San Giuseppe Freinademetz. Un missionario della Val Badia in Cina

 

Nell’estate del 2008 papa Benedetto XVI si è recato in un paesino del Sudtirolo, Oies, in Alta Badia, per fare visita alla casa che ha visto i natali di un Santo poco noto in Italia ma al quale i popoli ladino, austriaco e tedesco (e cinese!) sono molto devoti. Si tratta di San Giuseppe Freinademetz, vissuto alla fine del XIX secolo (1852-1908), quarto di 13 figli di una famiglia di contadini.

La vita in famiglia era dura ma sostenuta da una fede vissuta con semplicità e incarnata nella quotidianità. Parte importante della giornata era dedicata alla preghiera comune nella quale veniva sempre riservato uno spazio per gli altri: per l’amico ammalato, per il defunto di cui si era venuti a conoscenza, per i bisognosi del mondo. Ujӧp, come il ragazzo era chiamato, ama profondamente la sua famiglia, il suo paese, le sue montagne, ma il destino lo vuole già da ragazzino lontano da casa: presa, non senza difficoltà, la decisione di studiare in seminario, si dovette recare a piedi, camminando per undici ore, nella città vescovile di Bressanone.

Studente modello, molto educato, di buone maniere, ha sempre accettato le circostanze, anche difficili, che si trovava ad affrontare, tra cui quella di imparare la lingua tedesca.
In seminario rimase profondamente colpito dalla parola di alcuni missionari invitati per una testimonianza. In particolare risuona nel suo cuore la citazione del versetto 4,4 delle Lamentazioni del profeta Geremia: “I bambini chiedevano il pane, e non c’era chi lo spezzasse per loro!” .

Per Giuseppe l’interpretazione era chiara: qui sono intesi i pagani (coloro che non conoscono Cristo). Capisce che quello che ha incontrato nella sua famiglia e che ha approfondito negli anni del seminario non può essere solo per lui, deve farlo conoscere ad altri, in particolare ai più lontani e bisognosi, e nasce in lui il desiderio di farsi missionario.

Dopo essere stato ordinato sacerdote, gli viene assegnato il ruolo di coadiutore a San Martino, paese a pochi chilometri da Oies. La gioia dei parenti e degli amici è immensa; anche Giuseppe è felice di stare con i suoi nella sua amata Badia, svolge volentieri i suoi doveri e il suo lavoro; gli abitanti lo considerano uno di loro, e i bambini, ai quali insegna a leggere, scrivere e fa catechismo, gli sono particolarmente affezionati. Il giovane prete potrebbe dirsi soddisfatto ma c’è una cosa dentro di lui che lo tormenta: il pensiero della missione che non lo abbandona. Quando giunge nella sua parrocchia la richiesta di sacerdoti da parte della congregazione dei Missionari Verbiti (SVD) appena fondata da Padre Arnoldo Janssen, non si sottrae alla chiamata e decide di andare a Steyl in Olanda, dove vi era la casa madre della congregazione. Dopo meno di un anno è in partenza per la Cina. Prima d’imbarcarsi ad Ancona passa per San Martino e per Oies: il distacco dai suoi è dolorosissimo, non li rivedrà mai più.

Arriva ad Hong Kong dopo 35 giorni di navigazione. Il primo approccio con il mondo cinese non è certo dei migliori. Nel territorio della Cina assegnato ai primi missionari verbiti nella provincia di Shandong, esistono solo piccoli gruppi di cristiani (si contano in tutto 158 cristiani) e in generale, l’accoglienza che riceve, non è affatto lusinghiera tanto che Freinademetz inizialmente si fa una pessima idea sui cinesi e sulle loro abitudini, come traspare da diverse sue lettere. Solo la certezza del valore di quello che ha da comunicare non lo fa desistere: “Noi dobbiamo dar testimonianza a Cristo fra i popoli, gettare il suo seme, il resto lo lasciamo a Dio.” Fa suo il motto di S.Paolo “greco tra i greci” e diventa “cinese tra i cinesi”, apprendendo rapidamente a parlare e scrivere in cinese, condividendo da vicino la loro vita fino ad assumerne e anche valorizzarne usi e costumi.

Questo atteggiamento segna la svolta: il popolo cinese comincia a conoscere Freinademetz, o meglio Fu Shenfu, come decise di chiamarsi, e a seguirlo. Infaticabile nel lavoro e pieno di avvincente bontà segue con cura i convertiti alla fede, preparando idonei catechisti, occupandosi della formazione del clero indigeno e prendendosi cura dei missionari verbiti, che a poco a poco iniziarono a giungere dall’Europa. Nell’arco dei quasi 30 anni che trascorre in Cina, l’amore di Fu Shenfu per i cinesi cresce a dismisura e in una lettera ai suoi parenti scrive: “Io amo la Cina e i cinesi, e sarei pronto di morire mille volte per loro. Ora che non ho più grosse difficoltà con la lingua e conosco le tradizioni del popolo, considero la Cina come la mia patria dove io desidero morire”. Quando le missioni della Cina durante le persecuzioni dei Boxer vengono duramente attaccate e i missionari trucidati, Freinademetz non vuole abbandonare le sue missioni e i suoi fedeli, subendo aggressioni, torture e rischiando anche d’essere ucciso. I suoi sacrifici non sono stati vani. Numerose sono le testimonianze di fede dei cristiani locali disposti a sacrificare la propria vita pur di non rinnegare la fede: dopo 29 anni da che era giunto nella sua missione si contano 40,000 battezzati e altrettanti catecumeni.
La mostra, attraverso una serie di fotografie e, soprattutto, grazie alle numerose lettere che Freinademetz scrisse durante tutto il periodo della sua vita a parenti e amici, segue il percorso del Santo dalle stupende montagne della Badia agli sconfinati paesaggi dello Shantung, regione cinese dove svolse la sua missione.

“Vi et autorictate nostra apostolica… Josephum Fre…y-na…de…metz…” Non fu facile per Paolo VI pronunciare il nome di Freinademetz, allorchè il 19 ottobre 1975 lo proclamò Beato. Il 5 ottobre 2003 Giovanni Paolo II lo dichiarò santo.

Mostra a cura di Elio Sindoni e Giovanni Zambon.

QUESTA MOSTRA È DISPONIBILE IN FORMATO ITINERANTE. CLICCA QUI PER TUTTE LE INFORMAZIONI

Data

24 Agosto 2014

Edizione

2014

Luogo

PAD. A5