SI PUÒ FARE: SCUOLA E IMPRESA INSIEME PER L'EDUCAZIONE DEI GIOVANI - Meeting di Rimini
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SI PUÒ FARE: SCUOLA E IMPRESA INSIEME PER L’EDUCAZIONE DEI GIOVANI

SI PUÒ FARE: SCUOLA E IMPRESA INSIEME PER L'EDUCAZIONE DEI GIOVANI

Partecipano: Andrea Pontremoli, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Dallara; Margherita Rabaglia, Dirigente Scolastico dell’Istituto "Carlo Emilio Gadda" di Fornovo di Taro. Introduce Emmanuele Massagli, Presidente di ADAPT.

 

EMMANUELE MASSAGLI:
Benvenuti. Grazie tutti per essere qui a questo incontro dedicato a un tema che il Meeting di quest’anno ha esplorato davvero a 360°, che è in fondo il tema del lavoro e in particolare del lavoro dei giovani. Il tema del lavoro dei giovani è un tema tipicamente da dibattito estivo: solitamente si torna a parlare del lavoro, che non c’è, dei giovani nella stagione dell’ombrellone e anche quest’anno, infatti, il mese di luglio e il mese di agosto sono stati pieni di scambi tra addetti ai lavori e tra politici su quali siano le soluzioni migliori per incoraggiare maggiore occupazione giovanile. Come sapete, la disoccupazione giovanile è uno dei problemi cronici del nostro Paese: non dipende solo dalla crisi, è un problema che l’Italia ha più o meno da sempre, in particolare la disoccupazione e l’inattività giovanile. Chiaramente, non è lo scopo di questo convegno e, io credo, anche non del Meeting fare una discussione sulle mere soluzioni tecniche, ma andare un po’ più a fondo. Anche perché il tema del lavoro dei giovani non è un tema che si può risolvere nella soluzione giuridica. Questo la storia delle riforme del nostro Paese lo dimostra, visto che abbiamo visto sette riforme del lavoro in sette anni e i dati sulla disoccupazione giovanile sono bene o male costanti. Il tema del lavoro dei giovani non è un tema che si può esaurire con un’analisi giuslavoristica, perché è un tema che riguarda e coinvolge tanti mondi diversi, tanti mondi che faticano a dialogare e poi coinvolge innanzitutto i giovani. I mondi diversi sono: il mondo della scuola, che li forma; il mondo dell’impresa, che li dovrà accogliere; certo il mondo del diritto del lavoro, della politica, che fa le norme per facilitare questo dialogo; e poi non ultimo, anzi prioritario, il desiderio dei giovani. Il papa Benedetto XVI, quando scrisse il messaggio preparatorio della Giornata della Gioventù di Madrid, se non erro, del 2011, scrisse che il problema dell’occupazione giovanile e in particolare il problema di una paga sicura e di un posto fisso è un «problema pressante», però per un giovane il punto vero non è il posto fisso: il punto vero è cosa fare della propria vita, il punto vero è rispondere a un desiderio che va ben oltre il posto fisso. Fermo restando che certamente, come diceva il papa, c’è questo aspetto, ma la giovinezza, diceva sempre il papa, è la “stagione delle grandi domande” e bisogna stare a quel livello. Per questo il titolo dell’incontro di oggi è un titolo provocatorio. Sui social stamattina c’è stata qualche battuta di qualcuno su questo titolo, che volutamente usa il termine “educazione”. Non è un errore e non è la traduzione dell’inglese education, che è diverso da quello che in italiano intendiamo per “educazione”: volutamente vogliamo parlare del possibile dialogo scuola-impresa per la “educazione” dei giovani. Possibile, non automatico certamente, ma possibile. È possibile o no? E lo vorremmo fare non tanto, come si è letto nei dibattiti di quest’estate, passando in rassegna delle teorie o delle ricette normative, ma raccontando delle esperienze. Perché, sempre come dice il titolo, secondo me, quanto meno, secondo noi, si può fare: si può fare che scuola e impresa insieme collaborino all’educazione di un giovane. Si può fare. Quindi, l’incontro di oggi vuol essere un racconto di esperienze e una riflessione su queste esperienze. Certamente, allora, raccontando le esperienze, si deve tenere conto anche del dato tecnico: del dato tecnico dirò qualcosa io, così evito di lasciare a loro questa parte un po’ più noiosa, e dirò solo ciò che serve per comprendere meglio gli interventi che sentirete – e dopo presenterò e ringrazierò ovviamente i relatori. In particolare, oggi parliamo, abbiamo detto, del lavoro dei giovani e della “integrazione” – parola che in un certo senso è molto più interessante di “alternanza” –, dell’integrazione tra scuola e lavoro, tra teoria e pratica, tra azione e pensiero, tra aula e azienda. Quali sono gli strumenti che la realizzano? Si è parlato tanto, in questi ultimi due anni dopo la Buona scuola, dell’alternanza scuola-lavoro: cos’è l’alternanza scuola-lavoro? L’alternanza scuola-lavoro è un’esperienza di tirocinio curricolare, e quindi essendo curricolare gratuito, obbligatorio per tutti i ragazzi delle scuole secondarie al termine del percorso. L’altro strumento è l’apprendistato: cos’è l’apprendistato? L’apprendistato, a differenza dell’alternanza, è un contratto di lavoro ed essendo un contratto di lavoro è regolato dal diritto del lavoro e non è gratuito perché, essendo un contratto di lavoro, non esiste un contratto di lavoro gratuito nel nostro ordinamento. Il diritto del lavoro presuppone sempre l’onerosità del contratto, per cui è a pagamento: il ragazzo è un dipendente, è uno studente-lavoratore nel senso vero del termine, cioè studia e lavora, ma è un dipendente e riceve uno stipendio. In particolare, di che apprendistato parliamo? In Italia ci sono tre tipologie di apprendistato: l’apprendistato professionalizzante, che è il più noto, è una sorta di contratto di inserimento per i giovani che hanno già conseguito un titolo, tra i 18 e i 30 anni, per entrare in azienda conseguendo non un titolo di studio, ma una qualifica contrattuale; l’apprendistato di terzo livello, cosiddetto “di alta formazione”, è invece per gli studenti dei corsi terziari (università, master, dottorati, ITS), che studiano mentre lavorano. Oggi ci concentriamo sulla terza tipologia, che in realtà normativamente è la prima, cosiddetto “apprendistato di primo livello” o “apprendistato scolastico” o “apprendistato per la qualifica e il diploma professionale”, che è una tipologia contrattuale che si può offrire ad ogni giovane tra i 15 e i 25 anni per conseguire un titolo di studio secondario di qualsiasi genere (sia IFP regionale, che titolo quinquennale statale), mentre lavora, mentre è dipendente dell’impresa. È un lavoratore particolare, è un lavoratore particolare perché ha tanta formazione da fare ed è la formazione a scuola, la formazione presso i centri formativi. I relatori di oggi sono gli artefici di una delle più belle esperienze e una delle prime esperienze di apprendistato di primo livello – ma non solo di questo, poi lo diranno loro – presenti nel nostro territorio, in Italia, tanto è vero che è diventata ed è una buona pratica osservata anche dal MIUR. E ancora una volta dimostra che si può fare, si può fare che scuola e impresa lavorino per l’educazione dei giovani. Attenzione, però: questo non è un convegno tecnico, non ci interessa parlare. Vi ho rubato questi minuti per contestualizzare, ma qua non ci interessa parlare dell’apprendistato come contratto, come mero strumento, come mero dispositivo didattico: a noi interessa il metodo dell’apprendistato e il metodo dell’apprendistato è l’integrazione tra formazione e lavoro, tra scuola e lavoro, e la pretesa dell’apprendistato è dire che il giovane che troverà lavoro, il giovane “occupabile” (per usare un termine che va di moda) non è solo il giovane che è ben addestrato a fare delle mansioni, ma un giovane è occupabile quando è integralmente formato. E per formare integralmente un giovane non basta solo la lezione teorica, ma hai bisogno anche della vita, cioè dell’esperienza pratica. E quindi l’apprendistato è utile all’occupabilità del giovane non perché – come credono alcuni, osannando il modello tedesco senza capirlo –, solo perché addestra a fare delle mansioni, ma l’apprendistato è un metodo forse necessario per la formazione integrale dei giovani perché aggiunge all’esperienza teorica (che la scuola italiana sa ben fare, l’esperienza d’aula) l’esperienza pratica in azienda. Per questo forse è un metodo necessari. Poi, che sia il contratto dell’apprendistato o sia una formazione vera durante un’altra tipologia contrattuale, va bene lo stesso; è il metodo che va preservato, perché la pretesa del metodo è la formazione integrale della persona. Un ragazzo è occupabile quando è integralmente formato, cioè quando è educato. Questi sono i temi di oggi e ai due relatori, che ringrazio davvero per la presenza, chiedo di riflettere di questo raccontando la loro esperienza, ed è l’esperienza non a caso di due mondi che molto spesso non dialogano – ma in questo caso dialogano, al Meeting dialogano –, che è il mondo della scuola e il mondo dell’impresa (una delle migliori imprese italiane, tra l’altro). Per cui ringrazio i relatori per la presenza, e li presento: alla mia destra c’è Andrea Pontremoli, molti di voi, immagino, lo conoscono, è un amico del Meeting, è già intervenuto al Meeting altre volte, è Amministratore Delegato e Direttore Generale di Dallara e ha una esperienza triennale, se non erro, come Presidente e Amministratore Delegato anche di IBM Italia; alla mia sinistra, Margherita Rabaglia, che è il Dirigente Scolastico dell’Istituto “Carlo Emilio Gadda” di Fornovo di Taro, che è la scuola che ha iniziato quest’esperienza di una classe di apprendisti, che sicuramente Margherita ci racconterà. Davvero grazie per la vostra presenza. Vi chiedo di contenere questo primo intervento circa in una ventina di minuti e passo per prima la parola alla professoressa Rabaglia.

MARGHERITA RABAGLIA:
Grazie dell’invito, buongiorno. Ci siamo accordati anche su quale taglio dare e il dottor Massaglia ha già illustrato, quindi perdonerete la linea che prendo; sono ovviamente a disposizione per integrare dopo, chi avesse bisogno, altri dati. L’origine per me personalmente di questa esperienza credo che possa essere nella mia esperienza di insegnante di Lettere per vent’anni in una scuola professionale. Venivo da una formazione classica, Lettere classiche, approdo disperatamente a un professionale alberghiero e mi viene il dubbio di aver sbagliato mestiere. Ho dovuto faticare a riprendermi, è stata una sfida, ho detto, «voglio vedere se si può insegnare italiano anche ai cuochi». Da lì è partita per me un’esperienza stupenda di “riformazione” di me quasi, di sfida continua, dove non c’era niente di scontato, e sono stati vent’anni con il professionale che mi hanno anche insegnato che cos’è la formazione nel lavoro. Vedevo dei ragazzi in sala o in cucina ripartire con delle competenze, con una capacità di sintesi, con una modalità di impegno che magari io non riscontravo nella mia classica lezione di italiano. Così ho cambiato proprio stile e insieme facevamo cose che io, se me l’avessero detto nei corsi di formazione per insegnanti di Lettere, non avrei creduto. Questa sicuramente è una storia. Quando poi sono diventata Dirigente scolastico, ho superato il concorso per Dirigente, arrivo in questo territorio che è Fornovo di Taro, un bellissimo paese alle falde dell’Appennino, che prelude alla Cisa, sulla via Francigena: peccato che fosse una scuola meravigliosa, una scuola dal punto di vista edilizio molto bella, che stava lentamente spegnendosi. Eravamo quasi sotto alla soglia di autonomia scolastica, ho dovuto approfondire con delle ricerche al Ministero non facili e farmi dare una soglia di montanità a 400, che mi ha permesso di restare in autonomia. Subito dopo, però, ho cercato il Sindaco del paese – non era stata una grande esperienza, devo dire, ma è lo stesso, non sappiamo chi è, non lo diciamo – e poi guardandomi intorno sono andata a trovare, credo, a quel momento Dallara proprio, il pater familias di questa meravigliosa azienda, che subito dopo poi mi ha messo in contatto con l’ingegner Pontremoli ed è stato un dialogo che non si è mai interrotto. Direi che è un dialogo che ha continuato ad essere ricco di spunti, di fatiche, ma non tanto della mia o della sua persona sulla quale non c’è nessuna difficoltà, quanto proprio del far dialogare due mondi diversi, ma non siamo mai venuti meno, abbiamo sempre creduto che fosse possibile. A parte tutte le visite aziendali che ci siamo scambiate, la sua presenza e dei suoi tecnici agli Open Day, normali; direi che un punto sicuramente di non ritorno è quando la Regione Emilia-Romagna e l’Ufficio Scolastico Regionale nel 2014 hanno individuato quattro poli regionali e uno di questi poli era il polo della Meccanica di Fornovo. Questo voleva dire inventarsi un modo di stabilizzare i nostri rapporti dentro una forma giuridica che aveva anche un finanziamento, un finanziamento di cento mila euro, credo. Con una fatica anche lì grande abbiamo partorito un “topolino”, un accordo di rete: ci abbiamo impiegato un anno e mezzo a capire cosa si poteva dire tra l’azienda e la scuola, cosa potevamo prometterci che non ci mettesse in difficoltà con l’Avvocatura di Stato. Insomma, un accordo di rete, semplicissimo. Da lì è partita una compagnia al lavoro che ha visto finanziamenti in progetti europei, che sono arrivati proprio in forza di questo: due stage all’estero di due studenti a Indianapolis, presso la sede che la Dallara ha negli Stati Uniti, ma poi veramente tanto altro. Intanto il polo ha dato i suoi frutti, frutti triennali (è durato tre anni): a brevissimo uscirà anche il report di bilancio sociale, curato da Angelo Paletta dell’Università di Bologna, per cui, magari anche questa è un’esperienza che, anche se è datata, però contiene tanto di narrazione. Poi nell’estate dell’anno scorso improvvisamente abbiamo scoperto che la regione Emilia-Romagna consentiva l’esperienza dell’apprendistato. Nottetempo, nell’estate (noi queste cose le facciamo sempre d’estate, più o meno, anche quella del polo) ho convocato le famiglie e gli studenti della mia terza professionale “manutentori e assistenza tecnica” e ho detto: «Ragazzi, l’alternanza l’abbiamo già fatta, le visite in azienda le abbiamo viste, abbiamo in mente delle commesse per preparare un kart elettrico con fibra di carbonio, ci stando proponendo un’altra sfida: l’apprendistato. Cosa ne dite?». «Va bene». Le aziende le abbiamo trovate: diciotto ragazzi, sette aziende, abbiamo preparato il calendario ed è partita l’esperienza di apprendistato. Intanto è arrivato, siccome sono pochissime queste esperienze, un finanziamento MIUR che dice: “se fate questa cosa, però la vogliamo monitorata: non dovete dire voi che va bene o che non va bene, viene qualcuno a vedere, viene un gruppo di ricerca”. Bando pubblico, vinto dall’Università di Bergamo, il professor Massagli qui è il capofila di questa esperienza. Ci siamo messi in rete con cinque scuole dell’Emilia-Romagna, che dovrebbero dalla nostra esperienza imparare o quantomeno dialogando con noi anche loro accedere all’esperienza di apprendistato. E siamo al punto che poi il dottor Massagli ci dirà. È partito un dialogo fortissimo di tipo giuslavoristico: il professore ha dovuto rispondere a tante domande delle aziende, «ma come faccio a pagarli?», «ma se vanno in ferie?», «ma se uno si licenzia?» e «se uno si fa male?». Perché le aziende, non è che improvvisamente hai in casa degli studenti apprendisti sotto i diciotto anni. E per le aziende è stata una domanda grandissima. Lato scuola: anche lì grande lavoro con i docenti: non tutti completamente d’accordo, non tutti immediatamente pronti, molti innamorati, alcuni renitenti, altri silenziosi – d’altra parte gli organi collegiali approvano e si procede –. E così è stato un anno meraviglioso quello percorso dai nostri studenti. Abbiamo fatto lo scrutinio: sono tutti ovviamente – ma non è un regalo di nessuno, perché, ripeto, non era un corpo docente osannante, un corpo docente anche sufficientemente critico –, tutti direi con un punto percentuale in più rispetto alle valutazioni. Ci aspettiamo un Esame di Stato notevole. Posso testimoniare che la mia collega di Imola (che è un anno avanti per varie ragioni), i ragazzi sono andati all’Esame di Stato, pur avendo nell’immaginario collettivo perso alcune ore di scuola, hanno fatto un brillante Esame di Stato. I ragazzi sono assolutamente motivati e contenti, le famiglie tantissimo. Dov’è il punto? Il punto è – prendo lo spunto da quello che diceva prima Massagli: cosa cambia? All’alternanza i ragazzi vanno in azienda lo stesso sì, però qui è come se il luogo di lavoro, portatore di tutto il suo peso anche valoriale, di serietà entrasse dicendo: «vengo anch’io ad essere padre di questa esperienza. Non sei solo lo studente mandato dalla scuola, ci sono anch’io, azienda, voglio esserci anch’io con te nella fase formativa. Occhio, perché tu mi devi essere fedele su questa cosa. Ti faccio un contratto di lavoro». C’è un salto qualitativo di impegno, di responsabilità che è evidente. Io direi che questo è un dato assoluto di questa cosa. Non so, però, poi magari l’ingegnere mi dà altri assist.

EMMANUELE MASSAGLI:
Sicuramente dopo ci sarà modo di porre qualche domanda, perché, dal mio punto di osservazione, che è, se vogliamo, esterno, pur essendo coinvolto in diversi progetti di questo genere, direi che è più il mondo della scuola che fa fatica sull’alternanza dell’apprendistato che il mondo dell’impresa in questo momento. Il mondo della scuola inteso proprio come docenti. Questo può essere anche più scomodo dirlo: in parte sono dubbi ragionevoli, ma credo che questi progetti stiano facendo emergere tante domande sulla scuola che dopo sono curioso di girarti e di discutere insieme a te. Adesso cedo la parola ad Andrea Pontremoli, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Dallara, un’azienda bellissima, molto nota e io l’ho conosciuta un po’ di più proprio per questo progetto e ho scoperto un mondo di attività che la Dallara fa per i giovani e insieme ai giovani per la loro formazione; e quindi chiedo anche a lui di raccontarci delle esperienze e delle considerazioni legate.

ANDREA PONTREMOLI:
Grazie. Buongiorno. Crediamo molto nei giovani, perché siamo un’azienda giovane e che vuol restare giovane: l’età media della nostra azienda è trentun anni, compreso il sottoscritto e compreso l’ingegner Dallara che quest’anno fa ottantun anni, quindi tiriamo su la media di parecchio: solo noi due è quasi un anno e mezzo di media. Io vorrei allargare un po’ il discorso a tutto quello che vuol dire il concetto di formazione, educazione, competenze. Perché quando noi ci affrontiamo a guardare il mondo – perché qualsiasi impresa che pensa di poter competere deve guardare il mondo, non deve guardare l’Emilia-Romagna, Parma, Bologna o Milano –, ti rendi conto che, e questo io lo sostengo ormai da moltissimo tempo, la competizione non è più tra singole imprese ma è tra sistemi territoriali. E sistema territoriale può essere piccolo o grande a piacere: può essere Parma (per quanto ci riguarda, adesso l’abbiamo allargato a tutta l’Emilia-Romagna), può essere l’Italia. E quando parlo di “sistema territoriale”, parlo di tutto il sistema: parlo della scuola, parlo dell’università, parlo delle infrastrutture, parlo delle imprese, di tutti quelli che gli americani chiamano “stakeholder”, che hanno a che fare con quel territorio. E ritornando alla nostra esperienza, io mi ricordo ancora – e lo dicevo prima alla preside – quando la preside è venuta da me dicendo… tenete presente che Fornovo è stata una scuola antesignana, è partita per prima con una scuola di informatica (i periti informatici), è stata una scuola sperimentale; e da quella scuola sperimentale poi, però, si è un po’ seduta sul fatto che siamo una scuola avanti, perché facciamo informatica. Ma quando poi tutti fanno informatica, tu non sei più una scuola avanti e la prima cosa che impari (e questo nelle imprese lo vedi tutti i giorni) è che il rischio più grande che hai è stare fermi, è veramente molto rischioso stare fermi – in particolare oggi che il mondo sta andando sempre più veloce, se tu ti fermi perdi competitività –. Mi raccontava appunto della sua difficoltà a convincere il Ministero a tenere aperta la scuola, perché gli studenti di prima diminuivano dell’ordine del 30% all’anno. Una scuola che era cresciuta moltissimo e poi stava diminuendo del 30% all’anno. Adesso, tanto per dare un dato, sicuramente non è solo merito di questo progetto, ma di tutto quello che è stato fatto lì intorno, adesso le prime sono aumentate del 300% (dal -30% al + 300%); eravamo 42 e adesso siamo più di 120 le prime, quindi son numeri. Ecco, dici, cosa è successo di magico? La prima cosa, io penso, è che sia stato il dialogo, il parlarsi e non dire «se la scuola non ha studenti, è un problema della scuola» o «se l’impresa non ha i giovani, è un problema dell’impresa», ma cominciare a dire «il problema è il nostro», e rendersi conto di quanto sono importanti questi maledetti o fortunati stakeholder, che sono persone che non c’entrano niente con quello di cui discutiamo adesso. I primi stakeholder molto importanti sono i ragazzi. Io mi ricordo una frase della preside quando mi ha detto… io le ho chiesto: «ma perché i giovani non vengono a studiare a Fornovo, ma vanno a Parma?». E lei dice: «perché vogliono andare in città, vogliono farsi le vasche, vedere la città, essere più importanti perché “vado a studiare in città”». E io la frase che le ho detto è stata: «noi avremo successo quando quelli della città verranno a studiare a Fornovo». Quindi i giovani vanno presi anche dal punto di vista social, perché andare in una scuola un po’ bella, che è diventata un po’ famosa, che fa “in” essere lì, è importante. Lavorare sui social, perché tutti questi strumenti creano consapevolezza. Voi guardate quanto è diventato bello fare il cameriere, fare il cuoco: una volta erano gli ultimi mestieri della vita, ma è nato Masterchef. Adesso dice: «Cosa fai?» «Faccio il maître», fa il cameriere; «Cosa fai?» «Faccio lo chef», fa il cuoco. Ecco, il rendere nobile il lavoro è il primo passaggio fondamentale per poi avere la scuola che diventa nobile a sua volta, perché insegna quel tipo di mestiere. La mia generazione, e la generazione precedente, ha fatto un danno enorme, ma veramente enorme, con la frase detta ai figli: «studia, se no vai a lavorare». Questo «studia, se no vai a lavorare» ha rovinato la nobiltà del lavoro. Cioè uno non è che studia per studiare, uno studia per poi lavorare. Sono pochissimi quelli che studiano per studiare, sono i ricercatori, ma saranno l’1% o il 2% della popolazione che studia. Vi rendete conto di che danni fa una frase del genere? E per cui abbiamo messo in testa ai nostri ragazzi che la scuola la devi fare perché se no ti tocca quella brutta cosa che si chiama “lavoro”. E io dall’altra parte mi trovo che ho un lavoro e ho il problema contrario: non riesco più a capire quando sto lavorando o quando mi sto divertendo. Guardate che anche questo è un problema. Mi dicono: «quante ferie hai fatto quest’estate?». Un giorno, il 14, perché sono andati in ferie i collaudatori, noi abbiamo una bellissima macchina stradale da collaudare, mi hanno dato la macchina da collaudare e io ho girato tutte le montagne con la mia macchina. E lavoravo o mi divertivo? E c’è gente che dice: «orca miseria, guarda io ti pagherei per fare quello che tu stai facendo». Quando sono uscito da IBM – anche lì era stata una cosa che, da Presidente e Amministratore Delegato di IBM, 25’000 persone a riporto – vado in un’azienda di 107 a Varano de Melegari, paese di 1’100 abitanti. Dicono: «questo qua è impazzito». Quando mi dicevano: «perché l’hai fatto?». Ragazzi, io prima pagavo per andare a vedere le corse di automobili, adesso mi pagano per andare a vedere le corse, è un bel cambiamento!
Ecco il rendere importante quello che fai, il rendere dignitoso quello che fai, e non aver vergogna di dire che cosa faccio. Io mi ricorderò sempre, c’è un mio amico che fa l’idraulico, era andato a una cena di tutti personaggi, professori, ecc., quando gli han chiesto a lui: e tu che mestiere fai?” e lui non sapeva cosa rispondere perché non voleva dire che faceva l’idraulico, dice: “io faccio il tubologo”, gestiva i tubi, tubologo era un mestiere che secondo lui aveva un nome più bello che l’idraulico. Ma voi avete provato a fare l’idraulico? Avete provato cosa vuol dire fare l’elettricista? E’ un mestiere che se tu non hai competenze di informatica o competenze elettriche, competenze elettroniche, competenze di ergonomia, quel mestiere lì non sei in grado di farlo. La prima cosa che ci siamo inventati è stata di prendere i nostri tecnici, che avevano studiato in quella scuola, e mandarli a spiegare ai ragazzi che cosa facevano. Dice: “tu cosa fai?” “io sono un operatore di gallerie del vento alla Dallara, studiamo i flussi aerodinamici delle vetture e creiamo le vetture del futuro, e ti spiego cosa faccio tutto il giorno.” Vedevi i ragazzi così.. Poi facevo parlare gli altri ragazzi e dice: “tu cosa fai?” “io faccio i calcoli strutturali utilizzando modelli matematici per calcolare le strutture in fibra di carbonio.” “e tu cosa fai?” “io lavoro al simulatore” “e il simulatore cos’è?” “sono dei modelli matematici che permettono a un pilota di guidare un’auto che non è mai stata costruita”. Allora capite che hai incominciato a creare un mestiere che ha una nobiltà, e questo è il lavoro che dobbiamo fare noi, creare la nobiltà del lavoro. Qualcuno più importante di me diceva “il lavoro nobilita” ma se noi creiamo dei lavori non nobili. I secondi stakeolder che sono altrettanto importanti sono i genitori, quelli che dicono “studia se no vai a lavorare”. Non hanno idea di che cosa fa un’impresa oggi, non hanno mai visto un’azienda, ma anche quella che fa le mattonelle o le ceramiche qua a Fiorano. Avete provato a andare a vedere cosa fa un’impresa che fa ceramiche oggi? Che razza di competenze ci sono? Io sono nel consiglio di amministrazione della Barilla, cosa vuol dire fare i sughi? Cosa vuol dire fare la pasta? Scopri che dentro ci sono competenze e mestieri eccezionali. E lì i genitori sono importantissimi, e far venire anche i genitori e partecipare a questi eventi insieme ai ragazzi, andavano via, e la preside è testimone, quando abbiamo lanciato il liceo scienze applicate, l’abbiamo fatto che erano già chiusi i bandi, in ritardo, va bene, siamo riusciti a convincere il dirigente scolastico a riaprire il bando per altri due mesi e poi dovevamo convincere delle famiglie dei ragazzi che si erano già iscritti in un’altra scuola a togliersi da là e venire in questa scuola, in una scuola che stava calando del 30% anno su anno. E come lo fai? Eh, lo devi fare mettendo in campo la cosa più preziosa che abbiamo: quel faccino qua, che io è più di cinquant’anni che cerco di creargli una reputazione. Allora con tutta la mia reputazione, con la reputazione della preside, tutti i sindaci, chiamavamo i sindaci che venivano anche loro a testimoniare questa cosa e dire “noi, il nostro territorio, siamo noi a costruire il nostro futuro e non è qualcun altro”. E ricordiamocela questa frase, io la dico a tutti i giovani: il futuro dipende da te e non dagli altri perché quando uno arriva in ritardo e ti spiega perché è arrivato in ritardo, quando uno ti dice che non ha fatto una cosa e ti spiega perché non l’ha fatta, c’è qualcosa che non funziona. Tu mi devi dire cosa farai la prossima volta per non essere in ritardo e cosa farai la prossima volta per riuscire a fare quella cosa lì. Noi viviamo in una cultura, abbiamo creato una cultura degli alibi. Ai ragazzi gli abbiamo tarpato le ali mentalmente. Ed è lì il grande cambiamento che si fa. Poi ci vogliono delle persone che come la preside e il suo corpo docente, le persone che lavorano in Dallara, le altre aziende convinte, che ci mettono del loro, un’impresa moderna oggi deve dedicare il 5-10% del suo tempo, la cosa più preziosa che ha -non i soldi, il tempo- per creare lo sviluppo del proprio territorio. E questi programmi che sono messi in onda dal governo, secondo me guardando lontano, dobbiamo essere noi ad applicarli, noi a renderli vivi. Non è qualcun altro, ormai ci siamo abituati, che se c’ho lo sporco davanti alla porta, chiamo il comune. Pulisci! È la stessa cosa, dobbiamo cambiare tutti insieme la testa, questo è il messaggio più forte che mi sento di darvi che è quello che fa la differenza perché poi, vuoi per emulazione, vuoi per invidia, anche gli altri cominciano, altre imprese che cominciano ad entrare dentro. La città di Parma che dice “ma cosa avete fatto?” Gli abbiamo spiegato il nostro modello. Allora a questo punto anche a parma abbiamo messo in piedi un movimento che si chiama Parma io ci sto, dove quattro imprenditori –quattro- che avevano ancora una volta il faccino che sono Barilla, Chiesi, la fondazione Cariparma con il professore Andrei e il sottoscritto, noi quattro ci siamo messi insieme e abbiamo detto: parma io ci sto! Parma è famosa solo per i casini: fallisce il parma calcio, fallisce la parma, solo casini abbiamo. Ma possibile che una città che era all’onore del mondo, sempre in testa alle classifiche come città più vivibile d’Italia sia adesso in fondo? Non possiamo dare la colpa agli altri, primo passaggio è dire: il problema è mio. Abbiamo creato questa associazione intorno a questa associazione ci sono venute le scuole, le università, altri imprenditori, siamo centinaia di imprenditori e abbiamo creato un qualcosa che si sta muovendo, perché? Lo facciamo perché siamo buoni? No lo facciamo per interesse. Mettiamoci intesta questo anche: noi come imprenditore lo facciamo per interesse, perché io voglio che la mia impresa ci sia ancora quando io non ci sarò più. E per fare in modo che la mia impresa ci sia e che i miei figli possano godere di quello che c’è lo devo costruire adesso, che è come mio nonno che piantava la pianta di nespole sapendo che non avrebbe mai mangiato le nespole. È quella la logica dell’imprenditore moderno. E poi bisogna fare uno sforzo anche come scuola. Un professore deve capire che cosa fa un’impresa, deve andarla a vedere. E non dall’ufficio, e non da internet. Non pensate che da internet capisci come gira il mondo. Lo dico sempre ma lo ripeto: il più grande filosofo della storia, che conoscono in pochi che era mio nonno, lui diceva proprio questa cosa che è importante, “il posto più sbagliato per capire come gira il mondo è star seduti in ufficio”. Tu devi prendere la tua sportina e andare a vedere. Perché quando vedi, non è solo quello che vedi, ma le sensazioni, che cosa ti trasferiscono le persone, a me una cosa che fa estremamente piacere delle persone che vengono in Dallara a visitare l’azienda poi chiedo loro: ma cosa avete visto? A parte le tecnologie e tutte queste cose qua dicono la passione dei vostri ragazzi, che è una cosa che trasferiscono naturalmente. Se tu hai entusiasmo lo trasferisci anche se non vuoi. E noi abbiamo bisogno di modelli positivi da seguire e abbiamo televisione e giornale che continuano a dire i modelli negativi. Ed è lì che bisogna lavorare. E allora con la scuola il nostro progetto non è solo l’apprendistato, il nostro è creare una infrastruttura territoriale che sia robusta, o meglio resiliente, capace di gestire i cambiamenti e per essere capaci di gestire i cambiamenti tu devi investire sul sapere. È l’unico modo che hai per essere sicuro che anche in futuro saprai capire i cambiamenti e gestirli. È tanto come stare, quando vai al mare, non so chi di voi fa windsurf o semplicemente surf, tu hai una tavola, devi andare contro le onde nuotando una fatica da bestia! E poi il tuo piacere quando sei sull’onda e la cavalchi e hai solo due scelte: o cavalchi l’onda o vieni sommerso dall’acqua. E la fatica è la stessa. E quando sei sull’onda che hai questo enorme piacere di guidare tu devi approfittare di quel tempo che dura poco e durerà sempre meno per guardarti introno e capire quali sono le prossime onde su cui saltare. Perché noi non possiamo essere contenti perché funziona l’apprendistato e perché l’istituto tecnico di Fornovo funziona. È un pezzo della storia, non posso essere contento solo perché la Dallara va bene, io devo far funzionare tutto il sistema, deve avere le infrastrutture, devo avere le strade, devo avere i treni, devo avere un sistema scolastico, devo avere l’università e questa cosa ormai si è diffusa talmente tanto che abbiamo portato anche le università a bordo, questa è stata difficile, dico la verità, perché la scuola a confronto è pizza e fichi. Abbiamo fatto: ci siamo trovati con le aziende, e noi abbiamo la fortuna di lavorare sulle macchine da corsa, quindi è comunque un mondo attrattivo per i ragazzi, però il problema che abbiamo noi è trovare gli ingegneri del futuro. E la competizione, ripeto, è territoriale. Il mio territorio, a cui guardo, è l’Oxford Shire in Inghilterra dove ci sono sette team di Formula 1: Red Bull, Force India, Mercedes, Renault, sono tutti là anche se hanno i nomi francesi, tedeschi, sono là. L’altro posto dove c’è la Formula 1, che sono tre, è l’Emilia Romagna, c’è la Ferrari, la Tolo rosso, qua a Faenza, e la AS Formula 1, a Varano, che è da noi. Noi abbiamo convinto AS, il signor Jeena Sikha che è un signore californiano, di venire nella motor valley in Emilia Romagna invece che andare come tutti all’Oxford Shire. E sapete come l’ho convinto? Con la scuola e con la qualità della vita. Lui viene lunedì sera, perché poi c’è il gran premio di Monza, andiamo a dormire dalla Gelsomina, la Gelsomina è lì alla Fopla, va dalla Gelsomina che gli fa i tortelli e lui è l’uomo più felice del mondo, poi lo porto a girare con la nostra nuova macchina stradale, così gliene vendo una, e questo signore ci ha dato 350 mila dollari, cash, per la nostra scuola. Lui sta in California. Se si riesce a creare questo allora ne ho parlato con Ferrari, ne ho parlato con Lamborghini, voi pensate cosa vuol dire mettere intorno a un tavolo Ferrari e Lamborghini, che sono in concorrenza fra di loro, e spiegare il concetto che la concorrenza è fuori dall’Italia e non in Italia e che noi dobbiamo lavorare insieme sulla costruzione del sapere per poi poter competere meglio fuori. Noi abbiamo creato un consorzio che è creato da Ferrari, Lamborghini, Maserati, Magneti Marelli, Ducati, Toro Rosso, AS Formula 1 ed Dallara, e abbiamo disegnato sei lauree magistrali di come ci serviranno ingegneri nel futuro. Poi abbiamo preso le quattro università dell’Emilia Romagna: Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia, Parma – e qui è stato più difficile che mettere insieme Ferrari e Lamborghini, è stato veramente difficile – e abbiamo fatto queste sei lauree magistrali inter ateneo. E questo è successo a febbraio. Abbiamo fatto una bellissima presentazione qui a Bologna, con la regione Emilia Romagna, il professor Bianchi è stato fantastico, l’assessore. E poi gli ho detto “però ragazzi ste lauree qui quando e facciamo?”. EH dunque, adesso dobbiamo andare al ministero, fare la cosa ecc.… Ci vorranno dai tre ai cinque anni”. Gli ho detto: “voi non avete capito. Noi le lauree partono il 2 di ottobre di quest’anno”. E lauree partiranno il 2 di ottobre di quest’anno. Abbiamo fatto questo consorzio, io sono stato eletto presidente, mi mancava anche questo cappello, però la cosa bella è che stiamo lavorando insieme per costruire quello che ci servirà nel futuro. E questo, voglio darvi un altro messaggio secondo me importante, che è il concetto di solidarietà di un territorio che è capace a questo punto di aggregare anche gli ultimi. Noi lo abbiamo fatto, all’inizio, prima ancora che venisse l’IFTS, l’ITS, abbiamo preso venti disoccupati del nostro territorio, li abbiamo fatto un corso di formazione sul CAD, come azienda abbiamo messo gli ingegneri che gli insegnavano, abbiamo messo i computer, lo abbiamo fatto presso la scuola, magicamente finito il corso tutti e venti lavoravano, ma non da noi, noi abbiamo preso il 10%, dalle aziende che stavano lì. Dopo ne abbiamo fatto un altro, un altro ancora, ormai abbiamo passato le duecento persone disoccupate di quel territorio che adesso lavorano, lo sapete che valore è questo? E io dico una cosa: ma le persone sono le stesse di prima, il territorio è lo stesso di prima, che cosa abbiamo cambiato? Le leggi sono le stesse, lo Stato è sempre quello, cambia un po’ il primo ministro, ma quello è normale, cos’è cambiato? La formazione. E poi visto che c’è qui l’ingegnere Bernardi che è il Presidente della dell’ASPI, sempre per ricordarsi di quelli che sono gli ultimi, sono orgogliosamente nel direttivo dell’ASPI che è una ONLUS che si occupa di come utilizzare le tecnologie per togliere le disabilità alle persone disabili. E nel mondo dove noi stiamo entrando, quello che noi pensavamo disabile, cioè che non si può muovere, che è sordo, che è cieco, diventa una risorsa incredibile perché noi abbiamo bisogno di sapere. E ancora una volta queste cose qui funzionano se tu le applichi, non se tu le racconti. Ho fatto una battaglia incredibile per poter assumere due disabili, ma non perché volevo dei disabili, volevo due ingegneri, allora lui dice: “è discriminazione”, “no!”. A me non interessa se è cieco, se è paraplegico, io voglio un ingegnere. E abbiamo preso un ragazzo che ha avuto un incidente, completamente immobile. Attraverso le tecnologie che mi ha dato appunto ASPI con la telecamera, lui lavora col computer, lavora nei calcoli strutturali, anche lui è diventato un caso per la regione Emilia Romagna, lavora nei calcoli strutturali per la fibra di carbonio, e lavora al computer con la telecamera. Ed è meglio degli altri. Allora quando parliamo di apprendistato anche questo è un modo per fare entrare nelle aziende persone che altrimenti avrebbero una difficoltà enorme, successivamente poter entrare in un’azienda. Vedete quanto risvolto sociale può avere un lavoro fatto insieme di questo tipo. E questo per me è la vera responsabilità sociale di impresa che non è dare dei soldi, che è la cosa più facile e così ho messo a posto la coscienza, io devo dare la cosa più preziosa che ho che è il mio tempo. E se tutti noi, ma tutti, qua dentro ci siete in un po’, tutti noi diamo un 5-10% del nostro tempo fuori da quello che è il nostro stipendio, ma per questo concetto secondo me facciamo la differenza. Grazie.

EMMANUELE MASSAGLI:
Grazie. Abbiamo ancora dieci minuti quindi mi permetto di utilizzarli chiedendo un ulteriore intervento di cinque minuti, quindi più breve, vi chiedo questo favore, ai due relatori approfondendo alcune cose che hanno detto. In particolare ad Andrea Pontremoli chiedo: cosa cercate, come selezionate i giovani che dovete far entrare in impresa? Che cosa cercate nel ragazzo oltre, a quanto ho capito, la conoscenza che ci deve essere tecnica? Come si svolge la selezione dei giovani, perché in un’azienda come Dallara, immagino, che riceviate diecimila curriculum all’anno, qualcosa di questo genere. Come si arriva dai diecimila curriculum ai cinquanta-cento non lo so, assunti all’anno? Cosa succede in un paesino di milleduecento anime quando c’è l’invasione dei ragazzi che vogliono lavorare nelle corse?

ANDREA PONTREMOLI:
Si questa è una buona domanda perché è il problema che ha qualsiasi impresa. Diciamo che la cosa più importante per noi non è neanche la conoscenza, ma è avere imparato ad imparare. La scuola, l’università deve insegnare ad imparare. E l’altra cosa è la motivazione, cioè una persona che viene da noi deve trasferirmi a me la consapevolezza che lui può fare la differenza, o lei. Che ha questa consapevolezza, che ha una passione enorme per fare la differenza. Perché noi come azienda, se vogliamo fare la differenza è perché le persone vogliono fare la differenza. Io non credo alle aziende innovative, le aziende sono innovative se hanno persone innovative. O per parafrasare quello che diceva Thomas Watson, che era il fondatore di IBM, diceva: “l’IBM è un’azienda straordinaria perché è fatta da persone straordinarie”. E tu fai la differenza non con le persone, e non fai la differenza per le persone. Tu fai la differenza attraverso le persone. Vuol dire che tu prendi tutto: mente, cuore, anima e forza. E allora ci siamo anche inventati dei modelli un po’ innovativi per trovare le persone. E uno molto simpatico è questa gara che organizziamo tutti gli anni ormai da sette anni, che è la formula SAE, SAE sta per Society for Automotive Engineering, che è un’associazione a livello mondiale, è una gara tra università, ci sono otto esami e ogni università costruisce la sua macchina da corsa. Vengono a Varano e stanno lì cinque giorni e sostengono tutti questi esami. Allora vi do il dato di quest’anno: in un paesino di milleduecento abitati, che è Varano, avevamo duemilasettecento ingegneri da tutto il mondo, per cinque giorni. Ottantacinque università di cui quindici italiane, dalla Russia, dalla Svezia, dall’India – dall’India c’erano otto università – ciascuno con la propria macchina. E lì scopri la bellezza. C’era un ragazzo austriaco che m’ha detto questa frase, non so se è sua, ma è bellissima, dice: “sai io vengo qua perché qui hai solo due scelte: o vinci o impari”. Guardate che questa è bella: o vinci o impari, perché se non vinci vuol dire che qualcuno è stato meglio di te e impari da lui come fare l’anno prossimo per vincere. E se tu hai vinto dei pensare a cosa fare di diverso perché quello che hai già fatto quest’anno lo farà anche lui. E poi succedono delle cose che nella vita normale non si vedono: noi mettiamo i box per ordine alfabetico ed è capitato vicino Israele a Iran, ma vedere questi ragazzi che si aiutano è stato per me una soddisfazione incredibile, altroché guerre! E c’è stato un tedesco, e chiudo qua che se no rubo troppo tempo, un tedesco, aveva l’indiano di fianco. Questo indiano aveva la crash box, la parte anteriore della macchina, non hanno soldi, poveretti, fatta in polistirolo. Il tedesco aveva il crash box (loro hanno sponsor Mercedes, Red Bull ecc.), in fibra di carbonio, super perfetto. E noi abbiamo dovuto squalificare l’indiano perché con il polistirolo è pericoloso. Il tedesco gli ha regalato il suo crash box in carbonio per permettergli di correre, dice “Perché io vinco se ti batto in pista, non per dei regolamenti”. Ecco, questi sono gli insegnamenti che noi ci portiamo a casa. E noi andiamo a pescare in quei 2.700 lì e gli altri ce li formiamo nella scuole e avendoli in apprendistato li vedo dentro l’azienda e loro stessi trovano la loro motivazione, loro stessi capiscono. Io ci ho avuto una fortuna: i miei genitori mi hanno esposto a tantissime cose, dalla filosofia all’elettronica, al mulino (mio padre faceva il mugnaio e io ero su un fiume). Ecco: essere esposti quando sei giovane, ti dà la possibilità poi di capire qual è la tua strada. Noi invece li teniamo nella bambagia. “Ascolta, fà il liceo che intanto guadagniamo cinque anni e poi vediamo”. Quando ha finito il liceo: “Ma fai l’Università, ‘sta roba qui, che poi vediamo”. Uno si trova a 28 anni che poi vediamo! Ragazzi, 28 anni, ingegner Dallara ha fatto la Lamborghini Miura che aveva 26 anni, eh! I giovani hanno una freschezza. Se ricordate i premi Nobel sono tutti sotto i 32 anni. Oppure se glieli danno dopo i premi Nobel, ma per una scoperta che avevano fatto prima dei 32 anni. E’ lì che si fa la differenza. E secondo me questo è quello che cerchiamo come aziende.

EMMANUELE MASSAGLI:
Secondo me, raccontato dal vivo così si capisce il fascino che può avere un ragazzo entrato in un contesto di questo genere. Infatti mi ha colpito, dialogando con alcuni degli apprendisti che fanno esperienze di questo livello perché poi non sempre le esperienze sono di questo livello, l’obiettivo è lavorare perché siano di questo livello, parlando con alcuni di questi ragazzi mi ha colpito che, a differenza di quanto dica e pensi una certa retorica sindacale, malintesamente sindacale, ovvero che, come ha scritto un giovane filosofo che va molto di moda sui giornali, ha scritto l’altra volta: “L’alternanza è un altro nome dello sfruttamento dei giovani da parte dell’impresa”, questa era la frase del filosofo, un filosofo di moda, ecco, a differenza di quanto pensi questa retorica, questi ragazzi, tornando dalle prime settimane in impresa, tornando a scuola, non hanno chiesto ai docenti “Prof ma cosa mi serve andare in impresa, mi sfruttano”. No, no. Hanno detto: “Prof io lì ho visto cose che qui non ho mai visto. A cosa mi serve la scuola?”. E questa domanda, guardate che è centrale, perché se la scuola crede di rispondere dicendo: aggiorniamo i laboratori così i ragazzi avranno il software che ha Dallara, hanno già perso, perché non avranno mai i laboratori come la linea di Dallara, evidentemente. Questa domanda è molto più profonda. E la risposta non è scontata, perché il giovane si chiede e il prof si sente dire dal ragazzo: “Prof a cosa serve la scuola? Perché io lì sto imparando e magari mi voglio fermare lì a lavorare. A cosa serve la scuola?”. Secondo me il dottor Pontremoli ha risposto, perché ha detto che cosa cercano dal giovane: saper imparare. E la scuola deve avere anche questa pretesa, di metodo, di criterio generale e non solo di addestramento. Se insegue i laboratori perderà la corsa, se vogliamo rimanere in questo contesto. E non sapranno rispondere alla domanda “Prof a che cosa serve la scuola?”, perché è questa la domanda che fanno gli apprendisti che vivono esperienze di questo genere. E secondo me è una grandissima sfida per chi fa scuola rispondere a questa domanda. E quindi, la chiedo alla dirigente: prof, a che cosa serve la scuola, allora?

MARGHERITA RABAGLIA:
Io, quando i ragazzi sono tornati, dopo il secondo episodio di apprendistato, abbiamo fatto un debate. Ho detto: “Ragazzi, adesso mi dite com’è andata?” Volutamente ho portato con me un docente che stimo tantissimo, ma che è piuttosto freddo sul tema. Ho detto: “Ragazzi, sapete chi sono e cosa penso. Il professore non fa mistero. Adesso sostenete voi davanti a noi che siamo anche su posizioni diverse, diteci com’è andata”. Vi dico, ragazzi del professionale, telegrafico -semmai si può approfondire- che cosa mi hanno scritto e detto: “Preside occorrerebbe implementare lo scambio di informazioni sulla programmazione tra scuola e azienda”, ragazzi del professionale. Dice: “Ci siamo capiti, ma bisognerebbe rendere la cosa più coesa”. Altri: “Ci costa tornare a scuola”, “Cosa serve tornare a scuola”, “Abbiamo cominciato a capire, abbiamo chiesto al professore di meccanica di rifarci quel programma, perché avevamo bisogno di capire”. Rimane una domanda sotto traccia, non è chiarissima ancora, neanche per i docenti, c’è da lavorarci molto. I ragazzi l’hanno individuata immediatamente. Hanno tentato, come hanno potuto, tornando il pomeriggio facendo, chiedendo delle cose online ai professori, via internet. Ecco. E’ una cosa da costruire, però il tema è assolutamente centrale. Altra cosa. Le aziende devono capire di più cosa vuol dire farci formazione. “Vogliamo che il tutor sia più vicino a noi”. Ancora: “Quando siamo in azienda vogliamo restare più connessi con l’esperienza scolastica, occorre trovare la possibilità nel pomeriggio che ci scambiamo delle questioni insieme, facciamo un gruppo” e questo lo abbiamo fatto. Poi, non so, ce ne sono tantissime di altre cose di questo tipo: ragazzi tornati con la volontà assolutamente di non abbandonare l’esperienza scolastica, ma nello stesso tempo di invitare la scuola ad essere più stretta, più interfacciata con l’esperienza dell’azienda, come avete visto e come avete capito anche un’azienda assolutamente affascinante, estremamente interessante.
Mi permetto, per chiudere velocemente, di leggervi la lettera di un ragazzo, uno di questi che chiamerò Francesco, così per motivi: “Chiedo scusa per il disturbo. Con la presente ci tengo a raccontare dell’incontro avvenuto oggi tra me e la dottoressa dell’azienda, ringraziarla di avere consentito a me di poter dialogare in questo modo con l’azienda per un trasferimento d’ufficio -questo ragazzo ha fatto la quarta in azienda apprendistato – Preside, però mi sono un po’ stancato. Ho visto delle altre cose. Possiamo chiedere che in quinta mi mettano più avanti?” e io ho chiesto e l’azienda lo ha ascoltato “Mi sono recato, la dottoressa mi ha accolto con gentilezza, chiedendomi di esporle le motivazioni. Io le ho detto: guardi mi sono trovato bene in reparto, nulla da dire nei confronti dei colleghi e del responsabile che sono sempre stati molto disponibili nei miei confronti. Ma la volta che ho conseguito il diploma, mi piacerebbe andare all’università – è un ragazzo che ha fatto manutenzione professionale – ingegneria meccanica. Vorrei, anche se mi sono trovato bene in rifilatura, essere più legato al mondo della progettazione. Così, insomma ha fatto un po’ di ragionamenti, si sono messi d’accordo, dottor ecc… e allora mi hanno detto: “guarda potremmo metterti in produzione, ma richiede competenze di fisica e chimica forse adesso per te ancora un po’ elevate. Allora facciamo così: vediamo di parlare con la galleria del vento, potresti sentirti anche più appagato, perché lì magari, ci sono delle cose di aerodinamica che richiedono esperienze minori”. “Bene –dice- poi, fatto il diploma c’è anche l’ITS, ci sono altre possibilità” Vado veloce e chiudo. “Riassumendo il tutto, sono rimasto contento di questo appuntamento: ho visto da parte dell’azienda la propensione ad accondiscendere alla mia richiesta. Mi ha reso felice anche la proposta di un percorso universitario più adeguato. Mi sembrava che sotto, nelle parole della persona, ci fosse quasi una proposta di lavoro post diploma, anche se è ancora forse una mia fantasia. La terrò aggiornata, non appena riceverò una risposta. Grazie per il grande aiuto che mi ha dato”.
Questi sono i miei studenti che fanno l’apprendistato. Non è solo lui. Questo credo che sia il punto perché che uno studente ringrazi la scuola, ringrazi il luogo di lavoro in cui è stato messo, non c’è ombra, non c’è traccia di ragionamenti, l’orario, lo sfruttamento. Sono veramente discorsi che i ragazzi non sentono, tanto meno le famiglie. Io credo che anche rilanciare dei ragazzi che magari maldestramente si sono avviati su scuole, che magari non erano adeguate a loro o forse hanno sbagliato le prime scelte, il primo e il secondo anno delle superiori sono anni turbolenti, e che poi, grazie all’esperienza del lavoro, addirittura capiscono che vogliono fare l’università, beh, io direi che, l’esperienza dell’apprendistato è vincente. Grazie

EMMANUELE MASSAGLI:
Prendo solo un minuto, perché mi ha colpito, mi hanno colpito tante cose che sono state dette e ci sarà modo per rivederle anche in streaming sul sito del Meeting. Dico due cose. Noi come Paese in Italia, si discute tanto di che leggi fare per il lavoro dei giovani e la discussione a questo livello è più semplice, perché si tratta di trovare delle ricette, delle ricette tecniche, normative, tra l’altro, come sappiamo, quella giusta è sempre quella che sarà approvata dopo, non è mai quella che è stata già approvata. Però abbiamo visto che non funzionano. E’ proprio un cambio di approccio quello che emerge dall’incontro di oggi e che emerge anche dagli altri incontri dedicati alla scuola e al lavoro che come avete visto sono temi connessi in questo Meeting. Partiamo dalle esperienze che ci sono, replichiamo quelle esperienze, perché il caso del Gadda di Fornovo, il caso del Consorzio delle aziende di corse con le università sono casi veri. Si possono replicare. Si può fare che impresa e giovani dialoghino, per l’educazione dei giovani si può fare che aiutino la loro occupabilità, oltre ogni benaltrismo di natura politica e in questo senso mi pare che la ricetta sia estremamente connessa al titolo del Meeting. Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo per possederlo. Una volta, sia da un punto di vista micro che macro il lavoro si ereditava dai padri. Macro perché c’erano più posti di lavoro che persone che cercavano lavoro, per cui si ereditava una situazione favorevole e si trovava lavoro. Micro perché molte imprese italiane, che sono medie e piccole imprese, usciva il padre e trovava lavoro per il figlio e il figlio entrava nella stessa azienda, magari il nipote, lo si ereditava il posto di lavoro.
Bene adesso non si eredita più il posto di lavoro e abbiamo 40% di disoccupazione giovanile, però quello che c’è bisogno di ereditare è una passione per il lavoro. È una passione per il fare bene le cose, perché un giovane che ha questa passione è occupabile. Per cui c’è bisogno di ereditare dai propri padri, cioè da dei maestri, questa passione e riguadagnarla, come dice il titolo, sperimentarla, viverla. Quindi la sfida è ancora una volta: ci sono maestri disponibili a trasmettere questa passione? Dove sono? Ci sono nella scuola? Ci sono nell’impresa? L’incontro ha dimostrato che ci sono. Ci sono. Allora si dia spazio a queste esperienze, si trovi un modo per replicarle, questo aiuterà molto di più la disoccupazione giovanile che qualsiasi ricetta o banale incentivo economico. Grazie ai relatori per partecipato, grazie a voi.

Data

25 Agosto 2017

Ora

11:15

Edizione

2017

Luogo

Sala Poste Italiane A4
Categoria
Incontri