OLTRE LA CRISI? - Meeting di Rimini
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OLTRE LA CRISI?

Partecipano: Enrico Letta, Deputato al Parlamento Italiano, PD; Giulio Tremonti, Ministro dell’Economia e delle Finanze. Introduce Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà.

 

GIORGIO VITTADINI:
Buon giorno, siamo giunti a questo importante appuntamento del Meeting, il cui titolo sintetico dà l’idea dell’importanza: “Oltre la crisi?”. Perché ognuno noi, come in tutta Italia e in tutto il mondo, è stato toccato da questa crisi di proporzioni epocali e quindi un Meeting che mette a tema la conoscenza, non può non volere, non desiderare capire, capire che cosa successo, capire quali sono le prospettive, capire quali sono le vie di uscita, sia in termini globali – che cosa sia la crisi in termini complessivi anche generali, perché noi sappiamo che ogni questione economica è il riflesso di qualcosa che è più generale, che va ben aldilà dell’economia – sia dal punto di vista dell’Italia. Da questo punto di vista la parola crisi, lo abbiamo imparato leggendo i libri di don Giussani che riprendeva il termine dai greci, può essere anche una occasione, può essere anche criticità, può essere possibilità di cambiamento. E’ in questo senso che noi interrogheremo i nostri ospiti, anche perché abbiamo appena letto l’Enciclica Caritas in Veritate, che ha proprio posto il tema del cambiamento della concezione e dello sviluppo economico. Ha detto l’Enciclica che “lo sviluppo economico è stato e continua ad essere aggravato da distorsioni e drammatici problemi”, messi ancora più in risalto appunto dalla attuale situazione di crisi, quindi la stessa Enciclica pone il termine di cambiamento e suggerisce di guardare alla crisi come una possibilità non di un ritorno al passato, ma di miglioramento. I due interlocutori qui presenti sono interlocutori del massimo calibro per affrontare questo tema: Enrico Letta, che è stato nel primo governo D’Alema a 32 anni ministro per le Politiche Comunitarie, il più giovane ministro della storia repubblicana, poi ministro dell’Industria e ancora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Prodi e ha svolto attività di ricerca e di insegnamento presso la scuola superiore Sant’Anna e alla École de Commerce di Parigi, ha scritto numerosi libri, tra cui, nel 2009, Costruire una cattedrale. Giulio Tremonti, professore universitario dal 1974, è autore di numerossimi libri, è anche visiting professor presso numerose università straniere, quindi una grande attività di tipo accademico a cui poi si è aggiunta una importantissima carriera politica: deputato al parlamento italiano dal ’94, poi vicepresidente di Forza Italia e vicepresidente della Camera dei deputati e po’ vicepresidente del Consiglio dei ministri dal 2005 al 2006, ministro dell’Economia e delle Finanze prima dal 2001 al 2004 poi dal 2005 al 2006 e poi ancora attualmente ministro dell’Economia e delle Finanze, quindi autorevolissimo per parlare di questi temi. Quindi noi faremo ai nostri interlocutori due domande: la prima è proprio in termini generali, come si confà al Meeting e a questo incontro cruciale del Meeting di questo anno: che giudizio dare sulla crisi a livello mondiale, da dove si origina? Quali i cambiamenti di rotta che vengono richiesti alle politiche italiane e alle politiche internazionali e come ripensare l’Italia, l’Europa e il mondo dopo questa crisi? Comincia Enrico Letta e poi interviene Giulio Tremonti.

ENRICO LETTA:
Grazie, buon giorno e vi assicuro che vedere questo spettacolo da qui, è straordinario, grazie a tutti per essere qui. La crisi può essere una grande occasione, ha detto Giorgio Vittadini e ci richiama alla discussione e alla riflessione. Io parto dall’Europa, da quella Europa che è stata forse colpita dalla crisi a morte, secondo qualcuno, da quell’Europa che forse invece può essere una soluzione rispetto alla crisi secondo altri. Io sono tra quelli che la pensano alla seconda maniera, sono tra quelli che pensa che l’Europa possa essere la soluzione a tutto quello che è accaduto nella crisi. La crisi ha colpito a morte una istituzione comunitaria, dice qualcuno, la crisi ha colpito a morte la istituzione comunitaria per eccellenza, la Commissione europea; qualcuno racconta e dice che un tempo la Commissione europea era il motore delle iniziative dell’Europa per affrontare i grandi cambiamenti del mondo e che oggi, con la crisi, la Commissione europea è uscita dalla crisi sotto i governi nazionali. I governi nazionali sono diventati e ridiventati quello che erano all’inizio della storia europea, cioè il motore della integrazione, della strada dell’Europa. Stessa cosa per il Parlamento europeo, e qui credo che l’amico onorevole collega Mario potrebbe raccontarci molto della forza, delle capacità e delle possibilità che il Parlamento europeo può mettere in questo momento. Ma la riflessione che voglio fare attorno a che cosa la crisi ha cambiato dell’Europa parte da lontano, se permettete parto da una storia, una storia che racconta molto bene in un libro che ha scritto sull’Europa il filosofo Mauro Ceruti, ed è una storia che dovremmo tutti avere sempre presente, quando pensiamo alle nostre discussioni sull’identità dell’Europa, sui confini dell’Europa, sul futuro dell’Europa. E’ la storia di un giornalista che incontra un contadino e incontrando questo contadino, oggi, gli chiede: raccontami le tappe della tua vita; e questo contadino gli dice: sono nato nell’impero austro-ungarico, ho fatto la scuola durante la Russia degli zar, poi mi sono sposato in Polonia, poi ho lavorato in Unione Sovietica, poi sono andato in pensione in Ucraina e spero di morire nell’Unione Europea. E il giornalista gli chiede: “ma un contadino che ha viaggiato tanto”, e il contadino gli risponde: “ma in verità non mi sono mai mosso da qui”. La storia di questo Novecento è la storia di una Europa in cui quel contadino, di quel villaggio dell’Ucraina, pur non essendosi mai mosso da lì, i suoi confini non si sono mai tramutati, è passato nell’impero austro-ungarico, della Russia degli zar, in Polonia, in Unione Sovietica, in Ucraina e un giorno sarà nell’Unione Europea. Io credo che quando parliamo dell’Europa e fatemi dire, quando parliamo in modo scettico dell’Europa, dovremmo sempre ricordarci questa storia, una storia bella, una storia grande, che ci dice la grandezza dell’Europa, e noi europei dovremmo essere forse un po’ più orgogliosi dell’Europa e di essere europei, di essere in grado, attraverso l’Europa, di rispondere alla crisi internazionale. Ma come? Io credo che sbaglierebbe l’Europa se rispetto alla crisi che abbiamo vissuto, la risposta dell’Europa fosse soltanto legata ai singoli stati nazionali. Per un certo verso è stato così, per un certo verso credo sia stato un errore. Solo glia stati nazionali non bastano, non bastano per un motivo molto semplice, il G7 è nato nel 1975, credo che forse meglio di me potrebbe raccontare questo evento il presidente Andreotti, che vedo in prima fila e che saluto affettuosamente, e quando il G7 è nato, è nato sulla base della graduatoria delle potenze delle economie mondiali e l’Italia è riuscita a starci dentro, è stata una delle grandi scelte di politica internazionale del nostro paese, ma tutti sappiamo che se dovessimo fare, secondo tutte le previsioni, dovessimo stilare l’elenco del paesi del G8 del 2020, sapremmo che nessuno dei singoli paesi europei farebbe parte del G8. Farebbero parte altri paesi del mondo, i singoli paesi europei sarebbero tutti fuori dal G8, dopo gli otto, e sapremmo tutti che l’Europa sarebbe rappresentata nel G8 soltanto se ci fosse in quanto tale. Se ci fosse in quanto tale sarebbe la terza economia del mondo, e conteremmo qualcosa soltanto se noi ci fossimo come Europa. Questo lo dico a noi come italiani ma è naturale che lo direi anche se fossi tedesco o se fossi francese. Quante volte questi paesi pensano di poter giocare un ruolo a livello globale da soli e quante volte devono e dobbiamo capire che questa Europa, di cui ci riempiamo la bocca di critiche, giustamente per le tante mancanze, può e deve essere l’unica strada con la quale rispondiamo tutti insieme alla crisi. Come ? Intanto rilanciando e non rinchiudendosi. Quando dico rilanciando politicamente, penso all’applauso della platea del Meeting a uno straordinario leader europeo, che è Tony Blair, e quando penso all’applauso che questa platea ha rivolto a Tony Blair, penso che le nostre opinioni pubbliche, e guardate che quello che sto dicendo è una utopia astratta da europeista, le nostre opinioni pubbliche sarebbero pronte ad una elezione a suffragio universale del presidente dell’Europa. Un confronto a tutto campo tra Blair, tra Aznar, Barroso, Tremonti, sarebbe un confronto che appassionerebbe l’opinione pubblica europea, farebbe sì che ciascuno di noi si decidesse a scegliere, a fare campagna elettorale, a trovarsi poi rispetto a quel candidato presidente rappresentato, rappresentato da lui, da chi andrà in minoranza una Europa che risponde così alla crisi, rilanciando. Io credo che questa sarebbe la prima risposta importante, fondamentale, politica a una crisi che ha messo in crisi l’Europa comunitaria e rispetto alla quale io metto in guardia e attenzione a tutto quello che possono fare i singoli stati. E’ importante e fondamentale ma la fatica di trovare un consenso a 27 – credo che chi fa esperienza quotidiana di consiglio dei ministri europei si renda conto di cosa questo voglia dire: una fatica terribile – ha necessità di trovare forme che superino i singoli 27 e che unifichino politicamente l’Europa. E poi le scelte che riguardano la crisi. La crisi non è come l’influenza messicana, che è arrivata e c’è qualcuno che dentro il laboratorio troverà l’antivirus e quando verrà trovato ricominceremo tutti da capo. La crisi è avvenuta perché il mondo finanziario è arrivato a degli estremi insopportabili, e la crisi ha colpito duro arrivando dagli Stati Uniti e colpendo duro le nostre economie, le nostre vite, i nostri comportamenti, i nostri consumi. Bene, la crisi io credo debba farci cambiare, se c’è un valore etico della crisi molto profondo, è il valore etico che deve spingere a considerare che da questa crisi dobbiamo cambiare. Il cambiamento vuol dire innanzitutto mettere mano ad alcune cose tecniche. Io sono stato, e sono orgoglioso di averlo fatto, sono stato criticato per questo, ma sono convinto di aver fatto bene, lo rifarei convintamene. Ho accettato qualche mese fa l’invito che Giulio Tremonti ha fatto a me e ad altri di partecipare ad una commissione governativa, io uomo dell’opposizione, per definire insieme una proposta di global legal standard, da proporre a livello internazionale. Io ritengo che l’interesse nazionale del paese va oltre, su questi grandi temi, qualunque interesse di parte ed è interesse nostro se l’Italia riesce a trovare ruoli di protagonismo dentro una soluzione della crisi che per noi è fondamentale, così come lo è per gli altri. Innanzitutto il tema della vigilanza europea sembra un tema tecnico ma non lo è, come si può immaginare? Siamo in 27, per la gran parte di questi 27 c’è la stessa moneta, c’è uno stesso sistema bancario e ogni paese ha un suo sistema di vigilanza, ogni paese affronta il tema in modo diverso. C’è bisogno invece di un sistema di vigilanza europeo, di una autorità unica europea, che affronti questi temi e che li affronti in modo efficace; c’è bisogno di cambiare radicalmente il sistema del rating a livello europeo, non è una tecnicità: quante persone hanno investito nei mesi scorsi nei titoli della Lehman Brothers e quante persone hanno investito perché qualche agente finanziario gli ha detto di farlo e quando poi gli hanno chiesto conto di tutti i soldi persi, quell’agente finanziario gli ha risposto: “ma cosa vuoi da me? Quei titoli avevano la tripla A delle agenzie di rating, erano perfette, quindi io non ho niente da risponderti”. Come si può immaginare che il sistema del rating europeo e internazionale rimanga lo stesso? Io faccio una proposta forte, io che sono convinto fortemente delle necessità del mercato, di un mercato libero, credo che il tema del rating sia un tema a livello europeo, gestito con dei criteri diversi da quelli con cui sono stati gestiti fino adesso. Non vedrei niente di male se ci fosse un sistema pubblico europeo, trasparente, indipendente, per assegnare, attraverso dei criteri speciali e specifici, forme di rating che garantiscano a tutti che il rischio che uno si assume è un rischio giusto, non è un rischio sbagliato, per evitare che quello che è accaduto si ripeta. Mi è piaciuta molto una proposta che, due giorni fa, ha fatto il presidente francese. Il tema dei bonus ai grandi manager, i bonus dati con la possibilità di incassarli subito, è stata probabilmente una delle cause che hanno portato a questo meccanismo di avidità crescente e soprattutto a questo cortotermismo: tutto sull’immediato, tutto sull’immediato, perché? Perché il bonus si prende sull’immediato, perché la trimestrale di cassa dà il risultato sull’immediato. La proposta è di dire no, il bonus se c’è si prende dopo, alla fine, dopo che per un lungo periodo di tempo i risultati si sono visti. La necessità di intervenire anche su queste cose non vuol dire distorcere il mercato. Il mercato è stato distorto da tutti coloro che lo hanno applicato in modo sbagliato in questi anni, hanno portato poi a disastri economici e sociali che abbiamo vissuto. Tutte queste sono scelte che l’Europa deve fare e deve fare con forza, dobbiamo fare forse tutti insieme. Rispetto a questo io credo che il tema fondamentale del futuro della governance globale siano dei temi di cui si è discusso al G8 e si è discusso al G20 e si è cercato di incominciare a cercare di trovare soluzioni. Credo che sia il grande tema che abbiamo di fronte. C’è una proposta tedesca, c’è un lavoro italiano, c’è una spinta americana, fino ad ora molto spinta a favore del G20. Io credo che sia fondamentale riuscire a fare evolvere i luoghi della governance globale, a trovare soluzioni che riescano a stabilizzare questi luoghi, in modo tale che l’Italia ci sia dentro e che l’Italia e l’ Europa ci siano dentro, in modo tale che ci sia la possibilità di intervenire in tempo reale. A me spaventa una cosa in questa crisi, oggi ne parliamo e meno male che ne parliamo in modo così forte e così e così intenso. Questa crisi è un po’ come quando si va in autostrada, e quando si va in autostrada tante volte capita che uno dall’altra parte della corsia in lontananza veda ambulanze, veda grande agitazione e intuisca che c’è un incidente. E quando vede l’incidente, vede tutto il disastro che è successo e magari stava andando a velocità superiore rispetto a quella consentita, immediatamente abbassa la velocità e, colpito da quello che ha visto, per i 10 chilometri successivi va ad una velocità bassa, poi altri pensieri gli arrivano per la testa e ricomincia con la velocità di prima, superiore alla media. Noi siamo dentro a quei 10 chilometri, abbiamo visto tutto quello che è accaduto, tutto quello che è capitato, siamo ancora a capire i disastri, che sono pesanti, perché il nostro paese ha perso un pezzo di Pil che è pari all’Ungheria; noi non abbiamo perso poco, noi abbiamo perso un pezzo di Pil che è pari all’Ungheria, la Germania ha perso un pezzo di Pil che è superiore all’Ungheria, l’Europa nel complesso ha vissuto una grande situazione di difficoltà, credo che tutti guardiamo ai segnali di ripresa con grande attenzione e con grande speranza. Questa ripresa va colta facendo le riforme a livello europeo e con grande impegno a livello europeo. Perché il cambiamento possa avvenire, possa avvenire a partire innanzitutto dal sistema finanziario, per evitare che le cose tornino, bisogna far sì che ci sia la prevenzione rispetto a tutto quello che è capitato, ma il cambiamento, voglio terminare su questa seconda riflessione prima di passare poi alle riflessioni più specifiche sull’Italia, ma il cambiamento deve intervenire anche soprattutto a partire dalla società europea, una società europea che vive il declino demografico, una società che vive sballottata, le cui classi medie vivono sballottate dalla globalizzazione. Una società europea in cui l’estraniamento rispetto alla globalizzazione è un estraniamento legato alle certezze delle nostre vite, di noi famiglie medie. Quando noi eravamo bambini, negli anni ’80, negli anni ’70, le certezze in Italia come in Francia, erano dell’automobile che la famiglia cambiava e che ogni 5-6 anni passava dalla 128 alla Ritmo, dalla Ritmo alla Tipo, dalla Tipo alla Punto. Ed in Francia passava dalla Renault 4 alla Renault 5, dalla Renault 5 alla prima Megane. La scansione dell’automobile di famiglia avveniva perché le nostre famiglie avevano la possibilità sicura e certa di programmare le loro vite. Poi all’improvviso tutto questo è saltato, la paura ha fatto l’ingresso nelle nostre vite. Ne ha parlato Giulio nel suo libro In tempi non sospetti, la paura delle classi medie, di noi classi medie, l’ estraniamento rispetto a certezze non più sicure, rispetto alla paura di dare ai nostri figli un testimone più debole, più insicuro di quello che avevamo preso dai nostri genitori. Tutto questo, in alcuni paesi europei, si è tramutato nella paura per il futuro e quando penso all’Italia, nell’Enciclica del papa questo è un grido di dolore, al quale tutti noi, credo, ci uniamo. Questo vuol dire che un paese che non fa figli, come l’Italia, è un paese che non vuole futuro. E le politiche che noi dobbiamo mettere in campo sono rispetto al tema del futuro, rispetto al tema dello sviluppo demografico; chiamo in causa naturalmente il welfare, e chiamo in causa le necessità della costruzione di un sistema di sicurezze sociali, che, come dice il papa al paragrafo 25 dell’Enciclica, è saltato, le reti sociali sono saltate, in una Europa per l’appunto diversa, cambiata. Queste sono alcune delle risposte che a livello europeo noi, noi italiani insieme agli altri, dobbiamo dare ma queste sono risposte che forse oggi trovano la capacità di trovare interlocutori forti e significativi. Credo che quello che è capitato negli Stati Uniti, la speranza che Barak Obama ha lanciato nei mesi scorsi, ma anche quello che sta capitando in altre aree del mondo, dove la discussione sul futuro è una discussione nella quale la fiducia torna ad essere presente, credo che noi dobbiamo fare lo stesso anche in Italia, sapendo che davanti a noi non abbiamo un progresso infinito, quello che la crisi ci ha raccontato. Io vorrei che non ci dimenticassimo mai che negli anni ’50, quando pensiamo al mondo, due paesi avevano lo stesso livello di povertà, la Corea (del sud) ed il Congo. Uno dei due, la Corea, ci ha raggiunto e forse ci supererà, l’altro il Congo è sceso e non si sa più fin quando scenderà. Il nostro mondo, il mondo della globalizzazione, è un mondo nel quale non c’è un progresso infinito e l’Enciclica del Papa ce lo racconta, ci racconta questa scelta difficile, nella quale l’impegno dell’uomo, l’impegno della persona, l’impegno dei corpi intermedi e l’impegno delle nazioni e dei paesi si rivelano l’unico strumento rispetto al quale il progresso e lo sviluppo può rompere le disuguaglianze ed evitare i traumi della crisi. Ecco perché credo che dalla crisi non possiamo uscire uguali a come ci siamo entrati. Ho cercato di dire alcune cose che devono cambiare, ho cercato soprattutto di dire come l’Europa deve rilanciarsi rispetto alla crisi, tento di dire come forse ognuno di noi, dalla crisi, noi italiani, noi americani, noi coreani, ha capito due cose. La prima, che di corto termine si muore e che soltanto il lungo termine costruisce. Questo è tempo di cattedrali, di costruzioni corali, di lungo respiro, le grandi cattedrali che venivano costruite da generazioni, che quando cominciavano non sapevano nemmeno che avrebbero visto la fine della loro opera, che le facevano per lasciare il segno e le facevano in modo corale. Questa è la seconda riflessione: questo è il tempo di grandi scelte corali, questo è il tempo di scelte che uniscono, che integrano. Una delle più belle cattedrali del nostro paese, il Duomo di Monreale, quante influenze ha che ci sono insieme e che fanno di quella realizzazione un unicum assoluto, il latino, il germanico, l’islam, Bisanzio, insieme. Quanta necessità per noi di riscoprire tutto questo, la coralità e allora forse come c’è scritto sul Duomo di Barga, quindi Pascoli, una frase che può sembrare da Libro Cuore, ma che metto al termine di questa mia prima riflessione, forse possiamo riscoprire, dopo questa crisi, che “piccolo è il mio, ma grande è il nostro”. Grazie.

GIULIO TREMONTI:
Sono felice di essere qua con Vittadini, con Enrico Letta, di essere qua di nuovo con il presidente Andreotti. L’anno scorso abbiamo discusso insieme di politica estera ed europea e diciamo che ci è andata bene, perché abbiamo fatto un anno in più. “La conoscenza è sempre un avvenimento” e la mia risposta alla domanda non può essere staccata, ma deve essere posizionata, circostanziata in questa bellissima frase, un frase che mi ricorda un’altra ugualmente bellissima, una frase chiave, una frase parallela a questa che si trova nella Caritas in Veritate ed è: “Il mondo contemporaneo soffre per mancanza di visioni, il mondo contemporaneo soffre per mancanza di pensiero”, ed è il pensiero la cifra intellettuale, politica, culturale che credo debba concentrare la nostra azione. E non è un caso che l’architettura teorica dell’Enciclica si basi su due pilastri: caritas, e si spiega da solo cosa vuol dire e veritas, intesa come “adaequatio rei et intellectus” e tutte e due insieme cioè a dire “caritas in veritate” e “veritas in caritate”. Se fosse stata solo adaequatio rei et intellectus, sarebbe stata la replica del pensiero occidentale, la combinazione che fa la magia politica e che pone l’Enciclica nello spirito del tempo. Credo che noi siamo una generazione che a ridosso della crisi ha un appuntamento, ha un rendez vous con il suo destino. Per tante generazioni non è stato così, a noi è toccato in sorte questo appuntamento con il destino, con il pensiero, con la conoscenza, non possiamo prendere congedo dalla verità, dobbiamo tutti insieme fare un lavoro di verità, di pensiero e di verità, non possiamo illuderci che tutto sia come prima, non possiamo pensare business as usual, non possiamo pensare che le vecchie ideologie, le vecchie culture, i vecchi paradigmi magari aggiornati, magari espiati da qualche “mea culpa” possano reggere il cammino che dobbiamo affrontare. Non c’è mai stata, nei tempi recente, una fase nella quale l’intellettuale è politico e il politico è intellettuale. Quando dico intellettuale, dico, ripeto, lo sforzo di pensiero comune che tutti dobbiamo e possiamo fare. Non possiamo illuderci che il nuovo secolo sia il seguito del vecchio secolo, non possiamo illuderci di ristilizzare gli apparati del Novecento, di adeguarli, di spolverare con qualche, a volte farisaico, passaggio etico le più estreme dottrine del mercato e del liberismo. Io credo che dobbiamo fare uno sforzo insieme per definire strumenti e paradigmi culturali nuovi per il nuovo secolo. Non possiamo entrare nel nuovo secolo con gli strumenti del vecchi secolo; e in questo concordo con quanto ha detto Enrico, dobbiamo fabbricarci la nostra nuova cattedrale. Quanto viene dal ’900 non può essere replicato e molto del ’900 deve essere dimenticato. Il ’900 è stato un secolo che ha portato e concluso e ha contenuto in sé cose benevole ma anche troppe cose malevoli. È stato un secolo dominato dalla guerra, in quanto è stato la combinazione tra la prima e la seconda guerra mondiale. Un’unica guerra con in mezzo un armistizio e poi la guerra fredda. Un secolo che è stato per troppe parti dominato dal male, dall’idea che il male è una chiave universale, identificato il male al peccato originale nella proprietà privata o nella razza imperfetta. Io credo che le guerre, il male, le utopie e le ideologie del ’900 hanno varcato questo secolo in un modo che probabilmente è meglio dimenticare e che in ogni caso non si può più replicare. C’è una sola cosa del ’900 che viene poco considerata, che invece considero fondamentale ed è il fatto che è stato un secolo di transizione. Un secolo di cambiamenti prima latenti, immanenti e poi progressivi. Noi abbiamo un’idea particolare della storia ed è un’idea fondamentalmente chiusa nell’orizzonte europeo, scandita nella sequenza antico-medioevale-moderno, nella sequenza Mediterraneo-Europa-Atlantico. Il nostro orizzonte mentale è stato troppo a lungo nel ’900 e oltre. E invece il ’900 si è progressivamente sviluppato come un secolo nel quale si è superata non la diversità ma la dicotomia tra Occidente ed Oriente; e ci sono due date che sono fortemente educative, anzi due coppie di date: 1918-1958 quando di verificò lo start up si direbbe del processo di decolonizzazione. E non presente nel nostro orizzonte nella nostra esperienza politica-culturale diretta ma è un mondo nel quale si presentano nuove costellazioni di forze e di idee guidate da persone che progressivamente hanno cambiato la storia: da Nasser a Gandhi, a Nehru da Lenin a Mao. Poi quel processo che si è progressivamente sviluppato si rompe nell’ultimo ventennio di questo secolo, nel 1989-2009. Nel ’89 cade il muro di Berlino, nel ’95, nel ’94 si definisce un nuovo ordine con il Wto, l’organizzazione del commercio mondiale, nel 2001 l’Asia entrò nel Wto, nel 2007 inizia la crisi, siamo nel 2008. Venti anni nella storia del mondo sono un tempo minimo eppure mai come in questi venti anni sono cambiati così intensamente la struttura e la velocità del mondo. Questo è il derivato che ci viene dall’altro secolo, questa è la realtà che abbiamo davanti. Non possiamo comunque immaginare di entrare nel nuovo secolo con le categorie di quello vecchio. Dobbiamo fabbricare categorie politiche, culturali, sociali, mentali totalmente diverse da quelle che abbiamo ricevuto dal ’900. E non basta, ripeto, attualizzare, aggiornare, ristilizzare le categorie del liberismo, del socialismo, sono tutte categorie che hanno chiuso il loro ciclo di esistenza.
La logica dell’Enciclica, per come la sento, la vedo, la leggo, non è solo un documento teologico o etico, non è solo un documento economico. Certamente sono importanti le considerazioni teologico-economiche, ma io vedo di grandissimo rilievo quel documento come un documento politico, come il primo testo organico di politica che organizza in una tabula mundi, in una tabula vitae il nuovo mondo. Credo che non ci sia un testo organico più importante per entrare nello spirito del tempo che viviamo ed è basato, ed è anche toccato, su due principi fondamentali: quello della poliarchia della società e quello della centralità della persona. Poliarchia della società vuol dire che è finito il vecchio mondo civile della polis, allora polis adesso lo stato-nazione, ha radicalmente cambiato struttura: lo stato-nazione è troppo grande per esigenze di governo locale, troppo piccolo per fenomeni che ormai si sviluppano su scala mondiale. Poliarchia nel senso di organizzazione della politica su una scala di sussidiarietà: è la prima fondamentale indicazione politica che si trova nell’Enciclica e poi la centralità della persona. La centralità della persona, della famiglia, delle strutture sociali diverse, ma certamente complementari e non alternative rispetto a quelle politiche. Ed è nella riflessione che si può fare sull’Enciclica, è fondamentale anche il riferimento al contenuto delle tradizioni. Io non credo che il futuro giusto per noi sia il futuro post-moderno, de-strutturato, la fine della modernità non è nella post-modernità, la fine della modernità, del ’900 è nel ritorno alle basi delle tradizioni, degli usi, del costume. È nella parola Patria, che io credo debba essere intesa nel senso letterale del termine, la terra nella quale riposano le ossa dei nostri padri. E questa è la prospettiva che abbiamo davanti, abbiamo davanti un secolo nuovo diverso da quello vecchio, abbiamo davanti una terra che per molte parti ci si presenta come terra incognita, abbiamo un manuale, una tavola che è certamente l’Enciclica, abbiamo ragioni di ottimismo, abbiamo ragioni di relativo realismo. L’ottimismo è nell’assetto che attraverso la crisi e per effetto della crisi ha assunto il mondo. La cascata di fenomeni come quella che si è manifestata, con effetti di sconvolgimento, di impoverimento, di spiazzamento, di estraniamento avrebbe portato, avrebbe potuto portare in altri tempi, in un altro contesto, avrebbe potuto portare o a guerre o a risultati disastrosi equivalenti a quelli delle guerre. Non è stato così, la reazione, la riorganizzazione politica, come si è empiricamente in certe fasi convulsamente organizzata nelle strutture di governance del mondo ci ha portato dal negativo al positivo. Quello che poteva essere un crollo di sistema e quello che sarebbe stato in un altro secolo un crollo di sistema, nel principio di questo secolo ha in qualche modo riorganizzato le strutture del mondo. Questo lavoro è certamente importante, il ragionamento che abbiamo fatto con Enrico con altri e poi dall’Italia al G8 e poi dal G8 al G20, il discorso che abbiamo fatto sulle regole. Non è possibile un’organizzazione stabile senza nuove regole, se il mondo è nuovo deve introdurre regole nuove ma non puoi pensare che siccome il mondo è nuovo allora si può anche fare a meno delle regole. La proposta sulle regole, sul global legal standard è una proposta italiana e questo non è uno spot per il Governo, è uno spot per l’Italia e credo è una delle prime e poche volte in cui l’Italia non è stata fuori da processi internazionali, non è stata parte di processi internazionali: è stata l’Italia a proporre, a mettere nella agenda una pratica fondamentale come quella delle regole. Naturalmente non è fatta e non è finita e sarà fondamentale il lavoro dell’OCSE, e discutendo con OCSE, per questo prenoto Enrico per le prossime settimane, dovremmo cominciare a vedere se è possibile realizzare la cosa più ambiziosa, non è mai stato tentato un ordine legale mondiale, nessuna ha mai tentato di chiedere all’OCSE di aiutarci a scrivere la bozza di un trattato multilaterale per standardizzare la bozza di un trattato mondiale. Questi sono gli elementi positivi. Io temevo che ci fosse, tutti abbiamo temuto che ci potesse essere, una rottura del sistema, che si affermassero idee fondamentalmente negative, come quelle che hanno dominato il ’900, le nuove architetture, la conferenza di Varsavia. Non è stato così, non è così e questo è positivo. E tuttavia ci sono, e non possiamo ignorare, non considerare questo dato, ci sono anche delle forti negatività ancora in atto e su questo cerco di essere chiaro, nella logica della verità. Può essere che non dica la cosa giusta ma vi dirò la cosa che penso e non è la cosa più convenzionale o normale che circola, ne ho parlato qui l’anno scorso e lo ripeto: quando devi gestire una crisi fatta per un eccesso di debito e un eccesso di transazioni che hanno una logica fondamentalmente speculativa, hai davanti una scelta: chi devi salvare, chi puoi salvare, e qui avevamo credo un po’ tutti convenuto, le industrie, le famiglie, il risparmio. Chi ha fatto delle scommesse si è in qualche modo preso la chance di guadagnare tanto ma anche il rischio di perdere tutto. La scelta che ci sembrava più logica era quella di concentrare gli strumenti pubblici per i salvataggi pubblici, sull’economia reale e sociale, sulle famiglie, sul risparmio, sul lavoro, sulle industrie; non esattamente così, con l’idea la banca è sistemica, che la banca è in sé un valore costituzionale assoluto, in molti paesi la scelta è stata il salvataggio delle banche. Nell’assunzione che salvare le banche fosse la scelta costituzionale più razionale, quella sistemica. Io credo che su questo ci debba essere una qualche riflessione ed è già in corso nel dibattito politico in vari paesi, ricordate i cartelli della sapienza popolare “salva il popolo non salvare le banche”. Io credo che si aprirà su questo, si dovrà aprire una riflessione, ma è certa una cosa e non ve la raccontano i banchieri, non ve la raccontano i frequentatori dei sinedri farisaici. Forse questa crisi è uguale a quella del ’29, ma quello che ha fatto Roosevelt non è quello che è stato fatto in questi anni, e cioè è stato fatto molto debito pubblico ma per salvare i popoli, per fare investimenti pubblici, per fare domanda pubblica. E quando adesso ti vengono a dire che si è creato un eccesso di debito pubblico, non considerano il passaggio che quell’eccesso di debito pubblico è stato creato a seguito di eccesso del debito privato, è stato un trasferimento di ricchezza dai privati allo stato, sono state privatizzate le potenziali perdite. E naturalmente, se il prodotto lordo, se la ricchezza scende a seguito della crisi, i rapporti che stabiliscono il rapporto in sé tra il debito il Pil, se il prodotto interno lordo scende, anche quel rapporto si deteriora. Ma un conto è un rapporto che si deteriora e un debito che cresce perché scende il prodotto interno lordo a causa della crisi e un conto è quando quel rapporto peggiora e il debito aumenta, non perché sono stati fatti investimenti pubblici, non perché sono stati fatti sostegni alle famiglie, al lavoro, alle imprese, ma perché sono stati fatti sostegni alle banche. E puoi anche dire che è stato giusto così, ma non puoi dire che è la stessa cosa, non puoi dire che il debito pubblico è cresciuto come nel ’29, perché il New Deal ebbe una dinamica politica profondamente diversa e non puoi dire che è la stessa cosa avere un rapporto che peggiora perché scende il prodotto interno lordo a causa della crisi. È un rapporto che peggiora perché sale la spesa che si fa per salvare i signori delle banche. E credo che su questo serve realismo e onestà, il coraggio della verità. E ripeto che può essere che quelle scelte sono state giuste, può essere che non c’erano alternative, ma non c’è un’alternativa a dire alla gente la verità e non ha senso girare tutto come colpa a questo punto agli stati, come se fossero delle dinamiche negative. Prima salvi il tuo portafoglio, poi accusi il portafoglio pubblico, su questo credo che una grande parte della nostra vita e del dibattito ci sarà. Certo i debiti pubblici sono saliti molto, perché c’è stato un trasferimento, per uscire dalla crisi si è passati da una tasca all’altra, con la piccola differenza che la tasca dei banchieri è dei banchieri e la tasca del governo e degli stati è di tutti. E non è questo, per fortuna, ma poi vedremo per l’Italia, ma è un caso che comunque ci interessa, perché non è che, salvate quelle fatiche, si possono riaccendere i falò delle avidità, delle stupidità, della speculazione, dei bonus. Io credo che su tutto questo le ragioni debbano essere diverse e profondamente diverse e credo che, forti della nostra esperienza e illuminati da un documento fondamentale come l’Enciclica, possiamo guardare avanti, possiamo costruire la nostra cattedrale sull’idea del dono, della sussidiarietà, della famiglia. Io conosco il vostro nome, dopo tanti anni dovrei dire il nostro nome, Comunione e Liberazione, e credo che don Giussani mi perdonerebbe se spostassi le parole, se Comunione e Liberazione lo affiancassi con Liberazione e Comunione. Con liberazione dai pregiudizi, dalle inerzie mentali del passato, dalle illusioni dell’autosufficienza sublimata da slogan alternativi come quello della concorrenza e in realtà comunione nell’idea del primato su tutto dell’uomo, comunione nella ricerca della coscienza del bene comune, per la società umana e nella società umana. Grazie.

GIORGIO VITTADINI:
Passiamo ora alla seconda e ultima domanda che, come preannunciato, è sull’Italia, perché sull’Italia se ne sentono dire di tutti i colori, da una parte e dall’altra; sembra un rimpiattino, da una parte si dice che siamo arretrati, che c’è bisogno di riforme strutturali perché eravamo, anche prima della crisi, dietro gli altri paesi; dall’altra parte che il nostro sistema, appunto a reti di piccole e medie imprese di solidarietà, è più in grado degli altri di uscire. Da una parte l’OCSE dice: il primo paese a uscire dalla crisi sarà l’Italia, dall’altra parte altri dicono: sì, ma gli altri paesi hanno già recuperato il Pil e noi non riusciremo, perché anche dopo saremo destinati a essere fanalino di coda all’interno dell’Europa. Allora la domanda, anche qui come nella prima domanda che è stata – l’abbiamo sentito – di conoscenza, di sguardo generale, non solo di attualità ma di possibilità di affondo è: ma chi ha ragione? Il nostro Paese a cosa è destinato? E non chiediamo, come dire, la bacchetta magica; chiediamo, come abbiamo sentito nella prima domanda, la profondità di persone che hanno la capacità di guardare i fenomeni nel profondo. Ancora Enrico Letta e poi Tremonti.

ENRICO LETTA:
Tre concetti che sono secondo me i tre punti chiave per l’Italia e per l’uscita dalla crisi dell’Italia. Il primo: l’Italia sarà ancora una grande potenza industriale, ma questo ovviamente non è scontato, non basta un’affermazione, bisogna che ci siano i fatti; io faccio il parallelo, lo faccio sempre, tra due paesi che hanno la stessa taglia: l’Italia e la Francia. Qual è la caratteristica del sistema produttivo francese e quella del sistema produttivo italiano? La Francia ha un sistema produttivo basato su 40 grandi multinazionali; sono i nomi che accompagnano la nostra vita di consumatori: Danone, l’Oréal, Renault. La Francia non ha piccole imprese, la Francia ha 40 colossi mondiali; il governo francese cosa ha fatto in questa crisi: con protezionismo, aiuti di stato, tante volte fregandosene dell’Europa, ha difeso questi 40 grandi nomi; perché? Perché sa che è fondamentale per la Francia, che quando la crisi sarà finita, questi 40 grandi nomi siano ancora in campo e siano lì per noi, consumatori del mondo. E la Francia se la caverà, così. L’Italia ha 5 multinazionali del livello di quelle 40; se l’Italia risolve i problemi di quelle 5 multinazionali e si ferma lì, non ha risolto il problema della crisi, perché l’Italia vive perché ci sono 4 milioni di persone che ogni mattina tirano su una saracinesca reale o virtuale, senza sapere alla fine della giornata che cosa avranno guadagnato. Sono 4 milioni di persone che ogni ventisette del mese staccano un assegno, due assegni, cinquanta assegni, mille assegni; sono 4 milioni di persone che con il loro spirito imprenditoriale fanno andare avanti il nostro Paese. A questi 4 milioni di italiani, noi, ed è una responsabilità collettiva che hanno tutte le forze politiche, tutte le forse sociali, che abbiamo tutti noi come italiani, dobbiamo dire: andate avanti, fate dell’Italia un grande Paese industriale, e ancora evitate la tentazione, che nel girare i distretti industriali, non negli incontri ufficiali ma a latere degli incontri ufficiali, tante volte mi viene raccontata, a me come immagino a Giulio Tremonti e come immagino a tanti di noi. Quale tentazione? La racconto così: ho sessant’anni, ho sessantacinque anni, ho trentacinque anni di attività dietro le spalle, ho cominciato a lavorare che avevo fame e adesso ho messo da parte un gruzzolo significativo, non ho ordini per i prossimi tre mesi, per i prossimi sei mesi, non ho un figlio a cui passare l’azienda alla quale ho legato la mia vita e magari il figlio che ho non è tanto interessato a svegliarsi ogni mattina alle 6.30 come faccio io; il mio primo debitore è lo Stato e la Regione e il Comune, che non mi paga per il lavoro che gli ho fatto, ma perché, se questa è la mia condizione, io devo usare tutto il gruzzolo che ho dietro le spalle per stare aperto in questa situazione e perché invece non faccio quello che verrebbe naturale? Metto in sicurezza me stesso, la mia famiglia, i miei stessi dipendenti ed evito il collasso. Questo messaggio che, fatto da una persona, magari ha anche buonsenso, deve trovare in ognuno di noi una risposta forte, che è quella di dire: no, vai avanti, perché tutti insieme ti supportiamo, tutti insieme ti creiamo condizioni che ti consentano, a te di andare avanti e all’Italia di avere ancora questo grandioso asset che nessun altro al mondo ha e che tutti ci invidiano: 4 milioni di persone che ogni mattina si alzano e col loro ingegno fanno andare avanti la ricchezza del nostro Paese. Quanto a queste persone dobbiamo dire: non fare quella scelta, non fare quel passo indietro, perché se uno su due o uno si tre di quelli facessero un passo indietro, il nostro Paese improvvisamente, senza che ce ne accorgessimo nemmeno, cambierebbe, passerebbe da un Paese basato sulla centralità del lavoro e dell’imprenditorialità, il Paese della nostra Costituzione repubblicana, il Paese di questi sessant’anni e il Paese al quale siamo affezionati, a un Paese basato sulla rendita. E quante volte a queste persone – noi stessi, rappresentanti politici di governi che non sono stati in grado di affrontare e di modificare questa differenza – ci troviamo a dire: lo so che siamo il Paese nel quale le rendite finanziarie hanno le tasse più basse e le tasse sul lavoro e sull’impresa sono le tasse più alte; e lo so e lo sappiamo tutti che dobbiamo invece lavorare perché si inverta questa tendenza e che lo stimolo di ognuno che ha la possibilità di investire qualcosa, non sia di investire per tenere il denaro lì e far nascere denaro dal denaro, ma investire sull’impresa e sul lavoro. Io credo che questo, per noi, è probabilmente la sfida più difficile, più grande, più importante; la crisi in questo è una grande opportunità, l’ha dimostrato Marchionne; chi avrebbe mai immaginato, in tempi normali, la Fiat che va negli Stati Uniti a comprarsi la Chrysler; alzi la mano, io non la alzo la mano. In tempo di crisi quella è stata una cosa possibile; questo vuol dire che, scommettendo, rischiando, rilanciando la possibilità c’è e allora questo primo messaggio. E il secondo messaggio: l’Italia uscirà più forte dalla crisi se sarà, lo so che può sembrare una frase, se sarà il Mezzogiorno a farci uscire dalla crisi più forte. Perché se noi diamo per scontato che il nostro Paese ha una zavorra e continuiamo a pensare che è una zavorra e continuiamo a fare come se quella zavorra non potesse mai tramutarsi nella locomotiva del nostro Paese, non abbiamo visto quello che hanno fatto la Germania e la Spagna, due paesi che, grazie all’Europa, grazie ai fondi strutturali europei, sono riusciti a creare la convergenza tra aree che erano così lontane e diverse tra di loro: la Germania dell’Est e la Germania dell’Ovest; l’Andalusia, che oggi è la locomotiva spagnola, come lo può essere benissimo qualunque regione del nostro Mezzogiorno. Allora Mezzogiorno che può essere rilancio. Quella proposta di Bersani, di Pierluigi Bersani, che sono contento abbiate applaudito con tanto entusiasmo nel suo passaggio dell’altro giorno, quella proposta sulla no-tax-area del Mezzogiorno vuol dire, secondo me, un progetto di energie rinnovabili per il Mezzogiorno. Noi ci troviamo nella condizione che se chiedessimo a un bambino di prima elementare: dimmi qual è la provincia italiana nella quale si produce più energia solare? Qualunque bambino di prima elementare prenderebbe la carta geografica e risponderebbe immediatamente: è Ragusa. Invece gli devi spiegare che la provincia italiana nella quale si produce più energia dal solare è Bolzano. E allo stesso bambino gli chiedi: dimmi, in Europa, qual è il paese industriale che ha la tecnologia più avanzata per la produzione di pannelli solari? E lo stesso bambino ti risponde: naturalmente è l’Italia o la Grecia. Invece tu gli devi rispondere: no, è la Germania. Un grande piano, un grande progetto per far sì che nel 2020 le energie rinnovabili vengano prodotte almeno per la metà nel sud del nostro Paese, il paese del sole, il paese del vento. Io credo che far diventare il sud utile a tutta l’Italia, sia la svolta culturale che tutti dobbiamo aspettarci, così come il terreno dell’educazione: basta Università del Mezzogiorno a trazione familiare; io lo dico alla Gelmini, alle commissarie e avrà il consenso di tutti noi; basta Università nella quali il giovane bravo se ne deve andare per riuscire a fare la sua strada. E il tema del sistema creditizio nel Mezzogiorno: io credo che l’impegno a fare sì che nel sud ci sia una banca del Mezzogiorno, sia un impegno sul quale in Parlamento ci deve essere una discussione aperta e franca. Lo dico a Tremonti: usi tutta la sua forza perché questa discussione sia una discussione aperta e se sarà una discussione aperta sarà una discussione utile a tutto il paese e noi faremo la nostra parte. Poi il terzo impegno, forse quello più importante, quello che il Papa rivolge a ognuno di noi, in quel paragrafo 25 dell’Enciclica: dobbiamo cambiare il nostro welfare. Abbiamo un welfare basato, parlo dell’Italia in questo caso, sugli anni ’70, sulla centralità del maschio adulto che lavora in una grande fabbrica; dobbiamo passare dal welfare centrato sul maschio adulto al welfare centrato sulla persona. In questi vent’anni non siamo riusciti a trasformarlo, abbiamo ancora un welfare basato su questa centralità; e questo vuol dire molto concretamente, dico le cifre e sono cifre che riguardano tutti coloro che hanno governato in questi anni, tutti noi che abbiamo governato in questi anni. Le cifre ci dicono che la spesa sociale italiana è nella media europea, un quarto del Pil, il 25% circa, quindi non spendiamo né meno né di più. Ma in questa spesa sociale il 70% di questa spesa sociale se ne va in pensioni, mentre invece nella media degli altri paesi europei, questa cifra è sotto il 50%. La differenza è tutta qui, tutti gli altri paesi europei sono in grado di affrontare e di risolvere le questioni nuove della nostra società perché hanno le risorse e le voci di bilancio per farlo, noi no; noi no perché sulle pensioni in Italia c’è stata una grande riforma, è stata la riforma degli anni ’90, di Dini e Treu, poi un po’ tutti i governi hanno sbagliato e non vado oltre ma penso che tutti i governi abbiano sbagliato: chi rinviando alla legislatura successiva la riforma e chi facendosi forse dire dalle parti sociali che era necessario tornare indietro. Io penso che sia necessario sapere che ci sono alcune voci di bilancio che riguardano il futuro della nostra società, che vedono praticamente lo “zero” in Italia. Le cito e vado a terminare: gli anziani non autosufficienti. Il nostro paese è un paese che, se Dio vuole, aumenta la speranza di vita; i demografi ci raccontano che questa speranza di vita, ce la raccontano così, io ve la racconto come me l’ha raccontata un demografo, m’ha fatto molto piacere quello che m’ha detto: noi siamo di quelle generazioni che, man mano che viviamo, guadagniamo vita alla fine. Ogni settimana che viviamo, guadagniamo un weekend alla fine della nostra vita; e detta così è molto bella! Molto bella! Quindi credo che su questo sappiamo che cosa vuol dire che il nostro paese è un grande paese, ma se questo è vero, vuol dire che ci sono dei cambiamenti importanti nella nostra società; la cronicità delle malattie fa sì che l’anziano non autosufficiente sia, e diventerà sempre di più, una presenza nelle nostre famiglie. Ma diciamoci la verità: in una famiglia italiana, quando arriva la non autosufficienza, questa famiglia passa e si trova in un crinale; se quella famiglia ha risorse proprie per pagare una badante, un’infermiera e ha una casa grande di suo per poter adibire una parte di quella casa per gestire la non autosufficienza, quella famiglia ce la fa; ma se quella famiglia non è così, è una famiglia che ha un unico stipendio a lavoro dipendente o il fatto di due persone che hanno due stipendi di lavoro para-subordinato, quella famiglia non ce la fa; normalmente è la donna di quella famiglia che paga il prezzo dell’assenza di politiche pubbliche in questo campo. La non autosufficienza, prima priorità di un sistema che deve affrontare, attraverso risorse liberate in altri campi, un fenomeno così difficile. Le famiglie numerose, le famiglie con bambini, la natalità che in Italia non c’è e che se in Italia non c’è, vuol dire che non c’è futuro e se questo accade vuol dire che le nostre politiche sono sbagliate. Ma perché in Francia e in Gran Bretagna dobbiamo leggere che riparte la natalità e non in Italia; perché probabilmente le nostre politiche pubbliche non sono sufficienti, perché la donna non ha, dal nostro welfare, quegli strumenti necessari per conciliare lavoro e maternità. Io tante volte mi sento di dire che gli eroi moderni del nostro tempo sono quelle ragazze, fra i 30 e 40 anni, che hanno da gestire insieme una casa, un lavoro e due o tre figli. Se fossi il manager di una azienda, io assumerei prioritariamente donne così, perché riuscire a vivere insieme queste tre dimensioni, penso che sia un atto di eroismo e, o creiamo un sistema che consenta…e tutto questo non può che avvenire attraverso una profonda revisione del nostro sistema pensionistico, attraverso l’applicazione di un sistema per il quale più a lungo lavori più guadagni, prima vai in pensione meno guadagni, attraverso una logica di libertà che elimini il paternalismo tipico del nostro sistema e che dia quindi la possibilità al lavoratore di scegliere e di vivere insieme le tre dimensioni della vita: formazione, lavoro e pensione. Un tempo erano scandite e venivi obbligato dal sistema, in modo paternalistico, a scegliere; oggi stanno insieme. Il sistema contributivo con il quale diamo le pensioni, è un sistema che vuol dire che tu lavori per un periodo, versi i contributi, quando smetti quel lavoro incassi i contributi che hai versato e ricominci a lavorare in un altro campo, ti formi contemporaneamente e ricominci a fare altro. O noi, su questo, riusciamo a far finire la scansione in tre tempi e diamo quindi libertà, una libertà vera alle persone, ai lavoratori, oppure difficilmente riusciremo a trasformare questo welfare e farlo diventare il welfare della centralità della persona. Ma tutte queste cose, e voglio terminare, non ci saranno in Italia se in Italia non impareremo finalmente, dopo tanti anni, a interpretare una politica nella quale la parola dialogo non sia una parola soltanto per alcuni pazzi visionari. Il nostro paese deve uscire da questa barbarie per la quale, quotidianamente e costantemente, il tirarsi addosso scandali, fango – permettetemi di dire che non posso, in questo momento, che dire e esprimere un pensiero di grande affetto nei confronti del direttore di Avvenire, Dino Boffo; io credo che il nostro paese debba scoprire, dobbiamo farlo tutti, ognuno di noi deve farlo e non può che farlo a partire dalla sua responsabilità, isolando nel suo campo le scelte e le volontà di chi costruisce soltanto contro gli altri e cercando di mettere insieme, invece, proposte positive. La crisi ci offre una grande occasione. Rileggendo I Promessi Sposi, ho trovato questa frase, una frase che propone un parallelo forse un po’ azzardato, però me la consentirete, una frase di don Abbondio che dice questo: “è stata un grande flagello questa peste, ma è stata anche una scopa, ha spazzato via certi soggetti che, figlioli miei, non so come ce ne liberavamo più; in un batter d’occhio sono spariti a cento per volta, ah, diceva tra sé e sé don Abbondio tornando a casa; se la peste facesse sempre per tutte le cose in questa maniera, sarebbe proprio un peccato parlarne male; quasi quasi ce ne vorrebbe una ogni generazione e si potrebbe stare a patti ad averne!”. Il parallelo è ovviamente forzato, ma la crisi ci consente di fare cose che, in tempi normali, non saremmo in grado di fare. L’invito che io faccio a ognuno di noi, in questo clima e in questa voglia di futuro, è di sapere che dobbiamo rovesciare quella frase che tante volte ci diciamo: l’Italia non ce la fa, ma sono gli italiani che ce la fanno. Tutti insieme possiamo fare sì che, da questa crisi, l’Italia possa farcela.

GIULIO TREMONTI:
Io cercherò di dirvi cosa ho visto e come vedo la crisi, a questo punto, dal lato del governo, dopo un anno e mezzo di governo. Cercherò di essere oggettivo, di mettere dentro, nella analisi e nella esposizione, argomenti non di parte, argomenti generali e anche internazionali. Naturalmente se ci saranno dei passaggi un po’ più di parte, vi avvertirò e vi dirò: pubblicità. Quando sei al governo in questo tempo, devi tenere conto che hai tre fattori limite, tre fattori vincolo fondamentali. Primo: la dimensione globale della crisi. La crisi viene ed è causata dalla globalizzazione e ha per questo una configurazione non usuale, nuova. Negli anni ’70, per esempio, certo abbiamo avuto una crisi anche di innesco internazionale, ma poi molti fattori per cui l’economia italiana si è piantata, erano dovuti a fatti interni, a un eccesso di conflitto di classe, a uno squilibrio tra la domanda e l’offerta, a un eccesso d’inflazione, di tensioni e tante altre cose. Qui noi abbiamo, per la prima volta, noi, dico tutti i governi, abbiamo una crisi che viene da fuori; in parte l’hanno causata alcuni stati; in parte certamente cause interne o esterne. La crisi non ha precedenti, viene da fuori e per questo, avendo queste dominanti esterne, è difficile da gestire. Paradossalmente l’Italia è stata colpita dalla crisi, non su un punto di debolezza, ma su un punto di forza. Ricordate che per tanti anni ci hanno detto che l’Italia era in declino, l’Italia perdeva quote di commercio mondiale: esattamente l’opposto, l’Italia ha guadagnato in progressione impressionante quote di commercio mondiale, ha accumulato ancora fino all’autunno dell’anno scorso un surplus commerciale molto elevato; su un punto di forza è stata colpita. Noi eravamo, siamo un’economia che esporta, se cade la domanda globale, cade l’export dell’Italia. È successo per la Germania, è successo per l’Italia, è successo per tutte le economie manifatturiere esportatrici. Non dobbiamo mai dimenticare, anzi in questi termini dobbiamo essere orgogliosi, che l’Italia è la seconda manifattura d’Europa, dopo la Germania viene l’Italia. Naturalmente con una struttura diversa da quella tedesca o francese, una struttura che è articolata su alcune poche grandi imprese, molte medie sui distretti, sull’indotto, su 4 milioni di partite IVA attive, a me ne risultano 8 milioni, ma fondamentalmente diversa, però noi siamo la seconda manifattura. Se sei una manifattura esporti, se cade la domanda mondiale, sei colpito sul fattore che è di forza e non di debolezza. Se cade la domanda globale è difficile compensarla con la domanda locale e con altre forme di domanda. Secondo: se sei al governo in questa fase, sei sotto lo stress della crisi. Devi ragionare, devi capire cosa è successo, devi gestire gli effetti di quello che sta succedendo. Io capisco tutto e poi vi dirò anche delle riforme ma, detto molto francamente, se hai un lavoratore che perde il posto di lavoro, secondo voi è più importante pagargli la cassa integrazione o disegnare gli ammortizzatori sociali? Anche perché vedete, c’è un dettaglio, che si mangia sul giorno per giorno, c’è questo cattivo vizio e non sul lungo andare. Se voi vedete un anziano nella sofferenza, cosa fate? Cercate di mantenere per quanto possibile le prestazioni sociali o gli dite che il futuro è nella concorrenza? Io tra la concorrenza e la sofferenza, penso che sia…mi rendo conto, non sono sufficientemente liberista, ma penso che sia importante anche andare incontro alla sofferenza. Quindi lo stress della crisi. Se sei fuori, puoi anche disegnare il futuro, se sei dentro devi gestire il presente e questo occupa il tempo, la mente, lo spirito di chi è al governo, in tutto il mondo in questo periodo. Terzo fattore: ci sono le particolarità di ogni paese, ci sono paesi che hanno l’impero e ci sono paesi che hanno il debito pubblico. Io non so se è una fortuna avere un impero, so che noi abbiamo il terzo debito pubblico del mondo, senza essere la terza economia del mondo. Tanto per dirvi un dato, noi abbiamo ogni anno da emettere titoli pubblici per 500 miliardi di euro. Questo vuol dire che devi avere una domanda, una richiesta, una fiducia per cifre di questo tipo. Le dominanti esterne della crisi, l’impatto che ha la crisi come stress nel giorno per giorno, che è più importante, diciamo che è importante come disegno, ma vi assicuro che se non ha senso fare solo giorno per giorno, non ha neanche senso pensare solo al futuro e dire quello che succederà. Poi la particolarità di ciascun paese. Noi abbiamo gestito la crisi con un elemento di fortuna e questo lo dico oggettivamente. Noi sapevamo che veniva la crisi, ci siamo presentati in campagna elettorale dicendo che la crisi arriva e si aggrava, lo abbiamo messo nei nostri interventi e documenti politici. A giugno-luglio abbiamo stabilizzato una logica triennale e anticipato le nostre finanziarie. Pensate cosa sarebbe stato trovarsi nella tempesta di autunno della crisi coi saldi di finanza pubblica aperta! Sapevamo che veniva la crisi e, naturalmente, ci sono i polemisti che ti dicono: “Non hai detto in che giorno veniva, per che importo, da che parte”. Confesso che non avevamo chiaro in che giorno sarebbe crollata la Lehman Brothers, forse se fosse stata Lehman Sisters sarebbe stato meglio, perché le donne sono meno avide. Sapevamo che veniva la crisi, ma in quel momento avevamo davanti la speculazione e abbiamo colpito la speculazione. Ci avevano detto che non c’era, poi è venuta e l’abbiamo tassata, non rinnego la scelta di imposta sui profitti della speculazione, sugli extra profitti fatti dalle banche sui mutui e delle assicurazioni. Allora ci avevano detto: l’inflazione che state programmando e pensando è troppo bassa; per la prima volta nella storia l’inflazione programmata è stata maggiore dell’inflazione verificata. Avevamo dato un numero, ci hanno detto: “No, deve essere tre quattro per cento l’inflazione”. E siamo a zero. Non so se è giusto o sbagliato. So che più o meno nel luglio dell’anno scorso, e sembra un secolo fa, ci avevamo visto abbastanza bene. Abbiamo cercato di consolidare i conti pubblici. Quando uno mi dice “Devi fare questa cosa qua”, io ho sempre presente il fatto che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E’ facile dire “fai deficit”, è difficile fare le aste dei titoli pubblici. Quando hai la responsabilità del terzo debito pubblico del mondo fai bene se ti dicono che la politica della Repubblica Italiana è stata coerente perché prudente e appropriata con la dimensione del suo debito pubblico. Quando uno ti dice: “Fai più spesa pubblica, fai più deficit, applica quelle politiche”, in teoria ha ragione, per un altro paese ha ragione, non ha ragione per il nostro paese. Tu sai che spendi di più e non sai a beneficio di chi va, ma vi assicuro che se fai di più e salgono gli interessi e i rischi, non so a beneficio di chi va la spesa fatta in deficit, so a maleficio di chi va: sono più tasse per la povera gente. Abbiamo cercato di tenere il sistema sociale. Vedete, la sanità, le pensioni, la sicurezza sono un po’ come l’aria, ti accorgi di quanto è importante quando ti manca. In un periodo eccezionale, garantire la tenuta normale dello stato sociale, è in sé stato, crediamo, un risultato eccezionale. Garantire la sicurezza, gli stipendi, la sanità, le pensioni, gestire e governare un paese che non ha, pur in un contesto di crisi, rotture sociali, è merito di tutti, non del governo, è merito degli imprenditori, dei lavoratori, dei governi locali, dei comuni, del volontariato, ma a un anno dalla crisi possiamo dire che l’Italia è ancora un paese socialmente unito e pacifico. Naturalmente questo dipende, l’ho detto, da tante cose. E’ la geografia che fa la politica, avere 8000 comuni e non metropoli circondate da anelli infernali di periferie, a volte aiuta. Abbiamo l’INPS, ma abbiamo anche le famiglie, e la famiglia come pilastro di tenuta sociale è fondamentale, come quello pubblico. Abbiamo nell’insieme una struttura che non ha la forza, ma anche la rigidità della grande dimensione; abbiamo otto milioni di partite IVA, 8000 comuni, abbiamo la famiglia, abbiamo una struttura sociale che ci ha dato, credo anche per effetto in parte dell’azione di governo, un’Italia come un paese solido socialmente e pacifico. La scelta di concentrare tutte le risorse disponibili sulla opere pubbliche fattibili – voi sapete quanto è difficile fare le opere pubbliche – sappiamo bene quanto sono strategiche e importanti; ma io dico che l’uomo di governo sa bene quanto è difficile sbloccarle e portarle avanti. Comunque abbiamo messo tutte le risorse che avevamo sugli ammortizzatori sociali e credo che sia stata una scelta fondamentale, perché nessuno può essere lasciato indietro, anche inventando la cassa integrazione straordinaria, e con l’impegno che se c’è bisogno i soldi vanno soprattutto sul sociale e sugli ammortizzatori. Abbiamo cercato di tenere aperto il canale di finanziamento alle imprese, con le difficoltà che ci sono nei rapporti con le banche nei periodi di crisi, e tuttavia abbiamo fatto quello che potevamo come strutture, attrezzature, convenzioni, cassa depositi e prestiti, per tenere aperto quanto più possibile i canali di credito con le imprese. Abbiamo sbloccato molti dei pagamenti pubblici che erano in sospeso. Enrico ha giustamente detto che ci sono imprese…, ma se posso fare una critica che deriva dalla mia vissuta e piccola esperienza: se tu esporti, esporti, se lavori per una regione lavori per una regione. Uno che ha la sfortuna di non avere export e di non avere la regione che lo paga, è un po’ raro, o l’uno o l’altro. In ogni caso purtroppo i mancati pagamenti si sono accumulati durante un governo che ha preceduto il nostro e noi, con la difficoltà che c’è, stiamo sbloccando i pagamenti. Quando in parlamento mi sento dire: “Non fate spesa pubblica, punto a capo, fate troppa spesa pubblica”. Oltre a rilevare la relativa contraddizione tra le due tesi, mi permetto di notare che l’eccesso, l’aumento di spesa pubblica che ha inciso a luglio, è proprio lo sblocco dei pagamenti pregressi. Questa è la strategia che abbiamo cercato di seguire, ma abbiamo tenuto aperto, oltre a questa strategia conservativa – e in crisi conservare è fondamentale e non è facile – abbiamo aperto il cantiere delle riforme. Non voglio rubarvi troppo tempo con l’elenco delle riforme che abbiamo fatto, ma dal nucleare alla riforma della scuola elementare e secondaria…L’altro giorno abbiamo fatto una riforma, credo tutti insieme, perché non c’è stata opposizione, una riforma fondamentale: quella sull’adeguamento anagrafico dell’età di pensionamento. È la riforma che fa del sistema di pensioni italiano uno dei sistemi più stabili e solidi, il divieto di cumulo lavoro-pensione. Credo che l’elenco delle riforme fatte in quest’anno sia davvero troppo lungo, ma la riforma delle riforme – e sono convinto che Enrico (d’altra parte l’ha votata anche l’opposizione)… La riforma delle riforme per questo paese è, pur con tutte le necessarie cautele e gli equilibri istituzionali, è la riforma che prende il nome di “Federalismo fiscale”. Guardate l’Italia, ma fate conto che sia un altro paese e voi siete da fuori e lo analizzate. L’Italia è l’unico grande paese d’Europa che ha metà dell’azione pubblica fuori dal principio costituzionale fondamentale no taxation without restitution. Metà del governo è sotto questo vincolo, metà del governo (delle regioni, delle province, dei comuni) è fuori da questo vincolo, anzi all’opposto. Più spendi, più voti e consenso prendi; più sei irresponsabile e più hai la prospettiva e la speranza di avere voti. Il federalismo se fatto bene, con equilibrio, è moralità, è responsabilità. Vi siete chiesti, non pensate che il federalismo fiscale sia uno dei modi fondamentali per ridurre l’evasione fiscale, facendo co-interessare senza abusi, senza esagerazioni, ma mettendo la co-interessenza dei comuni? Credo che sia fondamentale per ridurre l’evasione fiscale. Abbiamo in cantiere molte altre riforme, le stiamo facendo. La riforma dei governi locali: è facile andare ai convegni a dire eliminiamo le province. Primo, devi cambiare la costituzione perché le province sono…Secondo, devi considerare che l’effetto risparmio non sono alcuni miliardi, perché quelli sono spesi per le scuole e per le strade; forse a qualcuno è successo di guidare lungo una strada provinciale e non è che se elimini la provincia elimini la spesa; certamente puoi risparmiare molto sulle province. Stiamo facendo un lavoro serio e l’elenco, della pubblica amministrazione, degli ammortizzatori sociali, degli interventi sulle banche è abbastanza lungo. E ripeto, il federalismo fiscale, punto e a capo. Esiste una certa differenza tra il pensiero e l’azione; naturalmente il contributo del pensiero diviene, facendo l’elenco delle riforme da fare, di fondamentale importanza. Forse sono meno utili gli shock o gli elettroshock. Vi confesso che tra la corrente alternata e la corrente continua – il normale lavoro del governo – preferisco la corrente continua e credo che su questo ci sia anche il consenso della gente. Vi confesso che tra la riforma dei taxi e la riforma del federalismo fiscale, penso che sia più importante il federalismo fiscale, anche per la scuola privata; ho sbagliato a dire privata, la scuola religiosa, perché su quella avrei qualche…Quindi per rompere certi schemi, credo che la vera modernità del paese passi allineandola all’Europa col federalismo fiscale. Naturalmente gli elenchi sono sempre graditi e vanno tutti considerati, però vi prego di credere, non è che non sono state fatte riforme, non è che è facile fare le riforme, Enrico lo sa e voi lo sapete. Io rappresento qua una forza politica che è notoriamente priva di legittimazione culturale e allora sono andato a rileggere l’episodio di Rousseau e di Caterina II, la data il 1771. Rousseau era un illuminista, io ho l’impressione non così positivo per lo sviluppo dell’umanità…Ma insomma aveva la mania per le costituzioni ideali, che erano le riforme di allora. Fece la costituzione per Ginevra, per la Corsica e poi mandò nella forma delle Considerazioni sul governo della Polonia il suo schema a Caterina II. Caterina – che pure era rispettosa degli illuministi – gli risponde: “Lei scriveva sulla carta di pecora, una carta raffinata. Quel tipo di carta sopporta qualsiasi cultura, tensione, io scrivo sulla pelle della gente”. C’è una certa differenza tra le riforme fatte a tavolino e le riforme concrete; c’è una maggiore difficoltà che è lo sforzo continuo che devi fare per realizzarle. C’è una frase bellissima di Kennedy, frustrato dai tentativi, che all’inizio falliscono, di fare riforme. Dice che governare è per tanti la misura della difficoltà di fare e di ottenere il consenso democratico. Ma c’è un’attività che non è nelle riforme, ma forse è più importante ancora, e su questo vorrei in qualche modo chiudere. Io considero, è stato se volete una riforma impropria, di quelle che non si fanno per legge ma magari ancora più importanti, è stato credo molto importante, e io spero che sia importante, l’avviso comune fatto tra le imprese e le banche, per una moratoria sul credito; l’idea sabbatica della terra che almeno per un anno deve respirare nell’interesse di tutti. La crisi ci indica e ci porta a pensare un’altra cosa, che non sta troppo sui giornali e sui media, ma credo sta nell’evidenza della coscienza che tutti abbiamo. Non c’è più il conflitto di classe, non c’è più l’opposizione tra il capitale e il lavoro, c’è il senso crescente dell’interesse comune, c’è il senso crescente di una koinè, di una comunanza tra lavoratori e imprenditori, c’è l’idea che siamo un po’ tutti sulla stessa barca. La notizia più bella di questa estate è una notizia che è subito scomparsa ed è la notizia della fabbrica di Milano, e se fossimo in America sarebbero venuti subito a farci un film di Hollywood. È la storia della fabbrica con gli operai che prima la difendono e protestano e poi vanno sulla gru e ci stanno molti giorni, e fanno questo tipo di protesta non facendo violenza agli altri, bloccando servizi pubblici, ma facendo violenza alla nostra coscienza, con l’immagine di operai anziani che vogliono difendere le loro famiglie; e poi l’aiuto, la soluzione, un po’ delle istituzioni e poi l’arrivo di un imprenditore, che non è andato dal governo a chiedere soldi, ma che ha messo i suoi soldi e ha portato avanti un’industria. Questa della fabbrica, della manifattura, degli operai che vogliono il loro lavoro, che vanno sulla gru, che cercano di difenderlo, credo che questa sia la notizia più bella di questa estate. Credo che sia nell’interesse di tutti un avviso comune tra imprenditori e lavoratori, nell’idea dell’economia sociale di mercato, della democrazia economica e su questo credo che sia il dovere del governo cominciare a mettere insieme l’idea di favorire la compartecipazione, non la cogestione, la compartecipazione dei lavoratori agli utili. Credo che questo sia quello che dobbiamo come risposta alla crisi e come responsabilità comune tra imprenditori, lavoratori e governo. Se ci fossero le condizioni per l’avviso comune che favorisce la compartecipazione, ripeto, non la cogestione, ma la compartecipazione all’utile delle imprese, in modo da concretizzare lo stare insieme dentro la stessa fabbrica, dentro la stessa impresa, più di prima uniti, dei lavoratori e degli imprenditori, credo che questo sarebbe uno dei modi per uscire dalla crisi. Grazie.

GIORGIO VITTADINI:
Cosa traiamo da questo incontro? Abbiamo capito da oggi che il titolo del Meeting non è applicabile solo alle questioni umanistiche, perché ci trova molto d’accordo l’idea che siamo in una nuova fase, in un nuovo secolo. Il secolo delle ideologie è finito; cosa vuole dire in termini economici e politici? Vuol dire che è finito il tempo in cui si applica uno schema alla realtà, violentando la realtà, pensando che questa realtà possa rispondere. Invece è finita l’ideologia politica, quella che ha portato le guerre, ma è anche finita l’ideologia economica, è finita con la grande crisi finanziaria, è finita l’epoca dei modelli che sono rappresentazioni della realtà saltando l’uomo, saltando l’uomo e i valori che questo porta; è finita l’epoca in cui si parlava di breve periodo, si parlava di stati nazionali contro questioni più generali, si parlava di un uomo la cui razionalità è un utile ridotto. Abbiamo sentito dai nostri interlocutori, oggi, che non si può che parlare di lungo periodo, di interesse comune e di Europa, e che si deve fare un nuovo modello e parole come gratuità, come dono, come sussidiarietà, come economia sociale sono al centro della vita economica sociale. Solo qualche anno fa abbiamo sentito gente che ci diceva: “bravi ragazzi, ma l’economia è un’altra cosa”. Un’economia che era fatta di meccanismi e che ci raccontavano come se noi stessimo sognando. Oggi abbiamo sentito uno dei principali esponenti dell’opposizione, grande economista, e il ministro delle Finanze, che oltretutto abbiamo sentito avere un enorme curriculum accademico, che ci dice invece che si deve pensare alla vita economica partendo da questa centralità della persona, da questo dono, da questa gratuità, da questo interesse, da questo valore della vita. Sembra di sognare, ma è un sogno che è diventata una realtà diversa. Poi abbiamo sentito che questo non è nel lungo periodo, ma è l’affronto della crisi, perché senza la responsabilità di quattro milioni di persone, dei tanti ancora di più che lavorano, senza questo coraggio, senza questa intelligenza, senza tener conto nella vita economica che c’è gente che ha famiglia, che sta invecchiando, che può essere, come dire, non autosufficiente, che bisogna tener conto della realtà e che c’è gente a cui bisogna dare da mangiare oggi, senza pensare solo al domani, non si può neanche affrontare la crisi. Anche qui, sembra di sognare. Non l’ho detto all’inizio, ma lo dico adesso che Tremonti ha detto: “Sono quelli che dicevano queste cose poi prima della crisi”. Tremonti ha denunciato il mercatismo molto prima della crisi. Letta ha parlato di una cosa che ricorderò per sempre: che l’Italia era un paese grande in un mondo piccolo e adesso è un paese piccolo in un mondo grande. Oggi ci hanno riproposto questo, sfidandoci, sfidandoci personalmente a lavorare, a prenderci la nostra responsabilità, a sentire il bene comune; ma nello steso tempo ci hanno detto che questo è il loro modello di sviluppo, tra l’altro un modello di sviluppo che anche tra maggioranza e opposizione – l’abbiamo sentito anche qui al tavolo – può essere nella chiarezza dei ruoli ma anche nella responsabilità. In un’epoca in cui da certe parti sembra solo che ci si prenda a sportellate, non è poco da dire, è veramente un risultato positivo. Allora noi li ringraziamo moltissimo, perché riprenderemo, come altri temi di questo Meeting, queste relazioni di oggi, ma vi diciamo anche che vogliamo essere al loro fianco, collaborare alla crescita nella crisi. Perché anch’io sono convinto che un’Italia che è fatta di tanti io, di tanti io che si mettono in famiglia, di tanti io che si mettono insieme in associazioni, di tanti io che fanno imprese, è un paese che può dire molto non solo a se stesso, ma anche all’Europa e al mondo, perché quando c’è l’io e quando questo conosce e conosce a partire da avvenimenti, c’è speranza per tutti. Grazie.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

28 Agosto 2009

Ora

17:00

Edizione

2009

Luogo

Auditorium B7
Categoria
Incontri