PADRE PIO. La sua voce, la sua storia - Meeting di Rimini

PADRE PIO. La sua voce, la sua storia

Presentazione dell’audiolibro di Filippo Anastasi, Giornalista (Ed. Padre Pio di Pietrelcina). Partecipano: l’Autore; Roberto Fontolan, Direttore Centro Internazionale di Comunione e Liberazione; Luciano Lotti, Teologo Cappuccino e Direttore della rivista Studi su Padre Pio.

 

ROBERTO FONTOLAN:
Devo dire che stasera sta per cominciare un’occasione veramente speciale, per due motivi: il primo, per la grande personalità dei due ospiti che abbiamo qui con noi. Presento innanzitutto l’autore e il curatore di questo libro, che in realtà è un audio libro, Filippo Anastasi, col quale posso dire di vantare una vecchia e lunga amicizia dai tempi della RAI, in una mitica stagione al TG2. Filippo Anastasi ora è un vaticanista da molti anni. Dirige un importante programma religioso, ha ideato e cura un importante programma della domenica mattina della radio. Alla mia sinistra c’è Padre Lotti, figura di grande autorevolezza dei Frati Cappuccini: è teologo, è direttore della rivista Studi su Padre Pio, e ha una chiara testimonianza da offrirci oggi, cioè la sua vicinanza con Padre Pio. Partecipò come chierichetto all’ultima messa di Padre Pio: non sempre è così facile che si possa essere protagonisti e testimoni da vicino degli eventi della storia.
Il libro che presentiamo qui è un audio libro, quindi la sua componente forte è proprio la parte audio, perché si possono ascoltare delle testimonianze straordinarie; è il frutto di un lungo lavoro di ricerca condotto da Filippo come giornalista ed appassionato della figura di Padre Pio. Il libro presenta figure di testimoni diretti dell’opera di Padre Pio e di alcuni dialoghi effettuati con loro nel corso dei programmi radiofonici. La nostra si snoderà un po’ come una conversazione tra noi e tra loro, soprattutto nelle loro testimonianze, e nell’ascolto, perché la parte importante di questo libro – come dicevo – è la testimonianza umana che emerge dalla voce stessa dei protagonisti intervistati. Il libro, come sapete tutti, è in vendita qui in libreria. Allora, prima di inoltrarci nella conversazione, vorrei chiedere a Filippo Anastasi due cose: come nasce questo libro, da cosa nasce, e qual è il motivo del suo interesse per questa figura.

FILIPPO ANASTASI:
Sono due cose nettamente messe insieme: il libro nasce quando, nel 1999, un mese prima della beatificazione di Padre Pio, io dovevo preparare una trasmissione alla radio, Oggi 2000, che all’epoca durava un’ora e mezza: decisi di trovare una serie di testimonianze, di testimoni della vita di Padre Pio. Tra queste testimonianze scovai Giovanni Gigliozzi e passai tre giorni interi con lui; era stato uno dei figli spirituali di Padre Pio. È il direttore del giornale di San Giovanni Rotondo, di Casa Sollievo della Sofferenza, è giornalista insigne della radio e voce radiofonica per i più anziani ancora ricordabile. Avevo tante testimonianze, avevo per esempio le testimonianze del Vescovo Wojtyla, che scriveva a Padre Pio per chiedere un miracolo per Wanda Poltawska, ma mi mancava la voce di Padre Pio. Allora chiesi ai miei collaboratori se fosse possibile trovare un’intervista a Padre Pio. Le ore, i giorni passavano e loro mi trovavano solo messe e rosari e l’unica cosa erano dieci secondi di inaugurazione della Casa Sollievo della Sofferenza. Non c’era la voce di Padre Pio che raccontasse se stesso; la cosa mi fece inquietare tanto che io, che non ero pratico di computer, mi misi in prima persona a cercare nella nastroteca della Rai; feci una ricerca con una chiave banale – Padre Pio, intervista, cella. Impostate queste quattro parole si aprì l’intervista a Padre Pio in cella, del 1967. Trovai questa intervista struggente: è unica ed è diventata poi il pilastro di questo libro. Noi prima avevamo pensato di mandarvela in coda al dibattito ma non possiamo farlo, perciò ve la facciamo sentire adesso con un’avvertenza precisa: aguzzate bene le orecchie perché all’inizio non si capisce bene. Padre Pio parla nel dialetto del ducato beneventano, un po’ napoletano e un po’ beneventano, ma sono certo che lo capirete. Prima dell’intervista, proprio per capire come funziona questo audio libro, c’è l’introduzione della mia voce che lancia l’intervista. Io pregherei il tecnico di mandare la traccia 1.

Audio

ROBERTO FONTOLAN:
Ecco, quando lui dice a Padre Pio: “vi auguro altri 100 anni di salute”, Padre Pio risponde: “ancora”. Non so se si è distinto questo. È una grande emozione sentire questa cosa, la trascrizione di questo breve dialogo è tutta contenuta nel libro. Allora volevo chiederti se quei ricercatori che avevi mandato a ricercare le cose li hai licenziati, dopo, se è stato così semplice trovare …

FILIPPO ANASTASI:
Lavorano ancora con me, come Massimo Quaglio.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, Padre Lotti. Allora abbiamo iniziato con questa voce che penso le abbia riproposto tanti ricordi, tante emozioni. Lei è stato vicinissimo a Padre Pio.

LUCIANO LOTTI:
Sì, io tutte le volte che sento questa registrazione rimango meravigliato del come sia stato possibile farla. Franco Bucarelli racconta come è riuscito ad entrare in convento e veramente ha qualcosa di miracoloso perché in quel periodo c’erano dei frati che erano dei cerberi, che non permettevano a nessuno ad avvicinarsi a Padre Pio, figuratevi ad uno con un registratore! È stato quando ho sentito questa registrazione che mi sono avvicinato a questo libro; io avevo l’incarico di rivedere i libri che venivano pubblicati su Padre Pio e dico sempre che ogni volta che correggo un libro ho un nemico in più, perché non sempre sono simpatico agli autori. Però quella volta non ebbi niente da dire; anzi, il libro era fatto bene, e trovai alcune risposte importanti. Era il periodo in cui avevamo a che fare con una stampa che cercava gli aspetti di Padre Pio più miracolistici, una stampa che cercava il sensazionale e la stessa Casa Sollievo era vista così, come un’opera che era importante perché aveva fatto qualcosa di sociale senza arrivare al cuore di quello che era l’opera di Padre Pio. Invece questo libro parla di testimoni, di persone che raccontano la vita di Padre Pio: qui c’è tutta la vita di Padre Pio, raccontata da persone che sono state accanto lui. Filippo accennava a Giovanni Gigliozzi, presente fin dalla fondazione di Casa Sollievo; c’è anche una intervista al mio papà, anche lui sin dall’inizio a lavorare in Casa Sollievo. C’è la storia bellissima non solo di un’opera che nasce, ma di un mondo che nasce intorno a Padre Pio; un mondo di laici! A me fa piacere essere qui al Meeting per dire questo: Casa Sollievo non nasce come opera di un prete, come opera della gerarchia, ma nasce da un gruppo di laici che ha creduto in tutto questo, anticipando anche un po’ il Vaticano II. Questo libro sembra accompagnare con le interviste la storia di quest’opera grande e si conclude con il miracolo al piccolo Matteo, avvenuto tra le mura di Casa Sollievo. Io penso che questo sia un fatto provvidenziale: il Signore ha voluto dirci un modo per essere Chiesa attraverso Casa Sollievo, consacrando questa missione di Padre Pio attraverso il miracolo avvenuto proprio tra le mura dell’ospedale. Questo libro cerca, attraverso queste storie, di raccontare tutto questo con molta semplicità, con un linguaggio, quello di Filippo, che conosciamo e che è molto semplice, e con la suggestione di questa intervista che tocca anche un po’ tutti i punti difficili della vita di Padre Pio. C’è il richiamo alla famosa indagine di Rossi – io scoprii il documento dell’indagine di Rossi lavorando al Santo Ufficio, ne parlai con Filippo e c’è il racconto di quella scoperta -; c’è la storia della lettera di Papa Wojtyla e quasi tutte le storie belle di Padre Pio che non vengono raccontate come un romanzo ma con il linguaggio del romanzo, un romanzo fatto dalla storia di chi le ha vissute.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, grazie. Vorrei chiederle: perché tanti libri? Immagino che lei ne abbia bocciati molti, che poi magari sono andati ugualmente in libreria e in distribuzione. Che cosa l’ha convinta a dire di sì a questo libro?

LUCIANO LOTTI:
Su Padre Pio è stata pubblicata, proprio non molto tempo fa, la bibliografia ufficiale; sono tremila e duecento i libri scritti su Padre Pio e pensate che ci sono in tutte le lingue del mondo: abbiamo dei libri in swahili, dei libri in giapponese, per esempio. Però, chiaramente, succede che spesso ci sia un po’ di ripetizione e, soprattutto, emerga nella lettura la voglia di cercare lo scoop, di cercare lo straordinario, di cercare il fenomenale, e spesso la voce dei testimoni è zittita da quella che è la voce dell’autore e questo dà molto fastidio, oltre agli errori che certe volte si trovano. C’è questa voglia di parlare di se stessi anziché di Padre Pio; invece, la caratteristica di questo libro è che c’è Padre Pio dietro ad ogni intervista, c’è soprattutto un percorso quotidiano che è difficile da dire. Queste persone erano giovani e noi ci chiediamo: cosa dice Padre Pio ai giovani? L’ha detto a queste persone che a venti o venticinque anni hanno incontrato Padre Pio e hanno sentito che la loro storia è la storia di Padre Pio. Ricordo una figlia spirituale di Padre Pio che disse: nel primo incontro che ho avuto con Padre Pio mi sono sentita scorticata. Avveniva una rivoluzione, e questo libro testimonia proprio questa rivoluzione avvenuta nelle persone.

ROBERTO FONTOLAN:
Filippo, quali sono i punti nodali di questo libro, quali i punti fotografati, raccontati dalle interviste dei testimoni? Perché la vita di Padre Pio è lunga, complessa e con tanti episodi, tante fasi; in questo libro chi legge percepisce questa complessità, anche se non è una biografia in senso tecnico di Padre Pio.

FILIPPO ANASTASI:
Io ho cercato di essere popolare come lo era Padre Pio, e attraverso i racconti dei testimoni, attraverso molte foto spesso inedite, ho ricreato un affresco di tutto il ventesimo secolo, perché Padre Pio è la storia della nostra Italia, è la storia del mondo italiano, e anche del mondo internazionale. Non dimentichiamo che, al di fuori della fama di miracolismo che si è attaccata a Padre Pio, due sono i veri grandi miracoli: la Casa Sollievo della sofferenza – cioè quello che Padre Pio mai chiamò ospedale ma sempre Casa Sollievo – in un posto dimenticato da Dio e dagli uomini, perché negli anni ’50, e ancor prima, San Giovanni Rotondo era l’ombelico oscuro dell’Italia del sud, era veramente il terzo mondo, ci si arrivava a costo di grandi sacrifici, con strade spesso dissestate, non c’erano gli alberghi. Eppure i pellegrini ci andavano. Non c’erano ospedali e per questo Padre Pio, con uno sforzo sovraumano, inimicandosi per i soldi dell’ospedale il Vaticano – perché non volle dare i soldi che i benefattori davano per la Casa Sollievo della sofferenza per sanare lo scandalo della banca Giuffrè -, creò un ospedale, un ospedale modello, uno dei più moderni d’Europa nel 1956. Il secondo grande miracolo è che Padre Pio, pur vivendo in questo luogo distante da tutto, senza il telefono, senza la radio, se non per pochi, con le poste che funzionavano col cavallo e con la diligenza, era conosciuto in tutto il mondo: dall’Italia al Sud America, dal Medio Oriente all’Estremo Oriente. Gruppi di preghiera fiorivano e fiorivano come adesso. Questi sono i due grandi miracoli di Padre Pio per me: la Casa Sollievo e i gruppi di preghiera. E infine l’aver tenuto intorno a sé una serie di laici che l’hanno aiutato. Il laico in qualche modo più buffo, era colui che quelli di voi di una certa età ricorderanno: era la spalla di Walter Chiari, Carlo Campanini, che è stato figlio spirituale di Padre Pio. Adesso vi propongo un frammento molto esilarante sulla vita di Carlo Campanini con Padre Pio, l’inserto 2.

Audio

ROBERTO FONTOLAN:
Possiamo dire che Padre Pio, pur vivendo molto lontano, aveva una percezione molto chiara della vita italiana, anche in quegli anni.

FILIPPO ANASTASI:
Da lui arrivavano tutti, c’è un carteggio con il Presidente Segni, allora Presidente della Repubblica, c’è un carteggio con Aldo Moro, ci sono molte foto; tutti, tutti i politici che contavano, non escluso Andreotti che era giovane ma già contava, andavano a San Giovanni Rotondo.
Adesso voglio far sentire, per far capire che Padre Pio non era soltanto un uomo di mondo ma era anche un vero francescano, un racconto che viene dalla sua frequentazione con Beniamino Gigli, il grande cantante lirico dei nostri padri; sembra un brano dei fioretti di San Francesco. Ascoltiamo il brano 3.

Audio

ROBERTO FONTOLAN:
Padre Pio e il rapporto con le persone: si narrano leggendarie arrabbiature! Era un uomo brusco, era un uomo diretto, era un uomo affettuoso. Com’era il suo rapporto con le persone che andavano trovarlo e che andavano a cercarlo?

LUCIANO LOTTI:
Vi dirò come lo vedevo io prima di tutto, perché ero un ragazzo e mi confessavo da lui: andavamo in convento, sapevamo che Padre Pio era un santo, per noi era normale che Padre Pio fosse santo e che avesse le stigmate. In lui trovavamo una persona affettuosa, una persona che la sera quando andavamo a casa ci voleva dare un bacio, non un bacio formale, si sentivano schioccare le labbra sulle guance; era una persona che amava scherzare, che sapeva soffrire, era veramente uomo. Nel libro c’è una intervista bellissima su Sanguinetti, su quando morì Sanguinetti. Padre Pio si rivolge al crocifisso ed umanamente soffre, piange perché è morto il suo amico e dice al crocifisso: se tu me l’avessi detto io non te l’avrei permesso, te l’avrei strappato, non avevi il permesso di farlo morire. Chiaramente in tutto questo c’è anche il frate che era schietto, che sapeva, non dico essere burbero, ma dire la parola forte nei momenti in cui bisognava dire quella parola per abbattere un muro. E poi c’era il frate che sapeva scherzare, sapeva ridere di tutto. Nell’occasione della morte di Sanguinetti c’è l’episodio simpatico di quel Giovanni di Prato: questi era un taxista toscano che stava sempre vicino a Padre Pio. Ad un certo punto, Padre Pio piangeva e diceva: “mi dispiace, il Signore mi toglie tutte le persone che mi sono vicine”, e dicendo questo, mise la mano sul braccio di Giovanni. “Appena una persona è vicino a me e io gli voglio bene, il Signore me la toglie”. A quel punto, Giovanni delicatamente gli toglie la mano e dice: “Signore, ci guardano!”.

FILIPPO ANASTASI:
Prima di introdurvi a un altro breve sonoro, vi volevo raccontare un retroscena del rapporto tra Padre Pio e Wojtyla. Papa Wojtyla andò a San Giovanni Rotondo fin da quando era sacerdote, ma l’episodio che tocca il rapporto tra i due è del 1962, durante il Concilio Vaticano II. Allora Karol Wojtyla era vescovo ausiliario di Cracovia; arrivò a Padre Pio una lettera scritta in latino che diceva: “Venerabile Padre, ti prego di pregare per una madre di quattro bambini che ha quarant’anni, di Cracovia in Polonia, che durante l’ultima guerra è stata per cinque anni in campo di concentramento in Germania. Ora è in gravissimo pericolo di vita, per un cancro. Che Dio, grazie all’intercessione della Beata Vergine, mostri a lei e alla sua famiglia la sua misericordia. Obbligatissimo in Cristo, Karol Wojtyla, vicario di Cracovia in Polonia”. Non si fa neppure il nome della signora in questione, eppure questa supplica arriva a buon fine perché passano pochi giorni e il vescovo Wojtyla – non abbiamo la risposta di Padre Pio perché non c’è – scrive ancora a Padre Pio e ringrazia: “Venerabile Padre la donna che abita a Cracovia in Polonia, madre di quattro bambini, il 21 novembre, prima dell’operazione chirurgica, di colpo è guarita. Sia ringraziato Dio, e anche a te, Padre Venerabile, di nuovo dico il più fervido grazie a nome della stessa donna, di suo marito e di tutta la famiglia”. Queste erano le intercessioni di Padre Pio: per questo rapporto con papa Wojtyla, egli lo volle immediatamente beato e santo.
Voi sapete che di Padre Pio si parla tanto dei profumi, dei segni, della bilocazione; tanti fenomeni si attribuiscono a Padre Pio. Allora adesso vi faccio sentire un brano che è significativo di tutte queste cose: la conversione di Giovanni Gigliozzi, suo figlio spirituale. Ora, Giovanni Gigliozzi era un socialista ateo, lavorava per l’Avanti; nulla aveva a che fare con il mondo cattolico e di Padre Pio non conosceva nemmeno l’esistenza, come adesso lui stesso vi racconterà. Traccia 4.

Audio

ROBERTO FONTOLAN:
È emozionante, vero? L’esperienza di uno che viene come inseguito, braccato, cercato con questo profumo.
Volevo chiederle ancora, Padre Lotti, una cosa. Lei, suo padre e Padre Pio. Il padre di Lotti è stato un professore e fondatore della Casa Sollievo della sofferenza; quindi lei ha una storia che non è solo la sua, ma è una storia con il santo che viene dalle sue stesse radici.

LUCIANO LOTTI:
Direi che dovrebbe parlare più mio padre di Padre Pio, io non ho molto da dire. Sono vissuto lì e senz’altro Padre Pio ha segnato molta parte della mia vita, soprattutto per quello che è l’impegno nel sociale, l’impegno a favore dell’uomo. Noi veniamo da questa cultura di grande attenzione alla persona, che ci fu insegnata proprio da Padre Pio. Mio padre era giovane quando ha conosciuto Padre Pio; era il 1939, aveva sedici anni, era rimasto orfano da poco. Mio nonno, anche lui devoto di Padre Pio, era di Bologna ma veniva a Foggia perché era commerciante; aveva conosciuto Padre Pio nel 1929, durante la grande crisi e aveva avuto la forza di andare avanti con Padre Pio. Purtroppo è morto d’infarto proprio per i problemi economici che c’erano, e Padre Pio in quell’occasione disse a mio padre: ti farò da padre. Quando a 23 anni, nel ’43, andò a salutarlo perché partiva per la Grecia, Padre Pio gli disse: scommettiamo che tu non parti? Mio padre gli disse che gli sarebbe piaciuto molto restare, ma che lunedì sarebbe partito. Padre Pio aggiunse: “senti, facciamo questa scommessa: se non parti per la Grecia tu ti devi laureare in medicina”; mio padre era ufficiale dell’esercito e non aveva mai pensato a fare il medico. “Ti devi laureare in medicina – gli disse – perché su questo monte io devo costruire un ospedale”. Mio padre il lunedì dopo non è partito per la Grecia, e in modo stranissimo si è trovato a San Giovanni Rotondo dopo una serie di peripezie, Padre Pio non l’ha quasi salutato, e gli ha detto subito di tornare a Bologna e di iscriversi a medicina perché aveva perso la scommessa. Direi che quell’ospedale è nato per scommessa. Adesso, io non voglio mancare di irriverenza perché c’è il direttore dell’ospedale, però voglio dire che quella struttura continua ad andare avanti per scommessa: ci sono delle persone bravissime che lo guidano, c’è una organizzazione straordinaria, ma quell’ospedale è proprio il segno di ciò che è un disegno di Dio che si concretizza nella storia degli uomini. Mio padre ha fatto il medico fino alla pensione in quell’ospedale, ha seguito tutta la sua storia, si è sposato a San Giovanni Rotondo e ci sono una serie di storie legate proprio a questa vicinanza profonda che ha avuto con Padre Pio. Io penso che Padre Pio abbia lasciato il segno nel cuore di mio padre, di tutti noi che lo abbiamo conosciuto proprio per questa capacità che aveva di saper guardare avanti, di saper guardare nel cuore dell’uomo. Io leggo il titolo del Meeting: “la natura che spinge a desiderare cose grandi è il cuore”: Padre Pio sapeva veramente guardare nel cuore. E questi giovani che andavano a San Giovanni Rotondo e che spesso mettevano in gioco la propria esistenza, perché San Giovanni Rotondo non offriva nessuna possibilità di avvenire, avevano questa fiducia. Un’ultima cosa riguardante il rapporto di mio padre con l’ospedale: quando decisero di costruire l’ospedale, lo si voleva costruire nella pianura di San Giovanni Rotondo – per chi è stato a san Giovanni Rotondo, dove attualmente c’è il parcheggio degli autobus – perché era pianeggiante e non c’era la roccia da sfondare, ed era facile costruire lì. Padre Pio si presentò con un progetto mandato a prendere a Pescara proprio da mio padre, e disse che l’ospedale sarebbe stato costruito in montagna, perché dove finisce la speranza nel medico doveva continuare la speranza in Dio; quindi l’ospedale doveva essere vicino al convento, perché proprio dove la medicina finiva doveva continuare la fede. Padre Pio ha voluto coniugare questa idea: qualche volta noi mettiamo in contrapposizione fede e ragione, mentre Padre Pio proponeva la fede come la continuità della scienza, come la continuità della ragione.

FILIPPO ANASTASI:
Devo ancora raccontare una cosa che Padre Luciano, perché è riservato, si dimentica di dire. Anche il matrimonio tra il professor Francesco e sua mamma fu deciso da Padre Pio, con una battuta. Un giorno disse a suo padre: “guarda Francesco, Francì, domani vieni in chiesa, perché ci sarà quella che diventerà tua moglie. Quella è una brava figlia, quella è una brava figlia, quella diventerà tua moglie”. E così è stato.

ROBERTO FONTOLAN:
Non ci sono più questi preti!

FILIPPO ANASTASI:
Però prima facciamo un passo indietro, perché questo povero santo è stato tanto perseguitato, tanto avversato. Vi voglio raccontare una cosa molto seria: grazie a Padre Luciano, che ha fatto una ricerca nel 2008 negli archivi segreti Vaticani, ho il vanto di avere, in questo audio libro, una testimonianza importante: nel 1920 Padre Gemelli andò a verificare la condizione di Padre Pio. Padre Gemelli andò a San Giovanni Rotondo senza avere i requisiti, ma semplicemente facendosi forza della sua notorietà e della sua amicizia col Papa e col Vaticano e della sua importanza di scienziato dell’epoca. Però non era il visitatore apostolico, e quindi né Padre Pio consentì di mostrargli le stigmate, né tantomeno il Padre Guardiano acconsentì a fargli visitare Padre Pio. Per cui, come si disse, Padre Gemelli se ne tornò a Roma con le pive nel sacco, senza aver potuto ispezionare Padre Pio, perché non ne aveva i titoli. Padre Gemelli gliela fece pagare, perché tutto quello che poi dovette sopportare Padre Pio dipese da quello che Padre Gemelli aveva raccontato in Vaticano. E siccome all’epoca Padre Gemelli era un grandissimo personaggio, fu creduto, e fu creduto a tal punto che dopo qualche mese, forse neppure un anno, fu mandato il vero visitatore apostolico, un vero ispettore del Papa: Monsignor Carlo Raffaello Rossi, Vescovo di Volterra. Vescovo molto severo, mandato apposta per stabilire la verità. Ebbene, il Vescovo Raffaello Rossi, ve lo dico in sintesi, disse che Padre Pio era frate umile e schivo e che non fomentava la credulità popolare, e, anzi, era tutto il contrario di quello che si poteva immaginare. Quindi non c’era né abuso della credulità popolare né abuso della propria immagine per ottenere favori o altro. Questa relazione ufficiale del 1921 fu sepolta negli archivi vaticani fino al 2008, quando la trovò il qui presente Luciano Lotti. Questo vi fa capire quanto avesse ragione Padre Pio quando diceva: “grande è l’amore per la Chiesa anche quando mi percuote”; lui è sempre stato uomo di Chiesa, uomo fedele che subì avversioni, persecuzioni, ostracismi. Mai, mai, dico mai, lamentandosi, anzi tenendo nascosto ogni lamento. A proposito di lamento: si parla tanto delle stigmate di Padre Pio, ma non dimentichiamo la piaga del costato data dalla transverberazione, che doveva essere dolorosissima, e non dimentichiamo quella che è chiamata la quinta piaga di Padre Pio, cioè la piaga della spalla, quella che colpisce coloro che portano la croce. Fra’ Modestino, dopo la morte, si accorse dalle maglie che cambiavano a Padre Pio che sulla spalla c’erano dei segni di sangue, segni sanguinolenti, e allora si ricordò che a Papa Wojtyla, Padre Pio, alla domanda: ma quale delle piaghe ti dà più dolore? aveva detto: quella della spalla. Tutti erano convinti che fosse quella del cuore, del costato; allora si capì che c’era anche la piaga della croce. Abbiamo tempo per mandare una registrazione ancora? Vorrei chiudere questo nostro incontro con un’esclusiva nostra, ma ormai anche vostra: un’intervista al piccolo Matteo Pio, che è stato colui che, col suo miracolo, ha fatto sì che Padre Pio diventasse santo. È un’intervista fatta con una delicatezza estrema, non dal giornalista – perché un giornalista non può intervistare un bambino – ma dalla mamma. Ora ve la facciamo sentire. Per favore la traccia numero 6, saltando la cinque.

Audio

FILIPPO ANASTASI:
E la signora Coltella ci racconta anche un curioso retroscena.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, io vi ringrazio moltissimo, soprattutto ringrazio Padre Lotti, Filippo Anastasi che ci ha offerto l’opportunità di poter sentire stralci del suo libro. Vorrei che salutassimo con un applauso anche il direttore della Casa Sollievo della sofferenza, qui davanti. È un ospedale nato per una scommessa, ma penso che non vada avanti solo per scommessa: grazie al lavoro di tutti voi, grazie ad un’altra scommessa. Va bene, allora io vi ringrazio tutti e buona serata. Vi ricordo che il libro è qui in vendita alla libreria del Meeting. Grazie.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

27 Agosto 2010

Ora

15:00

Edizione

2010

Luogo

Sala A4