STORIE DAL MONDO. Rassegna di reportages internazionali. A cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin.

Cristiani in Iraq di Gian Micalessin e Monica Maggioni. Produzione: Gm news. Il racconto drammatico dei cristiani in Iraq oggi. Partecipano: gli Autori; Joaquin Alliende-Luco, Presidente Internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre.

 

ROBERTO FONTOLAN:
Buonasera, benvenuti a quest’ultima serata dedicata al ciclo Storie dal mondo: affronteremo un tema molto drammatico, con un reportage che presentiamo in anteprima, realizzato da Gian Micalessin e Monica Maggioni, giornalista del Tg1. È un lavoro che presentiamo in anteprima, perché verrà trasmesso prossimamente dalla RAI. Introducendo questa serata, vi anticipo che potremo parlare, come di consueto, dopo la proiezione, non solo insieme a Monica e a Gian, che sono gli autori di questo lavoro, ma anche con Padre Joaquin Alliende, Presidente dell’organizzazione Aiuto alla Chiesa che soffre. Non solo è un vecchio amico del Meeting e un amico personale di don Giussani, ma è anche una persona di grandissima responsabilità: aiuta la Chiesa che soffre, come dice il nome, in tutto il mondo. Era molto contento di poter vedere questo lavoro, perché la sorte dei cristiani in Iraq sta a cuore al lavoro dell’organizzazione. Ora, Gian presenta la situazione perché ha trovato anche un altro filmato, che ci propone.

GIAN MICALESSIN:
La serata è dedicata soprattutto ai cristiani perseguitati. Abbiamo girato questo documentario ad aprile, e pochi mesi dopo, a giugno, è stato ucciso in Turchia il Vicario Apostolico per l’Anatolia, Padre Luigi Padovese. Un anno prima, era stato intervistato da un giornalista della Televisione Svizzera, Valerio Sell, che mi ha messo a disposizione il suo documentario. Abbiamo ritenuto giusto ricordare con questi dieci minuti la figura di questo martire della Chiesa, ucciso solo pochi mesi fa in Turchia, dove un’altra comunità cristiana vive momenti difficili. Vediamo prima questo, poi, a seguire, il documentario mio e di Monica sui cristiani in Iraq. Grazie.

Video

GIAN MICALESSIN:
Questo era il primo lavoro, dedicato alla Turchia, che segna quasi un cammino sulle tracce della persecuzione dei cristiani, perché dalla Turchia, dove la persecuzione è strisciante, dove si percepisce appena, passiamo il confine e arriviamo dall’altra parte, in quel Kurdistan dove eravamo io e Monica la scorsa primavera. Lì si scopre che a Mosul, uno dei centri principali nel Nord dell’Iraq, la persecuzione è reale, viva, quotidiana: i cristiani fuggono dalle città, sono costretti a fuggire sulle montagne, ad abbandonare le proprie case e a rifugiarsi nei conventi. Quelli che restano a Mosul rischiano la vita, e nei villaggi attorno alcuni cristiani sono costretti a fare quello che non avrebbero mai voluto fare: armarsi per difendersi. Solamente così possono sopravvivere.

Video

ROBERTO FONTOLAN:
Naturalmente c’è la possibilità, come sempre accade in queste conversazioni, di porre qualche domanda agli autori di questo lavoro: in questo caso, anche a Padre Joaquin. Al termine di questo lavoro, ho notato due cose veramente preoccupanti: la prima è la necessità dei cristiani di difendersi con la milizia armata, che è probabilmente inevitabile, ma certo, una deriva. La seconda è il tema della sicurezza: con il progressivo ritiro degli americani, il problema della sicurezza di queste zone diventa più acuto, anche se non mi pare che, dal 2003 ad oggi, nonostante la massiccia presenza di truppe americane, l’Iraq sia stato per i cristiani un Paese più tranquillo.

MONICA MAGGIONI:
Sul discorso delle milizie, devo dire che è sicuramente una cosa che ha fatto molta impressione anche a noi, quando siamo arrivati in questo villaggio. È chiaro – che vedere delle persone che, per tutelarsi in quello che era il loro Paese fino a sette anni fa, in cui potevano celebrare la messa, essere cristiani senza alcun problema, al punto da avere un Ministro importante come Tareq Aziz, si trovano oggi nella necessità di doversi difendere, armare, chiudere posti di blocco -, è il segno tangibile di quanto le cose siano cambiate in peggio per la comunità cristiana. Mi lego così alla partenza degli americani. Se alla fine di sette anni di presenza americana si lasciano in balìa del proprio destino queste comunità, anche se è vero che in questi anni non sono state difese adeguatamente, non possiamo fare a meno di chiederci quanto peggio andranno le cose di qui in poi. Sono gli iracheni stessi, anche quelli che non vogliono gli americani lì, a dire: un ritiro affrettato, un ritiro dettato dall’agenda politica americana e non dalle esigenze reali del Paese, creerà nuovi problemi. Il primo dei problemi evidenti, che si vede nel racconto, è proprio questo: comunità come quella cristiana, messe in fuga dall’estremismo islamico, che se lo è dato come obiettivo: penso a Mosul, che è sicuramente l’enclave più violenta, come fanno a farli scappare? Con la paura, con la minaccia, con gli omicidi mirati, e non solo. Queste comunità saranno tra quelle per cui la partenza dei militari americani sarà più dura, perché non avranno più un contesto intorno a cui chiedere aiuto.

ROBERTO FONTOLAN:
Dopo vorrei tornare da te, perché tu hai seguito la guerra irachena da moltissimi anni, dall’inizio e hai visto, in questi 7, 8 anni, la storia della guerra e la sua evoluzione. Intanto vorrei sentire una reazione da Padre Alliende, nel vedere le immagini del compianto Monsignor Padovese, della tragedia della Turchia e della realtà dei nostri fratelli cristiani in Iraq. Come reagiamo noi, come possiamo essere più vicini a queste comunità sofferenti?

JOAQUIN ALLIENDE-LUCO:
Per me è difficile dire qualche cosa, perché il dramma umano, se non spiega con il crimine del Golgota, non ha senso. Ricordo un sacerdote di Bagdad che mi disse che il giorno dopo sarebbe stato ucciso. Ha scritto un addio per noi, con calma e pace sovraumana. Ma la storia e la responsabilità sono concrete: io ho fatto una predica sulla pace nella Cattedrale di San Gallo e il venerdì ha parlato Navarro Valls, raccontando le ultime parole del Santo Padre. Ha detto: “Il signor Bush porta davanti alla storia, davanti alla sua coscienza, davanti a Dio, la responsabilità della tragedia”. Questo per far ricordare che le responsabilità sono diverse: c’è la dimensione politica e quella giornalistica. Io devo dire grazie ai due giornalisti e al collega che ha fatto l’intervista al Vescovo della Turchia, martire, nel senso stretto della parola. Non si tratta di una fatalità, non siamo ad Haiti: è qualcosa che ha commesso la libertà dell’uomo. E qual è la reazione della Chiesa, che ci ha donato don Giussani che ci invita a desiderare cose grandi? Qual è la nostra reazione davanti a queste immagini? Qual è il desiderio grande che il cuore suggerisce? Lo dica ognuno di noi. Per me è terribile e consolante una parola che non è umana ma sovrumana ed è detta per la libertà. Ho parlato della morte di Stefano, il protomartire e penso che questo Vescovo ne sia testimone.
Grazie a questi giornalisti, perché hanno svolto un compito importantissimo, che è dire la verità: perché il silenzio è complice e, stando zitti, lasciamo che in Iraq e in Turchia facciano quello che vogliono. E questi sono laici, non religiosi: se il signor Bush ha preso questa decisione, Dio lo perdoni. Lei anche ci ha regalato qualcosa di grande, raccontare la verità. Qual è la nostra risposta? Una sola verità: accogliere la testimonianza. Questo è Stefano, questo è Cristo in terra: deve sperimentare la solidarietà pratica, concreta, della preghiera. L’aiuto deve essere offerto sul fondamento del sangue del martire. Questo è il compromesso, questa è la cosa grande: che la Chiesa del futuro sia una Chiesa costruita sopra questo fondamento. Il sangue dei martiri è il seme da cui nascerà il nuovo cristiano. E la storia di Cristo e di Stefano, dei martiri dell’Iraq, deve essere per noi coscienza quotidiana. Il concreto limite della società cristiana è la società secolarizzata.

ROBERTO FONTOLAN:
Grazie, Padre. Vorrei sapere come è stato girare questo filmato: c’è voluto coraggio per attraversare un pezzo di Iraq, dove le condizioni di sicurezza, anche per i giornalisti, non sono così elevate, vero?

GIAN MICALESSIN:
Questo fa parte del nostro lavoro. Lo facciamo da sempre, è stato quasi un dovere, andare a Mosul, la scorsa primavera, quando in Iraq c’erano delle elezioni che, nella speranza di tutti, avrebbero dovuto contribuire a stabilizzare il Paese e anche la situazione di quei cristiani che vivono in pericolo. Devo ricordare che il merito non è nostro ma di persone come il Vescovo di Mosul, Mons. Shimoun Nona, che vive ogni giorno in mezzo a quel dramma. Lui si sveglia la mattina e non sa se arriverà vivo la sera, ce l’ha raccontato con poche parole nel documentario, ma ce l’ha raccontato con molti più dettagli mentre eravamo lì con lui. Esce di casa di nascosto, come a Mosul tutti i cristiani devono fare. Ci ha raccontato come altre suore, altri padri, vivano ogni giorno praticamente prigionieri nelle loro case: quando escono fuori sono bersagli mobili, bersagli che ciascuno potrebbe uccidere senza che nessuno abbia niente da obiettare. Perché questo è il problema dei cristiani a Mosul: sono vasi di coccio tra vasi di ferro, le vittime privilegiate di chi vuole seminare il terrore nella zona.
Ricordiamo che i cristiani non avrebbero mai voluto andare lì, ma sono stati costretti ad affrontare questa responsabilità perché c’è un contesto complesso, determinata dalla situazione geografica, fisica, politica di Mosul. Il patriarcato di Mosul venne fondato da san Tommaso, è forse una delle più antiche Diocesi, uno dei semi della cristianità, una delle fondazioni primigenie. Ricordiamoci che città era, Mosul: era la città da dove uscivano tutti gli ufficiali dell’esercito sunnita di Saddam Hussein. Quindi, è una città che, da sempre, ha avuto una sua specificità molto bellicosa, molto aggressiva. Tant’è vero che fu una delle ultime città che cadde: io ero a Mosul, quando cadde, fu uno dei pochi posti dove combattemmo veramente. Mosul è anche uno dei posti dove Al-qaeda ha uno dei suoi capisaldi, prima ancora che nel triangolo sunnita: a Mosul si nota fortissima la presenza di Al-qaeda e del fondamentalismo islamico.
Tutto attorno ci sono i curdi, quella parte del Nord Iraq dove i curdi sognano di avere un proprio Stato, una propria nazione. In mezzo a questi due elementi – i curdi e la parte più bellicosa dell’estremismo sunnita -, ci sono i cristiani. Molte volte, colpire i cristiani significa creare una destabilizzazione nell’area: molto spesso fa comodo ad entrambi non intervenire, se i cristiani vengono colpiti, perché a tutti interessano le terre e i villaggi dei cristiani. Immaginiamo ci sia un piano per scacciarli, i cristiani: ci sono interi villaggi, santuari, proprietà della Chiesa, che potrebbero venire inglobati dagli uni o dagli altri. Per questo, i cristiani sono oggi le vittime privilegiate, per questo sono bersagli mobili, per questo sono costretti, per sopravvivere, addirittura ad armarsi.

ROBERTO FONTOLAN:
Volevo sentire ancora Monica: la tua esperienza di questa guerra è lunghissima, vero? Questo nostro tempo convive con la guerra irachena quasi dal ’91, sono vent’anni. Ricorderete la prima grande crisi irachena, dell’altro secolo. Qual è stato il tuo percorso personale, che hai fatto in questa guerra, seguendola così da vicino?

MONICA MAGGIONI:
Effettivamente, Roberto, hai colto un punto molto particolare. Per me, anche adesso che sono tornata a marzo, è abbastanza forte, l’esperienza del ritiro, perché non posso fare a meno di rivivere tutto quell’andamento oscillatorio che ha avuto la storia del conflitto in Iraq in questi anni. E lo rivedo attraverso le persone e le situazioni che ho incontrato. Se, da una parte, tutto inizia col ’91, con una serie di mosse di politica americana che avrebbero bisogno di tantissimo altro tempo per essere analizzate, facendo un salto ideale e arrivando all’inizio della guerra del 2003, devo dire che ci sono stati dei momenti alterni in cui tutti – o almeno quelli che sono abituati ad avere dubbi, a porsi domande – si sono chiesti se questa guerra avesse un senso, se in qualche misura fosse giusta. Saddam, non ce lo dimentichiamo, in una serata come questa, era un dittatore sanguinario, che ammazzava la gente, che teneva il suo popolo in un regime di ferocia assoluta. Io non ho mai creduto alle motivazioni di Bush: ce n’erano almeno un paio che erano davvero molto difficili da credere. Se, da una parte, la questione dell’esistenza delle armi di distruzione di massa poteva essere vera, perché c’erano una serie di documenti, quello che era un po’ difficile da affermare con certezza era l’esistenza di terroristi. Saddam aveva un regime fortissimo, centrato su di lui e sul suo sistema di potere: non avrebbe mai accettato di avere nel suo territorio un sistema di potere che potesse mettere in pericolo la sua stabilità. Quindi, anche non credendo a una parte delle motivazioni addotte da Bush per cominciare la guerra, non ho nessun problema a dirvi che ci sono stati momenti in cui ho pensato che sì, la guerra era terribile, ma che forse poteva cambiare qualcosa nel Medio Oriente.
Ci sono state le prime settimane, nell’immediato dopoguerra, dove effettivamente gli iracheni, soprattutto al Sud, gli sciiti, che erano i più oppressi dal regime brutale di Saddam, vivevano con delle speranze che noi abbiamo raccontato, che ho raccontato. È altrettanto vero che, nel giro di una manciata di mesi, ci siamo resi conto che tutto questo era destinato a infrangersi contro gli americani, che non erano assolutamente in grado di pianificare quello che stavano facendo, non avevano una strategia precisa in mente, soprattutto per quanto riguardava la ricostruzione di una vita civile accettabile per gli iracheni. È iniziata la stagione delle bombe di Al Qaeda, della gente lasciata a casa dall’esercito, che aveva fame e diventava facilmente arruolabile dai terroristi. Fu una follia assoluta pensare che chiunque avesse un legame con il Regime dovesse essere emarginato, visto che tutto il Paese era Regime.
Nel 2007, gli stessi americani hanno trovato in qualche misura una strada, una soluzione possibile: hanno fatto un patto che ha funzionato con i sunniti, perché la provincia di al-Anbar, che era il centro di Al Qaeda, è diventata un posto dove è possibile vivere. Sorge quindi una possibilità di stabilizzazione, un tentativo di Governo: si sa che adesso questa stabilità non c’è, tanto è vero che non sono in grado di fare un Governo da marzo. E gli americani, cosa fanno? Vanno via, di nuovo a concentrarsi su un altro fronte, a ping-pong, come hanno fatto con l’Afghanistan. E mi sembra che questa rischi di essere un po’ la maledizione dell’Iraq e degli iracheni: non posso fare a meno di pensare a tutti quegli iracheni di cui, nel corso di questi anni, abbiamo conosciuto e hanno letto le speranze di vita.
Anche se mi sono commossa alle loro parole, non posso fare a meno di pensare che noi raccontiamo queste cose terribili e poi però possiamo tornare a casa. Quelle storie continuano a rimanere in Iraq: mentre noi siamo a Rimini, stasera, quella gente fa i conti con il suo quotidiano. Lì, la dimensione eroica viene meno. Nel rileggere questa guerra, non posso fare a meno di rileggere il percorso di persone che hanno sperato, sofferto, hanno visto uccisi i loro familiari, hanno pensato di poter abitare lì e oggi sono da soli, perché i cinquantamila americani che rimangono, restano per gestire gli interessi americani nella Regione e l’eventuale emergenza regionale, alla quale non voglio nemmeno pensare perché vuol dire che ci troveremmo di fronte ad uno scenario catastrofico.

DOMANDA:
Una domanda per Joaquin, che riguarda i cristiani rifugiati in Siria e in Giordania: com’è la loro condizione? Rischiano anche loro di perdere l’identità, oppure la situazione è un po’ migliore, almeno dal punto di vista della sicurezza? Com’è la loro situazione, sono dimenticati?

JOAQUIN ALLIENDE-LUCO:
La situazione dei rifugiati è sempre brutta, perché c’è un problema pratico: il problema del lavoro, dell’alimentazione, dell’abitazione. Ma questa è una situazione caratteristica: noi non abbiamo coscienza sufficiente di che cosa voglia dire essere cattolico. In queste situazioni limite, questa esperienza concreta è un aiuto importante. Questi rifugiati vivono davvero l’esperienza concreta della Chiesa universale, e questo è di grande importanza. Si rivolgono alla Vergine Maria, all’Eucarestia, si godono la fotografia del Papa. È una situazione estrema di abbandono, non hanno niente, ma riconoscono i segni della casa, dell’affinità di generazioni che sono fedeli alla Chiesa cattolica: e questo è il primo incontro esistenziale e vitale. Anche qui sono a casa, ma hanno bisogno della nostra solidarietà pratica, della preghiera e anche dell’auto concreto. Davanti alla guerra, tutti i cristiani sono uniti: a Baghdad, per pregare la Vergine, si ritrovano tutte le confessioni cristiane. Questo aiuta le Chiese che soffrono: bisogna fare tutto il possibile per far sentire che anche i fratelli in Europa, in America, sono con loro.

DOMANDA:
Volevo porre l’accento soprattutto sul primo documentario, quello sulla Turchia. La Turchia da qualche anno a questa parte sta insistendo molto per entrare in Europa. Non dimentichiamo che la Turchia, da molti anni a questa parte, sta ammazzando i curdi, ha occupato metà Cipro, terra cristiana in terra musulmana. I turchi sono ottanta milioni: con gli altri musulmani che sono sparsi nell’Europa occidentale, si arriverebbe a oltre cento milioni. Nonostante questi fattori, nonostante le vicende che succedono tutti i giorni, sembra veramente incredibile che i politici europei accettino di ammetterla in Europa e nella Comunità Europea, eppure è una prospettiva neanche troppo remota. Io mi chiedo cosa sarà di noi cristiani: diventeremo una minoranza, come adesso sono loro, visto che procreano tre figli mentre gli europei ne procreano uno? Altro che i connotati cristiani che rivendica il Papa! Una cosa abbastanza incredibile è che, da parte di un certo clero, ci sia un atteggiamento di più disponibile rispetto a quello dei laici: questi atteggiamenti lasciano interdetti: l’imperversare di un buonismo che è molto pericoloso, probabilmente non soltanto a livello politico ma anche a livello religioso.

DOMANDA:
Sono d’accordo con quello che ha detto la persona che mi ha preceduto. Volevo chiedere che ne è di Tareq Aziz: forse qualcuno di voi mi può dire qualcosa?

GIAN MICALESSIN:
Tareq Aziz è stato appena consegnato dagli americani alle Autorità irachene, è in carcere, è malato, è ancora prigioniero dell’attuale Governo iracheno. È stato condannato a quindici anni di carcere: inizialmente era stato condannato a morte, poi la condanna è stata commutata in quindici anni di carcere. È molto più complessa la domanda sulla Turchia: non stiamo assistendo alla volontà della Turchia di entrare in Europa, siamo già nel capitolo successivo, siamo nella Turchia che si contrappone all’Europa e agli Stati Uniti e all’Iran, come grande potenza regionale, una Turchia protagonista di un fenomeno chiamato da molti annalisti la neo-ottomanizzazione. La Turchia ha ormai superato questo concetto con Erdogan. Ricordo che intervistai Erdogan nel 2002, e la prima domanda che gli feci fu: “E’ vero che lei è un fondamentalista islamico?”. Lui fece un salto indietro, perché nessuno aveva il coraggio di fargli questa domanda in patria, era un po’ il suo lato oscuro. Venne arrestato perché faceva parte di un partito fondamentalista estremista, finì in carcere. Rivide ampiamente la sua posizione, ma le sue radici sono quelle.
In Turchia ormai non c’è più fondamentalismo islamico ma quello che si chiama neo-ottomanizzazione: la Turchia rifiuta tutti i principi laici del tempo di Ataturk, cioè la base della Costituzione turca. C’è uno scontro pesante con i militari: molti dei militari che erano filooccidentali – ricordiamoci che la Turchia fa parte della Nato – sono stati estromessi. Con una politica lenta ma efficace, Erdogan è stato in grado di eliminare tutti quelli che si contrapponevano al controllo totale dello Stato, quindi anche i vertici della magistratura: i vertici militari sono progressivamente cambiati e ora si procede con questa fase di neo-ottomanizzazione, che significa ritornare a quell’epoca ottomana in cui la Turchia era il vero deus ex machina del Califfato del Medio Oriente, quello che governava tutto il Medio Oriente fino a Gerusalemme, e che imponeva il proprio equilibrio.
Un primo capitolo di questa neo-ottomanizzazione lo abbiamo già visto con l’episodio di Gaza, quando fondamentalisti travestiti da missione umanitaria hanno cercato di sbarcare a Gaza. Questo è stato il primo segnale che quell’operazione era stata finanziata dal Governo turco. E’ il rischio a cui stiamo assistendo, un rischio che potrebbe anche non essere tale, perché quell’Impero ottomano funzionava. Di certo, non siamo più alla fase in cui la Turchia vuole entrare in Europa, siamo alla Turchia che vuole contrapporsi all’Europa.

DOMANDA:
Volevo rispondere al signore che è intervenuto prima con la domanda sulla Turchia. La mia non è una domanda, è proprio una considerazione: la Turchia e il cristianesimo. Io non sono d’accordo perché, da un lato, la Turchia si sta sempre più islamizzando, ma fino a pochi anni fa aveva un forte desiderio di entrare in Europa e, ovviamente, bisognava pretendere degli standard europei. La Turchia ha già abolito la pena di morte. Non è ancora come un Paese occidentale, cristiano, europeo, però qualche passo avanti l’ha fatto: se si sente rifiutata in quanto nazione musulmana, c’è il rischio che si fanatizzi di più, che aumenti la sua identità islamica. C’è anche un fatto: riguardo all’Islam, noi dobbiamo essere severi con le usanze incompatibili con la civiltà umana, col cristianesimo, con tutti i diritti, ma non odiare i musulmani in quanto musulmani, come se questo fosse una colpa.

ROBERTO FONTOLAN:
Va bene, d’accordo. Un’ultima domanda, poi la chiusura. Però una domanda relativa a quello che abbiamo visto, senza aprire il dibattito sulla Turchia che entra in Europa.

DOMANDA:
Volevo fare una domanda in particolare a Gian. 20 marzo 2003/19 agosto 2010: che cosa ha impostato strategicamente la coalizione Isaf per l’Iraq, su un piano tattico ed economico?

GIAN MICALESSIN:
Non c’è una coalizione NATO (Isaf) in Iraq, è in Afghanistan. La missione Nato, o dei Paesi occidentali, è terminata sostanzialmente nel 2006, quando noi italiani ci siamo ritirati dalla parte Sud. Cosa ha portato? Il bilancio da fare è che cosa abbia portato l’occupazione americana. Cosa ha portato? A conti fatti è un po’ quello che ci ha raccontato Monica. Innanzitutto, questo ritiro affrettato: a marzo ci sono state le elezioni, gli americani si ritirano adesso perché Obama ha fretta di confermare i suoi impegni per arrivare alle elezioni midterm, le elezioni di novembre, e poter dire che ha fatto quello che aveva promesso, andandosene via dall’Iraq. Solo che lascia una situazione non risolta, lascia un Paese innanzitutto senza Governo.
Da marzo a oggi, non è stata creata una coalizione di Governo. Lascia un Paese che nel Sud è destinato a cadere sotto il controllo delle milizie sciite controllate dall’Iran, perché l’Iran da sempre rivendica il controllo della parte Sud dell’Iraq. Nella parte del triangolo sunnita, dove il patto di cui ci ha parlato Monica era basato sulla capacità di creare un’alleanza con le milizie e con le tribù sunnite, dando loro incentivi economici, assumendoli e pagandoli. Da tempo, queste milizie non vengono più pagate dal Governo, perché gli americani hanno delegato il finanziamento di queste milizie al Governo, che però è nelle mani di un Premier sciita. Il finanziamento non avviene più, e gli stessi capi di queste milizie dicono che centinaia dei loro membri non vengono più a chiedere la paga. E quindi, molto probabilmente, sono tornati a collaborare con Al Quaeda, anche perché negli ultimi tempi gli attentati si sono decuplicati.
Altro elemento: gli americani si sono ritirati e non hanno portato a termine un accordo per la città di Kirkuk. Kirkuk è la capitale storica della parte curda, ma è anche una città abitata da tantissimi arabi, ed è lo scrigno delle ricchezze irachene. Nel sottosuolo di Kirkuk, si nascondono le principali riserve petrolifere dell’Iraq. Quindi, c’è un altro conflitto aperto, quello tra i curdi e gli arabi per il controllo di Kirkuk. Obama ha rispettato il suo calendario, ma l’Iraq rischia di non esistere più, rischia di esistere un regno curdo a Nord, un Califfato islamico nella provincia sunnita e una dependance iraniana nel Sud.

ROBERTO FONTOLAN:
Avviandoci verso la conclusione, vorrei chiedere una cosa a Padre Alliende. Quello che diceva Monica prima, credo ci abbia colpito tutti, cioè la realtà quotidiana di questi nostri fratelli è questa. Tutti i giorni, tutte le mattine, devono affrontare questo tipo di situazione. Lei, con il suo lavoro instancabile, gira ininterrottamente nel mondo a cercare di sostenere il cuore che si proietta nel mondo in mezzo a tutte queste nostre comunità. Ma il loro destino è così segnato? Il cristianesimo, la cristianità viva, sparirà dal Medio Oriente?

JOAQUIN ALLIENDE-LUCO:
Conosco profondamente la presenza cristiana: dal punto di vista politico, in Germania gli esperti ci dicono in questi giorni che vedremo il cristianesimo sparire dall’Iraq. Questa è una volontà politica e militare. Nell’ultimo secolo, in Occidente, in Russia, Kruscev aveva detto: “Quando morirò, tutti i cristiani saranno morti prima di me”. Questi profeti della morte dei cristiani hanno attualmente un grande potere, e il destino politico e militare del cristiano è molto difficile. Ma per quanto riguarda il potere morale della testimonianza, della presenza storica, oggi ha un’attualità incredibile: questi bambini, questi giovani, sono figli di una tradizione e di una testimonianza vitale oggi. Penso che la Chiesa non sia innanzitutto l’alleanza di qualcuno nei diversi Paesi: è il mistero di persone concrete che vivono la storia della salvezza nel cuore e nella società dell’uomo. La realtà della comunione dei santi, della comunità eucaristica, la realtà della carità e della fraternità pratica, liturgia, diaconia, martirio: questo è il mistero della Chiesa. E si trova una terribile realtà di martirio là dove c’è anche una liturgia e una diaconia più viva e attiva in noi.

ROBERTO FONTOLAN:
Monica, per chiudere: non vogliamo fare facili eroismi, cantare le lodi di giornalisti coraggiosi, però è anche vero che non è così facile vedere, nelle televisioni e nell’informazione, il racconto di questa tragedia e di questa sofferenza. Al di là della cosiddetta hard news, cioè della notizia del giorno, poi, il tema della persecuzione cristiana, che pure Mario Mauro più volte ha portato al Parlamento Europeo, è poco attraente per l’informazione. Perché invece per te è diventato attraente, anche dal punto di vista professionale, al punto di costruirci sopra un reportage? Che differenza c’è?

MONICA MAGGIONI:
C’è una differenza molto precisa: io faccio questo lavoro per raccontare le cose che vedo e per andare a cercare le cose non così evidenti. Questo lavoro è stato fatto a quattro mani con Gian, con il quale mi è capitato di lavorare spesso. È stato un lavoro mirato a dire: qual è il senso del nostro lavoro, alla fine? Cercare di portare fuori quello che è al di là dell’ovvio, del visto tutti i giorni. Lì dentro c’è una storia umana, di fede, di tenuta e ci è sembrato che in quell’Iraq elettorale, in quell’Iraq diventato pedina nei giochi e nelle politiche dei vari Stati, fosse importante raccontare una storia profondamente umana, una storia di testimonianza di fede e di fatica quotidiana, di persone che difficilmente se la meritano, la prima pagina, perché è molto più facile parlare dell’Iraq pedina. Quella era la storia emblematica in quel momento.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene. Gian?

GIAN MICALESSIN:
Ho iniziato la mia carriera andando a raccontare la storia dell’Afghanistan che era stato invaso dall’Unione Sovietica, figuriamoci se non potevo e non dovevo andare a raccontare la storia dei cristiani, soprattutto per la tradizione in cui sono nato e sono cresciuto. È stato un dovere, quasi obbligatorio.

ROBERTO FONTOLAN:
Vi ringrazio tutti, e ringrazio veramente Padre Alliende: vorrei che ricordassimo tutti le parole che lui ci ha detto. Grazie, Monica, per la tua amicizia col Meeting, per essere spesso qui. Devo anche dire che un importante lavoro di Monica sulla guerra irachena e sul post guerra irachena, verrà presentato i prossimi giorni a Venezia, al Festival del Cinema: speriamo che questa performance ti porti fortuna a Venezia.

MONICA MAGGIONI:
Grazie davvero.

ROBERTO FONTOLAN:
Grazie a Gian, ci rivediamo l’anno prossimo.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

27 Agosto 2010

Ora

19:00

Edizione

2010

Luogo

Sala A4
Categoria
Testi & Contesti