione monetaria eccetera. Soprattutto su impulso del commissario Barnier ma anche del commissario Tajani e dal commissario Andor, si è arrivati al rilancio dell’economia sociale di mercato che è la base sulla quale l’Europa è stata costruita, è la base sulla quale la visione dell’Europa è nata, una visione che si è un po’ persa negli ultimi anni, la visione di un Europa fatta di solidarietà, di generosità, di sostegno tra i Paesi, quindi con grandi leader che hanno portato avanti questa visione che ultimamente si era persa. Su impulso soprattutto del commissario Barnier, ma seguito anche dal commissario Tajani e dal commissario Andor, si è rilanciata quest’idea dell’economia sociale di mercato con un’iniziativa che si è chiamata Social Business Initiative, che ha avuto diverse tappe ed è arrivata ad una tappa fondamentale con una dichiarazione che abbiamo fatto a Strasburgo nel gennaio di quest’anno, che impegna i Governi a sostenere l’economia sociale di mercato e che ha portato a una redazione del budget europeo 2014-2020 con importanti fondi destinati al sociale, alle imprese sociali. Parliamo di diverse centinaia di migliaia di euro di fondi destinati proprio alle imprese sociali, quindi fondi appositi destinati a dare linfa, energia e vigore al terzo settore, inteso in senso ampio. Questo è sicuramente un dato confortante, anche se bisognerà attendere di vedere quale sarà la nuova composizione della Commissione attuale, per capire se anche nella Commissione attuale queste linee guida, che erano state così puntualmente tracciate dalla Commissione precedente, avranno un’attuazione e si concretizzeranno in sostegni e progetti concreti.
Un secondo movimento altrettanto importante è la tax force del G8/G7, che è stata voluta dalla Premier Cameron l’anno scorso, durante il semestre di Presidenza della Gran Bretagna, che, guidata da Sir Ronald Cohen, sta lavorando con tutti i Paesi, non solo G7 e G8 ma anche con Paesi osservatori, rispetto a queste tematiche e che sta lavorando con advisory board nazionali, per arrivare ad avere un documento che abbiamo già discusso a Londra il giugno scorso e che sarà presentato in forma ufficiale il prossimo 15 settembre. Perché se voi avete visto anche dalle slide e dai concetti che ha espresso il Professor Salomon, giustamente la prima slide parlava di Big Bang, quindi di una specie di arena nella quale tutti insieme si stanno misurando. Attori diversi, strumenti diversi vanno messi a sistema, bisogna fare in modo che ci sia un quadro nel quale si possano ritrovare tutti con le loro diversità, specificità, ma che ci sia una armonizzazione di contesto, in modo tale che poi ognuno mantenga la propria autonomia, la propria specificità in un’armonizzazione che faccia sì che i diversi attori parlino tra di loro e i diversi strumenti siano compatibili. Perché nel momento in cui si emette un social impact bond, se non c’è il Governo che fa la parte iniziale di sostegno, una fondazione che magari prende in carico la prima parte di rischio, diventa difficile poi trovare un investitore che investa con un rischio. Quindi è importante che tutti questi attori si ritrovino in questo ecosistema. Questo è un altro lavoro importantissimo che in questo momento si sta facendo e che vedrà una tappa importante il prossimo 15 settembre. Ci sono altri movimenti interessanti nel mondo. Ne cito uno che mi sembra anche questo particolarmente interessante, è il Movimento per l’economia positiva, movimento creato in Francia da Jacques Attali, è un movimento che si sta internazionalizzando.
Abbiamo avuto un convegno anche recentemente in Italia rispetto a questo movimento. È un movimento che sostanzialmente ha due punti di forza interessanti. Il primo punto è quello di cercare di dare delle indicazioni rispetto a indicatori che vadano oltre l’indicatore del PIL. Poi tornerò dopo su questo tema. Il secondo è quello di inserire nelle valutazioni, negli indicatori aziendali, degli incentivi o delle facilitazioni che consentano alle aziende di investire nel lungo periodo. Questo vale per le aziende e vale anche per gli investitori finanziari. Quando si parla di finanza sociale, è chiaro che si parla di una finanza che non può avere un ritorno a breve, ha un ritorno nel lungo periodo. Parliamo di capitali pazienti, questa è un po’ la definizione che viene data. Quindi è importante che possano esserci incentivi ad aziende o imprese finanziarie che possano investire nel lungo periodo senza la tirannia del breve periodo, perché questa purtroppo è quella che ha portato ai disastri ai quali abbiamo assistito e dei quali stiamo ancora pagando le conseguenze. Ecco, questi movimenti sicuramente anche in Italia stanno vedendo un’attività. Per esempio, nel movimento di Attali, in questo forum che è stato il primo forum internazionale e Attali ha scelto di farlo in Italia, abbiamo indicato dieci azioni concrete che abbiamo presentato al Governo per far sì che si vada verso un’economia socialmente sostenibile, un’economia che nel lungo periodo possa essere un’economia sostenibile e quindi possa dare anche quelle risposte di welfare che sono necessarie. Abbiamo indicato azioni che vanno da politiche rispetto alla famiglia per esempio, quindi politiche demografiche che incentivino la crescita della popolazione. Torno ai dati della Merkel: l’Europa ha al 7% della popolazione mondiale, quindi avere politiche familiari che invece incentivino la formazione di famiglie e la nascita dei figli, sarebbe sicuramente un fatto positivo; fino alla creazione di strumenti finanziari che possano non sostituirsi allo Stato, ma affiancare lo Stato nell’erogare servizi e pubbliche utilità che lo Stato sempre di più fatica ad erogare.
Nel momento in cui si restringe per vie di vincoli, di finanza pubblica, la capacità degli Stati sia a livello centrale sia a livello locale di erogare servizi di welfare, è importante che ci siano nuove forme, nuovi strumenti, nuovi attori che si affianchino. Poi sicuramente Marco Morganti ne parlerà in maniera più dettagliata, però anche in Italia si stanno affacciando nuovi strumenti, per cui parliamo per esempio di social bond, non parliamo ancora di bond a impatto sociale, questo non lo abbiamo ancora nel nostro Paese, fa parte del lavoro che stiamo facendo a livello di task force del G8 per riuscire a inserire le modalità per poterlo fare anche nel nostro Paese. Parliamo però di obbligazioni sociali, di obbligazioni che banche come Banca Prossima ma anche banche come Ubi o anche banche locali come Banca Carim, Cassa di Risparmio di Rimini hanno già attivato. San Patrignano che è un esempio di impresa sociale, è attiva su questi temi, quindi attiva su questi social bond. Così come è attiva sul tema del microcredito, che nel nostro Paese ha una buona legge ma che manca ancora di decreti attuativi, quindi non abbiamo ancora il Fondo nazionale di microcredito, fondo di garanzia nazionale, non abbiamo ancora definito chi sono gli intermediari che possono operare nel settore del microcredito. Ci sono ancora delle disparità, le banche sono poco impegnate, non certamente Banca Prossima, ma solo il 2% delle banche eroga servizi di finanziamento in microcredito, quando il microcredito è invece un’ottima leva perché per ogni cento persone che ricevono finanziamenti in microcredito, si creano più di 240 posti di lavoro. Quindi ha un’ottima leva. Un’impresa su dieci in Francia nasce con microcredito, da noi lo 0,8%, perché da noi mancano gli strumenti.
Ci sono nuovi strumenti. Abbiamo anche qui una legge che è abbastanza buona sul crowdfunding, sono certa che Marco Morganti parlerà di questo, San Patrignano la sta sperimentando. Però è una legge anche questa che è positiva su quello che è il crowdfunding, cioè la raccolta di risorse dirette attraverso piattaforme tecnologie senza intermediazione, ma lo è solo sui prestiti, non lo è ancora sugli investimenti, sugli equity. Ci sono ancora delle lacune da colmare. C’è sicuramente un’attenzione importante da parte del Governo rispetto al mondo dell’impresa sociale, un mondo che purtroppo ha visto una legge che ha prodotto veramente poco o nulla e che per fortuna invece questo Governo ha, attraverso la legge delega, già messo in cantiere come rivisitazione, soprattutto su tre punti che sono tre punti fondamentali, che avvicineranno le nostre imprese sociali alle imprese sociali dei Paesi più evoluti, quindi per esempio alle Community Interest Company di UK, piuttosto che alle Non profit Company americane.
Come? Su tre punti in maniera particolare: consentendo alle imprese sociali di allargare il loro perimetro, la lo sfera di attività che in questo momento è molto limitata e quindi si definisce impresa sociale, un’impresa sociale che opera in pochissimi settori, mentre invece è sull’impatto che produce che deve essere misurata, non nel settore nel quale opera. Secondo, sempre questa legge delega dà la possibilità di avere investitori che possono investire avendo poi degli utili, quindi incentiva il mondo della finanza buona e positiva a investire nelle imprese sociali, anche consentendo di avere una rappresentanza, perché è chiaro infatti che senza rappresentanza negli organi di Governo è difficile trovare degli investitori. Quindi un’attenzione sicuramente importante da parte del Governo rispetto a questo tema delle imprese sociali, che sono i beneficiari di tutti gli strumenti e di tutti gli attori finanziari che il professor Salomon ha in maniera così completa illustrato. Quindi è importante che questa legge, con i decreti attuativi, possa vedere la luce veramente nei prossimi dodici mesi, così come è inserito nella legge delega. Un unico appunto prima di chiudere: direi sicuramente positivo questo Governo su questi temi. Non tocco gli altri temi rispetto al terzo settore ma comunque la legge delega parla anche di incentivi al terzo settore. Quindi è chiaro che qui si tratterà di capire come arrivare a premiare chi investe nel terzo settore, la stabilizzazione del Cinque per Mille è sicuramente positiva, ma non è insufficiente. Occorrerebbe liberalizzare le detrazioni e le riduzioni delle donazioni. C’è una proposta interessante di Bini Smaghi, che sarebbe neutrale rispetto a questo, perché sposterebbe la tassazione sul beneficiario. Quindi chi riceve paga le imposte. Ma togliendo il limite. Quindi in realtà ognuno potrebbe donare quello che vuole; per lo Stato sarebbe neutrale perché avrebbe comunque l’effetto della tassazione da chi riceve ma senza più limite. Sinceramente, mettere un limite non ha veramente senso, soprattutto quando ormai certi servizi, certe attività lo Stato non riesce più a sostenerle. È di questi giorni il tema dell’IVA sulle non profit. Ecco, io porto l’esempio di San Patrignano. San Patrignano paga un milione di euro di IVA all’anno che non riesce a recuperare, proprio perché è una società non profit, che eroga servizi di pubblica utilità, facendo risparmiare allo stato 32 milioni di euro all’anno. È veramente una strana situazione.
Concludo invece con un punto che a me ha lasciato particolarmente sgomenta ed è un punto che è in assoluta controtendenza rispetto a quello che dicevo prima: il voler andare oltre gli indicatori del PIL e misurare la società con degli indicatori di benessere sociale, tra l’altro con degli studi che sono nati dalle Nazioni Unite nel ’90 e sono proseguiti fino all’ultima comunicazione della Commissione Europea del 2013, quindi parliamo di quest’anno. A me ha lasciato abbastanza sconvolta l’idea che la Commissione Europea, attraverso l’Eurostat, abbia deciso di inserire le attività illecite nel calcolo del PIL. Allora è chiaro che purtroppo il PIL è un indicatore che impatta sulla nostra vita quotidiana, perché, dato che abbiamo una serie di parametri che dobbiamo rispettare – deficit, PIL, debito PIL, è chiaro che inserire le attività illecite, illegali – contrabbando, prostituzione e droga – nel calcolo del PIL, non potrà che portare alle conseguenze che si disincentiveranno tutte quelle azioni di contrasto a questi fenomeni. Per esempio la Francia ha scelto di non inserire in questo sciagurato calcolo le attività svolte sotto costrizione. Io mi auguro che il nostro Governo sappia prendere una leadership morale in Europa, perché questo è quello di cui noi abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di leadership morale. Abbiamo bisogno di sapere di poter contare su persone che non solo siano competenti, ma che diano delle indicazioni positive e favorevoli. Pensate che nel calcolo del PIL, il volontariato è calcolato solo per il volontariato retribuito. Non è calcolato, se non per una frazione minimale, il volontariato non retribuito. Ecco, solo questo calcolo porterebbe circa 20 miliardi di euro, più di un punto percentuale di PIL. Allora, mettiamo questo nel calcolo del PIL, non mettiamo la droga e il contrabbando eccetera. Anche perché, e chiudo con questo, qual è il limite? Adesso è la droga, la prostituzione, il contrabbando. Poi cosa sarà? Il traffico delle donne? Lo sfruttamento dei minori? La contraffazione? Perché a quel punto andremo incontro anche a distorsioni del mercato, perché diventerebbe concorrenza sleale, quindi è un problema morale, e non voglio citare l’Enciclica Caritas in Veritate che è già stata citata, ma la cito anche io in un punto specifico, quando Benedetto XVI ci dice che noi abbiamo una visione troppo produttivistica e utilitaristica della vita. Ecco, cerchiamo di non averla. Cerchiamo di capire che la vita è fatta di qualcosa che va molto oltre, come diceva Robert Kennedy, va molto oltre il PIL. Questi strumenti finanziari, sociali sono strumenti straordinari. Cerchiamo di concentrarci a lavorare su questi e non a distruggere attraverso misure che sono davvero sciagurate. Grazie.

MARCO MORGANTI:
Grazie anche da parte mia per questo invito, rinnovato anche quest’anno; per contribuire alla salute collettiva e non tediarvi troppo a lungo, riduco le parole che avrei voluto dire su Banca Prossima, a quattro numeri.
Giorgio mi ha chiesto di fare una presentazione, mi limito a questi numeri, premettendo che la Banca ha la fortuna, e io la giudico una fortuna, di lavorare all’interno di un preciso steccato, che è lo steccato dell’economia sociale, quindi noi non abbiamo altri clienti se non soggetti appartenenti all’economia di cui ci ha parlato prima il Professor Salamon e poi anche Letizia Moratti. Questa, che sembra una condanna a lavorare su un campo circoscritto, forse lo sarebbe se quel campo fosse sterile, per nostra fortuna è un campo estremamente fertile. E qui i quattro numeri. Quando abbiamo incominciato, sette anni fa, nessuno avrebbe pensato che saremmo riusciti. Lo dico non per flettere i muscoli e per darmi delle onorificenze da solo, ma semplicemente per presentarvi un dato, che posso discutere e anche argomentare meglio, ma fermiamoci ai numeri. Nessuno avrebbe pensato di riuscire a dare il 30% di credito in più rispetto ad una banca normale; come si fa ad affermarlo? Lo affermo sulla base dei risultati che abbiamo nei confronti della Banca Intesa San Paolo che è rimasta ciò che era, continua a fare prestiti al terzo settore anche Intesa San Paolo. Rispetto a loro, i nostri criteri di valutazione consentono di allargare il credito di circa un 30%, c’è da dire che su 100 operazioni che noi facciamo Intesa ne farebbe solo 70 e parlo dei nostri cugini, dei nostri padroni, dei nostri azionisti, non faccio confronti con altre banche.
Questo è il primo dato, ed è un dato a cui segue subito un’altra domanda: ma se fai credito così, come fai a mantenerlo buono, se hai deciso di allargare gli orizzonti del credito? Allora a questo aggiungiamo un altro dato: questo credito si deteriora per il 2%, vuol dire che soltanto il 2%, meno del 2% di questo credito non torna. E questo per una banca, e per chi la dirige è una bella sorpresa di ogni giorno, il fatto che questo numero non si deteriori, nonostante l’economia complessivamente, l’economia italiana in particolare, si sia deteriorata pesantemente. Il numero del deterioramento del credito riferito alle imprese normali, alle piccole e medie imprese, è ben più alto che questo 2% scarso al quale noi siamo arrivati. Quindi il primo dato è: si può fare più credito e questo maggior credito, questa maggiore apertura al credito non significa un credito peggiore. Un altro dato al quale io sono molto affezionato e il Meeting di Rimini è il posto giusto dove richiamarlo – perché è una manifestazione nazionale, che ha in testa una certa idea di Italia che io condivido al 100%, l’Italia è una sola, non è l’ltalia a tre velocità, a quattro velocità, questo è troppo facile dirlo e anche troppo facile raccogliere un applauso – è che il 25% di questi prestiti si fanno al sud di Roma, cosa di cui io vado molto fiero, sono molto contento, ma anche un po’ sorpreso, perché nonostante tutto mi aspetterei, non per ragioni superficiali di generalizzazione dei comportamenti che non ho mai sentito, non faccio miei, ma perché effettivamente al sud di Roma l’economia fatica di più, c’è anche meno terzo settore, gli enti pubblici pagano peggio, le famiglie sono povere, più povere, meno ricche che altrove; eppure, nonostante tutto questo, il comportamento del credito erogato al sud di Roma in Banca Prossima è assolutamente identico a tutto il resto, e anche questo è controintuitivo, sette anni fa si poteva pensare che sarebbe andata tutto in un altro modo, invece è andato così e continua ad andare così. Quarta cifra ed è veramente l’ultima: il credito senza garanzie reali, erogato da Banca Prossima, è pari al 70% del totale, cioè per ogni 100 euro che noi eroghiamo ce ne sono garantiti soltanto 30; il che vuol dire che si può fare anche credito facendo la banca in maniera opposta a quella – vi ricordate della scenetta di Benigni? – in base alla quale ti do credito soltanto se hai i soldi sufficienti a non aver bisogno di aver credito, come il comma 22 praticamente dichiara: ti do credito soltanto se non ne hai bisogno. Invece, in questo caso, il credito si dà a chi ne ha più bisogno e a chi ovviamente, avendone più bisogno, ha meno garanzie reali da dare. E con queste quattro pennellate vorrei esaurire il racconto di Banca Prossima.
Invece, ragionando di filantropia e sentendo ragionare di filantropia così autorevolmente anche con la giusta metodicità come ha fatto Lester Salamon, mi è venuto in mente e lo vorrei condividere con voi volentieri, un ragionamento molto in tema in questi giorni e molto in tema come italiani. Mi sono venute in mente le secchiate d’acqua gelata dell’iniziativa di raccolta fondi sulla SLA. Io l’ho trovata una cosa geniale, fra l’altro è accaduta in un momento in cui è sembrata proprio come il cacio sui maccheroni, perché ha sostituito lo stupido gavettone balneare ed è una specie di gavettone sociale, al quale abbiamo partecipato tutti ed è bello che sia stato così, lo trovo intelligente, lo trovo vivificante, perché è una bella trovata, una bella campagna pubblicitaria, una bella idea pubblicitaria, che ha funzionato molto bene in Italia, come ha funzionato fuori dall’Italia. Però mi ha anche fatto riflettore: nel momento in cui il donatore si è mosso richiamato da quel gesto che ha avuto fortuna, che ha circolato per tutto il mondo e ha girato bene anche in Italia, aveva idea di quello che stava facendo, ovvero aveva l’elemento necessario a decidere di fare un intervento di donazione? E prima ancora, cos’è l’elemento necessario a decidere di donare? Non uso spesso parole inglesi, ma c’è una parola che è difficile da tradurre in italiano, che suona “accountability”, che è la capacità di rendicontare e anche di essere trasparenti. E questa cosa, in tutti i Paesi dove quell’iniziativa è stata fatta, è un “sine qua non”, un elemento irrinunciabile: se io devo versare 100 euro, 100.000 euro o 5 euro in beneficenza, devo sapere almeno tre cose. La prima: devo sapere se quella cosa, alla quale sto concorrendo, si farà oppure no; non ridete perché può anche capitare che io faccia una donazione e poi non succeda niente, la cosa famosa che io cercherei di finanziare non sta avvenendo. La seconda cosa: quanto sta costando la campagna di raccolta fondi? Ci sono campagne di raccolta fondi che costano più di quanto rendono, il che non è una partita persa per il soggetto che ha fatto la campagna di raccolta fondi, certo anche per lui, ma è una partita persa per la società, il denaro che è stato raccolto, è stato bruciato; ci sono iniziative, adesso non le nominiamo, ma ci sono iniziative particolarmente petulanti che si fanno in giro come raccolte fondi quasi aggressive, che riescono a rendere soltanto dopo che si sono ripetute le stesse donazioni da parte della stessa persona per tre anni di seguito, cioè vuol dire che solo dopo tre anni si ripaga il costo di aver messo su quella raccolta fondi. Questo è un problema, è un serio problema.
L’altro elemento è complementare a questo: dei 5 euro che ho donato quanti ne sono arrivati a terra? Quanti si sono tradotti nell’iniziativa che io volevo sostenere? Tutti questi temi sono grandi temi ai quali in giro per il mondo si è data una risposta che rappresenta uno standard. Quando si parla di benchmark, ci sottoponiamo noi a questa analisi di benchmark? Da noi non funziona così, da noi ci si stupisce che si sia raccolto meno che altrove, e non ci si rende conto che questo non avviene per tirchieria o per anti socialità degli italiani, ma avviene perché non esiste lo standard irrinunciabile di trasparenza e di accountability. Attenzione, perché questa è una cosa sulla quale mi aspetto tuttora una forte iniziativa governativa. Questo è un caso di legiferazione necessaria, perché non si scherza con i soldi della collettività. Come ho premesso e adesso ripeto espressamente, non ho niente da ridire sulla campagna di raccolta di fondi con la secchiata d’acqua, è un’idea brillante e sicuramente il denaro verrà utilizzato nel migliore dei modi, parlo in generale del fenomeno della raccolta fondi.
Quello che manca in pratica, per dirlo con un’altra parola molto in voga, che c’è stata anche nella presentazione che ha fatto il Professor Salamon, è il concetto dell’impatto: come volete mai decidere di donare un euro, 10 euro o 100.000 euro, se non sapete cosa sta succedendo? Questo “cosa sta succedendo” si riassume in una sola parola, impatto; una certificazione dell’impatto è necessaria. Gli italiani non sono tirchi, tendono a donare di meno perché non sanno cos’è successo del loro denaro, e mi sembra un’ottima ragione per non donare, mi sembra un’eccellente ragione, mi sembra anzi un “sine qua non”, perché dovrebbe servire a stimolare i soggetti che richiedono donazioni a diventare trasparenti, a raccontare l’impatto che generano con la loro azione. Questo è il tema, secondo me, attorno al quale gira tutto, ma la parola impatto non dobbiamo immaginarla soltanto riferita al tema della donazione, più è forte l’impatto più sono contento di donare, più sono disposto a donare, non vale solo per questo, vale anche per un prestito, vale anche per tutti quegli strumenti misti che il Professor Salamon ha auspicato e anche per molti strumenti innovativi sui quali io vi voglio veramente intrattenere pochi minuti ma ne vale la pena, perché li diamo per scontati, ma magari è il caso di tornarci sopra. Stamattina sono stato ad un convegno, sempre all’interno del Meeting, con la presenza del Ministro Poletti; e c’era presente il capo del CONAI, il consorzio che fa la raccolta differenziata, il sistema che fa la raccolta differenziata; tra i dati più interessanti che sono stati raccontati in quella sede ce n’è uno: grazie alla presenza del CONAI, si sono realizzati dei risparmi secchi al netto del costo dell’attività del CONAI di 13 miliardi di euro in 14 anni, che sono tanti ma comunque sono particolarmente sani, perché sono soldi in meno che vengono spesi e ambiente che viene risparmiato e ci sono delle cose francamente inguardabili che non sono successe o che sono successe un po’ di meno, per esempio il fatto di riempire un vagone ferroviario di spazzatura, non necessariamente nel sud di Italia, nel famigerato sud Italia, ma anche nel centro e nel nord d’Italia, e mandarlo a smaltire a Rotterdam per esempio, che non è una cosa bella da raccontare in giro e neanche a se stessi.
Allora questo fantastico risultato, questo fantastico impatto, è stato ottenuto da un’iniziativa con il CONAI. Perché si è fermata lì? Perché non è stato possibile ottenere un risparmio di 10 volte tanto, 130 miliardi, e più nessun vagone ferroviario che parta per Rotterdam e molta gente in più che lavori in Italia, nel fare il recupero della differenziata, il trattamento e la preselezione? Perché? La conclusione che ha tratto il Presidente del CONAI è stata perché non c’erano fondi. Ma se a casa vostra voi potete, spendendo 10, risparmiare 100, ci pensate due volte a farlo o lo fate immediatamente? Se il Paese avesse ragionato in quest’ottica, avrebbe incentivato furiosamente, con una priorità assoluta, le iniziative che sono quasi tutte di economia sociale, che servono a fare la raccolta differenziata per esempio e magari avrebbe aggiunto un ulteriore valore sociale, perché la raccolta differenziata come lo spazzamento stradale, il mantenimento del decoro urbano, l’avrebbe fatto fare magari alle cooperative sociali di inserimento lavorativo, che in Italia sono una specialità mondiale, ma non sulla luna, non in un paesino, ma a Roma, dove più di 1.000 ex detenuti lavorano nel mantenimento della pulizia della casa, della casa collettiva che si chiama città di Roma. Sono fatti veri, non sono sentito dire o cose auspicate. Allora vedete, tutto questo non avviene perché il sistema della spesa pubblica non consente di fare questi ragionamenti da buon padre di famiglia: “Spendo oggi 10, per incentivare la nascita di quelle attività, risparmio 100, lo faccio oggi anche a costo di indebitarmi, non importa quanto sto pagando quel 10 se non ce l’ho, me lo procuro comunque, perché mi farà risparmiare 100”. Questo secondo il meccanismo della spesa pubblica non è applicabile in Italia; è uno scandalo mondiale, è una cosa inaccettabile, perché produce tutto il peggio.
Immaginatevi una cosa che ha un impatto completamente negativo, è quella cosa lì, sporca il paese, non produce lavoro, e ci rende lo zimbello dell’Europa perché prendiamo i famosi vagoni e li mandiamo oltralpe. Per rivoluzionare questa cosa serve un cambiamento organizzativo della macchina, bisogna riscrivere alcune piccole regole della finanza pubblica: anche questo pezzo dell’iniziativa governativa manca. La finanza d’impatto è irrinunciabile, va applicata domani mattina, se possibile ieri sera, perché è quello che farà la differenza in termini di sostenibilità per questo Paese. Ma questo Paese non si è ancora dotato di quel software finanziario fantastico che consente di fare queste operazioni in altri Paesi, come quelle che ha citato il Professore all’inizio, il caso del recupero degli ex detenuti e del meccanismo che è stato montato sugli effetti positivi della non recidiva degli ex detenuti. All’estero è stato montato questo software finanziario, è diventato un prodotto di cui parlano tutti e che alcuni comprano perché è diventato un prodotto per il mercato mondiale; tu puoi essere uno svizzero e comprare 1.000 euro di un bond, il cui sottostante è il rendere efficiente la spesa pubblica inglese; capite che cosa significa in termini anche di aiuto economico alle finanze di un Paese, quanto è intelligente un meccanismo così, un grande software finanziario e la capacità di presentarlo al mondo e di farlo vincere in una competizione globale contro i titoli normali, dell’economia normale? L’Italia ha un installato di economia sociale spaventosamente più grande e lasciatemelo dire, visto che mi paga lo stipendio, spaventosamente più bello, variegato, fatto di tradizioni plurisecolari, legato alla vita e all’identità delle comunità. E’ quella la sua forza, non è la garanzia reale, non sono i titoli di stato messi a pegno di un prestito che viene richiesto, è il titolo di credito nei confronti della comunità, il fatto che una comunità si batte perché una certa organizzazione interpreti i suoi bisogni, interpreti il suo bisogno di cittadinanza, non solo di servizi; voi nelle vostre comunità non chiedete alle cooperative sociali o alle imprese sociali o alle associazioni che operano nel vostro territorio efficienza e servizi, chiedete partecipazione alla vita collettiva, identità, senso, perché se c’è una cosa che esprime una comunità è l’economia sociale, se c’è una cosa che esprime che cos’è la città di Firenze è la Misericordia di Firenze, che opera servizi alla collettività di tutti i tipi. Le Misericordie toscane hanno un milione e mezzo di soci. Vi rendete conto di quanto sono un milione e mezzo di soci in una regione che ha 5 milioni di abitanti? È un paradosso, niente è così pervasivo, niente è così collettivo, così identitario, irrinunciabile; questa è la magia del terzo settore ed è una magia che dobbiamo fare crescere, anche con gli strumenti d’impatto, perché gli strumenti d’impatto sono proprio questo. Lo dico in sintesi estrema: i cittadini acquistano un’obbligazione, cioè mettono a disposizione del denaro, accettano su quel denaro un rendimento basso, perché il loro obiettivo non è quello di farsi ricchi rispetto a quanto sta per succedere, ma l’obiettivo è che quella cosa si faccia, che la comunità si manifesti in quel modo, su quella realizzazione.
I cittadini quindi accettano di ricevere un premio più basso, trasferiscono il loro denaro alla banca e la banca con questo denaro effettua un intervento di finanziamento del terzo settore e siccome ha ricevuto denaro che costa poco, fa questo finanziamento a un costo molto basso; questo è un social bond vero, perché l’altro social bond, quello un po’ riverniciato di sociale dice “tu investi in quello che ti pare e restiamo d’accordo che dopo che tu avrai realizzato un ottimo risultato economico, una piccola parte la daremo come beneficenza al signor x”, si chiama granted based, investimento basato sulla donazione; non è così l’investimento sociale che diciamo noi, che abbiamo fatto e sapete cos’è successo? Facendo una proposta così, dicendo l’obbligazione che stiamo emettendo ti rende un punto percentuale, che è vergognoso come rendimento, in realtà non è vergognoso, è meritorio, perché tu stai rinunciando ad una parte del rendimento significativa, ti accontenti di un punto percentuale, ma mi trasferisci del denaro e io mi impegno a trasferire quel denaro, a trasformarlo in prestiti con pari sconto, ovvero tu potevi aspettarti tre punti di rendimento, mi hai fatto lo sconto di due punti, io garantirò lo stesso sconto ai soggetti ai quali presterò quel denaro. Con questa proposta, che certamente non è fatta per realizzare intenti speculativi, noi abbiamo raccolto 40 milioni in tre settimane e in tre mesi li abbiamo trasformati tutti quanti in prestiti. Tutti quei prestiti, che sono 146 prestiti in tutti Italia, sono stati realizzate a condizioni economicamente non ripetibili, perché sapete che, tra le belle cose che la comunità fa, se ne infischia pure dell’economia e del mercato. È in grado di farlo, esattamente come quando voi prestate soldi a vostro fratello non gli chiedete gli interessi.
Scusate, riduco le cose alla banalità estrema, ma esiste un parallelo tra questi due elementi: se voi siete una banca dovete affrontare il tema del rischio, il tema del costo del denaro e dovete farvi pagare l’uno e l’altro; ma se voi state prestando per altri obiettivi, per esempio state prestando soldi a vostro fratello che ne ha bisogno oppure state facendo quella cosa, che è un prestito in proprio, che state pagando i costi dell’istruzione di vostro figlio, certamente domani non andrete a dirgli “sai che io ho pagato per te cinque rate della Cattolica e adesso le rivoglio indietro con gli interessi”, ecco non lo farete e allo stesso modo le comunità sono in grado di fare questo; sono auspici o sono fatti? Un po’ ve l’ho già detto, perché se si fa quello che ho raccontato – 40 milioni di raccolte e 40 milioni di impieghi in un’economia in crisi, in tre mesi, realizzando l’asilo nido, la casa famiglia e raccogliendo quasi il 40% di tutta questa cifra nella città di Napoli – capite che sono fatti. E sapete cosa hanno fatto i napoletani, che sono stati più vivaci di altri? Hanno finanziato cose che non avevano soltanto a Napoli, va a finire che con i loro soldi noi abbiamo anche finanziato iniziative a Bolzano, alla faccia del Paese stratificato, in cui ognuno fa i fatti suoi. L’applauso è per chi non ha le ristrettezze mentali che noi immaginiamo invece che si abbiano in questo Paese, evidentemente non è sempre così.
Ultima cosa. In parte ho già fatto un esempio di un’economia disinteressata o diversamente disinteressata, prendete un altro caso, concreto, vero, che è successo pochi mesi fa e che non è un caso isolato perché è uno strumento che questa banca utilizza per fare finanziamenti e farli pagare poco, e non perché siamo buoni, ma perché un finanziamento che costa poco è più probabile che ti torni indietro, quindi è un sano egoismo, se costa tanto è più facile che presto ti dia grandi delusioni, perché qualche volta le organizzazioni, le imprese, le persone, le famiglie non reggono gli interessi che vengono richiesti e allora è interesse della banca tenere gli interessi bassi, scusate il gioco di parole, è a vantaggio della banca che si devono tenere gli interessi bassi ma c’è il mercato, come si fa? Il mercato è un dio che non concede nessun tipo di seconda opzione, formula un prezzo e va rispettato, e invece non è vero, perché l’unico soggetto che batte il mercato sono le comunità e vi faccio un esempio. Secondo questo schema, qualche mese fa abbiamo finanziato una parrocchia, che si trova a Rivoli, vicino a Torino, che voleva fare un intervento per darsi un nuovo oratorio, diverso, accessibile ai disabili, a regola d’arte secondo tutte le regole, e questo costava un milione. Intervento importante, ma guardando le economie di quella parrocchia, che è molto vivace e vivace non vuol dire che ha i titoli in banca, che può impegnare un bene o vendere qualche gioiello di famiglia, vuol dire che sta portandosi a casa un rapporto vivo e vivificante con la sua comunità, vive di quello. Allora siccome questo rapporto c’era, noi eravamo disposti a prestare quel milione di euro, ma una banca non può prestare se non alle condizioni del mercato e noi quindi avremmo prestato quel denaro al tasso di interesse del 5%, che è anche un buon tasso, ma che genera 50.000 euro di interesse ogni anno, che possono non essere sostenibili aggiunti all’importo di un milione di euro di capitale, che va comunque restituito.
Allora è interesse della banca trovare una soluzione creativa, dire a quel parroco: “Caro parroco, proprio perché sei capace di farti seguire dalla tua comunità, i soldi fatteli prestare da loro”. Il capitale glielo garantiamo noi, così non rischiamo niente. Il nuovo schema dice “quanti prestiti si otterranno dai cittadini, che in quel caso si chiamano parrocchiani o fedeli, è una materia tua caro parroco e più ne porti a casa più siamo contenti, implicitamente è una prova del fatto che è tutto vero quello che ci dici, cioè che la parrocchia funziona, portateli a casa facendoteli pagare, organizzando per pagarli pochissimo, idealmente a tasso zero, se ci riesci, se hai buoni argomenti, noi garantiremo il capitale e daremo tutti i soldi che mancano, che non arrivano al famoso milione”. Il nuovo schema ha funzionato così. Banca Prossima si è autoridotta, si è autodisintermediata, fino a 300.000 euro, abbiamo prestato 300.000 euro al tasso di interesse del 5% ovvero 15.000 euro di interessi l’anno, se non l’avessimo fatto sarebbe stato sbagliato e non rispondente al mio mandato, che è quello di essere sostenibile, e io per essere sostenibile un interesse devo averlo, però mi accontento di averlo su un pezzo piccolo, perché per metà è stato prestato a tasso 0, per l’altra metà è stato donato, e quando Salamon ci fa riflettere sul mixed philantropy, cioè su qualcosa che mette insieme diversi strumenti, che sono il dono, un prestito, e in questo caso un prestito popolare, che segue regole diverse da quelle del mercato, familiari, comunitarie, allora si capisce che questo sogno fantastico, che passa attraverso provvedimenti di legge, nel quotidiano in ogni parte di Italia è un grande sogno realizzato. Grazie.

GIORGIO VITTADINI:
Mi sembra che questa sera abbiamo avuto un quadro completo dell’argomento, perché dopo L’inquadramento di Lester Salamon, l’intervento complessivo che ci ha fatto vedere come siamo in un cambiamento epocale e rivoluzionario, l’intervento di Letizia Moratti ci ha mostrato lo stato dell’arte dal punto di vista della legislazione e anche le difficoltà a recepire questa rivoluzione, quindi la necessità che questo avvenga e quindi l’intervento di Morganti ci ha mostrato le luci e le ombre di qualcosa che è già in atto. Io penso che la questione di stasera invece di rimanere un dibattito sterile diventi un lavoro, perché vedo che i presenti sono in gran parte operatori del settore, che vogliono usufruire di questa possibilità, perché probabilmente abbiamo in Italia un non profit più maturo, capace di dialogare e di sollecitare interventi politici, per quanto lo stesso mondo politico e culturale e giornalistico non sia pronto a capire che è cambiato qualcosa e che sta cambiando ancora di più. Il non profit non è solo volontariato, ma è un’impresa, una parte dello sviluppo, un settore che produce reddito, e forse è meglio mettere questo, come gli interventi di Salamon da anni mostravano, nel PIL, perché basterebbe andare a prendere gli interventi che Salamon e il gruppo internazionale facevano per andare a quantificare il valore anche economico del volontariato e questo forse è meglio che metterci dentro la delinquenza. Grazie.

Data

28 Agosto 2014

Ora

19:00

Edizione

2014

Luogo

Sala Neri CONAI
Categoria