SUD: SVILUPPO SOSTENIBILE - Meeting di Rimini
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SUD: SVILUPPO SOSTENIBILE

In collaborazione con Invitalia. Partecipano: Domenico Arcuri, Amministratore Delegato Agenzia nazionale per l’attrazione d’investimenti e lo sviluppo d’impresa (Invitalia); Luigi Fiorentino, Segretario Generale AGCM; Raffaele Lombardo, Presidente Regione Siciliana; Paolo Scudieri, Amministratore Delegato Adler Plastic Spa; Carlo Vimercati, Presidente Consulta Nazionale CO.GE. Introduce Carlo Saggio, Presidente Compagnia delle Opere Sicilia Orientale.

 

CARLO SAGGIO:
Buonasera, l’incontro di oggi ha un titolo estremamente suggestivo, perché il tema che tratteremo è: “Il Sud e il suo sviluppo”. Vi ringrazio di essere così numerosi a questo incontro; temevamo che dopo Carrόn fosse difficile raccogliere l’attenzione e invece così non è. A nome del Meeting ringrazio gli ospiti che parteciperanno. I protagonisti di questo Meeting sono tutte persone che hanno una grande esperienza, che permetterà sicuramente a questo incontro di essere un incontro non ideologico, ma un incontro che parte con realismo e con umiltà dalla realtà. Noi siamo certi che stasera non è l’occasione in cui si definiranno i problemi del Sud, né quella in cui essi potranno essere definitivamente risolti, ma la nostra ambizione è cominciare a parlarne in modo serio e costruttivo, e poi lanciare la palla al Meeting perché questo tema diventi uno dei grandi temi del Meeting. Voi Sapete che il Meeting non ha mai avuto negli anni passati un incontro che avesse come suo tema specifico quello del Sud, quindi questo è appena l’inizio di questa conversazione che accadrà tra i nostri cinque ospiti, che poi accadrà con tutti quelli che vorranno coinvolgersi in questa avventura. Vi devo dire che la mia partecipazione emotiva all’incontro è notevole, in quanto anch’io sono un meridionale, un super-meridionale siciliano e quindi non ho alcun distacco critico rispetto alle cose che si diranno, ma una fortissima partecipazione emotiva ed esistenziale. Quindi seguirò con grande interesse questo incontro. Ne parleranno cinque protagonisti della vita imprenditoriale, del non-profit, istituzionale e politica della nostra realtà. Paolo Scudieri è il Presidente e l’Amministratore Delegato di Adler SPA, è Vicepresidente dell’Associazione Industriali di Napoli ed è componente della Giunta Nazionale di Confindustria. Carlo Vimercati è Presidente della Consulta Nazionale dei Comitati di gestione dei fondi speciali del volontariato, il non-profit, quindi un altro importante punto di vista. Domenico Arcuri è Professore di Organizzazione Aziendale Avanzata alla Luiss e Amministratore Delegato per l’Agenzia nazionale per l’attrazione d’investimenti e lo sviluppo d’impresa, oggi Invitalia. Luigi Fiorentino è Segretario Generale dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Raffaele Lombardo è il Presidente della Regione Siciliana ed è il leader di una formazione politica, il Movimento per l’Autonomia. Credo ci siano tutti i numeri per un incontro di grande livello. La questione del Sud, del suo sviluppo, è in questi mesi all’attenzione di tutti; forse, vista la complessità del tema, si potrebbe dire che è la questione dei tanti sud del nostro paese, della vicenda di tante regioni che si intreccia con quelle della nazione stessa. Noi siamo convinti che questa attenzione sia meritata, sia giusta, non sia artificiosa. Anzi, credo ci debba essere un grande impegno affinché questa questione del Sud non venga consumata dagli organi di informazione e poi venga messa da parte. Allora il contributo del Meeting è anche quello di mantenere alta l’attenzione sul Sud. Certamente il fatto che l’attenzione sia stata così sviluppata in questi mesi è dovuto anche all’azione dirompente che il Presidente della Regione Siciliana ha avuto rispetto a questi temi. Da questo punto di vista ci sembra che la questione del Sud non sia la questione di un problema da risolvere, magari rapidamente con alcune ricette, ma sia la questione della vicenda umana di molti milioni di persone e riguarda la possibilità per loro, per le loro famiglie, per le associazioni in cui vivono, per le loro imprese di esprimere la propria cultura e di costruire una società che sia delineata secondo la sensibilità e le capacità proprie di queste realtà. Terza breve osservazione introduttiva è che il Sud non è da rottamare. Voi tutti sapete che su importanti giornali italiani è stata adombrata la tesi che sia più conveniente che il Sud si rassegni al suo sottosviluppo in una politica di assistenzialismo guidata e motivata. Costa di meno farlo sviluppare che donargli un po’ di assistenzialismo. Questa prospettiva è inaccettabile, perché la strada del declino e dell’impoverimento non soltanto materiale, ma anche umano e sociale, è la strada del declino non soltanto del Sud, ma dell’intero paese. Il Meeting intende impostare questo tema partendo dalla realtà, valorizzando quello che c’è; allora chiedo a tutti i nostri gentili relatori di tenere presente, nel limite del possibile, questa sollecitazione del Meeting nelle cose che ci vorranno dire e, ringraziandolo ancora, do subito la parola a Paolo Scudieri.

PAOLO SCUDIERI:
Grazie. Buona Sera a tutti, vedo effettivamente, fortunatamente che il Sud desta grande interesse; la vostra presenza è veramente nutrita; è ancora più interessante a questo punto delineare vari aspetti, l’approccio alla problematica Sud è infatti estremamente poliedrico. Sono come già da qualche anno veramente emozionato di essere qui al Meeting di Rimini, che quest’anno evidentemente gira alla trentesima edizione; Meeting che potrebbe tranquillamente chiamarsi “Miracolo di don Giussani”, perché ha raggiunto negli anni un’evoluzione importantissima. I ringraziamenti erano veramente sentiti, rientro subito nel mio ruolo. Mi presento: sono Paolo Scudieri, Amministratore Delegato del Gruppo Adler, un gruppo meridionale che ha iniziato nel ’53 la propria attività imprenditoriale e che nel tempo si è, dagli anni ’80 in particolare, internazionalizzato, allocandosi quindi non delocalizzandosi ma localizzandosi, il passaggio verrà frequentemente ripreso, scegliendolo come situazione strategica fondamentale per evolversi. Produciamo prevalentemente prodotti e sistemi per il settore autoveicolistico, più in particolare curiamo il comfort delle vetture, così come dei trattori, così come dei camion per vari clienti, che sono sicuramente clienti nazionali, quindi tutti i marchi, ma sono anche esteri, quali General Motors, Volkswagen, Audi etc. Non voglio fare pubblicità quindi cancellate questi nomi. Il settore lo copriamo in modo abbastanza ampio; siamo sicuramente unici nel nostro genere perché, sempre strategicamente, produciamo (quindi siamo completamente verticalizzati) le materie prime, trasformandole fino al prodotto finito. Sono varie le scelte che poi hanno determinato un’affermazione di carattere internazionale; ma soprattutto ci hanno portato a una considerazione: che la conoscenza delle realtà mondiali dove siamo presenti, come il Brasile, la Turchia, la Polonia, la Francia etc. ci fa capire che questo mondo è un mondo estremamente globalizzato; ciò vuol dire che la parola d’ordine è competitività; ciò vuol dire che i territori che accolgono le imprese, che accolgono gli imprenditori volenterosi, per aprirsi devono essere estremamente attrattivi. Il ragionamento va quindi al Sud; il nostro gruppo oggi impiega oltre 2000 dipendenti, 2200 per la precisione e ha 19 stabilimenti, sparsi nelle allocazioni che vi ho descritto. Questo ci permette di dire che per avere un’autorizzazione all’attività dello stabilimento dell’iniziativa in Turchia, in un distretto industriale dedicato alla componentistica automatica, occorrono quindici giorni. Per avere un’autorizzazione in Brasile, nella città, nel comune di Minas Gerais, occorrono 20 giorni. In Polonia la stessa cosa e quindi, più o meno, la media per svolgere un’attività industriale nei paesi al di fuori dell’Italia, la media è di 25 giorni. Lo collego a esperienza vissuta, quindi vi do dei dati che sono consoni e reali, perché abbiamo parlato di raccontarci le cose come veramente stanno. In Polonia piuttosto che in Brasile l’esenzione fiscale per i nuovi investimenti dura dieci anni e le attività legate alla ricerca sono completamente detassate. Dicendo questo, avrei detto che conviene fare industria sicuramente altrove che in Italia; in Italia abbiamo 9 stabilimenti dislocati da Nord a Sud; sicuramente l’opera di un imprenditore al Nord è molto più semplice, più sicura di un imprenditore che vuole svolgere la propria attività al sud d’Italia. Cioè vuol dire che esistono dei livelli di agevolazione intrinseca, non finanziaria, non economica, ma di agibilità della funzione che sono estremamente diversi. D’altro canto dico che l’imprenditore meridionale ha l’imprenditorialità nel proprio DNA. Voglio dire che il Sud non è da rottamare, non è assistenzialismo, ma il Sud è capacità intellettiva, preparazione, volontà veramente forte per chi decide di continuare un’attività imprenditoriale nelle nostre aree. Parallelamente il Sud è quello che offre più potenzialità se lo guardiamo dal punto di vista del potenziale di crescita; basta un dato: il differenziale nel PIL pro-capite DEL Nord rispetto al Sud è 42%, vuol dire che noi abbiamo una potenzialità di tre milioni di posti di lavoro, abbiamo una potenzialità di un punto percentuale sul PIL nazionale. Ho iniziato la mia visione dall’estero piuttosto che dall’Italia per far comprendere quali sono le discrasie, per far comprendere che in una futura visione industriale è sempre più la competitività l’elemento fondamentale. Il federalismo fiscale accentuerà ancora di più questo tipo di osservazione. La competenza nella gestione di un bilancio regionale, il virtuosismo nella spesa pubblica dovranno essere fattori fondamentali. Non ho usato mai la parola de-localizzazione, perché localizzarsi è fondamentale, approfittare delle potenzialità degli altri mercati che crescono con un PIL che molto volte è a due cifre, è fattore importantissimo per un’azienda che oggi vuole essere di riferimento nel proprio segmento, nel proprio mercato. È necessario essere altresì di appeal sul mercato, ciò vuol dire fare ricerca, fare innovazione; questo costa alle impresa, quindi le nostre imprese, quelle del Sud devono crescere dimensionalmente. In Campania, anche qui un dato tangibile, solamente l’8% delle imprese supera i 200 dipendenti. Ecco la fotografia di quello che abbiamo nel mondo, che è veramente fattore di riferimento assoluto. Localismi nord-sud-est-ovest credo lascino il tempo che trovano; sicuramente l’intimizzazione della cultura locale è fondamentale, perché lo dice anche un proverbio: «Paese che vai usanza che trovi». È proprio così, non a caso i dirigenti delle mie imprese localizzate all’estero sono persone del luogo, perché bisogna rispettare per avere il miglior risultati. Ma questo sempre in un contesto molto ampio; il ragionamento è globalizzazione, l’abbiamo voluta, è giusta, deve modificarsi, ha portato delle discrasie, degli stridori forti, ha trasportato il manifatturiero dai paesi di economia consolidata ai nuovi paesi; tutto vero, ma esiste e quindi dobbiamo confrontarci. Non voglio essere tedioso. Ho dato dei dati fondamentali; dobbiamo essere attrattivi, quindi dobbiamo poter noi a nostra volta essere disponibili a ricevere imprese nella filosofia della globalizzazione; quindi ben vengano imprese dall’estero che vengono a porsi in Italia e soprattutto meglio se sono di dimensioni importanti, tali da giustificare di avere una ricerca, un’innovazione al proprio interno, da generare così un indotto virtuoso. Per fare questo dobbiamo avere delle aree dove ospitarle, non è possibile che le nostre ASI (Aree di Sviluppo Industriale) in qualche caso devo dire non abbiano ancora le linee telefoniche. Sono, se voi pensate a quello che vi ho detto prima, cioè rispetto alla qualità del meridionale, sono delle idiozie, sono delle cose che veramente potrebbero essere superate con una volontà e con un approccio nuovo di guardare all’impresa, con grande facilità; non abbiamo detto che questo Sud è devastato da bombardamenti continui; abbiamo detto che al Sud manca l’attrattività, che deve spendere meglio le proprie risorse, che ha ancora a disposizione, a tempo a determinato, fondi dell’Europa, ma attenzione, non è che noi potremo andare ancora avanti per tanto con i trasferimenti dall’Unione Europea verso la nostra nazione. Tra poco, nel 2013, la famosa agenda 2013 è quella che scandirà un passaggio che è già in atto, ma diverrà determinante verso i paesi della UE di nuova adesione. Pertanto dobbiamo spendere bene quello che abbiamo, dobbiamo non farci prendere dal localismo, dobbiamo essere attrattivi, dobbiamo recuperare manifatturiero, quindi dobbiamo far crescere le nostre imprese. Questa è una ricetta sicuramente abbordabile, ci vuole un approccio privo di personalismi, privo di minuziosità, ma ci vuole una politica di ampio spettro che è nelle nostre possibilità e, proprio perché è nelle nostre possibilità, con forza e con veemenza dobbiamo richiedere che tutto ciò che ho narrato, che ci distanzia da un’attrattività, da una facilità imprenditoriale, venga attuato. Le questioni fondamentali sono: le infrastrutture. Dobbiamo pensare a una interregionalità infrastrutturale, dobbiamo mettere sicuramente in connessione i nostri porti; immaginate che mentre noi pensiamo di dragare il porto di Napoli per renderlo possibile all’attracco di grandi porta container, Tunisi ha fatto un porto con pescaggio a 18 metri, ciò vuol dire che in un attimo potrà attrarre il 30% del commercio mondiale su container che attraversa il Mediterraneo. Sono fattori fondamentali per lo sviluppo della crescita; parliamo dei FAS e secondo me i Fondi per le Aree Sottoutilizzate vanno sfruttati bene, con una concentrazione di risorse in settori strategicamente individuati. Parliamo di un credito d’imposta, che è un fattore fondamentale, è un automatismo. Preferisco conoscere esattamente ciò che posso avere di aiuto in modo automatico, piuttosto che leggi, leggine, ipotesi che non trovano attuazione, o agevolazioni che poi sono effimere. Il credito di imposta è tangibilmente quello che un imprenditore può desiderare per investire i propri utili nell’aggiornamento dei propri macchinari, nella ricerca, in tutto quanto può esservi d’innovazione, che è carta determinante per l’appeal sul mercato. L’innovazione, fattore fondamentale, ormai in ogni angolo del mondo, così come vediamo, tutti i consumatori hanno tutto. Cioè i prodotti consolidati sono alla portata di ognuno. Immaginate che Ignazio Lula, presidente del Brasile, molto avvedutamente, ha fatto la rottamazione del frigorifero; perché evidentemente i frigoriferi in Brasile (economia povera, quindi redditi molto bassi) ormai sono alla portata di tutti. Ha inventato la rottamazione dei frigoriferi perché consumavano troppa energia, erano di vecchia generazione. Ciò vuol dire che la diffusione del prodotto standardizzato e tradizionale è effettivamente…Per cui per avere appeal sul mercato bisogna essere innovativi. Bisogna re-inventare tutto ciò che oggi esiste; re-inventarlo anche in una funzione diversa, di sostenibilità ambientale. Per cui la ricerca, l’innovazione anche in questo caso potrà farci sfruttare meglio le risorse naturali, dagli idrocarburi alla cellulosa che viene dal taglio delle foreste e così via per tantissimi prodotti. Il prodotto deve essere completamente re-ingegnerizzato e utilizzato per quello che serve. Formazione: il Sud ha una carenza formativa spaventosa. Dicevo a dei ragazzi di un istituto tecnico a cui vado a portare testimonianze imprenditoriali che, mentre loro stavano pensando se e quando proseguire gli studi, in India nello stesso momento 300.000 ragazzi si laureavano con grandissimo profitto, con grandissima professionalità. Anche qui il raffronto non è nel localismo, è nella globalizzazione. Probabilmente se non poniamo rimedio a una formazione importante, saremo costretti ad assumere quali ingeneri di produzione o di controllo di qualità oppure controllo della finanza, indiani. L’ultimo aspetto che ritengo importante è la sicurezza. Devo dire che al Sud dell’Italia le forze dell’ordine stanno facendo degli sforzi sovraumani, a loro va tutto il mio apprezzamento. Bisogna però proseguire una lotta senza quartiere, perché le difficoltà, purtroppo, l’essere eroi, non interessa l’imprenditore. L’imprenditore vuole svolgere la propria attività che è sociale; la scelta di non de-localizzare deriva anche da fattori sociali, de-localizzando si perde ricchezza, perdendo ricchezza succedono delle cose che sono inammissibili. Per cui la sicurezza è l’elemento determinante che deve garantire la scelta dell’investimento, la remunerazione del capitale che deve essere quantomeno assicurata. Questa è la mia visione, che parte dalla globalizzazione con cui dobbiamo confrontarci, dalla considerazione che noi meridionali non abbiamo nulla assolutamente in meno rispetto agli altri cittadini del mondo, abbiamo la grande inventiva, abbiamo la grande professionalità (per quelli che vogliono essere professionali ovviamente) e, in ultimo, il prodotto, il made in Italy, abbiamo la fortuna ancora che è di grandissimo appeal. Quindi il made in Italy è apprezzato nel mondo; abbiamo fatto la missione di sistema con Confindustria a Mosca, devo dire che l’accoglienza è stata veramente entusiasmante. I grandi magazzini di Mosca GUM pullulano di merce italiana. Allora questa è la risorsa, questo è quello che abbiamo, questo è quello che deve entrare nella nostra coscienza; perché molte volte noi l’errore che facciamo è quello di sottovalutarci; assolutamente no. Dobbiamo avere una politica coerente; dobbiamo avere dei politici coerenti, dobbiamo volere quello che è di diritto per chi decide di investire dei soldi, per chi decider di creare dei posti di lavoro. Grazie.

CARLO SAGGIO:
Bene, ringrazio molto Paolo Scudieri per questo intervento che mi sembra sia stato estremamente concreto. Avete sentito, non stiamo partendo da una ricetta astratta, stiamo individuando i fattori dello sviluppo; ne abbiamo messi in campo tanti, ora se ne discute insieme. Volevo dire in un passaggio velocissimo che ha senso parlare di questi fattori dello sviluppo se, prima di quelli che sono stati detti, come lui stesso ha individuato, c’è un fattore fondamentale che è la capacità della persona di costruire. Non esiste un contesto in cui questa risorsa sia tanto mortificata da scomparire. Allora tutto quello che abbiamo ascoltato si fonda su quella imprenditorialità che è nei cuori dei meridionali, su questa voglia di costruire, che deve essere liberata anziché mortificata. A Carlo Vimercati chiediamo di accendere un faro sul non profit. Quanto pesa il non profit per lo sviluppo del Sud? Quanto potrebbe pesare? In che direzione stiamo andando? Come lo sviluppo attraverso il non profit può connettersi con questo necessario sviluppo che abbiamo visto riguardare le imprese? Argomenti interessantissimi, grazie.

CARLO VIMERCATI:
Buonasera a tutti. Qui rappresento i Comitati di Gestione in Italia, che sono quegli organismi che raccolgono dalle fondazioni di origine bancaria quei fondi, che sono un quindicesimo della redditività del patrimonio delle fondazioni bancarie italiane, che vengono per legge dedicati all’istituzione sul territorio nazionale, quindi in particolare del Sud (poi abbiamo fatto anche delle iniziative specifiche che illustrerò dopo), di centri servizi- al fine di permettere un sostegno a chi sui singoli territori, nelle singole regioni vuole avvicinarsi al mondo del volontariato. Questi centri-servizi ormai sono presenti in tutto il nostro paese, in particolare con una presenza capillare nelle regioni del nostro Mezzogiorno. Oggi un cittadino che vuole avvicinarsi al mondo del volontariato, quindi al mondo dell’economia civile che, in termini di numeri contribuisce al PIL del nostro paese in modo significativo e importante, proprio perché l’arretramento dello stato da certi servizi è sempre maggiore e quindi sarà sempre maggiore il contributo, lo possa fare gratuitamente andando a chiedere informazioni su come accedere al notaio, su come fare lo statuto, su come fare la contabilità e tutto questo gratuitamente. Dodici anni fa, prima che partisse la legge 266, questo non era possibile e voglio mettere in evidenza un particolare, proprio perché sul nostro paese ci sono sempre dei luoghi comuni che molte volte non corrispondono alla realtà, ma a schemi ideologici che non hanno senso in un’economia globalizzata. Il 50% di questi fondi vanno al Sud – parliamo in 12 anni di un flusso di quasi 500 milioni di euro che sono andati per una parte importante anche alle regioni meridionali per questi servizi di volontariato – sono devoluti liberamente dalle fondazioni bancarie di origine del Nord. Parlo delle grosse fondazioni, in particolare della Fondazione Cariplo, della Compagnia di S. Paolo e della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, che il 50% di questa redditività la dedicano proprio alle regioni meridionali per questi servizi al volontariato. Questo mi sembra un segnale importante. In particolare credo all’argomento di oggi sulla sostenibilità dello sviluppo. Di sviluppo si è parlato molto in questi anni e si è fatto molto, magari anche male, nel settore della sostenibilità allo sviluppo. Questa è l’occasione per approfondire, per dare alcune idee su questo tema. In particolare vorrei allargare l’accezione dalla focalizzazione sullo sviluppo sostenibile, che non è semplicemente solo la salvaguardia dell’ambiente con particolare riferimento alle risorse naturali che rischiano di essere compromesse dallo sfruttamento dell’uomo per il soddisfacimento dei propri bisogni, ad un’analisi più legata alle scienze sociali, sviluppatesi in una seconda stagione degli studi sulla sostenibilità, che ampliano il concetto di sviluppo sostenibile, ponendo al centro dell’attenzione l’esigenza di contemperare la crescita economica con il rispetto dei principi etici universali, quali l’onestà, la giustizia e la dignità, che sono diritto fondamentale di ogni uomo. Credo che questi elementi non siano solo qualcosa che vada salvaguardato dai rischi di una dinamica di uno sviluppo incontrollato, ma costituiscano essi stessi una pre-condizione per realizzare un sano processo di sviluppo e quindi di sviluppo economico. Credo che dove non c’è onestà nei rapporti, dove la giustizia è solo un vuoto simulacro, dove l’uomo non può esprimersi liberamente al pari di tutti gli altri, non può esserci il vero sviluppo. Quindi in una realtà come il Sud, dove su questi temi si registra una situazione di evidente degrado, credo che parlare di sviluppo sostenibile, quindi nel senso che ho appena descritto, significhi parlare dell’unica possibilità di conseguire un vero, solido e duraturo processo di sviluppo sostenibile. Se questo è vero come io credo, allora assumono una rilevanza importante, centrale tutte quelle attività che pongono al centro al persona con i suoi valori, le sue motivazioni, le sue capacità e che puntano a costruire sistemi fondati sulla solidarietà e sulla collaborazione. Da questo punto di vista c’è il lavoro per arrivare a raggiungere un termine che va molto di moda in questi anni: “Infrastrutturazione sociale”. Il termine è molto in voga di questi tempi, ma è anche un termine efficacissimo per descrivere un processo di trasformazione di questo tipo. Non è un caso che da qualche anno si vanno moltiplicando dei progetti e delle iniziative che pongono questo obiettivo al primo posto, quale premessa indispensabile per lo sblocco delle energie presenti, al fine di arrivare a un processo di crescita civile ed economica del nostro paese. Proprio con la finalità di lavorare per creare queste infrastrutturazioni sociali, con una parte di questi fondi, con un accordo nazionale che è stato fatto fra le fondazioni di origine bancaria, il mondo del volontariato e il mondo dei comitati di gestione, è stata fondata questa Fondazione per il Sud. A differenza delle banche, che comunque sono presenti, perché sono state salvate negli anni scorsi e sono presenti nel territorio del Sud anche se magari potrebbero essere sicuramente molto più presenti, il Sud vede oggi, di fatto, un’assenza delle fondazioni di origine bancaria, perché queste fondazioni di origine bancaria del Sud sono state distrutte dai dissesti che le banche si portavano dentro. Per cui è un patrimonio che il Sud aveva e che si è perso. L’iniziativa di ricostituire la Fondazione per il Sud ha quindi l’obiettivo di ripristinare questa struttura importante, la fondazione. È stata dotata inizialmente di un patrimonio di circa 400 milioni di euro, quindi un patrimonio importante ed è nata proprio con il preciso obiettivo di promuovere e potenziare l’infrastrutturazione sociale del Mezzogiorno, attraverso forme di sinergia e di collaborazione con le realtà locali. La Fondazione intende favorire un contesto di sussidiarietà e di responsabilità sociale e soprattutto di sviluppare le reti della solidarietà, mettere in rete tutti i soggetti che operano in questo settore, in maniera che possano creare forme di progettualità innovative in questo territorio e quindi riprendere a ricostruire questa infrastrutturazione sociale che è alla base di qualsiasi sviluppo economico sostenibile. Quindi si tratta di un’esperienza importante che, sebbene ancor giovane (la fondazione è operativa da due anni), sta già dimostrando il valore e le potenzialità di una proficua cooperazione tra soggetti della società civile. Gli ambiti di intervento della Fondazione sono le principali tematiche dello sviluppo della società meridionale e le prime linee di intervento del 2007 hanno riguardato i campi della educazione dei giovani e dello sviluppo del capitale umano di eccellenza. Quindi si sono scelti proprio quei temi dove c’è più carenza, perché senza persone che, educate a vivere la vita affrontando la realtà per quello che è, manipolandola per il bene comune del proprio territorio, non è possibile costruire uno sviluppo economico; per cui i primi progetti che sono partiti sono stati mirati all’educazione dei giovani e allo sviluppo del capitale umano proprio per questa motivazione fondamentale. Sono state poi lanciate e sono tuttora in corso di svolgimento anche iniziative nel campo: sviluppo locale e socio-sanitario. Attraverso queste fondazioni la Fondazione per il Sud ha già finanziato un centinaio di iniziative esemplari, cioè progetti di qualità e di impatto sociale, degli interventi che possono appunto diventare dei modelli di riferimento poi replicabili in altre situazioni. In questo modo sono state gettate le basi per il consolidamento delle reti sociali, coinvolgendo nelle iniziative promosse centinaia di soggetti fra associazioni di volontariato e terzo settore, istituzioni, università, scuole, operatori del mondo economico, oltre a migliaia di bambini, giovani, famiglie e cittadini che sono i destinatari diretti o indiretti di questi contesti sociali complessi. Ovviamente la Fondazione non pretende e non può essere la soluzione dei problemi del Mezzogiorno, ma può certamente rappresentare un volano per la diffusione di una cultura di auto-sviluppo, sostenendo e rafforzando le potenzialità esistenti nel territorio per l’irrobustimento di reti di solidarietà che siano capaci di rispondere ai bisogni locali. Lo stesso vale per i programmi di sostegno alla progettazione sociale delle regolazioni del volontariato, una parte di questi fondi ormai ogni anno diventano dei bandi che finanziano direttamente dei progetti di volontariato. Il primo ciclo di bandi è stato pubblicato alla fine del 2008 e ora sono in dirittura di arrivo le graduatorie e in questa attività sono stati messi in campo oltre 24 milioni di euro e altrettanti sono già accantonati per un successivo ciclo da proporre nel 2010, quindi dedicati proprio per promuovere questa mentalità nuova, che ricostruisca questa infrastrutturazione sociale proprio nelle regioni del Meridione del nostro paese. È inoltre allo studio la possibilità di replicare nel Mezzogiorno iniziative come quelle già attuate in alcune regioni del Centro-nord, in particolare un’iniziativa che abbiamo lanciato in Lombardia, il primo fondo di garanzia dedicato al mondo del volontariato, proprio per permette al mondo del volontariato l’accesso ai prestiti bancari. Oggi un volontario, se deve andare. per un’iniziativa che fa, a chiedere un prestito in banca, deve dare alla banca la propria firma e la propria casa; con questa iniziativa questo viene tolto e se ne fa carico questo fondo di garanzia, che vorremmo replicare anche nelle regioni meridionali nei prossimi mesi, una volta che sia partito il rodaggio in Lombardia. Questa mi sembra un’altra iniziativa molto importante, che penso potrà essere utilizzata anche nelle regioni meridionali. Credo che queste esperienze che ho brevemente riportato, essendone stato anche direttamente partecipe, costituiscano un buon esempio di come creare le basi per un credibile processo di sviluppo nel Mezzogiorno. Credo che con iniziative di questo tipo, infatti, sia possibile alimentare una virtuosa spirale di fiducia nella popolazione, rigenerare le reti relazionali, dimostrare le potenzialità della cooperazione e costruire un blocco di coesione sociale che – sono fiducioso – getterà i semi di una nuova cultura della cittadinanza delle istituzioni e quindi del bene comune. Affidando a voi queste riflessioni estive, spero che le mie parole non suonino come retoriche, anche perché sono stati realizzati dei fatti in questi anni molto importanti e molto significativi. Credo veramente che il recupero di questi valori sia la base di qualunque ipotesi di rilancio del nostro Mezzogiorno e mi auguro che i fatti del prossimo futuro possano dimostrare la fondatezza di queste nostre convinzioni, che abbiamo cercato di concretizzare in queste iniziative che sono all’inizio, ma sembrano essere già partite nella giusta direzione.

CARLO SAGGIO:
Testimonianza profit, testimonianza non profit, la situazione. Ora gli argomenti, i temi sono sul tavolo: attrarre investimenti, ci ha detto Paolo Scudiero, sviluppare imprese: è il nome della società governata da Domenico Arcuri, quindi innovazione, competitività, sviluppo manifatturiero, lotta alla burocrazia. Com’ è la situazione e cosa possiamo fare?

DOMENICO ARCURI:
Grazie. Allora io volevo cominciare rendendo omaggio a questa importante novità che il nostro moderatore ha all’inizio divulgato: il Meeting è la prima volta che si occupa del Sud e visto che del sud per molto tempo non si è occupato quasi nessuno, questa è una buona notizia. E io ringrazio il Meeting di aver avuto questa intuizione, che ha avuto prima dell’inizio del dibattito che in questi giorni, in queste settimane state seguendo, perché queste cose si organizzano in un tempo diverso da quello che noi immaginiamo. Quanto alla questione della serata, io cercherò di essere un po’ asintotico rispetto agli interventi e soprattutto di evitare di iscrivermi al partito dei professionisti del meridionalismo, che da cinquant’anni dicono le stesse cose che di solito sono un po’ ritrite, un po’ ormai assimilabili a luoghi comuni. Cominciamo a dire che noi il prossimo anno festeggiamo i 150 anni dell’unità d’Italia e continuiamo domandandoci se uno Stato che garantisce benessere o che si preoccupa di garantire opportunità di benessere a tutti i cittadini, è uno Stato unitario e moderno e se non lo fa non è uno Stato unitario e non è uno Stato moderno. Domandiamoci perciò se in Italia questo succede. E credo che se elenchiamo qualche numero ci diamo qualche risposta. Nel 1951, il reddito pro capite del Mezzogiorno era pari a al 55% di quello del centro nord. Nel 1971 questo numero era cresciuto al 62%: nel Sud si produceva il 62% di quello che si produceva nel centro nord. Nel 2008, il reddito pro capite del Mezzogiorno è il 59% di quello del centro nord, cioè è tre punti percentuali più basso di quello del ’71. Nel frattempo sono passati 27 anni; il Centro Nord si è sicuramente molto sviluppato, è entrato in Europa e quant’altro, sapete, che io non ripeto, per non dirvi i luoghi comuni, però questo è il dato. Sono passati 57 anni dal 1951 a oggi, nel ’51 nel Sud si produceva il 55% del reddito del Centro Nord, dopo 27 anni soltanto il 29%. Quindi il problema c’è a tutt’oggi. Nel ’51 nel Mezzogiorno si produceva il 23,9% del PIL Italiano. Voi sapete che in ogni Paese, ogni anno si contano l’ ammontare dei beni e dei servizi prodotto in un anno al suo interno e nel ’51 nel Sud si produceva il 23,9% del PIL. Nel 2008 si produce il 23,8% del PIL dell’Italia. Quindi questo dato ci aiuta a dire, rispetto alla domanda che ci siamo fatti all’inizio, che forse questa condizione di benessere, di sviluppo che lo Stato garantisce a tutti i suoi cittadini, ancora, 57 anni dopo l’inizio dell’intervento straordinario in Italia, non è garantito. Nel frattempo sono successe, in questi 57 anni, un sacco di cose. Io, non solo per il mestiere che faccio, vi dico che non credo che il Mezzogiorno sia Gomorra. Non credo che il Mezzogiorno sia un girone dell’inferno, non credo che abbia ragione Ronchey, che credo sia Lombardo e che abbia molti anni, quando dice, testualmente: la criminalità organizzata è oggi l’ostacolo maggiore allo sviluppo del Mezzogiorno. Questa è una visione lacrimevole e, come dire, obsoleta, di una vicenda che è invece molto più complicata e che noi oggi abbiamo il tempo soltanto per tratteggiare. Ma non credo che il Sud sia e possa diventare solo un mercato di consumo, di beni e servizi prodotti altrove. Nel 2008, fatto cento il PIL pro capite dell’Europa a 27 (l’Europa a 27 è quella larga, con l’Estonia, la Slovenia, la Romania eccetera), l’Italia si valorizza con un prodotto interno lordo complessivo pari a 104, per la precisione 104,5. Se si disaggrega questo dato all’interno del Paese, si scopre che nel Nord-Est e nel Nord-Ovest il PIL è di 127,3, in un caso e 127,5 nell’altro, che fanno del Nord Est e del Nord-Ovest due delle regioni più ricche d’Europa. Il PIL pro capite del Sud è pari a 69,6, quindi è un po’ più della metà di quello del Nord-Est e di quello del Nord-Ovest. Ma quello che ci fa attualizzare di più questi dati è l’evidenza che il PIL pro capite del Sud è oggi inferiore a quello dell’Estonia, a quello della Slovenia e a quello della Slovacchia. Quindi, sicuramente, concludiamo questa presmesse, dicendo che la questione Meridionale è assai attuale e che applaudiamo al fatto che negli ultimi mesi questo silenzio assordante che era calato su questa vicenda non c’è più. E questo è un importante punto di partenza. Domandiamoci però se il Sud vuole lo sviluppo per davvero oppure se il Sud lo sviluppo non lo vuole o lo vuole a modo suo. E domandiamoci se abbia ragione il famoso Tomasi di Lampedusa, che tutti citano perché diceva che “qualcosa deve mutare perché tutto resti com’è”, che invece a me piace citare in un dialogo piccolino fra il principe di Salina e questo emissario dei sovrani piemontesi, che dopo l’Unità di Italia si presenta a Donnafugata e gli dice: Caro Principe, abbiamo deciso di farla diventare senatore del Regno. E il principe gli risponde nella sua grandiosità, già allora globale, in inglese e gli dice: “They are coming to teach us good manners but wont succeed, because we are gods”. Tradotto: “Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dei”. E poi racconta… allora in queste due righe c’è una domanda decisiva che decliniamo in dialetto come io posso fare, rispetto alla grandezza di chi ha scritto queste cose: “ma il Sud siamo sicuri che lo vuole lo sviluppo? E se lo vuole, quale sviluppo?”. Fervono in questi giorni i dibattiti sulle riproposizioni di vecchi schemi (Agenzia per il Sud, Cassa per il Mezzogiorno) sui quali io sono un po’ in conflitto di interessi e quindi non dirò nulla, però faccio una citazione storica. Nel 1951, la famosa Cassa per il Mezzogiorno doveva alfabetizzare alcuni milioni di Italiani Meridionali che uscivano dalla Guerra senza conoscere la lingua, che era quella comunque del nostro Paese e doveva bonificare il Mezzogiorno dagli acquitrini e dalle paludi. Nel 2008, noi dovremmo insegnare ai giovani meridionali non più l’inglese, che ormai più o meno sanno, ma il cinese e dovremmo bonificare non più gli acquitrini e le paludi, perché non ce ne sono più, grazie a Dio, ma gli scempi che hanno fatto le grandi imprese che hanno investito con un po’ di soldi pubblici – diciamolo carinamente – e poi se ne sono andati. Capite che sono… riproporre un vecchio modello di sviluppo è una cosa un po’ originale, che probabilmente non porta al risultato che pure ha raggiunto, almeno in una stagione, almeno nella prima stagione, la Cassa per il Mezzogiorno. Oggi, la questione dello sviluppo di una zona dove vivono 20 milioni di cittadini, nell’Europa a 27, nel mondo globale, in un Paese in crisi che ha il PIL che negli ultimi 12 mesi, nonostante i proclami entusiastici di qualcuno, è crollato del 6% (risultato maggiore di tutta Europa) e che ha il 95,3% di aziende che hanno meno di 10 addetti e che vivevano perché avevano fatto spesso un’importante, meritevole opera di ristrutturazione verso l’internazionalizzazione e che oggi non esportano le quantità di beni e di servizi che esportavano prima, per la banale ragione che non c’è nessuno al mondo che se le compra, … immaginare di affrontare in modo.. riproponendo un vecchio schema in un problema così complicato, è immaginare, secondo me, una vicenda, prendendola dal punto di partenza sbagliato. Nel 1951, quando nacque la Cassa, per esempio non esistevano le Regioni, si operava in un terreno – tra virgolette – vergine, non c’era lo sviluppo, era semplice indurlo. Si operava in un mondo più lineare, meno competitivo, meno globalizzato. Nel 2009 ci sono le Regioni, ci sono le Province, ci sono i Comuni, ci sono le Comunità Montane, ci sono gli Enti Parco, ci sono tante altre cose che fanno sì che il nostro Paese sia diventato una specie di wafer – sapete quel biscotto fatto a più strati – e in ogni strato c’è un soggetto che dice la sua. La domanda di sviluppo del Sud non è più omogenea; nel 2008, la seconda Regione italiana dopo la Lombardia quanto a tasso di sviluppo sono state le Marche e le Marche non sono una Regione del Nord. Gli interventi da immaginare e realizzare sono molto più stratificati, molto più complicati e se volete molto più selezionati. Allora, se non si possono ripetere o se sarebbe consigliabile non ripetere i vecchi paradigmi di sviluppo, quali sono quelli possibili? Io partirei da una considerazione, che a me non è particolarmente… io, insomma, per ragioni che capite, frequento molto il Mezzogiorno e spesso non ho chiaro quale sia la domanda di sviluppo che dal Mezzogiorno deriva. Ho sentito con interesse l’imprenditore che ha introdotto il nostro dibattito, dire: bisogna fare le infrastrutture, bisogna virtualizzare i fondi FAS, bisogna garantire i crediti di imposta eccetera. Questa semplicità nella rappresentazione della domanda possibile non sempre ricorre. Secondo, e qua il presidente Lombardo ha assai più esperienza e titolo di me per presentare quello che io accenno soltanto. Spesso non si capisce chi si fa portatore di rappresentare questa domanda di sviluppo in modo coerente, incisivo e strutturato. Quindi, il primo punto su cui io bramo di trovare elementi di confronto sufficienti è: esiste nel Mezzogiorno moderno una domanda di sviluppo che è sufficientemente strutturata e che domanda per davvero di essere soddisfatta o no? Io credo di sì e credo che addirittura esista in esubero, forse necessita di essere veicolata, più strutturata, meglio rappresentata, meno urlata. Ma se assumiamo che le organizzazioni partitiche, sindacali, la Chiesa e quanti altri soggetti aggregatori del bisogno di sviluppo esistevano nel 1951, ci siano ancora e si chiamino in altro modo – prima ne avete sentito una testimonianza – perché questa domanda non è possibile soddisfarla? Io credo che le ragioni siano numerosissime e le anticipo, dandovi di nuovo dei dati. Dal ’51 al ’92, in 41 anni, la Cassa per il Mezzogiorno ha speso 140 miliardi degli attuali Euro. Dal ’94 al 2008, in 14 anni, i fondi strutturali, che in qualche modo possiamo considerare sostitutivi della Cassa per il Mezzogiorno, hanno speso 73 Miliardi di Euro. Quindi nel Mezzogiorno sono stati impegnati per 15 anni un po’ più della metà dei danari che la Cassa aveva speso nei precedenti 41. Ma, possiamo dirlo, non sono stati portatori di indicatori di sviluppo così evidenti, se i numeri che vi ho dato all’inizio hanno un senso. Perché? Secondo me perché lo sviluppo si è burocratizzato. Alla domanda disordinata di sviluppo ha risposto un’offerta burocratica dello sviluppo, indifferente nei contenuti, in cui è stato evidente il primato del processo piuttosto che del risultato. Negli anni ’90, il principale obiettivo degli amministratori pubblici centrali e locali era spendere i danari comunitari, non era come spenderli e vivevano giustamente con l’angoscia che nel periodo esennale dei fondi strutturali, questi fondi non si riusciva a spenderli per l’incapacità di progettare o realizzare iniziative che potevano consentire di utilizzare quei danari. Da questa burocratizzazione – che voi mi direte è normale quando non c’è una tensione ideale sufficiente – io temo, anzi auspico, che bisogna uscire. Con quali proposte? Io per adesso ne faccio alcune confuse. Io penso che sia molto urgente la semplificazione della filiera istituzionale. Io penso che questo wafer debba essere in qualche modo almeno ridotto nella sua altezza. Quando Scudieri diceva: in Brasile ci vogliono 20 giorni per aprire una nuova iniziativa economica, non diceva quanti ce ne vogliono in Italia, però sottintendeva che ce ne volevano più di 20. C’è bisogno che a questa nuova stagione si dedichino meno attori e non c’è veramente bisogno di crearne di nuovi. Ci sarebbe veramente bisogno che ognuno di questi attori, auspichiamo pochi o almeno alcuni e non troppi, si dotino di alcuni, di nuovo pochi, obiettivi strategici evidenti, pubblici e misurabili. Io uso sempre questo sinonimo: il Sud avrebbe bisogno di più acceleratori e di meno ammortizzatori. Se la immaginiamo come una macchina, sarebbe il caso che si decidesse di investire per accelerare lo sviluppo e non per ammortizzare le tensioni socio-economiche che pure si vivono. Io credo che il nuovo modello di sviluppo debba partire dalle esigenze della domanda e non dalle ragioni dell’offerta. La domanda è come si diceva prima, dai cittadini, dalle imprese, dalle istituzioni poche o tante, sane che ci sono, che hanno il diritto-dovere di esplicitare qual è la domanda di sviluppo. L’offerta è fatta da noi, ma noi non possiamo indurre sviluppo dove ciò non è. E infine – e finisco – io credo che la valorizzazione del capitale umano non sia un luogo comune; io credo che se da questo dibattito che ha azzerato il silenzio, emergesse che nel Mezzogiorno viene fondata oppure ristrutturata una sana scuola Europea per la pubblica amministrazione, che insegna ai funzionari, agli impiegati delle pubbliche amministrazioni centrali e locali come si fa a organizzare e realizzare politiche per lo sviluppo, questa stagione avrebbe prodotto un risultato un po’ discontinuo, ma che nel tempo avrebbe una durata ragionevolmente positiva. Grazie.

CARLO SAGGIO:
Grazie. Grazie veramente. Come vedete il quadro si comincia a delineare. Innanzi tutto voglio confortarvi col fatto che ce la faremo coi tempi, quindi dovete avere pazienza. Ora la parola va all’Avvocato Luigi Fiorentino. La formulazione della domanda che gli faccio è ovvia, ma il contenuto invece è estremamente denso e di grande rilievo rispetto alla questione che stiamo discutendo. La questione è quanto la concorrenza può contribuire realmente allo sviluppo del Sud, delle nostre Regioni e come si coniuga questo tema della concorrenza con i tanti temi che sono stati trattati prima.

LUIGI FIORENTINO:
Mah, io vorrei ringraziare innanzitutto gli organizzatori e il moderatore del nostro dibattito, per un motivo molto semplice. Parlare del Sud oggi è fondamentale, perché significa parlare delle questioni che attengono allo Stato italiano nel suo insieme. Ma prima di darvi conto delle poche riflessioni che ho cercato di preparare per questa occasione, devo dire molto sinceramente, dopo aver ascoltato l’intervento del dottor Arcuri, che sono alquanto perplesso. Sono alquanto perplesso, dottor Arcuri, perché dall’amministratore delegato di Invitalia mi sarei aspettato degli indirizzi, invece lei non ha fatto altro che aumentare quelli che sono i miei dubbi, che come osservatore di quello che accade in questo famoso wafer, ahimè, devo prendere atto che non decidiamo noi i livelli istituzionali (che sono quelli che il Parlamento e il Governo, via via, ci vogliono dare). Però in tutto questo, che non vuole assolutamente suonare in chiave polemica, da persona del Sud, da persona quindi che partecipa emotivamente a questo dibattito, oltre che cerca di farlo anche con un approccio culturale, devo dire che ho qualche dubbio, perché mi aspetterei da chi opera nel settore, dirige una struttura che opera nel settore del Mezzogiorno d’Italia, non solo del Sud, ma dello sviluppo in genere, mi aspetterei degli orientamenti molto più precisi. Per carità, l’analisi generale è un’analisi che condivido, i dati sono assolutamente incontrovertibili. Dal mio punto di vista mi è stato chiesto di parlare portando la mia esperienza di persona che opera nelle istituzioni appunto del Sud. Interrogarsi sulle ragioni dell’arretramento del Mezzogiorno e sulle prospettive di sviluppo è una cosa – come voi che state qui sapete tutti – molto delicata, perché questo tema spinge a fornire ricette univoche e ad apparire presuntuosi. Il mio attuale incarico mi impone di affrontare l’argomento da una particolare prospettiva: quali interrelazioni ci possono essere fra la concorrenza, il mercato e quell’insieme di elementi che tutti noi abbiamo imparato a conoscere sui banchi di scuola come la questione Meridionale? Io strutturerò il mio intervento, cercando di rispondere a questo interrogativo e di ragionare nel contempo brevemente con voi su quelli che, a mio modo di vedere, sono i nodi ancora da affrontare. Muoviamo da alcuni dati che sono, a mio modo di vedere, incontrovertibili. Dal 2004 il Meridione cresce meno del resto d’Italia (questo è un dato che non lo devo dire io, sono dati pubblici); i distretti locali del “Made in Italy” tendono a restringersi nel sud più che nel nord; le leggi speciali per il Mezzogiorno hanno avuto dal 2002 ad oggi effetti irrilevanti. Penso però che sia utile richiamare veramente alcuni aspetti storiografici, non solo perché contribuiscono a sfatare la retorica di un Meridione che è perennemente assistito – io seguo molto il Presidente Lombardo, seguo quello che il Presidente dice e sono assolutamente d’accordo – perché presentano forti connessioni sul tema su cui intendo soffermarmi, cioè sul rapporto fra mercato e concorrenza. La condizione del Mezzogiorno d’Italia è legata con il modo e con il tempo in cui – come è stato detto anche in precedenza – si è realizzata l’unità politica del nostro popolo. Il motivo di molti romanzi di poco successivi, ma anche di quelli contemporanei che ne riportano la memoria, è il disincanto e la delusione per il fallimento degli ideali risorgimentali. La grande speranza per la massa della popolazione di una certa borghesia intellettuale di quel tempo, era che lo stato unitario che stava per nascere potesse dare un nuovo slancio al Meridione. Occorre dire che l’unità politica non giungeva nel deserto, molti erano i fiori all’occhiello: dalla metalmeccanica di Pietrarsa, ai cantieri di Castellammare, alla industria tessile siciliana. L’eco di questa critica e disillusione è rimasta nelle più belle pagine della nostra storia letteraria, appunto ne Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, ne Il Quarantotto di Sciascia. Secondo una parte della storiografia, la causa primaria della decadenza fu la concorrenza dei prodotti settentrionali che erano favoriti anche geograficamente negli scambi internazionali. Secondo un altro filone interpretativo, invece, sostenuto da intellettuali e politici meridionalisti dell’epoca, essa fu innestata da una politica economica industriale e fiscale nient’affatto neutrale. Sul piano appunto dell’impatto territoriale, anzi, dobbiamo dire, essa destabilizzava in quanto alterava la par condicio degli operatori del mercato, che costituisce l’essenza stessa – io credo – del libero mercato. Giustino Fortunato, nel 1904, metteva appunto l’accento sul sistema di imposizione che non era un sistema di imposizione neutrale, perché era centrato quasi esclusivamente su terre e consumi e non sul capitale, situazione che di per sé andava a svantaggio delle popolazioni meridionali. La questione meridionale si poneva quindi all’attenzione dell’opinione pubblica come una questione economica e di rapporto fra preesistente apparato produttivo e il nuovo assetto unitario. L’arretratezza era considerata in parte causa e in parte effetto del divario di benessere che da quel momento sarebbe stato destinato a crescere. Parlare di mercato richiede la condivisione di presupposto. Non vi può essere concorrenza senza un sistema efficiente di istituzioni e di regole, senza quindi lo Stato di diritto. Se queste condizioni non sono date, non è corretto parlare di mercato, né di concorrenza, ma di conflitto darwiniano per la prevalenza del più forte, nell’esclusivo interesse di quest’ultimo. Il mercato, invece, è qualcosa di diverso, è il luogo ideale dove convivono più interessi, quelli delle imprese, certo, ma anche quelli dei consumatori, quelli degli utenti, quelli dei cittadini; il mercato quindi è un insieme di regole che poggia su due valori fondamentali: la libertà e l’eguaglianza. Perché si affermi quindi un’economia di mercato, occorre non solo un contesto normativo, ma anche un contesto ambientale favorevole, nel quale non vi siano soggetti economici beneficiari di vantaggi competitivi, cosa che invece accade quando ad esempio viene a mancare il rispetto delle normative poste a tutela dei lavoratori o allorché con la forza si impongono strategie imprenditoriali o organizzative a soggetti economici di dimensioni minori. Devo ricordare, come segretario generale dell’antitrust, che uno dei nostri primi casi è stato contro il cartello dei cementieri, in provincia di Caserta, dove alcune imprese, affiliate ai clan, costringevano piccoli imprenditori a pagare il pizzo attraverso lo strumento del Consorzio. Ecco perché la precondizione necessaria, affinché nel Sud si affermi un contesto utile non solo per la concorrenza, ma anche per lo sviluppo del territorio e per l’efficacia delle politiche pubbliche, è combattere la criminalità organizzata. Ma assicurare un mercato teoricamente concorrenziale non è sufficiente per porsi in un’ottica di sostegno alle politiche meridionalistiche. La concorrenza deve essere un valore non astratto, ma deve essere qualcosa di concreto, qualcosa di sperimentabile in vivo, non in vitro. Essa in primo luogo deve caratterizzare l’attività delle istituzioni pubbliche nel loro rapporto con il mercato. Se questo è vero sempre, è vero ancora di più nel Mezzogiorno, dove le amministrazioni pubbliche, con l’obiettivo di assorbire manodopera, hanno occupato aree che in condizioni di normalità dovrebbero essere di dominio di operatori privati. Mi riferisco in particolare a quelle miriadi di società a partecipazione pubblica che spesso drenano risorse e costituiscono una sorta di area protetta a vantaggio di sistemi collusivi e clientelari e a svantaggio delle imprese e del libero confronto concorrenziale. E’ lecito, per esempio, chiedersi: perché le regioni del Sud non si fanno interpreti e promotrici di un autentica apertura al mercato nel campo dei servizi pubblici locali? Perché quelle attività che possono essere efficacemente affidate al mercato (tra tutte per esempio i trasporti pubblici locali) non sono affidate attraverso opportune procedure competitive a soggetti privati? Il ruolo del soggetto pubblico ne risulterebbe, io credo, non dequalificato, ma ampiamente riqualificato. Deve essere chiaro infatti che operare politiche di esternalizzazione non significa rinunciare a svolgere quelle funzioni che sono intimamente legate all’esercizio delle funzioni pubbliche e cioè la regolazione, la programmazione, la vigilanza e il controllo. Le regioni e le amministrazioni pubbliche del Sud – ma questo lo dico proprio come osservatore di quello che accade nelle istituzioni – credo debbano riorganizzare le proprio attività intorno alle funzioni fondamentali, debbano creare il contesto, l’ambiente e aiutare il sistema delle imprese a competere. Evitino di essere esse stesse attrici, forse inconsapevoli, di politiche di restrizioni della concorrenza. Si pensi ad esempio alla gestione dei bacini di carenaggio nei porti, che sono una grande risorsa per il Mezzogiorno; spesso i bacini di carenaggio sono – come voi forse sapete sicuramente – affidati in concessione a un soggetto privato. Ma spesso il concessionario si comporta come un vero e proprio monopolista; per questo occorre una regolazione che garantisca l’equo accesso all’infrastruttura anche da parte di altri operatori economici. In caso contrario diventa assai difficile attrarre investimenti e sviluppare attività. Non a caso, proprio sulla gestione concessoria di bacini in un grande porto del Mezzogiorno, l’autorità ha avviato una istruttoria che è ancora in corso; così io credo che gli enti pubblici devono evitare, pur nel lodevole intento del contenimento della spesa, di contribuire a cristallizzare situazioni collusive tra le imprese che sono situazioni spartitorie del mercato. E questo l’oggetto di una istruttoria che da tempo abbiamo avviata con riguardo alla problematica riscontrata nel mercato del servizio trasporto marittimo, nel golfo di Napoli e Salerno, laddove appunto si ipotizza l’esistenza di un coordinamento fra le principali imprese, volto a ripartirsi le rotte. Aprire i mercati, quindi, significa porsi in un’ottica di sviluppo, di creazione di benessere, di ampliamento delle possibilità occupazionali, ciò per altro senza la necessità di risorse finanziarie, cosa tanto importante, quanto purtroppo trascurata, soprattutto in un particolare momento di ristrettezze come questo. Per lo sviluppo della concorrenza servono scelte coraggiose, serve una buona normazione e una amministrazione capace di assicurarne l’effettività. Un caso che conferma tale assunto è riportato in una nostra analisi sull’attuazione a livello regionale della riforma Bersani sul commercio. Molto spesso la programmazione urbanistico-commerciale, introdotta dalle regioni, è stata recepita attraverso l’introduzione di criteri rigidi, di criteri che appunto sono invasivi del ruolo dell’impresa, soprattutto perché amplia il livello di competenze, laddove, come in questo caso, non ce ne è assolutamente bisogno. In una delle serate estive che ho trascorso in una bella campagna del sud, in provincia di Avellino, ho chiesto ad alcuni miei amici che operano nel settore dell’edilizia, che cosa occorrerebbe fare per risolvere i problemi del Sud, proprio per confrontarmi con persone che operano… Ebbene, la risposta è stata immediata ed univoca: troppa burocrazia, dove ciò non significa allergia ai controlli, ma esprime l’esigenza – io cedo – di amministrazioni semplici del rapporto con gli operatori economici funzionanti, accessibili, non oscure. Pensate che in un capoluogo della mia provincia di origine vi sono ancora alcuni uffici che ricevono due volte alla settimana per due ore, dalle 10 alle 12 (questa è una cosa che nel 2009, 2010, non è più possibile). Il ritardo di sviluppo, il necessario ruolo propulsivo dei poteri pubblici non deve essere invadente, ma deve piuttosto accompagnare gli operatori economici. Creare un sistema che permetta agli stessi di scendere in campo, senza dover superare ostacoli procedurali, senza doversi rapportare a burocrazie che agiscono molto spesso in maniera autoreferenziale. Occorre quindi – io penso – puntare su amministrazioni locali di qualità, aiutare le amministrazioni regionali e locali a formare e sostenere una nuova leva di funzionari pubblici che sia interprete vero delle politiche di semplificazione amministrativa, di trasparenza e di creazione di contesti economici favorevoli all’impresa. È necessario procedere, in maniera coordinata nel rispetto dei poteri e delle autonomie delle regioni, a costruire una vera cultura della semplificazione e a far sì che essa non sia solo oggetto di studio, ma penetri realmente e finalmente nell’agire quotidiano delle amministrazioni: questo è il punto fondamentale (di semplificazione si parla ormai da 20 anni!). Io penso che l’attuazione delle norme sul federalismo amministrativo e la successiva applicazione possano essere una occasione positiva per il Mezzogiorno, nel senso di ricostruire un circuito virtuoso in termini di responsabilità, di trasparenza fra cittadini e amministrazione. Il federalismo richiederà anche importanti innovazioni nel modo di rapportarsi della amministrazione centrale della Stato alle problematiche del Mezzogiorno. Le amministrazioni del centro – i Ministeri, le Agenzie – dovranno divenire istituzioni di propulsione e svolgere un coordinamento leggero, basato soprattutto sulla conoscenza del territorio. Anche io credo che lo stesso CIPE dovrà dedicarsi di più alla programmazione di interventi infrastrutturali rilevanti. Non ha senso infatti che esso di occupi di microinterventi; deve sempre di più essere un luogo di definizione di obiettivi macro, di coordinamento, anche per prepararsi al 201,3 allorché verranno meno, nelle forme che abbiamo conosciuto, i fondi comunitari. Penso anche alla definizione, nel rispetto dell’autonomia degli enti, di una strategia unitaria di intervento e al sistema del co-finanziamento, che impone investimenti aggiuntivi nazionali. Però è necessario che i finanziamenti stanziati siano assicurati nei tempi e nell’ammontare concordato. Il tema delle infrastrutture: è pacifico che esista una relazione diretta fra livello di infrastrutturazione e livello di sviluppo, le analisi più recenti lo dimostrano. Da questo punto di vista, questo rifilo va affrontato con decisione. Mi capita di pensare molte volte che i ritardi nella realizzazione di opere infrastrutturali, di opere pubbliche strategiche, siano spesso funzionali ad altri obiettivi, ad altri processi. Con decisione e anche utilizzando strumenti organizzativi straordinari (penso ai commissari straordinari, con poteri di deroghe e sostitutivi e con un forte impulso politico), forse le eterne opere incompiute potranno essere realizzate. È indubbio che, sotto questo profilo, credo sia stata giusta e opportuna, anche in considerazione dell’attuale crisi economica, la scelta di riprogrammare gli stanziamenti del FAS nazionale, orientandoli verso l’infrastruttura; in prospettiva, una buona opportunità potrebbe essere data anche proprio dalla legge sul federalismo fiscale che prevede, come voi sapete, meccanismi di perequazione infrastrutturale. Ma per il sud è necessario (qui mi riferisco a quello che diceva il dottor Scudieri in apertura), è necessario non rimanere indietro nella scommessa del futuro: la infrastrutturazione immateriale, le reti di nuova generazione. Dobbiamo comprendere che se vogliamo rendere competitive le imprese, occorre dare la possibilità alle imprese che operano nel sud di avere lo stesso tipo di infrastrutturazione che hanno le imprese che operano nel nord. Da questo punto di vista, va nella direzione giusta la scelta del Legislatore – a mio modo di vedere – di impegnare fino a 800 milioni per lo sviluppo della banda larga nel Mezzogiorno. Tutto questo richiede risorse finanziarie. Io credo che l’idea di una Banca del Sud definita dalla finanziaria del 2006 e riproposta recentemente dal Ministro Tremonti, debba essere sostenuta. I 20 milioni di cittadini del sud sono senza banca territoriale di riferimento. La Banca del Sud dovrebbe recuperare quella grande progettualità che fu propria della tradizione della Cassa del Mezzogiorno. Una banca in grado quindi di favorire l’aumento della concorrenzialità e della competitività meridionale, in grado di far crescere le imprese sane e superare il nanismo imprenditoriale che purtroppo è tipico delle nostre imprese meridionali. In conclusione, l’importanza della rinnovata attenzione della politica sul Sud è fuori discussione. Se il Sud, metà del territorio italiano, venisse condotto a un livello di sviluppo economico e sociali accettabile, ciò costituirebbe – io credo – un valore aggiunto per il paese intero. Anche oggi la questione del Mezzogiorno è la questione dello Stato italiano. In un contesto rinnovato, i problemi da affrontare sono noti, molte iniziative sono state avviate, punti di eccellenza, anche se a macchia di leopardo, esistono, ma l’esigenza di legalità, di amministrazioni semplici, il gap infrastrutturale, la necessità di un sistema creditizio ritagliato sulla peculiarità e le esigenze del territorio rappresentano nodi critici da affrontare con decisione. Serve una buona Cassa per il Mezzogiorno? Con quali strumenti attivarla? Serve, come ho cercato di dire, sicuramente una nuova cultura delle amministrazioni centrali dello Stato. Le sedi di coordinamento istituzionale già oggi non mancano; c’è forse l’esigenza di una struttura leggera, di una struttura snella, in grado di dare una unitarietà politica e tecnica alle molteplici azioni che pure sono in moto e a quelle che dovranno essere attivate. Ma il futuro del Sud, questo voglio dire, è soprattutto nelle mani dei meridionali, di noi meridionali, è nelle mani della gente del sud, dei giovani del sud. Non è vero che nel sud non ci sono idee per lo sviluppo, però il Sud ha bisogno di governo, di politiche e di istituzione che aiutino queste risorse a esprimersi. Grazie.

CARLO SAGGIO:
Ringrazio l’avvocato Fiorentino per la completezza ed anche la passione con la quale ha svolto il suo lavoro. Ora abbiamo tre certezze: primo che il Presidente Lombardo, visto i tempi del Meeting, ha un minuto per fare il suo intervento e quindi sarà necessario operare una deroga per farlo parlare; secondo, che voi avete avuto il peggior moderatore del Meeting, perché non sono riuscito a tenere le cose entro i tempi; terzo, che mi sembra più importante e necessario che si faccia un Meeting sul tema del Sud, perché abbiamo aperto una quantità tale di temi che richiedono approfondimento, dialettica, passione, per cui ora andare a stringere sembra molto difficile. Il Presidente Lombardo è stato chiamato in causa diverse volte su federalismo fiscale, situazione istituzionale, situazione politica, il partito. Certamente deve dire qualcosa anche su questa parola, responsabilità. C’è la voglia di assumersi la responsabilità di promuovere questo sviluppo del sud che, appare chiaro, non ce la faranno a fare gli altri se noi non lo vogliamo? A te.

RAFFAELE LOMBARDO:
Grazie, non penso che ce la farò in un minuto. Spero di essere il più possibile sintetico. Intanto ti ringrazio anch’io e ringrazio il Meeting perché ha voluto dedicare al Sud questo confronto di grandissima importanza e di grandissima attualità. Di attualità anche, perché devo dire al proposito che, anche ieri, Formigoni e Calderoli si sono espressi sull’opportunità di un partito del sud; un tema importante quindi quello del quale si parlato, interessanti gli interventi che hanno preceduto il mio, credo che si tragga spunto per l’azione da quanto si sente e da quanto si legge degli imprenditori come degli uomini istituzionali. Però il timore che tu esprimevi e che cioè questo tema, che oggi è all’ordine del giorno, domani possa essere di nuovo archiviato e si torni a parlare soltanto di un’altra questione, che è la questione del settentrione, del nord, è un grosso rischio che noi vediamo. E se un partito, una formazione politica, una fondazione culturale, un giornale che magari leggiamo su internet, tiene vivo il dibattito su questo argomento e su questo tema, io credo sia indispensabile, perché attorno a questo tema si vivono, come è stato detto a proposito di statistiche, di numeri, di analisi, disagi, problemi, migrazioni bibliche. Quindi che di questo argomento si continui a parlare e che poi il tutto si traduca in azioni concrete per ciascuno di noi, per quelle che sono le responsabilità di cui siamo titolari, è cosa essenziale.
E che quindi una formazione politica o culturale, una fondazione od un giornale continui a trattare questo argomento ed ad agitarlo, credo che sia di una importanza fondamentale. Per quanto mi riguarda, devo dirvi, ed è questa la prima occasione nella quale mi è data la opportunità di farlo, che ci sia una formazione politica che cresca nella considerazione dei meridionali e che susciti la loro attenzione, che attragga il loro consenso e la loro partecipazione, credo sia importante. Credo che sia importante anche perché, vedete, insieme a questo interesse, c’è da ripristinare la verità. A proposito del sud e della mia iniziativa politica, attorno al fondo delle aree sottoutilizzate, se ne sono lette e sentite di tutti i colori: il ricatto, il partito del ricatto, ma quale ricatto? Il Partito dello sperpero: non c’è articolo in cui, giorno per giorno, non si stigmatizzi lo sperpero; quale sperpero, se questo governo, per esempio, da un anno a questa parte cerca di lesinare la lira? Qualcuno di voi me ne è testimone, io voglio cercare di ridurre la spesa, io quest’anno devo far quadrare i conti per quei 16 miliardi del mio bilancio che mi porteranno a recuperare due miliardi e mezzo. Qualcuno oggi lamentava una riduzione indiscriminata di tutte le voci del 12%, perché nonostante tutto in passato accadeva, anche se non ce ne era bisogno, ma io non voglio ricorrere a mutui se non ce ne è bisogno. E poi ancora, la concessione e il regalo del Fas, è un fondo che ci spetta, che era assegnato nella misura di 4 miliardi e trecentotredici milioni di euro. Vi dico fra un minuto chiaramente come si è arrivati alla definizione di questo lungo confronto. Io l’ho definito un sequestro del fondo, che finalmente siamo riusciti a dissequestrare a patti e condizioni concordati, senza nessun braccio di ferro, senza nessuna sfida, senza nessun ricatto. Per non parlare poi del separatismo, della mafia, della secessione, della spaccatura del paese, quando, lo avete detto voi, c’è un paese che è profondamente diviso, diviso in due, mentre noi vorremmo finalmente che quanto meno iniziasse il cammino, il percorso della vera unificazione, della vera unificazione dell’Italia, quindi del nostro paese. Perché il disagio, qual è lo stato delle cose? Tanti dati sono stati richiamati da chi mi ha preceduto, però è vero che in questi quindici anni della cosiddetta seconda Repubblica, finite le ideologie, purtroppo per molti versi persosi di vista il valore della solidarietà tra ricchi e poveri, tra nord e sud eccetera, si va avanti per logiche egoistiche, e in questi ultimi quindici anni il divario fra nord e sud è cresciuto sicuramente molto di più che non in passato. Il reddito procapite, il pil procapite è doppio al nord rispetto al sud. Una piccola parentesi rispetto al Pil dobbiamo farla, quanto meno in questa sede, guai se non la facessimo ed io vi invito a rivalutare, come dire, i livelli di qualità della vita, non misurandoli in termini di Pil una volta per tutte. Io, credetemi, comincerei a guardare ad altro piuttosto che ad una famiglia in cui si incassano magari duecentocinquantamila euro all’anno ed i figli non ti salutano nemmeno, ti mandano al diavolo, e la moglie magari esce per i fatti suoi, si fa la sua vacanza, ammesso che riesca poi a tornare a casa. Preferisco una famiglia con un reddito più modesto, ma in cui alcuni valori, a cominciare da quello che mi dà serenità, ci dà serenità, felicità, ecc., l’unità della famiglia, ci siano. Ecco, perché se valutiamo tutto in termini di Pil, di reddito procapite, tutto va bene se il reddito è raddoppiato e tutto va male se il reddito è dimezzato. Così non è, e siamo nelle condizioni in cui a proposito di altre regioni europee che succede? Siamo fra le ultime, oltre la centosessanta su duecentootto regioni europee, A proposito di questa condizione europea, beh ai nostri amici della Lega si perdonano tante cose, mentre io sono accusato di voler promuovere la separazione o di voler riesumare il separatismo o la secessione, invece si stende un velo, non so se pietoso, sulla bandiera, sull’inno, sul dialetto, sulle gabbie salariali ma anche e soprattutto sulla sorte di qualche centinaio di migliaia di persone che perdono la vita alla ricerca più o meno disperata di una condizione dignitosa. Mentre in questo nostro paese, la colpa sarà tutta nostra per carità, 700.000 persone, leggiamo, dal ’97 al 2008 sono migrate. Vedete che migrazione biblica appunto, con quanti disagi, con quanto denaro investito dalle famiglie per la formazione, con quanto denaro risparmiato! Se i miei figli oggi studiano a Roma, posso anche pensare che lavoreranno a Roma o Milano; il frutto dei miei risparmi sarà una più o meno fallimentare azienda agricola o una casa nella quale ogni famiglia meridionale investe tutto quanto, e queste saranno vendute e il ricavato di quella vendita sarà investito a Milano o a Roma. Oltre il disagio, la lontananza. Mia moglie non è qui perché gode, tra virgolette, della presenza dei miei figli a casa, per dire di dati che fotografano una realtà. Sarà tutta colpa dei meridionali, ma è una ragione in più affinché ci sia un partito, una formazione politica, se volete nazionale, che però metta insieme formazioni regionali di alcune regioni del sud, che non perda di vista l’interesse nazionale che è da privilegiare, figuriamoci se ci rinunciamo dopo che ci abbiamo rimesso tanto, e che però sottolinei nella sua azione programmatica un interesse particolare per il Mezzogiorno. Così non va e per uscire da queste condizioni che cosa bisogna fare? Perché questo divario si riduca non possiamo aspettarci che faccia tutto il governo centrale né che facciamo tutto noi, noi dobbiamo fare la nostra parte ed incontrarci a metà strada. A proposito di sperpero nella sanità devo dire che la Sicilia è l’unica regione del centro sud oggetto di, o vittima di, oggetto di un piano di rientro, concordato per giunta, che non si è fatta commissariare. Quattro giorni fa cosa abbiamo fatto? Miracolo, abbiamo nominato 17 nuovi manager, tutti nuovi, qualcuno era bravo anche tra gli uscenti, forse operava anche dalla parte di piazza Armerino, così abbiamo rimosso questa vergognosa polemica sui rapporti anche di parentela e quant’altro, ma voglio dirvi che abbiamo cambiato i manager, li abbiamo ridotti da 29 a 17, ma soprattutto abbiamo risparmiato, senza licenziare nessuno, senza chiudere reparti ospedalieri per ora, perché poi dobbiamo riqualificare la sanità facendo capire alla gente che non è nel numero dei posti letto che si misura la qualità del servizio sanitario, come dimostrano le regioni virtuose come la Lombardia o l’Emilia Romagna, dove abbiamo una media di 150 piuttosto che i 180 della media dell’OMS, che è quella sufficiente per la migliore sanità e noi ne abbiamo 250.
Abbiamo risparmiato centralizzando la gara per l’acquisto dei farmaci, che ci ha fatto risparmiare un miliardo centocinquanta milioni circa, per esempio, facendo una gara e non andando avanti con il rinnovo dei vecchi rapporti. Per esempio per l’acquisto, sembra una banalità ma è così per tutto, del vaccino contro il virus del papilloma, siamo riusciti a portare il costo da 110 a 40 euro circa, applicando, come dire, principi di legalità nell’acquisto. E così abbiamo incamerato un mutuo da due miliardi che ci ha fatto soddisfare parecchi fornitori e sbloccheremo probabilmente 900 e più milioni di euro che lo Stato si è trattenuto in attesa e per vedere se in effetti noi ce l’avremmo fatta. Questa ricetta della riduzione del costo va di pari passo con il miglioramento della qualità, perché guai se non migliorassimo la qualità della sanità nella regione che ha il più alto indice di mobilità sanitaria, di mobilità sanitaria cioè di gente che va a farsi curare. Prima ragione di mobilità è l’ortopedia, il femore rotto, la rotula scassata piuttosto che la neurochirurgia o gli interventi a cuore aperto. Questa ricetta dobbiamo applicarla negli altri campi dell’amministrazione regionale e questo ci comporterà un nuovo senso di responsabilità. Ci sono state contestazioni, avete letto, a Caltagirone, parlo soprattutto con i siciliani, con manifesti funebri, ma a proposito di che cosa? Del fatto che abbiamo abolito una Direzione Generale, non un reparto; ma un paziente va in un ospedale sicuro se c’è un buon primario, non se c’è il Direttore Generale, che lì ci costa tre o quattro milioni di euro in più. Ecco perché la riduzione va applicata al personale regionale e avete letto in questi giorni, a proposito del bombardamento mediatico, cui bisogna reagire per evitare di essere sommersi dalle critiche e dagli insulti, a proposito degli invalidi civili, a proposito dei 18.000 dipendenti che avremmo in 2500 centri. Io non lo voglio dire, perché, per la verità, forse non lo so neppure, però un censimento finalmente lo stiamo facendo e stiamo realizzando, finalmente, la pianta organica per avere certezza dei numeri dei dipendenti regionali che sono molte molte decine di migliaia di più che non i 18-20 mila dipendenti regionali. Per avere un’idea, solo i forestali sono 30.000, aggiungiamo poi i dipendenti delle varie imprese, delle varie aziende. E io cosa dovrei fare, indicarli come responsabili della rovina? Guai, sono una grande risorsa, che va meglio utilizzata attraverso una riorganizzazione produttiva del lavoro. Come nella sanità neppure nel precariato della forestale o altro intendiamo interrompere il rapporto di lavoro, anche perché è un rapporto di lavoro, se volete part-time, ma a tempo indeterminato. Riorganizziamo la macchina regionale per rendere produttivo questo lavoro e se ho tante migliaia di forestali che magari non fanno nulla, allora gli faccio curare un poco il verde pubblico o gli faccio curare il verde negli ospedali di cui si è perso traccia all’interno delle aree ospedaliere. E la stessa cosa devo fare nel settore della formazione professionale, che mi assorbe ancora centinaia di milioni di fondi strutturali, di fondo sociale europeo, senza produrre una qualità formativa accettabile e la stessa cosa faccio naturalmente con una legge di semplificazione burocratica, che mi riduca enormemente quei tempi che altrove ammontano a 20 giorni, a 21 giorni e da noi sono diversi e diversi mesi, indicando un termine preciso e regole certe. E questo è il cammino che naturalmente io devo fare, alla luce del quale il fondo per le aree sottoutilizzate è stato ottenuto perché abbiamo acquistato un poco di credibilità, realizzando delle cose e secondo perché lo abbiamo modificato concordandolo col governo e senza gridare alla perdita di autonomia. Alla luce di questo principio della reciproca responsabilità, ho ispirato il buon rapporto con la Lega, il mio atteggiamento di condivisione del principio del federalismo fiscale. Perché avremmo dovuto dire di no a un principio in base al quale io so che devo fare la mia parte e che chiaramente non posso andare avanti contando su regalie, sui trasferimenti e su quant’altro? Devo attenermi nell’arco di cinque anni a dei costi standard e perché no e perché da me una tac deve costare tot mentre a Milano costa la metà? Deve costare quanto a Milano, se quello è il costo standard. Perché so bene che ridurre il costo per me comporta non un disservizio, ma comporta tagliare uno sperpero, tagliare uno spreco, anche perché la risorsa che io metto da parte la utilizzo ovviamente per promuovere lo sviluppo. Ecco perché devo dirvi che non mi scandalizza e non mi preoccupa neppure un poco il discorso sulle Regioni a Statuto Speciale. Siamo una Regione a Statuto Speciale. Ieri, credo o qualche giorno fa, leggevo, forse a firma di Panebianco, a proposito della famosa polemica sul centralismo, sul federalismo, che in Italia dovremmo avere il federalismo al Centro-Nord e il centralismo per quanto riguarda il Sud, incapace e inefficiente. Io dico semplicemente questo: in tutte le Regioni a Statuto Speciale, con i decreti attuativi, tu ti trattieni tanto di tributi e quindi eserciti più funzioni naturalmente. A proposito di tributi, non c’è dubbio che io posso aspirare anche a governarmi la scuola o a governarmi che so il sistema delle ferrovie, sono tutte inefficienze regionali se volete, ma le ferrovie sono sempre state dello Stato e io so bene per la verità che l’unico pezzo di alta velocità ferroviaria c’è da Roma a Napoli per quanto riguarda il Mezzogiorno e io per raggiungere Palermo da Catania, sono 180 Km., devo metterci quattro ore e mezza, quindi non è soltanto inefficienza e sperpero. Ma se io devo governarmi le ferrovie come la scuola, come faccio? Arrivo certamente a calcolare che da qui a cinque anni, arrivando al costo standard, devo risparmiare, quindi investo quelle risorse risparmiate, ma ho anche se permettete, non vedo perché debbano scandalizzarsi lor signori, un’entrata straordinaria, che sono le accise petrolifere, che per altro richiamano l’argomento di uno sviluppo non sostenibile, imposto, se permettete, da Roma a una terra a cui si è pensato per realizzare raffinerie, per realizzare centrali termoelettriche, dove si brucia il pet-coke, che dovunque nel resto d’Europa è fuorilegge, perché altamente inquinante. E si tratta di 10, 12 miliardi di euro all’anno di tributi, appunto, che vengono incassati dallo Stato e devo dirvi che, in questo dialogo, credo alla bontà delle politiche che lo Stato ha annunziato, ma le ha annunziato perché c’è questa attenzione, perché c’è questo interesse, perché si parla di Sud. Non so se a ottobre prevarrà la questione settentrionale, se non c’è una forza politica, culturale, della comunicazione, che tenga alto il dibattito, l’attenzione. Perché lo Stato cosa mi assicura? Mi assicura un piano decennale per i grandi interventi infrastrutturali, ma non c’è dubbio, a cominciare dal ponte sullo stretto o l’alta velocità, che non vedo perché non debba arrivare poi da Battipaglia a Villa San Giovanni e non debba arrivare anche da Napoli a Bari, senza la quale alta velocità, voi direte e senza il ponte sullo stretto, come ben si sa, quelle famose ferrovie dello Stato hanno ridotto ad un terzo i traghetti delle cosiddette ferrovie, per cui ormai si torna a scendere, come 100 e più anni fa, a Villa San Giovanni con la valigia in mano, per poi risalire sul treno a Messina, ammesso che da Messina si voglia percorrere la strada per Catania, appunto su un vagone ferroviario. Quindi ok a questo piano, comunque lo si voglia realizzare, con una Cassa per il Mezzogiorno, con una Agenzia, con quello che si vuole. Ma anche qua serve una forza politica per ripristinare la verità: pessimi gli ultimi venti anni, fondamentali, provvidenziali i primi venti della Cassa del Mezzogiorno. E’ stato ricordato, credo da lei, che le bonifiche dalle nostre parti come in tutto il Mezzogiorno, i porti, quel poco o molto di porti, quel poco o molto di autostrade, che sono stati realizzati, lo sono stati proprio da quella Cassa. Quindi questo soprattutto, questa fiscalità speciale di vantaggio, va sostenuta in sede europea, perché noi non siamo quel 3% della Francia cui si vuole negarla per essere una piccolissima parte del territorio nazionale dove agiscono due, tre imprese. Siamo la bellezza di un 35/40% della popolazione nazionale, siamo l’ottavo paese europeo come Mezzogiorno, per cui ci sono le ragioni se questo nostro governo vuole ottenere una fiscalità speciale, che subentri alla fase dei fondi strutturali e quindi nel 2013, perché per dieci anni le imprese che ci sono e quelle che verranno non paghino tasse, per cui, piuttosto che delocalizzare in Slovenia, in Polonia o in Cina si possa privilegiare una Sicilia, nella quale – altro annunzio e altro impegno importante del nostro Presidente del Consiglio – ci si impegni a battere, non a combattere, a battere, a sconfiggere, a eliminare la mafia. Siamo sulla buona strada, non credo che si possa dire altrettanto purtroppo per la Campania e per la camorra, siamo sulla buona strada, siamo credo in una fase storica nella quale una volta per tutte questa mala pianta possa essere definitivamente sradicata. Chiudo e vi dico perché un partito del Sud o quello che sarà, a partire dalla cultura e dalla comunicazione. Ma intanto perché oggi a proposito di sicurezza, di immigrazione ad esempio e a proposito di misure anticrisi e di federalismo un partito che è del Nord detta l’agenda del Governo. Secondo perché, con tutto il rispetto, i giudizi negativi sul partito del Sud li voglio sentire dai calabresi, dai pugliesi che vivono in Puglia, piuttosto che dai cittadini di Treviso, di Novara o di Verona e di Varese. Terzo, perché vi prego di ragionare solo su un fatto. Parliamo di federalismo fiscale e di responsabilità, parliamo di fallimento dell’autonomia in Sardegna e in Sicilia e di successo nel Trentino e nella Valle d’Aosta: ma là c’erano dei partiti territoriali dell’autonomia e delle regioni. Seconda cosa, è vero, lo sperpero, la corruzione e il clientelismo del Sud, ma scusatemi, si tratta di classi dirigenti dei partiti nazionali, che dai vertici romani hanno avuto condivisione per le loro politiche e hanno avuto legittimazione. Sono stati cacciati, mi chiedo e vi chiedo, sono stati mai cacciati i dirigenti meridionali di quei partiti per corruzione o inefficienza o sono stati cacciati per infedeltà e per disobbedienza? Voi pensate che io avrei potuto forse, spaccando i partiti nazionali, attuare una politica di responsabilizzazione, una svolta, se volete, che tenta di imboccare una via virtuosa, se fossi stato un uomo, seppure importante, un quadro dirigente significativo di un partito nazionale? Avrei dovuto sottostare ovviamente a tutte le mediazioni e i compromessi dei partiti nazionali. Nel Mezzogiorno ecco perché serve un partito del Sud. Se permettete, i sindaci delle grandi città, i consiglieri e gli assessori regionali, i parlamentari nazionali specialmente di questi partiti che hanno perso di vista la democrazia interna e con questa legge elettorale, i parlamentari nazionali e i ministri sono espressioni dei vertici romani e hanno poco legame con il territorio e rispondono poco a una logica della responsabilità. Io credo che, invece, noi abbiamo tutte le condizioni perché questa svolta si possa attuare e perché intanto, facendo la nostra parte, recuperando il nostro orgoglio e una volta per tutte dissipando i sentimenti che a piene mani si colgono leggendo Il Gattopardo e cioè della rassegnazione, della sfiducia e del fatalismo, possiamo essere protagonisti, noi insieme a un governo nazionale, che ponga al centro della propria politica una questione che non è di un territorio a perdere, ma che è di un territorio che vuole partecipare attivamente allo sviluppo del Paese. Ecco, lavoriamo perché insieme si possa raggiungere questo obbiettivo dell’unità d’Italia, che festeggeremo più o meno convinti fra un paio d’anni, tre anni, ma che vorremmo nel frattempo si cominciasse realmente a costruire.

CARLO SAGGIO:
Scusate, ringraziamo anche il Presidente Lombardo per questo intervento che ci ha fatto sforare tutti i tempi, quindi non sarà possibile un secondo giro, ci rivediamo l’anno prossimo per un grande incontro sul Sud.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

25 Agosto 2009

Ora

19:00

Edizione

2009

Luogo

Sala Mimosa B6
Categoria
Focus