SAPER SCEGLIERE LA STRADA - Meeting di Rimini

SAPER SCEGLIERE LA STRADA

Saper scegliere la strada

Saper scegliere la strada

In collaborazione con Unioncamere. Partecipa Sergio Marchionne, Amministratore Delegato FIAT spa. Introduce Bernhard Scholz, Presidente Compagnia delle Opere.

 

BERNHARD SCHOLZ:
Buongiorno a tutti e benvenuti a questo attesissimo incontro con Sergio Marchionne. Un grazie particolare a Sergio Marchionne che è qua con noi oggi, arrivando direttamente dagli Stati Uniti. Io penso che il ringraziamento da parte del presidente Barak Obama a Sergio Marchionne è sicuramente un ringraziamento molto personale per quello che lui ha fatto, ma penso che c’è anche un pizzico di riconoscimento del sistema industriale italiano.
Quando Sergio Marchionne si è assunto la responsabilità nel 2004 di guidare il più grande gruppo industriale italiano, si è anche assunto una responsabilità per il sistema paese. E non si può parlare della Fiat senza parlare dell’economia Italiana e non si può parlare della FIAT senza parlare della presenza della FIAT a livello internazionale.
La FIAT è tornata agli utili. A che cosa è dovuto? Alcuni degli stabilimenti della FIAT, alcuni dei tanti, Melfi, Pomigliano, Mirafiori, sono diventati luogo di una grande discussione che riguarda tutti, tutto il paese in tutta la sua capacità competitiva. Come migliorare la competitività in un contesto di accelerata globalizzazione? Come localizzare al meglio i siti produttivi senza mettere a repentaglio il livello occupazionale? Come sviluppare piani industriali che trovano la fiducia delle Banche, degli azionisti, dei lavoratori e dei sindacati?
Nella lettera ai dipendenti in Italia, una lettera del 9 Luglio, Sergio Marchionne ha scritto: la crisi ha reso più evidente, e purtroppo per molte famiglie, la debolezza della struttura italiana. La cosa peggiore di un sistema industriale, quando non è in grado di competere, è che alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente e senza colpa le conseguenze. Quello che noi abbiamo cercato di fare, dice sempre Marchionne, e stiamo facendo, con il progetto Fabbrica Italia, è invertire la tendenza. Grazie di essere qua con noi e la domanda è: cosa vuol dire invertire questa tendenza?

SERGIO MARCHIONNE:
Signore e signori buongiorno a tutti. Non mi capita spesso di avere di fronte una platea composta da così tanti giovani e mi sento investito di una grandissima responsabilità. Ringrazio il Presidente Scholz e gli organizzatori del Meeting di Rimini per avermi dato la possibilità di incontrarvi e di essere qui con voi oggi.
Parlare ai giovani è una delle cose più difficili da fare. Lo è perché voi non amate le conferenze e i congressi che riempiono di parole giornate intere senza dire assolutamente nulla. Non amate gli incontri formali che lasciano ai partecipanti poco più di un badge da esibire quasi fosse una medaglia, e né ho visti centinaia in questi anni e in alcuni casi sono anche stato chiamato ad intervenire, e non li amo nemmeno io. A costo di passare per rude, quello che ho sempre cercato di fare è parlare in modo chiaro e diretto, senza la presunzione di avere la verità in tasca, ma con la convinzione che l’onestà intellettuale sia il modo migliore per dare il proprio contributo e per compiere insieme qualche passo avanti. Ed è esattamente questo che vorrei fare anche oggi. Vi confesso che l’intervento che avevo preparato per voi era molto diverso da quello che invece sentirete. Avrei voluto parlarvi dei grandi temi sulla nostra società, qualunque società che voglia davvero definirsi giusta, ha il dovere di interrogarsi. Avrei voluto riflettere sul senso della globalizzazione, quando porta benefici reali alle nostre vite e sul non senso della globalizzazione stessa quando non ha nulla da offrire a chi è devastato dalla violenza della povertà. Avrei voluto raccontarvi di quando undici anni fa ho avuto la fortuna di incontrare Nelson Mandela a Davos. Avrei voluto condividere con voi le questioni più spinose con le quali l’umanità si deve confrontare, come sia possibile restare indifferenti di fronte allo scandalo della distribuzione della ricchezza mondiale, come sia possibile parlare di sviluppo e benessere se la gran parte della nostra società non ha nulla da mettere in gioco al di fuori della propria vita. E volevo affrontare questi temi con voi perché siete giovani e perché avete il vostro futuro in mano. Ma non posso ignorare l’importanza di quello che sta succedendo in Italia, collegato alle vicende dello stabilimento di Melfi e la gravità delle accuse che ho sentito muovere verso la FIAT. E non è mia abitudine evitare i problemi e per questo gli eventi delle ultime quarantotto ore mi hanno costretto a modificare radicalmente il tenore del mio discorso, portandolo a un livello molto più locale. Ed è esattamente di questo di cui vi parlerò tra qualche minuto. Anche se il titolo del mio intervento è Saper scegliere la strada, non ho intenzione di farvi nessuna lezione. Non sono un professore, né un economista, e neppure lontanamente un politico. Sono semplicemente un uomo di industria, non so nulla delle vostre strade, del cammino che avete alle vostre spalle o dei sogni che state costruendo per il vostro futuro. E se anche conoscessi ogni piccolo particolare dovrei fare molta attenzione nel consigliarvi.
La strada della vita di ognuno di noi è piena di persone, di influenze, di un insieme di elementi su cui basiamo le nostre scelte. Quello che posso fare per contribuire all’incontro di oggi è condividere con voi le mie esperienze, quelle che ho maturato prima da ragazzo poi da uomo, incluse quelle che ho vissuto come amministratore delegato della FIAT.
Sono nato in Abruzzo a Chieti, a circa 250 km da qui, ma per motivi famigliari e di lavoro ho vissuto all’estero la maggior parte dei miei anni. Ho dovuto abituarmi presto a cambiar casa, abitudini e amici. Avevo 14 anni quando la mia famiglia si è trasferita in Canada e vi confesso apertamente che non è stato facile. Non è mai facile iniziare tutto da capo, in una terra sconosciuta, in una lingua straniera, imparare a gestire la solitudine di alcuni momenti, non è facile lasciare le certezze del tuo mondo abituale per le incertezze di un mondo nuovo.
Aveva ragione Cesare Pavese quando disse che viaggiare è una brutalità, obbliga ad avere fiducia negli stranieri e a perdere di vista il comfort famigliare della casa e degli amici. Ci si sente sempre costantemente fuori equilibrio, nulla è nostro tranne le cose essenziali, l’aria, i sogni, il mare e i cieli. Tutte le cose tendono verso l’eterno o ciò che possiamo immaginare di esso. Ma è proprio per questo che viaggiare, cambiare ambiente e conoscere altre culture è uno straordinario modo per crescere e per farlo in fretta.
Il contatto con un mondo sconosciuto è qualcosa che ti cambia nel profondo, perché ti costringe a contare solo sulle tue forze e a superare i tuoi limiti.
Anche dopo l’università quando ho iniziato a lavorare mi sono trovato costretto più volte a cambiare città e paese, si è trattato di passaggi sofferti, perché è stato come ricominciare sempre da capo. E quando ti trovi a vivere o a lavorare in un paese che non è il tuo, devi imparare a gestire qualcosa in più rispetto agli altri. Mi riferisco alla diffidenza che ogni tanto percepisci, quella che qualcuno prova verso gli stranieri. E mi riferisco anche allo stato d’animo che tu stesso provi, collegato al fatto di non avere radici in quella società e di avere invece dubbi e timori nell’affrontare un mondo nuovo. Sono tutti elementi che hanno segnato la mia storia personale. Sono dovuti passare quasi quaranta anni e altre due nazioni, la Francia e la Svizzera, prima che la vita mi riportasse in Italia nel 2004, quando ho assunto la guida della FIAT.
Le esperienze che ho compiuto in giro per il mondo sono state tutte importanti per la mia crescita professionale, conosco bene la realtà che sta al di fuori del nostro Paese. Ed è questa conoscenza che ho cercato e sto cercando di mettere a disposizione della FIAT, perché non resti isolata da quello che accade intorno nel mondo.
In questi anni abbiamo lavorato duramente per garantire alla nostra azienda di crescere, di competere con i migliori concorrenti, di conquistare la stima e il rispetto sui principali mercati. Oggi la FIAT è una multinazionale che opera e gestisce attività industriali in ogni parte del mondo, siamo presenti in tutti i continenti e abbiamo rapporti commerciali con oltre centonovanta paesi. E la partnership raggiunta con Chrysler nel 2009 è nata sulle basi delle competenze tecnologiche della FIAT, ma si è resa possibile solo grazie alla sua apertura internazionale. Se non avessimo avuto un approccio globale, non avremmo mai potuto cogliere l’opportunità che si presentava dall’altra parte dell’Oceano. E quando la nostra azienda è nata aveva un sogno: quello di favorire la mobilità e la libertà delle persone, di crescere e di portare nel mondo quello che gli italiani sanno fare, il mettere queste competenze a disposizione della società. E quando il presidente Obama ha annunciato che FIAT sarebbe stato il partner giusto per Chrysler, è stato come rinnovare questo sogno. Un mese fa il presidente Obama è venuto a visitare uno degli stabilimenti Chrysler di Ditroit e lunedì scorso il vicepresidente Joe Biden, ha visitato quello di Toledo in Ohio. Ed entrambi ci hanno fatto i complimenti per il lavoro svolto, per il contributo che stiamo dando alla rifondazione dell’industria automobilistica americana, un’industria che è stata devastata dallo tzunami finanziario e da una gestione che non ha saputo ammettere la necessità del cambiamento. Queste condizioni hanno permesso alla FIAT di farsi riconoscere per il proprio livello tecnologico, per l’impegno verso una mobilità sostenibile e per la capacità di portare, anche negli Stati Uniti, architetture e motori a bassi consumi.
Non c’è dubbio che il governo americano abbia dimostrato grandissimo coraggio. Un iniziativa che era nata con l’obiettivo di salvare centinaia di migliaia di posti di lavoro, è diventata l’occasione per lanciare il new green deal, con cui si vuole incidere in profondità sulle abitudini dei consumatori sostenendo l’industria dell’auto nello sforzo di ridurre i livelli di emissioni e di consumi. FIAT ha il privilegio di essere impegnata in questo processo di rifondazione dell’auto americana e siamo orgogliosi di poterlo fare, perché fa parte del nostro modo di intendere questo mestiere.
A un anno di distanza dall’inizio di questo lavoro, la Chrysler è tornata a generare un utile operativo e i risultati che abbiamo presentato all’inizio del mese ci dicono che siamo sulla strada giusta. La partnership tra la FIAT e Chrysler non è solo un’opportunità di business, FIAT e Chrysler insieme stanno sicuramente unendo le loro competenze per dar vita a un gruppo più forte, per raggiungere nel giro di cinque anni la soglia dei sei milioni di vetture prodotte, per essere presenti su più mercati e per avere una gamma completa di prodotti.
Ma FIAT e Chrysler stanno anche dando vita a un’integrazione culturale basata sul rispetto e sull’umiltà. Un’integrazione che è una straordinaria fonte di ricchezza umana.
Non è facile trovare un’impresa che possa contare su un’esperienza internazionale così ampia, basata non soltanto sull’accordo con Chrysler, ma anche sulla posizione di leadership in America Latina e sulle iniziative create in Cina e in Russia. Si tratta di un bagaglio di conoscenze che fa della FIAT un punto di osservazione privilegiato per capire cosa sta succedendo nel resto del mondo, come si sta sviluppando l’economia globale e come preparare l’azienda ad affrontare un sistema completamente aperto, fortemente interconnesso ma senza confini geografici o economici.
Sfortunatamente ho l’impressione che in Italia non ci sia né interesse né fiducia verso questo straordinario bacino di informazioni. O forse più semplicemente non ne vogliamo sapere perché ci manca la voglia o abbiamo paura di cambiare. Molto spesso le ragioni del declino sociale ed economico di un paese hanno a che fare con ciò che non abbiamo saputo o voluto trasformare, con l’abitudine di mantenere sempre le cose come stanno.
Questo è stato per tanto tempo anche il grande male della FIAT. Quando sono arrivato nel 2004, ho trovato una struttura immobile, chiusa su se stessa, che prendeva come base di riferimento i propri risultati invece delle prestazioni della concorrenza. Aveva perso la voglia e l’abilità di competere e confrontarsi con il resto del mondo, questo purtroppo è anche il rischio che corre il nostro paese. Basta pensare a quanto è basso il livello degli investimenti stranieri, a quante imprese hanno chiuso negli ultimi anni e a quante altre hanno abbandonato l’Italia, per capire la gravità della situazione.
La crisi ha reso più evidente, purtroppo per molte famiglie, anche più drammatica la debolezza della struttura industriale italiana. La cosa peggiore di un sistema industriale è quando non è in grado di competere e che alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente e senza colpa le conseguenze. Quello che noi abbiamo cercato di fare e stiamo facendo con il progetto Fabbrica Italia è quello di invertire questa rotta. Il piano presentato quattro mesi fa, dimostra il nostro impegno per concentrare nel paese grandi investimenti, per aumentare il numero dei veicoli prodotti in Italia e per far crescere l’ esportazione.
E per realizzare questo progetto è assolutamente indispensabile colmare il divario competitivo che ci separa dagli alti paesi e portare la FIAT a quel livello di efficienza necessario per garantire all’Italia una grande industria dell’auto e a tutti i nostri lavoratori un futuro più sicuro.
Conosciamo bene le regole dei mercati, il loro andamento è determinato dalla domanda e dall’offerta e trovano il loro equilibrio all’incrocio di queste due funzioni. Nella ricerca di questo equilibrio non adottano principi etici e non sono condizionati da fattori o legami emotivi. E se lasciassimo il mercato libero di agire alla sua maniera, le prospettive per la FIAT in Italia non sarebbero buone. La verità è che l’unica area del mondo in cui l’insieme del sistema industriale e commerciale del gruppo FIAT è in perdita, è proprio l’Italia. Lo è quest’anno come lo è stato l’anno scorso. Fabbrica Italia è nata per cambiare questa situazione e per sanare le inefficienze del nostro sistema industriale. È nata dalla nostra volontà di trasformare l’Italia in un base strategica per la produzione e per l’esportazione delle vetture. L’unica cosa di cui abbiamo bisogno è la garanzia che gli stabilimenti possano lavorare in modo affidabile, continuo e normale. Non c’è niente di straordinario nel voler adeguare il sistema di gestione a quello che succede a livello mondiale.
Eccezionale è semmai per un azienda la scelta di compiere questo sforzo in Italia, rinunciando ai vantaggi sicuri che altri paesi potrebbero offrire. Ciò di cui c’è bisogno di conoscere la necessità è cambiare, è aggiornare un sistema che garantisca alla FIAT di continuare a competere.
Quella alla quale stiamo assistendo in questi giorni, è una contrapposizione tra due modelli, uno che si ostina a proteggere il passato e l’altro che ha deciso di guardare avanti. No so quali siano i motivi di questo scontro, se ci siano ragioni ideologiche o altro.
Quello che so è che fino a quando non ci lasciamo alle spalle i vecchi schemi, non ci sarà mai spazio per vedere nuovi orizzonti.
A volte ho l’impressione che gli sforzi che la FIAT sta facendo per rafforzare la presenza industriale in Italia, non vengano compresi oppure non siano apprezzati intenzionalmente.
La verità è che FIAT è l’unica azienda disposta a investire venti miliardi di euro in Italia, l’unica disposta a intervenire sulle debolezze di un sistema produttivo per trasformarlo in qualcosa che non abbia sempre bisogno di interventi di emergenza.
Qualcosa che sia solido e duraturo, da cui partire per immaginare il futuro. La verità è che questo sforzo viene visto da alcuni con la lente deformata del conflitto. Non siamo più negli anni ’60, non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra capitale e lavoro, tra padroni e operai.
Se l’Italia non riesce ad abbandonare questo modello di pensiero, non risolveremo mai niente. Erigere barricate all’interno del nostro sistema alimenta solo una guerra in famiglia. L’unica sfida è quella che ci vede di fronte al resto del mondo. Quello di cui ora c’è bisogno è un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici e dare al paese la possibilità di andare avanti.
Questo è il momento di accettare il cambiamento come la possibilità per creare una base di partenza sana, come un ‘occasione per costruire insieme il paese che vogliamo lasciare in eredità alle prossime generazioni.
Tutti noi esaltiamo il cambiamento come uno straordinario motore di progresso, come la più grande fonte di opportunità. Troppo spesso però l’elogio del cambiamento si ferma sulla porta di casa. Va bene finché non ci riguarda. Noi siamo liberi di scegliere qual è il cambiamento che vogliamo: il nostro o quello degli altri. Nel farlo dobbiamo essere consapevoli che il primo richiede energia, coraggio e determinazione nel costruire il nostro destino, l’altro invece ci condanna al ruolo di spettatori e di potenziali vittime del processo.
La FIAT, quella che è uscita con le proprie forze da una situazione che nel 2004 sembrava a fondo cieco, la stessa che oggi sta cercando nuove strade per diventare uno dei più grandi costruttori di auto nel mondo, ha fatto la propria scelta. Ha deciso di stare al passo con la realtà.
Il mondo in cui operiamo è complesso e a volte caotico, i problemi che dobbiamo affrontare cambiano ogni giorno e le poste in gioco sono così tante e così grandi.
Tutto questo richiede al sistema una flessibilità enorme, richiede grande rapidità e la capacità di adeguarsi in tempo reale ai cambiamenti del mercato. La velocità di risposta a quello che non possiamo prevedere è l’unica arma che abbiamo per batterci ogni giorno e in questo senso la FIAT è un cantiere aperto, chi entra oggi in FIAT non trova un sistema fossilizzato ma entra in un ambiente in fermento che cambia in continuazione. Tra qualche mese la FIAT sarà diversa da quella di adesso e sarà diversa da quella che verrà dopo. Credo che il grande pregio della nostra azienda stia in questa capacità di movimento e di decisione. Le persone che guidano la FIAT sanno adattarsi e reagiscono in tempi brevissimi e tengono un ritmo molto più veloce rispetto alla concorrenza. Per l’industria grande e complessa come la nostra è molto difficile ma essenziale,, se vogliamo cogliere tutte le opportunità che si presentano e fa la differenza tra vincere o soccombere. Gestire l’azienda in questo modo ci dà la possibilità di reagire in modo opportuno ai movimenti dei mercati.
Non possiamo però ignorare che ci sono dei fattori fuori dal controllo e dalla responsabilità individuale che possono generare situazioni di grandissima difficoltà. E come ho già avuto modo di dire altre volte, personalmente credo in un sistema che si faccia carico di riparare le conseguenze del funzionamento dei mercati e di sostenere coloro che sono colpiti dal cambiamento. È uno dei principali doveri che una società ha nei confronti dei propri cittadini e lo dobbiamo in primo luogo ad un principio di coerenza con il modello di sviluppo sociale che abbiamo abbracciato. Ma rifiutare il cambiamento a priori significa rifiutare il futuro. Se non siamo disposti ad adeguarci al mondo che cambia, ci ritroveremo costretti a gestire solo i cocci del nostro passato.
La maggior parte delle persone che lavorano in FIAT ha compreso e ha apprezzato l’impegno che abbiamo deciso di assumere in Italia, eppure ho sentito accuse assurde e infinite polemiche che non voglio certo alimentare. Sento però il dovere di difendere non soltanto la serietà di questo progetto ma anche le ragioni di chi ha abbracciato questa sfida e che ha voglia di fare qualcosa di buona. Mi riferisco in particolare alla CISL e alla UIL e ai loro segretari generali Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti che ci stanno accompagnando in questo processo di rifondazione dell’industria dell’auto italiana. L’accordo che è stato firmato per lo stabilimento di Somigliano, ha ottenuto prima il consenso della maggioranza delle organizzazioni sindacali e poi quello della maggioranza dei lavoratori. Un sistema corretto di relazioni industriali deve garantire che gli accordi stipulati vengano effettivamente applicati; in democrazia funziona così, altrimenti è il caos. Rispettare un accordo è un principio sacrosanto di civiltà. Non credo sia onesto usare il diritto di pochi per piegare i diritti di molti, ed è quindi inammissibile tollerare e difendere alcuni comportamenti come la mancanza di rispetto delle regole e gli illeciti che sono arrivati in qualche caso anche al sabotaggio. Non è giusto nei confronti dell’azienda, ma soprattutto non è giusto nei confronti di tutti gli altri lavoratori. Mi rendo conto che certe decisioni come quella che abbiamo preso a Melfi non sono popolari, ma non si può far finta di niente davanti a quelle che per la Fiat sono palesi violazioni della vita civile in fabbrica. Sono state spese molte parole sulla vicenda di Melfi; su una cosa vorrei essere assolutamente chiaro: la Fiat ha rispettato la legge e ha dato pieno seguito al primo provvedimento provvisorio della magistratura; pur mantenendo legittime riserve nel merito, abbiamo reinserito i lavoratori nell’organico dell’azienda, assicurando loro accesso allo stabilimento e il pieno esercizio dei diritti sindacali. Ora siamo in attesa del secondo giudizio previsto dal nostro ordinamento, e ci auguriamo che sia meno condizionato dall’enfasi mediatica che ha in parte travisato la realtà dei fatti, come possono testimoniare altri lavoratori presenti la notte in cui è stata bloccata la produzione in modo illecito. Nel frattempo però quello che è importante riconoscere, è la necessità di garantire le condizioni minime di un rapporto di fiducia, sul quale si basa qualsiasi tipo di relazione. Ho sentito parlare molto di dignità e di diritti di questa vicenda; la dignità e i diritti non possono essere un patrimonio esclusivo di tre persone, sono valori che vanno difesi e riconosciuti a tutti; la responsabilità che abbiamo è anche quella di tutelare la dignità della nostra impresa e il diritto al lavoro di tutte le altre persone. Di sicuro accuse che considero pretestuose da parte del sindacato non aiutano a mantenere un clima sereno, una condizione assolutamente necessaria per sviluppare gli ambiziosi programmi di cui ci stiamo facendo carico. La Fiat non pretende di essere salutata ogni giorno con le fanfare, come è successo quando siamo tornati dall’America con i due miliardi di dollari della General Motors o quando il Presidente Obama ha annunciato l’accordo con Chrysler, ma non troviamo giusti nemmeno i fischi gratuiti. I valori su cui abbiamo rifondato l’azienda sei anni fa sono rimasti esattamente gli stessi; mi riferisco alla correttezza, all’integrità, a un approccio responsabile nella gestione del business. Fabbrica Italia è nata su questi presupposti; è un progetto che proviene dal cuore della Fiat, non certo da un calcolo di convenienza. Decidere di portare la nuova Panda a Pomigliano non è stata una scelta basata su principi economici e razionali; non era e non è la soluzione ottimale da un punto di vista puramente industriale e finanziario; sarebbe stato infatti molto più conveniente lasciare le cose come stavano e confermare la futura Panda in Polonia, dove è stata prodotta negli ultimi sette anni con livelli di qualità eccezionali. Lo abbiamo fatto per la storia della Fiat in Italia, quello che è sempre stata per l’azienda, quello che da sempre rappresenta il rapporto privilegiato che ha con il paese. Lo abbiamo fatto perché nel limite del possibile e senza pregiudicare la solidità della nostra azienda, riteniamo sia un nostro dovere privilegiare un paese in cui la Fiat ha le proprie radici. Facciamo tutto questo perché crediamo nel futuro italiano della Fiat e perché pensiamo sia la strada giusta per dare prospettive di sviluppo alla presenza del nostro gruppo nel paese. Sono fortemente convinto che abbiamo le possibilità di costruire insieme in Italia qualcosa di grande, di migliore e di duraturo; Fabbrica Italia è un grande progetto perché nasce da nobili intenzioni e per questo abbiamo un grandissimo dovere di proteggerlo. Non siamo interessati ad andare in televisione a sbandierare le nostre ragioni come hanno fatto altri; non intendiamo farci coinvolgere in teatrini o telenovele per giustificare un progetto di valore e di qualità; non vogliamo che tutto quello che abbiamo costruito finora sia macchiato da argomentazioni pretestuose o da giochi politici che non c’entrano nulla con la volontà fondamentale di fare qualcosa di buono. Tutto ciò non aiuterà mai la Fiat a diventare un costruttore forte, in grado di competere con i migliori nel mondo. Pensiamo sia più utile usare il tempo che abbiamo a disposizione per lavorare a rendere reale la nostra visione. In questo vorrei che fosse riconosciuta anche la dignità del mestiere dell’imprenditore, la responsabilità associata ai suoi compiti è enorme; penso ai rischi che assume, agli impegni che prende, agli sforzi che compie per aprire la strada a uno sviluppo internazionale dell’azienda e all’impatto che le sue scelte possono avere sulla società. È una responsabilità che dovrebbe meritare, se non stima, almeno rispetto. Quello che trovo assurdo è che la Fiat venga apprezzata e riceva complimenti ovunque fuorché in Italia; la Fiat è sempre la stessa, che si guardi in Europa, negli Stati Uniti o in Sud-America; il nostro comportamento e i principi che ci guidano sono uguali in ogni parte del mondo. La Fiat è un’azienda seria, gestita da persone serie con un forte carica di valori; sono questi valori a far sì che il senso di responsabilità prevalga sempre sull’indifferenza, l’impegno sulla noia, la coscienza sulle mode del momento. Questa etica di business è stata la chiave della rinascita, che ha strappato il gruppo dal fallimento al quale sembrava votatoa nel 2004 e oggi continua a essere il cuore della nostra azione e non abbiamo nessuna intenzione di comprometterla. Forse a questo punto vi state chiedendo in che modo la testimonianza che vi ho portato oggi e la storia recente della Fiat possa avere a che fare con voi; in tutte la esperienze che ho fatto nella mia vita mi sono reso conto che ogni storia di successo si basa sulla capacità di donne e di uomini di assumersi la responsabilità e l’impegno di imprimere una svolta culturale a un certo ordine di cose. Il cambiamento è una delle forze più potenti che abbiamo a disposizione e che possiamo controllare per costruire qualcosa di grande; questo vale per un sistema industriale ma vale anche per la vita di ognuno di voi. L’invito che posso fare a voi oggi, giovani, è quello di prepararvi a entrare in un grande processo di costruzione; di prepararvi a far parte della squadra che darà forma al futuro. Di solito si ritiene che la vita delle persone sia suddivisa in due momenti distinti: quello della formazione e quello dell’attività lavorativa; si crede che il primo periodo della vita serva a dare quelle conoscenze sufficienti ad affrontare la fase successiva, con l’idea che le nozioni apprese possano bastare a ricoprire ruoli e mansioni stabili nel tempo. Penso che una persona così si trovi del tutto disarmata di fronte a un mondo che sta cambiando alla velocità della luce. Questo scriveva Hegel nella prefazione ai Lineamenti della Filosofia del Diritto: a dire anche una parola di come deve essere il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi; come pensiero del mondo essa appare per la prima volta nel tempo dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell’e fatta. Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro allora un aspetto della vita, è invecchiato; dal chiaroscuro esso non si lascia ringiovanire ma soltanto riconoscere. La nottola di Minerva inizia il suo volo sul fare del crepuscolo. La conoscenza è come la nottola di Minerva: arriva a cose fatte quando la realtà è già passata; quello che si studia nei libri sul mondo dipinge una situazione che è già un’altra, e per questo non è importante la strada che sceglierete, è molto più importante l’approccio con cui deciderete di percorrerla. Se c’è una cosa che ho imparato in tutti questi anni è che la prima garanzia che dobbiamo conquistarci per poter scegliere è la libertà; essere liberi significa avere la forza di non farsi condizionare, essere liberi vuol dire anche trovare il coraggio di abbandonare i modelli del passato e le vecchie abitudini e dipendenze. Le strade comode e rassicuranti non portano da nessuna parte e di sicuro non aiutano a crescere; fanno solo perdere il senso del viaggio. La libertà di cui parlo è prima di tutto una libertà mentale, una condizione che raggiunge chi decide di confrontarsi con il mondo e di sposare l’etica del cambiamento. Le ore passate a studiare su un libro con centinaia di pagine o davanti a un computer non sono solo una strada per entrare nel mondo del lavoro; vi danno la possibilità di prendere in mano quegli strumenti culturali e, domani, per affrontare un campo aperto e globale e uguale per tutti. Senza dubbio il mondo di oggi si trova in un momento difficile da capire e da gestire, ma non penso che ci siano età più facili di altre; in ogni epoca milioni di persone si trovano a fare i conti con quello che è stato lasciato dal passato, la storia della vita, quando capita di venire in possesso di un’eredità enorme: non hai fatto nulla per averla e a quel punto puoi scegliere cosa fare, chi domani dovrà raccogliere la tua eredità. Voi avete la grande occasione di mettere quello che siete, i vostri sogni e le vostre qualità in questo progetto, per creare un domani esattamente come lo volete. La forma e il significato della società del futuro dipenderanno dai vostri ideali, dal vostro modo di pensare e di agire; ognuno di voi può contribuire a creare una società migliore: questa è la vera sfida che ci aspetta. L’uomo che segue il proprio comodo è condannato a vivere in una prigione che si è costruito da solo, dove i muri sono troppo alti e troppo spessi per far passare l’aria o vedere la luce; chi guarda solo a sé stesso non sarà mai una persona libera, perché non avrà altro spazio se non quello limitato e fragile di uno specchio. La vera libertà esiste solo nell’impegno; e penso che questo sia anche il senso del titolo del vostro Meeting, che richiama molto da vicino quello che lo stesso Hegel disse sulla natura umana: “Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione”. Credo che sia anche l’unico modo per trovare una realizzazione personale e dare un significato più profondo alla nostra vita. Nel seguire la propria strada, la responsabilità di ogni individuo, di ognuno di noi è enorme. Circa cinquecento anni fa, Nicolò Machiavelli ci ha offerto questo spunto: “Il ritorno al principio è spesso determinato dalla semplice virtù di un uomo; il suo esempio ha una tale influenza che gli uomini buoni desiderano imitarlo e quelli cattivi si vergognano di condurre una vita contraria al suo esempio”. Se c’è un segreto nella Fiat di oggi è proprio questo: abbiamo avuto la capacità di costruire un’azienda di uomini e di donne di virtù; sono persone che sentono il peso della responsabilità di ciò che fanno, che agiscono con decisione e con coraggio e che non si tirano indietro quando si tratta di dare il buon esempio. Sono persone che sanno che solo una condotta morale può assicurare merito e dignità a qualunque risultato. Questo è l’augurio con cui vorrei lasciarvi: a prescindere dalla strada che sceglierete auguro a ognuno di voi di diventare come la persona descritta da Machiavelli, uomini e donne di virtù. Grazie a tutti per l’attenzione.

BERNHARD SCHOLZ:
La stragrande maggioranza di tutti voi che siete qua presenti lavora nelle piccole e medie imprese, che sono la spina dorsale di questo paese. E noi sappiamo bene che la grande industria è un traino che aiuta anche le piccole e medie imprese nella loro crescita e nel loro posizionamento internazionale. Al contempo sappiamo che tanta innovazione nella grande industria è proprio partita dai piccoli e io sono personalmente convinto che il futuro, soprattutto del sistema economico italiano, stia in una partnership tra le piccole e medie imprese e la grande industria. E vorrei chiedere a Sergio Marchionne qual è la strada per migliorare in futuro questa partnership e quindi migliorare il sistema di questo Paese.

SERGIO MARCHIONNE:
La domanda è estremamente complessa. Parliamo un attimo della grande industria sulle attività economiche di una regione, di un Paese. Noi abbiamo vissuto adesso, gli scorsi 14 mesi, un’esperienza, da vicino, del mercato americano e abbiamo visto quale impatto devastante abbia comportato la riduzione di attività economica della grande industria. Abbiamo visto nella città di Detroit, nello stato del Michigan, che è quello che è stato principalmente impattato da questa riduzione di volumi, dalla chiusura di stabilimenti, riduzione di organici eccetera, che l’impatto è devastante perché ovviamente il discorso che si è fatto tradizionalmente è la relazione di 1 a 7, cioè un dipendente della grande industria contro 7 della catena produttiva, incluse le attività commerciali collegate alla grande industria. Quindi c’è un impatto enorme proprio sulla salute economica della regione. La seconda parte della domanda che ha fatto, per quanto riguarda il rapporto fra le piccole e medie imprese e la FIAT, è un discorso estremamente importante da portare avanti. Una delle cose, infatti, su cui stiamo lavorando con il Tesoro americano, dipende dal fatto che hanno riconosciuto la grandissima possibilità che questa realtà economica delle piccole e medie industrie diventi un bacino di innovazione che è mancata alla grande industria che in certi casi è fossilizzata n vecchi sistemi e in tradizioni che oramai non sono più valide. Stiamo lavorando con il Tesoro appunto per cercare di trovare un modo per dare spazio a questi start up, a queste possibilità di operazioni economiche, che in effetti poi aumentano la possibilità di sviluppo tecnico e innovativo del sistema industriale nostro. E’ un esperimento che abbiamo cominciato a fare in America, nel campo dei veicoli elettrici, dove in America si è aperta un’industria completamente diversa e nuova, non tradizionale, per quanto riguarda lo sviluppo di motori propulsori elettrici. La FIAT è più che disposta a lavorare con le parti sociali per creare le condizioni per far sì che questo avvenga. Ritorno alla parte fondamentale del mio discorso: per fare tutto questo bisogna riconoscere l’importanza di un sistema flessibile, che dia la possibilità a noi e a chi lavora con noi di rispondere in una maniera estremamente veloce ai movimenti dei mercati. Questa è l’unica cosa che deve fare l’amministratore delegato, il cui lavoro è uno dei più complessi che c’è in giro. Io non ho in mente nessun diritto, sono la vittima di parecchie decisioni prese da altri, incluse decisioni che impattano sull’andamento dei mercati. Quello che è importante, per me, è saper scegliere le persone con cui lavoriamo, i collaboratori stretti, e avere nelle parti sociali il riconoscimento dell’importanza della flessibilità e della serietà nell’impegno che prendiamo. Sono cose fondamentali. Si è parlato molto di diritti, bisogna parlare molto più di doveri, perché i doveri sono la base su cui i diritti vengono fondati.

BERNHARD SCHOLZ:
Bene, io penso che fino a qualche anno fa ci si è sempre paragonati nei rapporti sociali con altri Paesi più avanzati del sistema industriale. Io penso che da qualche mese in poi non c’è più una grande differenza fra gli altri paesi europei e l’Italia, nel cercare di stabilire dei rapporti sociali che aiutino veramente ad aumentare la produttività e quindi a dare, questa è la cosa che più ci interessa, un lavoro a più persone possibile. Io ringrazio Sergio Marchionne di essere stato qua con noi, per la sua chiarezza, la sua trasparenza e spero che l’impulso della FIAT giovi a tutti noi.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

26 Agosto 2010

Ora

11:15

Edizione

2010

Luogo

Salone B7
Categoria