L’UOMO AL CENTRO: TRA IMPRESE E START-UP. UN CAFFÈ CON… I MAKERS

Partecipano: Marco Arzilli, Segretario di Stato all’Industria, Artigianato, Commercio della Repubblica di San Marino; Gianluca Dettori, Chairman dPixel Srl; Amleto Picerno Ceraso, CEO di Mediterranean Fablab; Leo Sculli, Founder di Welco; Mario Vigentini, Founder di MarioWay. Introduce Santiago Mazza, CEO di Fotonica Srl.

 

SANTIAGO MAZZA:
Buongiorno a tutti al primo appuntamento di un ciclo che teniamo tutti i giorni: Caffè con gli startupper. Oggi il caffè ce lo prendiamo con i makers e cerchiamo di capire insieme di cosa si tratta. Il tema di questa edizione del Meeting di Rimini mi vede coinvolto personalmente nell’aiutarmi a capire e a pormi le domande giuste su di me: io chi sono? Accade proprio per la mia origine argentina: sono nato a Cordoba in Argentina, Santiago è un tipico nome italiano… E l’Argentina è una periferia, al sud del mondo. Ma l’impatto che ha su di me questo non è tanto sulle periferie lontane fisicamente quanto sulle periferie che viviamo nei nostri giorni. Abbiamo problemi di disoccupazione, non c’è più lavoro, abbiamo grossi problemi di identità, non sappiamo più chi siamo, abbiamo grossi problemi in cui facciamo fatica a costruire un mondo che sta cambiando. Anche i Governi fanno fatica a trovare le strade giuste per uscire da questo grave problema della periferia. L’individualismo spiccato che ci rinchiude quotidianamente in noi stessi senza un’apertura all’altro ci sta provocando.
Quindi, il tema di quest’anno del Meeting, le periferie, mi provoca personalmente in questa direzione nonostante io venga da una periferia fisica che è l’Argentina, nonostante sia un cittadino di San Marino per i miei avi, per mio papà e le sue origini legate alla Repubblica di San Marino. In questo momento di gravi difficoltà, in cui c’è oltre il 30% dei giovani che faticano a trovare strade giuste, a trovare il proprio lavoro, scopro che ci sono invece delle persone, realtà che rispondono a queste provocazioni, che senza lamentarsi, a “testa bassa”, come direbbe qualcuno, provano a costruire, a dare un senso di dignità alla propria persona. Oggi possiamo considerare anche che il digitale, Internet, è l’innovazione più importante del ’900. Se pensiamo a quello che ha fatto Internet negli ultimi 15 anni, passando dalla posta elettronica a quello che è avvenuto sul social network, e alla condivisione del sapere che Internet oggi permette, è incredibile. In tempi veramente molto veloci, il digitale sta cambiando, sta entrando nel mondo materiale, si sta trasformando in qualcosa di molto tangibile. Questo grazie ai nuovi inventori che si trovano nella propria casa, nel proprio ufficio e con un computer riescono a creare delle cose, degli oggetti, riescono addirittura a stamparsi gli oggetti, riescono a stamparsi questo bicchiere, creando un bicchiere o anche, in alcuni casi, delle case, stampandole. Questo mondo che si sta trasformando sono i makers. Makers vuol dire “fare”. Sono persone che sono abituate a confrontarsi quotidianamente con la realtà sperimentando e facendo le cose. Questi sono i makers che utilizzano tutti gli strumenti fisici, come stampanti 3D, taglierina laser, la prototipazione rapida, e questo nei prossimi anni avrà un impatto molto molto forte su tutta l’economia e su tutto il processo industriale che abbiamo vissuto fino ad oggi.
C’è un grandissimo makers italiano, il papà di Arduino, una scheda elettronica che ha trasformato in maniera impattante a livello globale l’utilizzo elettronico anche da parte di persone che non hanno conoscenze approfondite di elettronica. Massimo Vanzi dice che non c’è bisogno del permesso di nessuno per fare delle grandi cose. Abbiamo qui con noi Almeto: ti ringrazio di essere venuto da sotto Napoli, dal Salento, qui con noi. E’ un architetto, ha un master in architettura avanzata in Catalunia, è insegnante di architettura a Roma, insegna tecnologie emergenti e insegna anche presso l’Accademia Mediterranea di Architettura e in diversi altri istituti. E’ anche fondatore del Mediterranean Fablab, il primo laboratorio di fabbricazione digitale nel Sud Italia, è anche un centro di sperimentazione e condivisione del sapere. Tu dici sempre: “Pensa, fai e condividi!”. E’ questo il motto che ho visto nella tua proposta di comunicazione. Puoi raccontarci un po’ da dove nasce la tua passione per i makers e perché sei partito proprio da Cava dei Tirreni nel fare un “fablab”, un luogo dove c’è una condivisione continua di idee? E perché da lì, non era più facile, visto il tuo sapere, le tue capacità, partire da altre città, dall’estero o da Milano?

AMLETO PICERNO CERASO:
Grazie e buongiorno a tutti. Ringrazio Santiago per avermi invitato qui e per tutta la presentazione del Meeting.
Parto dall’ultima cosa che hai detto perché è più facile partire da Cava, perché in qualche modo si ricollega al tema che affrontiamo, le periferie. Perché partire da Cava dei Tirreni? Perché forse in periferia è più semplice realizzare quello che si ha in mente. In effetti, io non volevo partire da Cava. Io sono tornato in Italia dopo un’esperienza all’estero, in particolare a Barcellona, dove ho incontrato poi i laboratori di fabbricazione digitale. E sono tornato qui perché sono stato chiamato ad insegnare in un master di secondo livello. Insomma, sono tornato e la prima cosa che ho fatto è stato proporre a queste persone di attivare un fablab, un laboratorio di fabbricazione anche a Roma. Loro mi hanno praticamente risposto picche, mi hanno detto no, forse non è il momento, non capiamo, era il 2008. E siccome io sono di origini salernitane, di Cava, ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo detto: vabbè, allora facciamolo lì a Cava. Non so quanti di voi conoscono i fablab: vorrei raccontarvi un po’ che cosa sono, che cos’è la rivoluzione digitale che in qualche modo stiamo vivendo, perché c’è una rivoluzione in atto, che è quella che il digitale in qualche modo sta portando nell’ambito manifatturiero, quindi in tutta la produzione degli oggetti in differenti scale. E noi abbiamo cominciato questa esperienza un po’ di tempo fa alla Medarc, che è l’Accademia Mediterranea di Architettura, che ospita proprio il fablab. Ed è mediterranea perché in qualche modo ci ispiriamo ai valori del Mediterraneo, ai valori propri della nostra tradizione. Il Mediterraneo è forse il luogo fisico in rete da più tempo, perché per la sua conformazione geografica permetteva questo scambio di informazioni e di merci. E questo ha prodotto comunque dei risultati molto interessanti sia dal punto di vista dell’arte che della politica, della società, ecc. Però non ha mai perso l’uomo e quindi ha sempre posto l’uomo al centro delle sue ricerche e del suo fare.
Ed è un po’ quello che fa l’Accademia, il fablab, lavora con le tecnologie, anche abbastanza avanzate, spinte, però ha in mente sempre l’uomo, quindi ha come meta, come obiettivo quello di migliorare la vita dell’uomo. Noi cerchiamo di farlo nell’ambito che ci è più proprio: io sono architetto, quindi cerchiamo di farlo nell’architettura. Però l’architettura adesso ha dissolto un po’ i suoi margini, non sappiamo più dove finisce l’architettura e dove comincia la città, dove finisce il design e dove inizia l’interattività di un oggetto con la persona. Quindi si è un po’ tutto commistionato. E proprio forse questa commistione a noi interessa molto come ambito di indagine. Siamo partiti nel 2009 semplicemente facendo formazione, quindi divulgando quello che in qualche modo avevamo conosciuto fuori dall’Italia. Quindi abbiamo iniziato a fare i primi workshop raccontando che cosa potesse essere una macchina a controllo numerico, come funziona la stampa 3D, qual è l’impatto del digitale per chi lavora con l’architettura e per chi lavora con il design. E siamo partiti raccontando queste cose con dei workshop. Il primo workshop l’abbiamo fatto in provincia di Salerno, in particolar modo a Cava dei Tirreni: non aveva partecipanti italiani ma solo stranieri. C’era un solo italiano, perché nessun italiano in quel momento era interessato a quei temi. Quindi abbiamo avuto tanti partecipanti dall’estero ma nessun italiano. Poi questa cosa è andata avanti, col tempo abbiamo continuato questa attività ed è accaduto che, piano piano, abbiamo formalizzato con l’MIT di Boston il primo laboratorio di fabbricazione digitale.
Un tizio di nome Neil Gershenfeld ha formalizzato un movimento maker e l’ha portato dentro l’istituto al MIT, l’ha fatto diventare sostanzialmente un format. Ha detto: “C’è bisogno di uno spazio fisico, questo spazio deve contenere della attrezzature, delle macchine a controllo numerico, una fresa, una stampante 3D. Questo spazio fisico deve comunicare con altri spazi fisici presenti nel mondo, che hanno le stesse macchine e quindi un protocollo di comunicazione identico per scambiare informazioni e deve poter permettere alle persone, dai cittadini comuni ai professionisti, di poter stampare, costruirsi degli oggetti reali, fisici”. Questo succedeva circa 11 anni fa. Tanto che il corso di Gershenfeld si chiamava “How to make almost anything”, cioè “Come costruire quasi tutto”. Quasi: questa parolina si è andata molto, molto riducendo perché dieci anni fa si riuscivano a costruire oggetti di dimensioni abbastanza piccole. Considerate che una stampante 3D ha più o meno dimensioni 20x20x20 cm, quindi si tratta di un oggetto da design. Adesso si riesce a costruire una casa. C’è un esperimento di 3 mesi fa in Giappone, sono iniziate le stampe in 3D per la prima casa di 200 m2 a 2400 €. Quindi il salto è questo: 2400€, una cosa che può creare il panico anche in Italia.
Ma non è solo nell’architettura che questa tecnologia sta producendo grossi cambiamenti. Pensate alla medicina, il lavoro dei dentisti è cambiato tantissimo: prima dovevamo aspettare in media 28 giorni per la protesi di un dente, poi i 28 giorni sono passati a 28 minuti, con costi molto molto più bassi! Sta cambiando tutto l’ambito manifatturiero: la figura dell’artigiano che abbiamo in mente, che in qualche modo riesce a produrvi un pezzo personalizzato, e quindi con un valore molto alto, incrocia in questo momento la produzione seriale propria dell’industria e la incrocia proprio in questo punto di convergenza dove si colloca la stampa 3D, la tecnologia che permette e abilita questo tipo di produzione. Quindi, grosse case, come la Nike, come la Lego, l’Ikea ha annunciato l’apertura di un suo spazio con all’interno delle macchine per la personalizzazione degli oggetti che noi andiamo a comprare quotidianamente in questi stores. La Nike ha all’interno dei suoi stores la possibilità di scannerizzarvi il piede e di produrvi una scarpa su misura in un tempo abbastanza breve. La Lego vi dà la possibilità di stamparvi la vostra costruzione personalizzata.
Ma vi racconto tutte queste cose per dirvi che anche la grande industria, ma soprattutto e per prima la grande industria, si è preoccupata: non l’ha fatto con spirito innovativo, l’ha fatto perché in qualche modo si sentiva minacciata da questo tipo di tecnologia, perché sta veramente sovvertendo le carte in regola della distribuzione e della produzione degli oggetti. E per prima la Lego, otto anni fa, ha cominciato a interessarsi a questo tipo di tecnologia, la stampante 3D, e si è fatta questa domanda: “Come faccio a sopravvivere sul mercato se fra dieci anni questa macchina sarà presente sulla scrivania di ogni persona?”. In questo momento, ad esempio, la grande distribuzione tecnologica ha già la possibilità di vendervi una stampante a 1200€, Mediaworld lo fa. Ma se siete un po’ più interessati, “smanettoni”, potete andare su Internet e comprarvene una 292€! Una stampante che vi permette di costruirvi un oggetto di plastica o magari di ceramica, stiamo arrivando anche a quello in metallo, anche se non siete architetti o designer, perché il file con cui stampate questi oggetti è presente su Internet ed è scaricabile gratuitamente.
Quindi, quali sono le carte in tavola in questo momento? Che cosa sta succedendo? Da una parte abbiamo delle tecnologie che abilitano la costruzione di oggetti in diversi ambiti del fare umano. Queste tecnologie sono alla portata di tutti ed hanno un interfaccia molto molto semplice. Dall’altra, c’è la possibilità di utilizzare queste tecnologie perché i files, quindi le informazioni per l’utilizzo di queste tecnologie, sono open. Questo mix sta preoccupando parecchie persone da un lato, dall’altro sta entusiasmando anche un altro movimento che è quello che rappresento io oggi. E tutta questa esperienza, tutta questa mole di informazioni che in qualche modo ci sta inondando, è quanto cerchiamo poi di riportare alle persone, agli imprenditori, agli artigiani del nostro territorio. Forse la stampa 3D in questo momento non è ancora pronta per l’uso da parte delle masse, di mia zia o di mia madre; forse avranno ancora qualche difficoltà nella stampa di qualche oggetto. Però la PMI, la piccola e media industria e gli artigiani sono in questo momento chiamati a conoscere necessariamente queste tecnologie ed è quello che poi stiamo cercando di fare giù a Salerno. E lo stiamo facendo con un discreto risultato.
All’inizio, c’è stato un grosso lavoro di storytelling, cioè abbiamo raccontato quello che facevamo. Immaginatevi noi che, con una stampante 3D, raccontiamo al sindaco di turno o all’imprenditore o all’artigiano della provincia di Salerno come possono implementare i loro strumenti con quelle tecnologie. C’è chi non ci credeva, c’è chi era entusiasmato, c’è chi ancora oggi viene al Fablab e chiede: “Vorrei stampare delle scarpe in cuoio perché avrei necessità di licenziare i miei operai”. Vedete il paradosso? Da un lato sono entusiasti perché vedono una nuova potenzialità, dall’altro forse una comunicazione non proprio efficace crea poi queste aberrazioni. E quindi noi abbiamo dovuto spiegargli che forse la cosa interessante non era licenziare queste persone che lavoravano – oltretutto non puoi stampare in cuoio – ma forse la cosa interessante era fare la scansione del piede, utilizzare quelle conoscenze antiche per offrire un prodotto migliore, personalizzato, quindi per essere più competitivi sul mercato. Questo movimento va indirizzato, va un po’ guidato perché la tecnologia devi essere capace di utilizzarla. La cosa interessante delle stampanti 3D non è stampare questo bicchiere perché sarebbe antieconomico, ci vorrebbe un sacco di tempo e non è neanche tanto interessante. Cerco di spiegare questa cosa con un paragone. Siamo nel momento in cui qualcuno si è inventato lo smartphone ma ancora nessuno si è inventato una app. Quindi stiamo vivendo lo stesso passaggio. C’è la tecnologia abilitante ma non c’è ancora chi con quella tecnologia ha fatto quel salto in più, cioè l’ha resa necessaria.

SANTIAGO MAZZA:
Tu citi anche il discorso della condivisione. Da dove parte questo principio di condividere? Fino ad oggi le industrie, le persone dicevano: “Io so fare questa penna, non guardatela perché poi la copiate!”. C’era il terrore che qualcuno potesse replicare il mio modello di business e il mio prodotto. Mentre invece la condivisione dovrebbe aiutare a dire “Ok, io so fare questa penna ma qualcun altro sa fare il tappo, insieme andiamo a prendere un mercato un po’ più ampio…”.

AMLETO PICERNO CERASO:
Bene! Ti ringrazio per questa domanda.
In questo momento sono più le aziende e gli artigiani che vengono da noi, che la nostra capacità di uscire fuori dal nostro fablab. C’è tanto lavoro da fare, quindi ci riesce difficile. Però, quello che facciamo, uno degli strumenti che offriamo è la possibilità di entrare in azienda e stravolgerla, metterla sottosopra con dei workshop, dei seminari. Prendiamo questi studenti delle facoltà di ingegneria o architettura, li mettiamo all’interno di un’azienda, prendiamo gli operai di questa azienda e li mettiamo a contatto con queste persone, prendiamo i proprietari dell’azienda, perché non possono restare fuori dal processo produttivo, da quello che succede all’interno della loro azienda, li mettiamo lì e gli facciamo un seminario di quattro giorni, poi vediamo cosa riescono a produrre. Questo tipo di attività stravolge la visione che i proprietari hanno dell’azienda stessa, dei macchinari che hanno all’interno.
Un esempio sul fatto che è difficile convincere le persone ad aprire la propria azienda. C’era un’azienda che costruiva infissi in alluminio anotizzato, con delle macchine che costano dai trecentocinquanta ai settecentocinquantamila euro: per dieci anni hanno fatto sempre infissi. Noi siamo andati lì e abbiamo detto: “Ok, dateci quattro giorni di tempo e vi cacciamo fuori un prodotto che non sia un infisso, se non lo facciamo non ci pagate”. E’ l’unico modo per convincerli. Siamo andati lì e hanno realizzato con le stesse macchine, lo stesso materiale, un padiglione autoportante che poi è stato presentato alla Maker Feire lo scorso anno. Questo ha dimostrato che la condivisione delle conoscenze, il fatto di mettersi in gioco, il non avere paura di incontrare nuove tecnologie ma il saperle usare senza lasciare fuori le vecchie conoscenze, ma intrecciandole con le nuove possibilità, con le nuove tecnologie, produce nuovi prodotti per un imprenditore. Lo sapete meglio di me, significa nuove possibilità. Significa che vendo tre cose, anzi, quattro; faccio alluminio anotizzato ma vendo anche padiglioni. In quattro giorni, se lavoriamo bene, con le stesse macchine, quindi senza chiedere all’imprenditore di investire in tecnologie diverse, siamo riusciti a cambiare completamente quello che faceva. Come Teicla, che è la prima azienda, ce ne sono tantissime; la cosa fantastica è che, facendo questo mestiere, io sono fortunato.
Tu dicevi prima: “Hai un punto di vista nuovo sulle cose”. E’ vero! Abbiamo un punto di vista privilegiato e nuovo sulle cose, conosci un sacco di storie interessanti, a volte anche molto forti. Abbiamo conosciuto due falegnami giovanissimi, il padre e il figlio: il padre aveva più o meno novant’anni, il figlio intorno ai sessanta, giovanissimi, dei fiori. Sono venuti da noi: “Ho saputo che voi utilizzate delle macchine a controllo numerico, che siete capaci di fare cose fantastiche, vorremmo rimettere in moto le nostra macchine perché la cosa che più ci manca è svegliarci e non sentire il rumore delle macchine da lavoro. Quanto ci costa questa cosa?”. Allora lì sei chiamato a decidere: questi non hanno lavoro, hanno l’azienda chiusa e ti stanno chiedendo di rimettersi in gioco. O ti rimbocchi le maniche e lavori con loro, oppure dici: Vabbè, non ci interessa perché non ci potete pagare, perlomeno adesso non ci potete pagare”. Invece con loro abbiamo costruito un percorso e probabilmente arriveremo al Salone del Mobile. Non vi dico sicuramente, dico probabilmente perché poi bisogna capire che prodotto cacciano fuori. Però rimettersi in gioco in questo momento è fondamentale: e queste tecnologie, ragazzi, ci danno la possibilità di farlo.
L’ultima cosa e poi chiudo. Non è tanto interessante produrre questo bicchiere perché è antieconomico, è interessante capire come le nuove tecnologie cambino gli oggetti che conosciamo. Ci sarà una nuova ontologia di oggetti, nuove cose che produrremo ed è lì che dobbiamo abbattere. È questo che facciamo e che cerchiamo di fare al Fablab, giù da noi a Salerno. Per esempio, avevamo una stampante 3D e una macchina che si mette in testa e riesce a farti un elettroencefalogramma in due secondi, nel senso che riesce a percepire le onde principali che produciamo, con i segnali elettrici. Noi abbiamo preso questa macchina, l’abbiamo messa in testa a un tizio, gli abbiamo fatto sentire una canzone. Mentre sentiva queste canzone, provava delle emozioni; mentre provava queste emozioni, i segnali venivano tradotti all’interno del computer e la stampante produceva, stampava un braccialetto che aveva la superficie modificata a seconda delle emozioni. Più intensa è la mia passione in questo momento per questa canzone, più la superficie viene increspata; meno sono preso emotivamente da questa canzone, più la superficie è liscia. Questo tipo di relazione è quello che ci interessa, i nuovi prodotti. Se parliamo con un orafo di queste cose, magari lui ci vede un mondo. È mettere in gioco le vecchie conoscenze, la tradizione e le nuove tecnologie. Le nuove tecnologie non produrranno un fatto a macchina, togliamocela dalla mente questa cosa. Non esiste il fatto a macchina. Michelangelo aveva uno strumento in mano, era uno scalpello. Era uno strumento. Il punto è cercare le potenzialità di queste nuove tecnologie e in questo momento come mai nella storia abbiamo vissuto un incremento tanto veloce e potente delle possibilità tecnologiche offerte all’uomo. Ci dobbiamo solo mettere in gioco.

SANTIAGO MAZZA:
È così, grazie, Amleto. Molte volte ci chiudiamo talmente tanto che non riusciamo a riconoscere la realtà, pensiamo che sia tutto inventato. Pensiamo che il prodotto magari è stato già creato, pensiamo che nel mondo intorno a noi non ci siano spazi di creazione. Invece, proprio rispondendo al reale, possiamo modificare gli strumenti di uso quotidiano, Dove l’innovazione tecnologica ci serve, appunto, a vivere meglio. Leo, insieme alla tua startup Welco, hai cambiato il modo di rispondere al citofono. Ci racconti da dove nasce la tua idea?

LEO SCULLI:
Buongiorno a tutti, intanto ti ringrazio per l’invito.
Ti racconto un aneddoto: mi ritrovavo a letto. Avevo giocato a calcio e mi ero fatto male a una gamba, quindi ero a letto, impossibilitato ad alzarmi. Quel giorno attendevo un corriere che doveva consegnarmi un acquisto su Internet ma io, impossibilitato a letto, proprio non potevo alzarmi. Arriva il corriere, suona e se ne va, quindi non me lo consegna. Mi giro, vedo il primo oggetto che mi trovo accanto ed è il mio iPhone, il mio Smartphone, quindi mi dico: “Perché in questo mondo, dove tutto è accessibile dallo Smartphone, non posso controllare un oggetto che è ormai obsoleto, veramente brutto da vedere, anche un po’ vecchiotto, dal lato design e della tecnologia? E quindi decido di condividere questa idea con l’attuale CTO e di partecipare a un evento per trovare altre persone per sviluppare questa idea. Partecipiamo lo scorso marzo 2013 alla Startup week-end, che è un evento dove in tre giorni ci sono ragazzi che presentano le idee, si formano dei team e per quei due giorni si cerca di sviluppare un business plan e un prodotto quantomeno funzionante. Partecipiamo a questo evento e riusciamo a trovare altre persone che sposano questa idea. Successivamente decidiamo di partecipare alla selezione di Working Capital di Telecom Italia, e lì c’è stata una svolta. L’idea passa da una scommessa tra amici a qualcosa di concreto.
Uno, perché comunque il sostegno economico è una base, una partenza; venticinque mila euro possono favorirti alcuni aspetti, magari riuscire a chiamare qualche consulente esterno per sviluppare delle particolarità o magari affrontare viaggi per andare ad eventi e cercare di confrontarsi con le persone. Un altro aspetto fondamentale è stato Dpixel, sempre Working Capital, perché là veramente ci siamo scontrati con una realtà di start-up che ne capiva tantissimo. Noi siamo in gioco e cerchiamo di sviluppare qualcosa, però magari alcuni aspetti non sono ben curati: non eravamo ancora dentro quel mondo. Questi due aspetti hanno cambiato fortemente l’idea iniziale. Noi abbiamo tre ingegneri elettronici che sono di Reggio Calabria, due ricercatori dell’attuale CTO. Il tema di quest’ano del Meeting è le periferie: secondo me, parlando di periferie, conosciamo sicuramente degli aspetti negativi del vivere in periferia, però ci sono anche aspetti positivi, crescere con quella voglia di fare, di cambiare la situazione, di cercare di sfondare. Questo ha permesso, soprattutto a noi come startup, di trovare delle risorse e valorizzale, sto parlando degli ingegneri elettronici, e di farli lavorare con quella passione che prima avevano perso lavorando in giro per aziende che, purtroppo, a volte tendono a non innovare o a rimanere un po’ con la vecchia ideologia del fare business. La cosa fondamentale è stata fare loro ritrovare la passione. Ed è una soddisfazione unica. Quando le persone ti dicono: “Andiamo a casa?”, “No, no ragazzi, andiamo avanti a lavorare, magari oggi finisco questa cosa”, e sono già passate 12 ore di sviluppo, è una soddisfazione unica! Ultimamente abbiamo finito la fase di prototipazione dell’oggetto e stiamo cercando investitori, perché il passaggio successivo è ingegnerizzare tutta la nostra scheda e cercare di portare avanti, appunto, l’alto design e il progetto.

SANTIAGO MAZZA:
Ma l’hai installato in casa tua?

LEO SCULLI:
Sì, vari prototipi li stiamo testando tramite diversi amici e parenti.

SANTIAGO MAZZA:
Comunque hai citato diversi elementi, legati alla passione che uno deve avere per il proprio lavoro, il gusto del fare le cose, molte volte anche per un qualcosa più grande di te, per un qualcosa che va oltre la tua impresa, no? Però, che difficoltà incontri oggi nel fare la tua impresa? Perché è un tentativo concreto, quindi immagino avrai avuto delle difficoltà anche burocratiche, probabilmente economiche o altro. Quali sono le difficoltà umane che trovi nello sviluppare la tua impresa?

LEO SCULLI:
Mi riallaccio al discorso che facevo prima della periferia. Vivendo in periferia, i rapporti umani sono diversi, magari tramite conoscenze: se serve il laboratorio di elettronica all’università, se il ricercatore conosce il professore, magari si può attingere al laboratorio. In altre grandi realtà italiane, non credo che questo sia fattibile. Sono altri aspetti positivi che riscontro. Quelli negativi: per costruire l’azienda, in Italia siamo ancora troppo radicati. Si evolve questo mercato e l’economia in generale ma l’Italia è un po’ una periferia del mondo, se posso permettermi: ci sono Paesi che vanno a un livello impressionante, soprattutto digitale. E noi ancora ci diciamo “Forse questa impresa non va bene”. L’anno scorso Gianluca citava tre ragazzi che cercavano l’investimento in Italia e non l’hanno trovato e allora sono andati in Silicon Valley e subito in tre mesi hanno rifiutato l’exit e poi hanno fatto un investimento da due milioni di dollari.

SANTIAGO MAZZA:
C’è tanto da fare?

LEO SCULLI:
Tantissimo.

SANTIAGO MAZZA:
Grazie per la tua start-up e quello che stai facendo. Mario, grazie per essere qui con noi. So che hai lavorato circa vent’anni nel mondo del non profit a contatto quotidiano con le persone disabili, non soltanto disabilità fisica ma anche psichiatrica. So che anche la tua professione ti ha portato a considerare questi incontri educativi come una opportunità straordinaria, al punto che fondi la tua startup. MarioWay, di cosa si tratta?

MARIO VIGENTINI:
Grazie intanto per questa occasione per me abbastanza importante, perché quando ho letto il titolo del Meeting mi sono ritrovato: ho scoperto di avere sempre lavorato con persone che stanno ai margini dell’esistenza e con un destino molto particolare. Mi riferisco proprio alle persone disabili. È per me importante condividere con voi questi due concetti. Vorrei farlo attraverso un video che ho preparato e che racconta la storia di una ragazza disabile. Nel video non ci sono risposte, però c’è una domanda che per me è molto importante, perché è la domanda paradigmatica sulla quale io ho fondato la startup innovativa Vocazione Sociale MarioWay. E’ una domanda che apre ad una riflessione molto profonda, una domanda proprio sulle periferie dell’esistenza. Quindi, se sono pronti manderei il video.

Video

Questa ragazza si chiama Caterina. L’ho conosciuta quando aveva solo sedici anni e io ventotto. Ora ne ha trenta e io solo quarantadue. Al tempo io ero il suo educatore. Mi era stata presentata dalla sua assistente sociale, la quale pensava che Caterina avesse un grande potenziale da esprimere, ma che i suoi problemi di salute avrebbero compromesso la sua qualità di vita. Nella diagnosi di Caterina si parlava di crisi epilettiche e altro ancora. Le relazioni scritte su Caterina, la sua diagnosi ed il suo quoziente intellettivo bastavano a noi educatori per iniziare a creare un PEI, che significa Progetto Educativo Individualizzato. Decidemmo di inserirla in un percorso di integrazione lavorativa. Questo percorso avrebbe previsto eventualmente un tirocinio lavorativo in un’azienda. Era l’anno 2000, anno della mitica canzone e del mitico film Notting Hill. In quel periodo ci furono l’incidente del Concordia, la morte del ciclista Gino Bartali, i giochi olimpici a Sidney e un’infinità di notizie a ricordarci che un certo Michel de Notredame, per gli amici Nostradamus, aveva profetizzato la fine del mondo e, non ultimo, che ci sarebbe stato il Millenium Bug. Nel 2000 io stavo felicemente proseguendo la mia psicoanalisi convinto che sarebbe servita a tutta l’umanità. Ero anche convinto che tanto più Caterina avesse accettato la sua malattia, tanto più avrebbe potuto stare psicologicamente meglio.
Ecco come è andata. Nonostante i numerosi tentativi per prepararmi un caffè con la sua nuova macchina del caffè, risolti con il mio provvidenziale aiuto, oggi Caterina è felice. E mentre guardo la foto di questa bellissima sposa, ripensando al mio progetto educativo, alla patologia, al quoziente intellettivo, una domanda mi sorge spontanea: “Chi aveva cacciato Caterina alla periferia del mondo e dell’esistenza?”.

MARIO VIGENTINI:
C’è quello che dice lei, riporta l’affermazione del medico che è un po’ l’affermazione di tutti, cioè che lei non poteva cambiare. In realtà, dimostra quanto noi abbiamo difficoltà al cambiamento, dimostra quanto per noi sia difficile cambiare prospettiva, vedere le cose e le persone anche da altri punti di vista. Caterina mi insegna invece che per recuperare le persone dalla periferia dell’esistenza, la prima cosa che dobbiamo fare è rimettere le persone al centro dei nostri pensieri perché in mezzo ai nostri pensieri ci siamo noi, c’è il nostro essere. Allora, in quel luogo un po’ magico può accadere che ci sia uno scambio significativo ed è uno scambio, un dialogo importante laddove c’è una simmetria relazionale. Io davo per scontato certe cose quando evidentemente ho conosciuto persone come Caterina e Caterina mi ha insegnato che in realtà non è così. Da quest’idea, dal punto di vista diverso, dal rimettere le persone al centro dei nostri pensieri, ho pensato a questa startup innovativa, a questa carrozzina particolare che adesso vedrete. E’ particolare perché rimette le persone in una relazione simmetrica. Siamo partiti non dal mettere al centro la patologia, ma l’uomo. Vorrei farvi vedere di cosa si tratta, con l’altro video.

Video

Le persone che hanno provato questa carrozzina, le avete viste nel video, sono persone paraplegiche, soprattutto quella che girava l’angolo della cucina con in mano il latte. Quello che mi restituiscono e che ci restituiscono è che effettivamente è un mezzo che può cambiare la qualità della vita. Io credo che ci sia una possibilità di cambiare il destino delle persone e mi sono reso conto in realtà, soprattutto entrando in contatto con persone disabili, che quello che io ho dato loro è sicuramente molto meno rispetto a quello che loro hanno dato a me, perché alla fine anche il mio destino è cambiato grazie all’incontro che ho avuto con le persone disabili.

SANTIAGO MAZZA:
Grazie Mario, grazie. La tecnologia e le innovazioni tecnologiche in ogni loro aspetto hanno un valore se rispondono al reale, se aiutano le persone a vivere meglio. Complimenti, avanti. Il mio Paese, San Marino, negli ultimi anni ha sofferto fortemente il cambiamento globale, anzi, il cambiamento globale c’è stato fuori dai nostri confini. All’interno, abbiamo perso per strada un po’ tutto quello che succedeva al di fuori. Al punto che in alcune situazioni abbiamo proprio anche perso il sapere chi siamo. Il nostro Paese alcune volte, negli ultimi anni, ha perso il sapere chi siamo e da dove veniamo.
La crisi che ci sta colpendo tocca il profondo delle nostre identità, non come Paese in sé ma proprio come persone fisiche. Noi, chi siamo? Cosa sappiamo fare? Come possiamo competere in un mondo molto più ampio rispetto ai confini di Dogana? Qui ringrazio la presenza del Segretario della Repubblica di San Marino, Marco Arzilli, all’Industria, all’Artigianato e al Commercio di San Marino, perché da diversi anni porta avanti alcuni progetti che stanno dando una risposta reale e concreta per consentire alle persone di attuare un cambiamento. Una serie di normative varate anche di recente trovo che vadano nella direzione di mettere a disposizione delle persone up strumenti ed ecosistemi per sviluppare le proprie idee. Quindi, Segretario, la invito un po’ a raccontarci di lei, di questo percorso che ha fatto in questi anni per il nostro Paese.

MARCO ARZILLI:
Grazie Santiago. Buongiorno a tutti, buon pomeriggio. Intanto ringrazio di avermi dato la possibilità di essere qui perché queste tre esperienze così diverse ma così simili sono un buon motivo per andare avanti su quello che abbiamo scelto.
Io rappresento la Repubblica di San Marino, ho l’onore di rappresentare il mio Paese, l’ho voluto fare, mi sono impegnato per arrivare a trentotto anni a questa esperienza: ora ne ho quarantatré. L’ho fatto per servire il Paese. Penso che tutti quanti i politici dicano così, poi, il servizio ognuno lo vede a modo suo. C’è chi fa servizio per se stesso, chi per gli altri. Ma la cosa più importante, a mio avviso, è stato capire che il mio Paese (forse è un’esperienza che, al di là di chi è di San Marino, può essere trasmessa agli altri) aveva perso la bussola. Prima Santiago è stato molto delicato. Però il mio Paese aveva perso proprio la bussola, aveva cercato di trasformare quello che era il benessere, che è una cosa a cui tutti possiamo ambire perché è una cosa positiva, in uno stato di fatto necessario, dovuto. “Ok, giovani, vi diciamo di stare tranquilli, non dovete fare niente! State tranquilli tanto il futuro ve lo organizziamo noi, ve lo diamo noi. Vi diamo il lavoro. Ci pensiamo noi. Noi vi annulliamo. Perché in cambio vi diamo il benessere ma vi annulliamo. Voi non siete più giovani, siete semplicemente il mezzo per portare avanti qualcosa che non può esistere”. Questa è stata la sfida che abbiamo raccolto.
Perché quando tu hai un ragazzo che esce dall’università, oppure ancora prima, quando esce dal liceo, e si chiede: “Ma io cosa faccio? Cosa mi offre il mio Paese? Io vorrei rimanere nel mio Paese (anche se questo ovviamente è un limite che dobbiamo superare) ma voglio rimanere. Cosa mi offre? Cosa mi da?”. Il nostro indirizzo è: “Non ti preoccupare. Qualunque cosa fai, va bene lo stesso. Se sei ingegnere, ti mettiamo a fare magari qualcos’altro e guadagnerai più di un ingegnere in Italia. Però, qual è la tua ambizione?”. Alla parola ambizione io non do mai un’accezione negativa perché l’ambizione è ambire, ambire a migliorarsi, ambire a dare significato al proprio essere uomo, migliorare se stessi e quello che c’è intorno. Non un’ambizione fine a se stessa. Facendo questo, abbiamo fatto un danno al mio Paese. Quando ho avuto l’onore di prendere questo incarico (facevo tutt’altro nella vita e non sono un politico di professione, anche se ormai, dopo cinque anni, qualcuno dice che dovrei cominciare a dire così ma non me la sento), mi sono chiesto: “Che cosa posso fare io per il mio Paese, per i miei figli? Cosa posso fare per Santiago che non ha mai abbandonato San Marino, il link, il collegamento con la sua famiglia, ma lui è venuto a San Marino, che cosa posso fare?”.
Prima di tutto posso fare che lui è Santiago. Santiago ha le sue idee, oggi è qui a organizzare questa serie di eventi eccezionali e le possibilità se le è date lui, le ha trovate.
Allora, cosa potevamo fare? Io non vi voglio annoiare più di tanto ma è semplicemente per dirvi: abbiamo cominciato a trovare delle idee interessanti. Una di queste idee è quella di pensare all’innovazione, alla ricerca, al mettere al centro la possibilità della persona di esprimere se stessa. Mi sono scontrato con quello che diceva prima Leo: la burocrazia, le difficoltà, gli strumenti. Oggi, se hai un’idea, devi andare in banca e la banca ti dice: “Bene, il tuo babbo ha una casa, tua nonna magari ha una casa, il tuo trisnonno t’ha lasciato qualcosa? Perché altrimenti io non credo in te. Perché io non credo nella tua idea, io credo in quello che tu mi puoi garantire di modo che io non rischi”. E questo è un limite. Perché non c’è la possibilità di crescere.
Allora cominciato a ragionare su un vecchio progetto che era finito nel cassetto o nelle mani di qualche imprenditore immobiliare, il Parco scientifico-tecnologico. Sinceramente, che cosa sia un Parco scientifico-tecnologico io non lo sapevo allora. Però era un bellissimo progetto: “Bene, diamo la possibilità a chi ha delle idee di poterle sviluppare. Facciamo in modo che l’impresa possa svilupparsi, facciamo in modo di creare le condizioni”. Questo progetto era nel cassetto perché, come tutte le belle idee, poi alla fine c’era bisogno di trovare una motivazione economica e all’epoca era la speculazione immobiliare. Togliamo la speculazione immobiliare e cosa ci rimane? Cosa facciamo? C’era una cosa bella in questo progetto. Era un accordo fra San Marino e l’Italia, due Stati, anzi, un micro Stato (di grande storia ma un piccolo Stato) e una grande nazione come l’Italia, insieme uniti in un unico progetto. Bellissimo. Legato all’innovazione e alla ricerca? Meraviglioso. Come possiamo dare noi delle risposte in questo senso? La strada è stata molto in salita. Prima nel mio Paese, perché io ho fatto una normativa sulle startup e mi è stato chiesto di cambiare il nome, perché startup in italiano non si capiva cosa volesse dire. Ho detto: “Ma come? Si chiamano startup, le chiamano così”. La seconda cosa è stata quella di fare capire che cosa erano l’innovazione e la ricerca, o qualcosa che può dare lavoro e prospettiva al Paese, o altrimenti qualcosa di astratto. Mi è stato detto: “Guarda, se l’innovazione e la ricerca domani mattina ci portano duecento posti di lavoro, allora noi siamo con te. Se ci dici che dobbiamo progettare da qui ai dieci anni, non capiamo bene”.
La difficoltà che ho avuto, e che credo sia la difficoltà di tanti, è di non essere quella persona che non capisce un Paese che è fatto di persone, che è fatto di individui, che è fatto di speranze. In un momento di crisi come questo, dove si perde il lavoro, dove abbiamo tanti amici che hanno perso il lavoro, che non hanno prospettive, riduzioni di salari, azzeramento delle proprie possibilità di crescita perché si sta andando in retromarcia in economia, dirgli: “Guarda, noi dobbiamo guardare avanti, perché forse oggi tu non avrai la risposta. Magari fra qualche anno non solo troverai le risposte, ma le avranno i figli dei tuoi figli e faremo un’economia che fa del bene a tutti”. È stato difficile da spiegare perché potete immaginarvi che mi si chiedeva di trovare oggi le soluzioni per l’oggi: in Italia io sarei l’equivalente del Ministro dello Sviluppo Economico, con tanto di rispetto. Ma le soluzioni per oggi sono difficili da trovare. Se io dovessi dire: “Bene, quell’azienda non vuole pensare di innovarsi ma vuole produrre questi bicchieri qui facendo concorrenza alla Cina. Facciamo che il salario è un euro al giorno e facciamo concorrenza alla Cina”. Sarebbe un errore. Non dobbiamo pensare di fare concorrenza ad altri Paesi che hanno altre filosofie nelle quali non dobbiamo entrare ma dobbiamo pensare di creare le condizioni per cui ogni persona possa trovare la sua gratificazione.
E da lì, scusate questa premessa un po’ lunga, abbiamo iniziato a ragionare sulle startup, sul Parco scientifico-tecnologico, che oggi ha un nome e si chiama Tecno-Science Park San Marino Italia. Io sono di natura abbastanza tranquillo ma sono testardo. In cinque anni ho incontrato cinque Ministri dello Sviluppo Economico italiano. In questi cinque anni, purtroppo, io sono rimasto lì. Qualcuno dice che devo andare via però io voglio portare a casa questo progetto. In questi cinque incontri ho cercato di spiegare l’importanza di questa opportunità. Usate San Marino, condividiamo le opportunità che dà il mio Paese, siamo nati insieme, siamo la stessa cultura, parliamo la stessa lingua, veniamo dalle stesse origini. Noi mandiamo avanti una tradizione che è anche quella italiana. Noi abbiamo due Capi di Stato che sono i Capitani Reggenti, basati sui Consules della Roma repubblicana. Stiamo portando avanti quella che è anche la storia italiana, cerchiamo di lavorare insieme per cercare di fare qualcosa di positivo. E da lì è nato questo progetto che stiamo portando avanti. Testardo perché, avendo incontrato appunto cinque colleghi, ho voluto metterli di fronte al fatto compiuto. Ho fatto un po’ come si faceva una volta in Sud Italia, ho fatto la fuitina con il progetto e li ho portati davanti al fatto compiuto, il nome del progetto e il progetto stesso sul tavolo. Siamo partiti già con l’incubatore d’impresa del progetto e io ho messo comunque la parola Italia, anche se il dialogo non è mai stato semplice. Perché io ci credo e bisogna seguire questa strada, questa intuizione. Non perché è la mia ma perché quello che devono fare i politici, soprattutto quelli che governano, non è pensare che i progetti siano propri e tali debbano rimanere. Perché altrimenti, quando si cambia, uno dice: “Questo l’ha fatto Arzilli e non lo facciamo più”. Noi dobbiamo condividere il più possibile per cercare di fare in modo che le cose possano avere prospettiva.
E dunque abbiamo creato una normativa sulle startup ad alta tecnologia, partendo da alcuni presupposti. A parte quello fiscale, che se poi è una startup e non guadagna, della fiscalità non è che gli interessi più di tanto. Però, intanto, per cinque anni non pagano le tasse. Abbiamo introdotto alcuni principi: di cosa è fatta una startup ad alta tecnologia? Fondamentalmente di capitale umano. Ma il capitale umano ha bisogno di mettersi in contatto. Io prima ho apprezzato Leo che parla della necessità di condividere. Nel nostro Paese ci sono leggi molto rigide sul lavoro, perché da noi si dice: “Il lavoro lo diamo solo ai nostri concittadini”, ed è giusto, per carità. A quelli che vengono da fuori, li facciamo un po’ patire. Però, in ogni caso, se hai bisogno di un ingegnere nucleare perché devi progettare qualcosa di medicina nucleare, ti facciamo prima verificare se c’è qualcuno all’interno del Paese, dopo di che, fra sette, otto mesi, forse puoi assumerlo. La startup non ha questi tempi. Se lo startupper sanmarinese o italiano ha bisogno magari di crescere, ha bisogno di uno che viene da Boston oppure dal Canada, abbiamo rotto un tabù che era quello di dire: gli automatismi, bene, io sono sicuro che questa norma permetterà a tutti di crescere. Per permettere a tutti di trovare lavoro ai nostri laureati, persone che hanno delle idee che vogliono realizzare, semplicemente lo facciamo aprendoci. Aprendoci è una parola difficilissima da dire in un piccolo Stato che ha combattuto per preservare la sua identità dall’impero romano, dalla chiesa, da Napoleone, dalla guerra, dall’unificazione d’Italia, fino alla seconda guerra mondiale. Ma oggi la parola non è più essere chiusi: se noi non condividiamo, il mondo non lo rendiamo globale, ancora penseremo che siamo ognuno diverso dall’altro e che ognuno dev’essere migliore dall’altro perché siamo diversi. E invece siamo tutti uguali, siamo esseri umani e dobbiamo mettere al centro la nostra persona.
Comunque, io credo che questa sia la strada. E dunque abbiamo introdotto questo principio semplice. Però abbiamo pensato che ci volevano i soldi e a San Marino i soldi, mi spiace dirlo, sono finiti, nel senso che il Paese è in una crisi abbastanza importante. E allora abbiamo detto: bene, chi investe nelle startup? Bisogna dare gli strumenti, può essere il privato cittadino. E abbiamo creato gli strumenti per cui il privato cittadino possa investire in una startup e averne un beneficio fiscale: quando va a pagare le sue tasse detrae dall’investimento nella startup le sue tasse. Abbiamo creato un nuovo modo di ragionare. Stesso discorso sulle banche: potremmo parlare a lungo in termini positivi o negativi, ma alle banche abbiamo creato questo strumento. Se credi in una startup, ti diamo lo strumento per fare in modo che il tuo investimento ti venga restituito fiscalmente. Vuoi fare un fondo di investimento? Benissimo, facciamolo insieme: San Marino, Italia, Israele, Canada, Stati Uniti, dico Stati a caso, tranne l’Italia, ovviamente. Facciamo un fondo di investimento perché si possano creare startup. Non solo, abbiamo introdotto nel nostro Paese le stock option, cioè un modo per cui chi partecipa all’impresa possa dire: io voglio diventare socio di questa impresa e possa entrare nel capitale sociale. In tutto questo mi sono dimenticato di dire una cosa: dare una mano a chi ha delle idee, a chi ha una startup, è anche insegnargli che un’impresa è un’impresa, punto, perché, se facciamo assistenza, rischiamo che questa diventi semplicemente una perdita di denaro e facciamo del male all’imprenditore. Facciamo in modo che sia comunque un’impresa ma agevoliamo nella burocrazia, nella possibilità di reperire risorse, agevoliamo facendola diventare un’impresa che noi portiamo fuori da San Marino. Perché, in fondo, il progetto, sul piano tecnologico, è creare un hub internazionale per la ricerca, un hub internazionale per le startup e metterci in contatto col mondo. Siamo ambiziosi, in questo senso, ci crediamo tantissimo e siamo convinti che lo possiamo fare insieme.
Non mi voglio dilungare spiegandovi i tecnicismi, però siamo convinti che quello che abbiamo fatto darà la possibilità a San Marino e all’Italia di una sinergia, per cui si può anche andare a formarsi all’estero ma poi si può tornare nel proprio Paese, portando la propria esperienza. A Singapore investono il 20% del PIL nella formazione dei giovani ma gli chiedono di tornare, poi magari potranno anche ripartire. Noi a San Marino spendiamo meno dello 0 virgola qualcosa, non so se in Italia sia meglio o peggio, però dobbiamo fare di più. Questo è un ritorno importante per il Paese, per i giovani, per i meno giovani, per le persone che si vogliono mettere in gioco: bisogna dargli risposte. Termino dicendo che abbiamo fatto un bando per incubatore di imprese della Repubblica di San Marino e dell’Italia, in un mese abbiamo chiamato chi voleva partecipare. Senza neanche pubblicizzarlo più di tanto, abbiamo avuto 24 risposte in un mese, 40% sanmarinesi e 40% italiani. Poi sono arrivati un giapponese, un canadese e un rumeno e hanno detto: “Perché non partire da San Marino? Ci sembra un percorso più semplice, l’importante è che ci sia un collegamento”. E’ l’esempio di quello che vogliamo fare ma non dimentichiamo che è una strada in salita! E non dimentichiamo quello che diceva prima Amleto: è importante che davanti a noi abbiamo persone che non sempre capiscono, magari condividono ma con la paura del nuovo: dobbiamo rompere questa barriera, perché non è possibile che di fronte all’innovazione ci siano dubbi. E non è semplice, lo dico da membro di governo, che per convincere il governo ci ha messo tantissimo. Ancora oggi mi criticano perché non ci sono duecento, cinquecento imprese già pronte, però ho costruito un percorso per cui forse altre esperienze potranno nascere. Se tutti globalmente crediamo di più in noi stessi e cominciamo a unirci, partendo dalle esigenze della base, forse avremmo fatto del bene al mondo. Nessuno è piccolo, secondo me, lo dico io che vengo da un piccolo Stato come Santiago: non possiamo più pensare in piccolo se no diventeremo una periferia e rimarremo chiusi in noi stessi, grazie.

SANTIAGO MAZZA:
Grazie per il contributo. Gianluca Dettori, grazie per essere anche quest’anno con noi, è la terza edizione che partecipi. Tu hai un fondo di investimenti che investe nelle startup però vieni un po’ più da lontano, lavori in Internet da oltre vent’anni, dai tempi dell’Olivetti. Anche il mio papà, che è qui presente in sala, ha lavorato in Olivetti. Poi hai portato la tua startup in quotazione e in borsa. Dopo di che, scrivi su diverse testate, nazionali e internazionali, su tutto quello che sta accadendo nel mondo digitale, sei inoltre dentro al progetto Startup Europe, per potenziare e sviluppare le google in Europa. Quindi, hai veramente una visione molto privilegiata di tutto il cambiamento che Internet, in 20 anni di digitale, ha portato. Che prospettive ci sono oggi per l’intero comparto? Che impatto ha quella realtà sulle pmi che non hanno saputo innovare o apportare tecnologia? Raccontaci le prospettive che vedi.

GIANLUCA DETTORI:
Grazie, Santiago. Buongiorno a tutti e grazie di nuovo.
Sì, è il terzo anno e sto diventando un veterano dei tuoi “Caffè”: mi fa piacere perché ritrovo qui al Meeting un bello spirito, un’energia per me importante, facendo il lavoro che faccio. È importante tenermi in contatto con questa energia per mantenere la motivazione. Il mestiere che faccio in realtà è un lavoro tremendo, durissimo, richiede una fortissima determinazione perché si va avanti per dieci anni nella gestione di un fondo: l’attività di investimento in fondo è la cosa più facile, è facile staccare assegni. La cosa difficile è poi farli tornare a casa, quegli assegni, moltiplicati. Credo che oggi si sia visto molto bene come poi la ragione per cui questo mestiere è bello è nel poter lavorare o interagire con gente come Leo, con gente come Mario, con gente come Amleto. Occupandomi di tecnologie da sempre, ho avuto la fortuna di respirare l’Olivetti e quello che l’Olivetti significava e quello che era come azienda: un ambiente molto particolare, anche se io ho vissuto solamente gli ultimi anni, gli anni più duri. Però è rimasto questo senso di azienda che mette al centro le persone e il loro valore. Ovviamente, quando ci sono questi cambi tecnologici, è difficile immaginare come sarà il mondo tra dieci anni. Dopo che abbiamo sentito alcune delle cose che Amleto ci ha raccontato, il fatto che oggi possiamo scaricare la casa sotto forma di file da Internet, andare in un posto con dei pezzi di legno, tornare a casa e con due o tremila euro esserci costruiti un’abitazione, evidentemente possiamo dire che da qui a dieci anni il mondo non sarà più lo stesso. Magari ce ne vorranno venti, di anni, magari ce ne vorranno quindici, ma come sempre diciamo, quando la tecnologia arriva, cambia le carte in tavola. Chiamiamo questo tecnologie di rottura: da un lato, si aprono degli spazi di opportunità per chi vuol fare l’imprenditore, evidentemente. Con scenari di questo tipo, cambierà tutto.
I confini del mondo dei makers ormai sono sempre meno definibili, si va verso la biologia. Ho un amico che ha fondato una startup negli Stati Uniti che stampa organi umani, fegati, vene, e li reimpianta sui pazienti evitando il rigetto, perché usa cellule dei pazienti stessi per costruire gli organi. È assolutamente immaginabile tra dieci, quindici anni, una macchina multifunzione che ti ricostruisce il braccio in tutte le sue componenti, dopo che magari è stato mozzato da una pressa. Ecco, io la mia startup l’ho fondata nel campo della musica digitale. Ho fatto anche il musicista per tanti anni e il fatto che la musica potesse uscire dai confini di un disco e, sotto forma immateriale, circolare sulle reti all’infinito in scala gigantesca, per me ha significato un’opportunità nuova. Non mi capiterà un’altra volta nella vita di poter immaginare un’azienda che da questo cambiamento tragga esistenza e sostentamento: ho lasciato il mio lavoro e ho fatto la startup. Qui siamo di fronte allo stesso scenario, solo che toccherà a tutti noi, perché toccherà le genti con cui viviamo. C’è un elemento in più che mi attrae di questo mondo dell’hardware, di questo rinascimento della manifattura: questo modo di pensare dei makers, il fatto che noi siamo italiani. Per tanti anni, nella tecnologia e anche nella musica, ho sentito sempre di dover combattere contro gli anglosassoni una battaglia più dura degli altri per conquistare la mia credibilità.
All’inizio siamo andati a Londra a parlare di tecnologia e di musica, nel tempio della musica: tenete conto che se Londra non è il tempio della tecnologia però Cambridge è il terzo polo mondiale di innovazione tecnologica al mondo. Non è che ci guardassero con favore, ci guardavano con incredulità: tre italiani che andavano a raccontare agli inglesi il futuro della tecnologia e della musica, un po’ come un pakistano, con tutto il rispetto e l’amore che ho per i miei cari amici pakistani, che va a Milano Moda a spiegare ad Armani come sarà il futuro. Lo guardano un po’ stranito e dicono: “Vabbè, è simpatico questo ragazzo pakistano, però francamente torna in Pakistan”. Per noi, la stessa sensazione. Qua invece, nel mondo degli oggetti, c’è il nostro DNA: infatti come italiani una delle qualità che sicuramente abbiamo è il senso del bello. Tra l’altro, qui c’è una bella mostra che andrò a vedere con Amleto oggi pomeriggio sulla bellezza, perché in fondo l’essenza è questa, noi siamo famosi per la nostra capacità di riconoscere, riprodurre e capire la bellezza e trasmetterla negli oggetti fisici, nel mondo in cui ci vestiamo, nel modo in cui mangiamo. E per questa commistione tra il fisico che diventa digitale e il digitale che diventa fisico, questa relazione che prima non esisteva. Poter prendere dei bit e stamparli, poter prendere degli oggetti fisici e trasformarli in bit e poi ritrasformarli in oggetti fisici, poter prendere un oggetto, poterlo scomporre in un file 3D, rimandarlo sulla rete, poi duplicarlo all’infinito, modificandolo. Stiamo entrando in una specie di collisione astrale: nei prossimi dieci, colliderà, grazie alle reti, l’intelligenza collettiva. Quindi, è naturale pensare che la rivoluzione degli oggetti passi attraverso la rivoluzione del modo di condividere le nostre conoscenze. Perché oggi quante cose possiamo costruire su questo pianeta prima che esploda! Però, se ci pensiamo, abbiamo un’infrastruttura esistente sul pianeta mostruosa, assolutamente inutilizzata che siamo noi, che sono le cose che abbiamo e da qui probabilmente stanno collidendo tutti questi aspetti. La possibilità di ripensare completamente gli oggetti e le loro funzionalità, renderli più utili, più intelligenti, rendere possibile a qualunque giovane che abbia la mente, la voglia e la capacità di ripensare al mondo, di pensare un oggetto e costruirlo dopo due giorni, e dopo metterlo su Internet e renderlo disponibile.
Cosa sta succedendo? Semplicemente che ogni giorno vediamo delle cose assolutamente nuove, innovative, nascere, e il fatto che le vediamo porta ogni giorno avanti, alza ogni giorno l’asticella dell’innovazione, proprio perché questa è condivisa quindi non ha più senso inventare quello che è già stato inventato. E ogni volta la frontiera si sposta. Nelle prossime ere, si accelererà ancora molto di più perché oramai abbiamo scollinato sul digitale, ormai il digitale non è più un’appendice della nostra vita. Immaginate che domani si spengano tutti i server e facciamo che torniamo tutti al fax o alla posta ordinaria. Mentre, quando avevo iniziato con Internet in Olivetti, tanti anni fa, mi ricordo che parlavamo alla gente di questa cosa e nessuno ci prendeva sul serio, nessuno la riteneva una cosa interessante. Andavamo dai giornali, dagli editori e dicevamo: “Guardate che potete anche pubblicare i vostri giornali sulla rete”. Ho fondato lo IAB, che è un’organizzazione per la standardizzazione della pubblicità, un organismo internazionale dove si sono definiti gli standard pubblicitari in maniera da rendere interoperabili le campagne su Internet in tutto il mondo.
Oggi questa cosa è impensabile ma non lo era dieci, quindici anni fa. Alcune delle cose che fa vedere Amleto sembrano frontiere allucinanti ma in realtà sono fatti concreti che stanno succedendo. Ed è immaginabile che con la diffusione che oggi hanno le reti, con il costo a cui queste tecnologie stanno arrivando, con duecento dollari qualunque ragazzino potrà produrre qualunque oggetto, anche utilizzando materiale che esiste sulla rete. La gente non inventa più ex novo le cose, va su Internet e vede se esiste il mammografo. Ci sono per esempio, in questo gruppo di makers toscani, alcuni che sono riusciti a costruire un ecografo medico a bassissimo costo: si fa con pezzi di rottami e in Africa, seguendo le istruzioni on line, chiunque si può costruire un ecografo con quattro pezzi dalla discarica montati assieme con costo irrisorio e andare a fare un’ecografia per salvare la gente. Quell’ecografo oramai è un dato di fatto, da lì in avanti si può solo migliorare. Le fabbriche del futuro saranno fatte di creativi, fondamentalmente. Da questo punto di vista, se c’è una cosa su cui possiamo intervenire noi italiani e sanmarinesi, perché siamo tutti parte dello stesso continente, è che su questo siamo leader al mondo, non pigliamo lezioni da nessuno sul bello, sulla capacità dell’ergonomia, sul design, sulla possibilità di interpretare la nostra vita nell’architettura, di renderla qualcosa di sempre diverso.
E’ come se tutti i nodi stessero venendo al pettine, dopo un brodo primordiale del digitale e di Internet in cui tutti siamo rimasti lì. Infatti, se ci pensiamo, com’è cambiata anche la rete con i social network! All’inizio pensavamo a Internet come tanti computer attaccati insieme, un modo di vedere la rete assolutamente freddo e sbagliato. Internet non è solo tanti computer collegati insieme, sono miliardi di uomini collegati insieme in tempo reale che si parlano, condividono, trasmettono! Pensa oggi al mondo dell’educazione, come andrebbero ricostruite completamente le scuole. Noi abbiamo una cultura sull’educazione, dove immaginiamo di dover incasellare questi bambini dentro una società, mentre invece oggi ci sono gli Amleto che passano da Boston e poi finiscono a Barcellona e poi ritornano a Cava de’ Tirreni, e intanto trasformano il design del territorio. Il crowfunding è un’altra di quelle cose, è la democratizzazione della finanza, tra dieci, quindici anni, le banche non esisteranno più. O almeno non esisteranno più come le pensiamo adesso. Già domani, che Facebook lancerà il conto online, sono terrorizzati, se ne parla da un annetto e mezzo. È un’autentica rivoluzione in cui la finanza diventa democratica, o almeno questa è l’aspettativa, in cui l’imprenditore si può presentare direttamente sul mercato e direttamente ai suoi clienti o ai suoi finanziatori, senza intermediazioni, raccontando se stesso e il business plan. E’ come una specie di quotazione che chiunque può fare sul sito Internet, entro certe regole.
Che cosa cambierà questa roba? Tutto! Non so esattamente dove arriveremo, nessuno lo sa, non ho la palla di cristallo. L’unica cosa che sappiamo è che di fronte a innovazioni di questo tipo il mondo non potrà più tornare indietro. È come quando la diga si rompe, non puoi provare a metterci le mani e a fermare l’acqua, a un certo punto la falla straborda. Da questo punto di vista, forse la ragione per cui mi piace fare questo lavoro in Italia oggi è perché non accetto questa idea della crisi che ci chiude la mente, non ci fa vedere le prospettive. Perché il mondo non è in crisi, il mondo sta esplodendo, l’economia globale sta esplodendo a una velocità pazzesca. Siamo noi che siamo in crisi di prospettiva e quindi il fatto di valorizzare le energie, il valore che c’è, in migliaia di persone come quelle che abbiamo visto oggi, è la cosa più intelligente che possiamo fare per uscire da questa crisi, nel senso di darci delle prospettive nuove, perché il mondo non è fermo, al contrario. E quindi, o la cavalchi questa cosa o verrai schiacciato. Dal mio punto di vista, il maker, questo fenomeno, questo mondo di cui ancora si parla poco, come delle startup sette, otto anni fa, cambierà a breve. Consiglio a tutti, se volete davvero fare una full immersion in questo mondo, il 3, 4 e 5 ottobre a Roma c’è la Maker Faire Europe, seconda edizione. Lo scorso anno sono venute 45mila persone da tutta Europa. Ci saranno duecento makers da tutta Europa selezionati da un team editoriale di eccellenza che faranno vedere i loro progetti più interessanti e faranno provare tutto alla gente con workshop. Se volete fare un bagno di futuro, che vi cambia in un attimo la prospettiva, sono tre giorni ben spesi, questi della Maker Faire di Roma. Aspettiamo 80mila persone quest’anno da tutta Italia e dal resto dell’Europa. Ma di cose come queste ne stanno nascendo a decine in tutte le città italiane: gruppi di giovani che si stanno ritrovando in un garage per creare le proprie fabbriche cittadine a casa propria. È stata una bella idea quella di aprire questo squarcio di futuro qui al Meeting, per far capire come il futuro sia veramente nelle nostre mani!

SANTIAGO MAZZA:
Grazie Gianluca. Grazie a voi per il “Caffè con”. Domani ci ritroviamo qui per un altro Caffè. Grazie per la vostra attenzione. Buona giornata.

Un caffè con..i makers

L'uomo al centro tra imprese e start-up. un caffè con… i makers

Data

25 Agosto 2014

Ora

13:45

Edizione

2014

Luogo

Sala Mimosa B6
Categoria