“L’INCONTRO CON L’ALTRO: GENIO DELLA REPUBBLICA. 1946-2016”: L’ECONOMIA - Meeting di Rimini
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“L’INCONTRO CON L’ALTRO: GENIO DELLA REPUBBLICA. 1946-2016”: L’ECONOMIA

“L’INCONTRO CON L’ALTRO: GENIO DELLA REPUBBLICA. 1946-2016”: L’ECONOMIA

Partecipa Giulio Sapelli, Docente di Storia Economica all’Università degli Studi di Milano. Introduce Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà.

 

GIORGIO VITTADINI:
Allora, siamo al terzo incontro del ciclo dedicato alla storia della Repubblica, connesso alla mostra e per chi non lo sapesse abbiamo lo storico economico della Repubblica, perché nessuno dubita che il libro di Giulio Sapelli che insegna in Statale a Milano, sia il libro di riferimento sulla storia della Repubblica. Per cui, siccome molti visitando la mostra chiedono anche dei riferimenti culturali, io consiglio questo suo libro che è veramente una pietra miliare, come Giulio è una pietra miliare della descrizione della storia economica contemporanea. Per cui sarà veramente una cosa molto interessante e divertente sentirlo raccontare questa terza tappa, la storia economica di questi 70 anni. Quindi, come sempre Giulio, farà la sua lezione e poi ci saranno 4 domande di studenti sul tema. Prego Giulio.

GIULIO SAPELLI:
Innanzitutto grazie per avermi invitato anche quest’anno. E’ sempre un appuntamento che si rinnova, quindi vi ringrazio molto. Naturalmente vorrei tirare le orecchie a Giorgio perché le pietre miliari parlano ogni tanto…

GIORGIO VITTADINI:
Al Meeting anche le pietre parlano! Ci sono i miracoli

GIULIO SAPELLI:
Sono quelle cose che si fanno solo qui al Meeting. E vi ringrazio perché questa mostra è stata molto affascinante, credo sia importante anche per le persone che ci sono. C’è un fil rouge che io cercherò di ripercorrere in questa breve introduzione. Quello che vi dirò, gli amici cari de Il Sussidiario mi hanno costretto poi a scriverlo e a chi vorrà leggere quello che cercherò di dirvi adesso, lo può leggere in forma più distesa su Il Sussidiario di oggi. Naturalmente quando ci si interroga sugli anni della Repubblica e sulla crescita dell’Italia, quello che colpisce e che colpì molto anche la riflessione scientifica del tempo -gli anni ’50-’60, fino agli anni ’70 – è che l’Italia era un paese non first comer, non della prima industrializzazione, ma della seconda industrializzazione, che era arrivato tardi all’industrializzazione e all’avvento di un mercato capitalistico unificato. Nel secondo dopoguerra ha avuto un boom, ha avuto una crescita in alcuni anni superiore anche a quella giapponese. Il Giappone fu la grande scoperta del secondo dopoguerra, come adesso il Giappone è il grande interrogativo perché la sindrome giapponese, il Giappone non cresce da 20 anni, la si chiama stagnazione da deflazione, arrivata anche in Italia. E come il Giappone adesso è oggetto di studio, così come io penso anche noi tra un po’ saremo oggetto di studi non più per l’impetuosa crescita, ma perché saremo il Paese più colpito da questa stagnazione che durerà alcuni decenni, se non si cambia la politica economica. E tutti si interrogavano come mai l’Italia nel secondo dopoguerra avesse avuto uno sviluppo così impetuoso. Io cercherò di sintetizzare le cause che ho chiamato macro impulsi della crescita. Il primo deriva dal tipo di guerra che si è svolta in Europa. I grandi Paesi che erano il cuore dell’industria europea, la Francia e la Germania, hanno avuto il loro potenziale industriale interamente distrutto. Quando arrivano gli americani, il Patto e anche gli inglesi, che devono vendicarsi della battaglia di Inghilterra e dei V2 scagliati su Londra, distruggono completamente il patrimonio industriale franco tedesco e anche olandese, senza contare poi le grandi distruzioni che avvengono nel centro Europa dove, come sapete bene, da un lato arrivavano le truppe alleate, dall’altro arrivavano i russi. L’Italia invece ha avuto una fortuna straordinaria nel disastro della guerra, perché la guerra guerreggiata, la guerra combattuta fronte su fronte si è svolta, si è combattuta laddove non c’era patrimonio industriale, il sud. Al nord, per l’alleanza tacita che si è stretta tra il capitalismo del nord e gli alleati – non dimentichiamo che la presenza degli americani in Italia durante il periodo fascista era fortissima, gli Usa avevano risanato le finanze di Mussolini negli anni ’20, già prima della grande crisi – noi non abbiamo avuto il potenziale industriale danneggiato. I partigiani difendono armi alla mano gli impianti che i tedeschi volevano smantellare e portare in Germania e quindi negli anni ’45-’46-’47-’48, quando arrivano gli aiuti del piano Marshall in Europa, una iniezione immensa di capitali, noi abbiamo la possibilità di elevare la capacità produttiva e di vendere i nostri beni. Avevamo una grande industria siderurgica, avevamo le industrie pubbliche, l’Iri era intervenuta per salvare le nostre grandi industrie di beni strumentali soprattutto, e poi avevamo un capitalismo che io chiamo Manchesteriano, quello che comincia dall’Adriatico, passa dall’Emilia Romagna e va al Nord e si divide in due, va in Lombardia e va in Veneto, quello che ancora oggi fa il 70 % del prodotto interno lordo nazionale, che aveva creato un mercato di esportazione. E’ un mercato estero più evoluto del mercato italiano, un’industria più arretrata di quella franco tedesca, salvo che nella siderurgia e nella chimica, dove già allora eravamo tra i primi al mondo: in fondo Natta vince il premio Nobel negli anni ’60 grazie alle grandi scoperte chimiche che facciamo tra gli anni ’30 e gli anni ’50. E così noi abbiamo una grande crescita. Il secondo macro impulso è la presenza di un’estesa industria pubblica, e soprattutto l’Iri, tutta l’industria pesante e soprattutto la fondazione dell’ENI. La fondazione dell’ENI è evento straordinario, opera di quella meteora straordinaria che fu Mattei, che rompe l’oligopolio internazionale, si allea coi Paesi produttori e li fornisce di gas e di petrolio. Un’industria nascente: piccole e medie imprese non avrebbero trovato energia. Pensate alla vicenda dell’Alcoa. Salviamo o no l’ultima industria di alluminio che abbiamo in Italia, lì in Sardegna? Tutto dipende dal prezzo dell’energia. Il prezzo dell’energia per farlo divenire conveniente, dovremmo fare una legge apposita che dovrebbe consentire all’Alcoa di comprarlo con uno sconto. Questo viene considerato dall’Europa un aiuto di Stato, quindi la Glencore, la grande multinazionale australiana o svizzera, ha deciso che non si comperava l’Alcoa. Allora invece avevamo Mattei che aveva un grande potere negoziale. Sfatando anche molte stupidaggini che si dicono adesso sul rapporto tra economia e politica, che la politica deve essere divisa dall’economia, tutte stronzate, tutte stupidaggini assurde, è sempre questione di qualità di uomini. Mattei allora era il capo dell’Eni, era Parlamentare, aveva fatto il partigiano combattente, fonda addirittura una corrente della Democrazia Cristiana, la sinistra di base, ma non mi pare che l’Eni fosse gestita male, ci fosse corruzione, era solo Montanelli che se lo inventava perché doveva pagare il prezzo del salario che gli pagava Cazzaniga della Esso. Quindi grande macro impulso, presenza di un’industria pubblica, e terzo grande impulso, un sistema bancario diffuso, territoriale: Casse di Risparmio, Banche Cooperative, Banche Popolari, che faceva denaro con la marginalità che deriva dal credito alle imprese, meccanismo sano che già allora faceva rilevare alcuni scricchiolii perché, naturalmente, in questo meccanismo sano, l’Iri si era portato dietro anche la creazione di una banca speciale, Mediobanca, per dare il credito a medio-lungo termine, soprattutto ai grandi gruppi industriali. Era un patto strano, che cos’era? Era ancora ciò che rimaneva del vecchio mondo che aveva creato l’industria pubblica in Italia, prima della seconda guerra mondiale, cioè il mondo legato a Francesco Saverio Nitti, un grande personaggio, un grande studioso, un grande uomo, anche un grande antifascista, legato alla massoneria di rito scozzese, che domina l’industria pubblica, domina Banca Italia. Stringher e Beneduce erano appunto dei grandi massoni, gli unici massoni che Mussolini non caccia dall’Italia, non li perseguita quando vuole liberarsi di loro, che l’avevano portato al potere. Il 90% dei sansepolcristi erano iscritti a delle logge di rito scozzese. Naturalmente il testimone dell’intervento pubblico in economia dopo la crisi del ’29, da chi viene assunto? Viene assunto dal mondo cattolico. Personaggi straordinari, poco studiati anche nel mondo cattolico, sono Paronetto, grande teorico dell’Iri che muore mentre scrive le tesi di Camaldoli nel 1942; Felice Balbo, a cui io ancora oggi mi ispiro per tante cose nella mia ricerca e anche nella mia morale di vita per quanto posso; e altri meno intelligenti ma più famosi, che sono più noti, come Pasquale Saraceno, poi altre grandi stelle polari come Giorgio Ceriani Sebregondi. E questi cosa fanno? Questi continuano quello che aveva cominciato prima il pensiero laico e il mondo cattolico. Il mondo cattolico sociale si fa interprete della cosiddetta rivoluzione keynesiana in Italia. Mediobanca è ciò che rimane invece del vecchio mondo, che non a caso è stato marginalizzato in questa grande divisione del potere, che c’è in economia così come c’è in politica. Essa gestisce e amministra i rapporti coi grandi gruppi, le grandi famiglie del capitalismo privato, quelle stesse che avevano stretto accordi con il capitalismo angloamericano durante la seconda guerra mondiale. Le prime contraddizioni dello sviluppo verranno fuori da questo capitalismo che si interessa solo dell’oligopolio, che privatizza i profitti e socializza le perdite. Ma poi c’è un altro macro impulso, quello della presenza delle piccole medie imprese. Sono state scientificamente scoperte in questi ultimi 30 anni ma chi sa la storia dell’Italia, sa che sono una cosa comincia dal ’700, e poi comincia nell’Adriatico naturalmente, per i rapporti che abbiamo con il mondo slavo e soprattutto anche con il mondo del Nord Africa etc. Quindi una crescita che dura ininterrottamente comincia a rompersi un po’ alla metà degli anni ’60, quando la prima grande congiuntura fa vedere le prime contraddizioni. Questa crescita si fondava anche su una questione che diventerà dirimente poi dopo, che era l’offerta illimitata di forza lavoro dal sud al nord. Questa crescita impetuosa non riesce a risolvere la frattura territoriale nord e sud, che è dura da sempre in Italia, che aveva prima anche una sua configurazione geografica. Infatti prima dell’unità, c’era un Regno delle due Sicilie, c’era il Regno Pontificio, lì era anche una diversità dei modelli di crescita. Ora, questa offerta illimitata di forza lavoro ha in sé una contraddizione, perché offre salari bassi, eserciti industriali di riserva, consente a questo sviluppo capitalistico del nord così positivo di non educare l’industria con una politica di alti salari, se non nelle grandi imprese. Da questa cosa cominciano a venire fuori le prime contraddizioni. La prima contraddizione nasce sul fronte del lavoro, perché nel 1968, il cosiddetto autunno caldo, da un lato vediamo i figli della borghesia che rinnegano i loro padri e la grande borghesia industriale, quella che controlla anche l’industria culturale, che si arrende, non fa una battaglia ideale. Questo è importante dirlo qui perché opporsi al dilagare di questa idea che inneggiava alla violenza è anche la nascita di Gioventù Studentesca e di CL poi, voglio dire, don Giussani nasce lì, non nasce altrove. Il ’68, però, ha degli effetti devastanti anche sul movimento sindacale, perché il movimento sindacale viene travolto da una serie di lotte anarco – sindacaliste, fondamentalmente, che non tengono conto del rapporto tra produttività e andamento dei salari. Qui si fa un grande errore e lo fanno assieme la Confindustria e i partiti politici, diciamo tutti i partiti politici, meno la destra di tipo fascista, cioè si cerca di risolvere la cosa inventandosi una gestione statalistica delle relazioni industrial. Si fa lo statuto dei diritti dei lavoratori che è un grandissimo errore, perché si consegna allo Stato il rapporto tra le parti sociali. Si divide l’industria in industria di serie A e di serie B, quella sopra i quindici dipendenti e quella sotto. I lavoratori che stanno nelle piccole industrie non hanno difese, non hanno la cassa integrazione e tutte queste cose, e quindi si crea un dualismo terribile che spacca in due. Aggiungete che nel ’75, gli Agnelli ereditano la Fiat di Valletta, questa grande fortuna e cominciano a disperdere: il primo atto che rivela la loro incapacità di avere una visione nazionale è il 1975, quando fanno l’accordo sulla scala mobile, il punto unico della scala mobile. Unificano quello che il sindacato cercava di difendere, poi anche il sindacato smetterà, perché questo egualitarismo scatena una tempesta inflazionistica nel nostro Paese. La classe dominante confindustriale si rivela incapace di comprendere i pericoli che vengono dalla inflazione. Nella metà degli anni ’70 si rivela incapace, colpevolmente incapace, di capire i pericoli che vengono dall’alta inflazione, che negli anni ’80 corrode i salari, corrode le pensioni e diventa un grosso problema in Italia. Quindi diciamo che negli anni ’80 si rompe il ciclo virtuoso. E cominciano gli anni delle contraddizioni e della crisi. Naturalmente tutte queste che erano situazioni che avrebbero potuto essere risolte mantenendo la sovranità monetaria e la sovranità sulla politica economica, diventano poi delle pesanti palle al piede quando invece accettiamo di essere espropriati della sovranità monetaria, espropriati della sovranità di deviazione della politica economica, entrando nell’euro e accettando la costruzione non più della comunità europea, me del mercato unico gestito tecnocraticamente in un modo tutto diverso da quello che speravano che fosse i tre antifascisti che nel 1942 scrivono il Manifesto di Ventotene, su cui in questi giorni si sono dette delle orribili stupidità e si sono fatte delle grandi dimostrazioni di ignoranza. Il Manifesto di Ventotene è tutto diverso dall’Europa che abbiamo costruito. Spinelli, Rossi e Colorni, che non era prigioniero a Ventotene, ma era aiutato dalla moglie Ursula Irschman, che era la sorella di un grande economista, Alfred Irschman, che oggi i giovani non studiano più e invece dovrebbero rileggere, pensavano di costruire un’Europa che fosse il frutto di un grande nuovo partito, il partito federalista, che creasse in primo luogo un Parlamento europeo, una sovranità politica europea, dal cui Parlamento doveva dipendere la politica estera e la politica economica di tutta l’Europa. Quindi un disegno utopistico, una prospettiva socialista di creare un’unità europea totalmente diversa dall’idea liberale che Luigi Einaudi nel ’19 aveva descritto, cioè un’Europa gestita da una democrazia. Il Manifesto di Ventotene delineava un’Europa gestita da una sovranità politica, un’unità politica, uno stato europeo, dopo sarebbe venuto la moneta. Questi tre avevano letto tutti Shumpeter, che chiaramente scriveva nei suoi libri che uno dei fondamenti della sovranità è la statuarietà monetaria. Non è mai esistita una moneta senza Stato. Naturalmente questo nodo, cioè questa rigidità dei tassi di cambio, per via monetaria, per via di moneta unica, che unisce Paesi con così tanta differenza di produttività di lavoro, viene mascherata perché come loro sanno, gli anni ’90 sono gli anni di una grande rivoluzione tecnologica che trascina l’economia fino al 2000, in una crescita ininterrotta, soprattutto dell’economia Nord Americana. Non si era mai visto che un’economia o un Paese crescesse ininterrottamente per quindici anni. Oggi solo l’Australia continua così, continua a crescere da ventiquattro anni. Ma perché? Perché è un Paese di comodities, cioè di beni strumentali, di materie prime, che esportano verso un gigante che ha una bassissima produttività di lavoro ma ha un’alta intensità demografica, che è la Cina. Il prodotto interno lordo cinese è pari a quello Giapponese, naturalmente la gente che non sa leggere neanche i dati statistici si dimentica che quello Giapponese viene raggiunto con duecento milioni di persone e gli altri invece per fare lo stesso PIL devono metterci un miliardo e seicento milioni di uomini. Questo per far capire come la Cina sia un gigante con i piedi di argilla, che vive solo per la sua potenza demografica, non certo per la potenza industriale. Bene, noi cominciamo quindi a perdere il fattore compulsivo, i quattro macroimpulsi non ci sono più, perché i monopoli progressivi e gli oligopoli progressivi non ci sono più, perché arriva una grande ondata imposta da questo dall’Europa che sono le privatizzazioni senza liberalizzazioni, quelle che io chiamo le privatizzazioni prodiste, che hanno avuto il loro punto di riferimento in Italia con Romano Prodi, cioè privatizzare prima non liberalizzando, privatizzare vendendo agli amici degli amici e possibilmente distruggendo le industrie, distruggendo le imprese, come abbiamo fatto con la nostra siderurgia. Guardate Bagnoli, eravamo il Paese che venivano a studiare dal Giappone, dalla Corea del Sud, perché eravamo quelli più bravi nella siderurgia. Chiunque ha un po’ di conoscenze ingegneristiche sa che la siderurgia più importante, che fa gli acciai piani e gli acciai più forti non è quella da forno elettrico. Adesso è rimasta solo la siderurgia da forno elettrico, quella a ciclo integrale non ce l’abbiamo più, l’unica cosa che abbiamo è l’ILVA, che forniva il 70% degli acciai piani all’industria metallurgica e metalmeccanica Italiana e che adesso lentamente, soprattutto con l’intervento della magistratura negli affari dell’economia, invadenza incompetente, sta andando in crisi. Quindi cominciamo a perdere questo macro impulso perché le privatizzazioni non si fanno come pensava il professor Giuseppe Guarino, di cui io ho l’onore di aver fatto il consulente in quegli anni, in cui siamo stati sconfitti, perché si pensava di privatizzare mantenendo intatti grandi gruppi, le potenze industriali. Invece, abbiamo fatto le privatizzazioni a spezzatino, modello reganiano, favorendo la valutazione e la sovra valutazione finanziaria, ma distruggendo i grandi gruppi industriali. Oggi viviamo ancora di quello che è rimasto da quegli anni della privatizzazione, di cui un carissimo amico, Gianluigi Cavoldi, in un libro ha chiamato “il grande bottino”. E’ un po’ il modello argentino. L’Argentina aveva, prima di Menem e dei signori Kirchner, il più grande parco ferroviario del mondo, perché la carne si esporta con i treni frigoriferi e adesso l’argentina non ha più un km di strada ferrata. Il ferro barile è stato privatizzato per distruggerlo, per far sì che la carne, la portino alla costa con i camion. Altro che Green Economy, non a caso l’Argentina adesso è stata superata nella produzione e nell’esportazione di carne dall’ Uruguay, andate a vedere la carta geografica, capite subito che disastri si possono fare. Quindi privatizzazioni dissennate e soprattutto, perché occultato dalla grande crisi, viene meno l’altro grande impulso, che era la possibilità di avere un’intersezione positiva tra l’industria e l’erogazione creditizia, il credito. Perché? Perché c’è la grande trasformazione della finanza. Chi vuole capire cos’è successo in un libro agradable, che si legge con piacere, legga le memorie del Governatore della Banca Centrale Inglese, prima di Lord Carney, che adesso è l’attuale governatore. Questo libro si intitola significativamente La fine dell’alchimia. Qual è l’alchimia? È il fatto che via via le banche, anche le banche italiane, si sono trasformate da banche che facevano marginalità, come dicevo prima, fornendo credito all’industria e alle famiglie, in supermercati che vendono prodotti finanziari e derivati, molto spesso condizionando l’imprenditore che ha bisogno di credito all’acquisto di questi derivati, che generalmente si rivelano strumenti molto pericolosi. Quindi diciamo che la nostra industria, l’industria manifatturiera, si vede privata di una grande retroterra che è l’offerta di credito e naturalmente anche qui, il rapporto tra moneta, industria, credito viene sottratto dall’autorità nazionale. Le banche centrali dei singoli Paesi europei adesso hanno compiti divisi, che poi non riescono neanche a svolgere come dovrebbero, un po’ per il crollo della loro struttura, poi perché non hanno tutte le informazioni che sono detenute da banche come la BCE, che fa una politica naturalmente di espansione monetaria, ma centralizzata. Sembra di ritornare un po’ al modello sovietico, dove si pensa di poter governare l’offerta di credito centralmente in un continente di quasi quattrocento milioni di persone: è un’utopia democratica che ha avuto solo lo stalinismo e che oggi ha di nuovo la democrazia europea. Naturalmente, questa cosa ha frenato enormemente la crescita della nostra economia su cui poi si è abbattuta la crisi della fine della grande crescita, della così detta new economy. L’economia Americana si è fermata e ricordatevi bene, l’economia mondiale dipende dall’economia degli Stati Uniti. Non c’è nessun multipolarismo. Non so se vi ricordate che c’è stato un periodo, tre o quattro anni fa, che c’erano degli economisti americani, dei paesi emergenti, che in Italia avevano i loro seguaci nella scuola di economia più Inferno del mondo, che è la Bocconi, che è un’università che andrebbe sciolta, dal punto di vista scientifico. C’è un rapporto direttamente proporzionale tra il numero di laureati della Bocconi e il processo di decrescita economica del nostro Paese. Credo che sicuramente si troverà un’equazione che lo farà risaltare. Poi per carità, ci sono tante bravissime persone che vanno alla Bocconi e forse ci sono anche delle brave persone tra i professori. Ma diciamo che è un’università che spinge gli studenti a vedere il loro nemico nel loro compagno e non mi pare che sia un buon processo educativo, almeno non in quello in cui noi dobbiamo credere, come cattolici ma, va beh, sono fatti loro.
Che cosa capita lì? Capita appunto che c’era chi pensava che l’economia mondiale potesse crescere anche senza gli Stati Uniti, la teoria del Di Capri, ormai cresciamo perché c’è il BRICS – Brasil, Russia, India, China, South Africa. Benissimo, questi sono cresciuti ma adesso si sono fermati e sono Paesi con diverse produttività del lavoro, che per crescere hanno bisogno di una continua crescita demografica. Adesso la crescita demografica si è fermata anche in Cina, la politica del figlio unico comincia a mostrare i conti, in Cina abbiamo 4 uomini per ogni donna, un problema sociale ma anche un problema produttivo; il Brasile si è fermato, il Brasile l’hanno anche fermato perché si sono inventati la stessa cosa che si sono inventati da noi per fermare l’Italia degli anni ’90, l’accusa di corruzione indiscriminata. La Presidentessa, Dilma Rousseff, è stata costretta all’impeachment, a dimettersi da Presidente senza che ci sia stato un solo giudice che l’abbia convocata per render conto di alcuni reati, mentre tutti quelli che le hanno dato l’impeachment sono gente pluricondannata, pluri-indagata.
Comunque oggi basta leggere i giornali che si occupano di economia, sono quasi tutti stranieri purtroppo, e vediamo che l’economia mondiale continua a tirare perché gli Stati Uniti tirano, e perché gli Stati Uniti hanno fatto una politica contraria alla politica di deflazione, di deliberalizzazione spinta e di austerità e di bassi salari, come quella che sta facendo l’Europa sotto la guida, purtroppo, della Germania, che non è una guida complottistica, ma 80 milioni di tedeschi nel cuore dell’Europa sono sempre stati un problema per l’Europa. Quel Paese esprime una produttività del lavoro, una capacità gerarchica, una disciplina lavorativa e soprattutto un’intersezione nell’economia mondiale con un surplus commerciale del 40% del Pil rivolto all’esportazione, che è insostenibile in un sistema a cambi fissi. Di qui la disgregazione a cui noi andiamo incontro della crescita economica. Oggi cosa sta capitando? La Germania sta imponendo all’Europa un governo tecnocratico fondato sull’ordoliberalismo, che è una teoria economica nata a fin di bene, perché per gli antinazisti Hitler era Keynes. Hitler come conquista il potere? Con un aumento della spesa pubblica, come ha fatto Mussolini in Italia. Aumentando la pletora degli impiegati pubblici. Lui lo ha fatto con le armi, con la Vehrmacht, con le SA. I tedeschi sono stati terrorizzati dall’inflazione, e cosa hanno detto? Bisogna scrivere nella Costituzione europea ordoliberalismo: che non ci deve essere debito pubblico, e si capisce perché, ma soprattutto che ci deve essere il principio di non aiuti di stato, della privatizzazione e del liberalismo dispiegato. Capite molto bene che scriverlo in una Costituzione è un atto illiberale, perché una Costituzione non può decidere qual è il regime economico di un popolo. Benedetto Croce ce lo insegnava: l’unità dei distinti. Croce non si legge più adesso, poiché non è più di moda. Ma Croce ci diceva c’è differenza tra liberismo in economia e liberalismo in politica. Liberalismo ammette che in un Paese, i popoli scelgano loro qual è la forma di politica economica vincente. Naturalmente questo non viene fatto. Credo che l’Europa sarà ricordata nella storia millenaria perché non è mai accaduto che ci siano delle classi politiche ed economiche che abbiano accettato di scrivere all’unanimità nella Costituzione una politica economica. Il divieto di non superare il 60% del debito pubblico e il divieto di superare il 3% nel deficit statale. Se leggete uno dei più begl’ articoli su questo che è stato scritto da Pierluigi Pasinetti, grande economista dell’Università Cattolica di Milano, più volte candidato al Nobel, spiega molto bene perché questo ci avrebbe portato alla rovina.
Quindi noi stiamo entrando in una deflazione, bassi salari, bassi consumi, il ciclo dell’economia mondiale sta scendendo, i brics non ti chiedono più, gli americani ritirano da soli, non hanno più la forza di ritirare per tutti. E quindi alcuni economisti come Lawrence Summers, hanno tirato fuori le tesi di un grande economista degli anni trenta, Alvin Hansen, che scrisse un grande libro nel ’39 dove parlava di una grande deflazione secolare. Entriamo nella deflazione, la sindrome Giapponese. Guardate che oggi c’è la crisi, c’è la disoccupazione, ma i depositi bancari sono aumentati. Cosa terribile questa. Vuol dire che la gente non spende, ha paura del futuro; non spende perché i prezzi scendono e quindi dice: “Beh la potrò comprare il giorno dopo”. Gli imprenditori non investono, perché nella caduta tendenziale dei prezzi non raggiungono un tasso di profitto necessario. Alcuni che vanno all’estero con l’esportazione riescono a guadagnare, ma anche li la situazione diventa difficile. Quindi bisogna che ci rimettiamo in pista e che rifondiamo una politica economica diversa e che correggiamo l’Europa. Adesso non è il caso di fare scandalismo etc. Prima di pensare di tornare alla sovranità monetaria, vediamo se si può aggiustare la cosa riformando i Trattati, ridando sovranità nella politica economica ai singoli Paesi secondo il modello Nordamericano: una sola moneta ma sovranità nella politica economica. Questa è la nostra battaglia, che deve essere fatta con la ragionevolezza che come siamo cresciuti, allora possiamo di nuovo tornare alla crescita. Cosa ci conforta, come io ho scritto in questo articolo per il Sussidiario? Beh il vecchio Péguy, la speranza: uno non perde la fede che possiamo tornarci perché pensa al fatto che l’artigiano va al lavoro tutte le mattine, il postino consegna la posta tutte le mattine, l’operaio sente la sirena ed entra in fabbrica, il manager non so bene che cosa faccia ma farà qualcosa anche lui, il professore continua ad andare a insegnare, la maestra di scuola, anche se ha sessantacinque anni perché la legge Fornero ti impegna a sessantasette anni a spaccarti la schiena con dei bambini, continua ad andarci. Questa è la speranza. Però può darsi che tra un po’ diventi un po’ poco.

GIORGIO VITTADINI:
Invito chi deve fare le domande a farle, dicendo il proprio nome e cosa fa. Le facciamo tutte insieme così poi Giulio può rispondere.

DOMANDA:
Buonasera, sono Luigi e faccio Scienze Politiche, ho finito il primo anno in Statale a Milano. Uno dei motori della ripresa economica nel secondo dopoguerra fu lo Stato Imprenditore, oggi stiamo ancora vivendo un momento di crisi economica. Che ruolo può giocare lo Stato in un momento in cui, a differenza del secondo dopoguerra dove vi erano molti finanziamenti e prestiti da tutto il mondo, siamo soggetti alle restrizioni dovute ai vincoli comunitari e ad un’eccessiva spesa pubblica?

DOMANDA:
Buonasera, sono Mauro, studio storia in Università Statale di Milano, sono stato suo allievo. La mia domanda è: lei come primo macro impulso ha citato il ruolo che hanno avuto le piccole-medie imprese. Io vorrei chiederle, in una situazione in cui la grande impresa sta venendo meno e l’economia è sempre più globalizzata, questa globalizzazione può essere un’occasione per la piccola-media impresa italiana, o è destinata a perdere del tutto la sua forza? Grazie.

DOMANDA:
Buonasera, sono Giorgio e studio Scienze Politiche in Statale. Mi ha colpito particolarmente quando parlava dell’importanza del dialogo tra la politica e l’economia e volevo chiederle che forma può assumere oggi un connubio tra queste due dimensioni che dia un contributo positivo a questa crisi. Come anche la politica può servire l’economia in questo momento storico? Grazie.

DOMANDA:
Buonasera, la ringrazio per il suo intervento. Io sono Marco e studio economia in magistrale all’Università degli studi di Milano. Con alcuni compagni di studio quest’anno condividevamo il disagio dello studio dei modelli economici così come ci vengono presentati in Università. Sentendola parlare mi chiedevo: cos’è che permette, invece, una riflessione così acuta e intelligente come quella che lei ci ha esposto poco fa? La ringrazio.

GIULIO SAPELLI:
Cominciamo a svolgere queste domande, però c’è un fil rouge naturalmente. Comincio da quella sulla piccola-media impresa.
Naturalmente tutti noi sappiamo molto bene che la tesi prevalente è che la piccola impresa non abbia significato, anzi che sia un peso e sia destinata a scomparire. Bankitalia per esempio non ne fa mistero e continua a pubblicare studi su questo. Si sono fatte anche proposte di legge su questa cosa, dove si tenta di far crescere la piccola-media impresa. Ad esempio la tesi più diffusa è che la piccola impresa non può crescere e la media impresa, non solo non può crescere ma anch’essa non può raggiungere i livelli della competizione globale, soprattutto perché non si quota in borsa. Qui bisogna dire una cosa. Innanzitutto c’è una questione storica: le piccole imprese, le piccole-medie imprese sono sempre esistite in tutto lo sviluppo capitalistico. Il fatto che non si conosca questo è che c’è un’ignoranza profonda. Vengo anche un po’ all’ultima domanda. E’ chiaro che i ragazzi non amano l’economia e non imparano l’economia, perché le facoltà di economia hanno via via tolto l’insegnamento di storia economica e di storia del pensiero economico. Voglio dire, l’economia è una scienza sociale, non è una derivazione dell’economia matematica. La matematica è un dorso, uno strumento, ma non può ridursi a una tecnica di portafoglio governata da una simulazione matematica. Ma torniamo a prima. Le piccole-medie imprese ci sono sempre state. Perché? La grande teorica dello sviluppo delle imprese, Edith Penrose, ha scritto un capolavoro che si chiama The theory of the growth of the firm, una teoria dello sviluppo dell’impresa. Cosa dice la Penrose? Quando c’è la crescita e soprattutto quando l’accumulazione capitalistica si allargherà al mondo, la grande impresa da sola non potrà mai cogliere da sola tutte le occasioni di sviluppo e di crescita. Perché? Perché la grande impresa entra nella carne non nei pori dello sviluppo capitalistico. La piccola impresa risponde all’imperfezione dei mercati e raccoglie e sviluppa, soprattutto dal punto di vista dell’economia industriale, quelle produzioni interstiziali nelle grandi produzioni di beni di massa. Quello che capita poi con la tecnologia, con internet ce lo ha dimostrato. Le grandi piattaforme nascono come piccole imprese. E non solo… continuano a nascerne continuamente di piccole, che rimangono piccole ma sono molto redditizie. Il problema di fondo è che il pensiero mainstream, il pensiero neoclassico, non ha una teoria dell’impresa e non può averla perché l’impresa è la negazione del mercato L’impresa è mettere sotto il principio di gerarchia la produzione di beni e del governo delle persone che, se fosse solo un mercato perfetto, non avrei bisogno di chiudere nei confini di un’impresa. Quindi la piccola media impresa è in tutto il mondo. La maggioranza dell’industria tessile americana è attorno a Philadelphia, dove ci sono un sacco di piccole medie imprese. Obama ha fatto una legge apposta per le small business così come ha fatto una legge apposta e ha messo nel direttivo della Federal reserve un rappresentante delle cooperative union, cioè delle banche cooperative Americane, quindi un posto per le piccole medie imprese ci sarà sempre. La tecnologia consente loro di abbassare i costi di transazione di tempo e spazio e fare cose anche da piccoli che un tempo facevano solo le grandi imprese. Io sono nato nella grande impresa, ho lavorato sempre tra università e grande industria, ma quindici anni fa mi sono innamorato delle piccole imprese. Ho scritto anche un libro Elogio della piccola impresa. Quando l’ho scritto, hanno detto “ma come, tu che sei sempre stato in grandi gruppi, Eni, Olivetti di una volta e ora…”. Sì perché nell’economia c’è posto per tutti. C’è posto anche per lo Stato imprenditore. Non ci sono grandi sviluppi economici senza stato imprenditore. Molti di voi hanno ancora, e mi fa piacere, il “dono divino della giovinezza”, come diceva Goethe. Quindi non ricordano come ricordano le persone della mia età, che venticinque anni fa si parlava delle tigri asiatiche, Singapore, Birmania, che erano tutte economie pianificate. Comunque noi oggi, con queste leggi europee che sono assurde, non possiamo ricreare impresa pubblica. Pensate alla necessità per le piccole medie imprese di avere la banda larga, non c’è nessuna impresa privata che voglia assumersi l’onere. Il governo fa ridere. Questo ci fa capire che cosa non deve fare la politica in economia: deve scegliere le persone giuste, non lavorare con gli amici degli amici. Ma, scusa, abbiamo Telecom che è la più grande, prima della privatizzazione, era una delle più grandi imprese di telecomunicazione al mondo, ma chi è che deve fare la banda larga? Sarà quella che è stata la compagnia di bandiera per anni. Cosa fece Clinton che fu quello che sregolò l’economia mondiale con quell’infame di Tony Blair, che hanno distrutto l’industria bancaria e hanno inverato questa finanza divoratrice. Clinton fece un investimento statale per la creazione delle così dette autostrade informatiche, che altro non erano che la banda larga. Quindi, anche qui, bisogna essere pragmatici, non ideologici. C’è bisogno del privato, c’è bisogno dello Stato. Qual è l’economia che funziona meglio? L’economia con una biodiversità. C’è scritto anche nella Caritas in veritate, un documento importantissimo di economia che non legge nessuno. Lì Ratzinger, Benedetto XVI, parla chiaramente di poligamia delle forme dello scambio, impresa cooperativa, impresa statale, impresa privata: c’è bisogno di tutto, grande, piccolo, statale e non statale. Naturalmente questo richiama il grande problema del rapporto dell’economia con la politica. Anche qui c’è bisogno di buona politica. Ripensavo al caso di Mattei. Era un grande politico, che è stato il capo della lotta partigiana, che il 25 aprile sfila a Milano con il generale Cadorna, con Luigi Longo, Parri. Rappresenta la democrazia cristiana e questo poi diventa il capo dell’Eni. Il problema è la buona politica. Quello che noi abbiamo fatto in questi anni, è che abbiamo cercato di risolvere un problema morale con il moralismo, per cui tutti i politici fanno del male. Noi vediamo che il rapporto politica – economia c’è nei Paesi più evoluti e più civilizzati. Quindi diciamo che c’è bisogno di buona politica, come c’è bisogno di economia. È un fatto morale non istituzionale, un fatto morale fatto di stoffa e dì creazione della spina dorsale della classe dirigente. Vengo all’ultima domanda: per fare questo bisogna formare le persone in modo acconcio. Certo che se tu mi fai una riforma universitaria dove c’è il tre più due, con laureati di serie A e di serie B, va beh allora. Abbiamo distrutto le università, se poi riduci l’università ad un esamificio. Se distruggi l’istruzione tecnica professionale, se la lasci vincere alle mamme per cui tutti devono fare l’università, per cui chi fa il perito è un essere di serie B, chiaramente un’economia non può funzionare bene. Ciò che fa la forza, la produttività, è il capitale umano. Il capitale umano cos’è? È un operaio che è assunto a tempo indeterminato, e non quella schifezza che abbiamo adesso, ritorno alla neoschiavitù con i contratti a termine o che durano sei mesi. Quella è una vera schifezza! Speriamo che con il Jobs act ci abbiamo messo una pezza, ma bisogna che gli imprenditori ritornino ad assumere persone dando loro fiducia a tempo indeterminato, non perché gli danno un sussidio. Ecco, questo è il capitalismo, soprattutto l’istruzione tecnica e professionale unita ad una buona formazione umanistica. Quindi c’è da fare, però devo dire che non è persa, non è persa la partita. Naturalmente come possiamo vincerla? Dobbiamo ricreare di nuovo un legame tra le generazioni, tra vecchi e giovani, tra tecnici ed umanisti, tra filosofia ed economia. Quindi facciamo l’istituto tecnico o l’università se abbiamo voglia di farla, se abbiamo la vocazione, ma la domenica ogni tanto leggiamo Platone. Grazie!

GIORGIO VITTADINI:
Io traggo tre conclusioni. La prima è diffidiamo delle ideologie. Qui al Meeting è comune, ma diffidiamo delle ideologie. L’economia è oggi uno dei luoghi dove comandano ancora le ideologie, in politica sono crollate con l’89. In economia le ideologie contano ancor perché la crisi finanziaria non ha per niente modificato il modo di pensare. In fin dei conti si ha ancora l’idea che l’egoismo del singolo, attraverso la mano invisibile, porti un benessere collettivo, che se fosse detto da qualcun altro sarebbe preso come una fiaba di Grimm, oppure come un motivo per un ricovero negli ex manicomi che non ci sono più. Si diffida delle ideologie in un modo che Giulio ci insegna. Diciamolo in termini scientifici: una legge economica, come una legge scientifica, crolla quando c’è un controesempio dove non vale. Perché una legge, per definizione, deve essere universale, valere sempre. Se c’è un caso in cui non vale, vuol dire che non vale, non è una legge, è un’ideologia. Allora noi dobbiamo divertirci a trovare contro esempi, cioè le testimonianze, i fatti che dimostrano che non è vero. Da questo punto di vista entriamo nel merito di come io riassumo la storia economica dell’Italia del dopoguerra, della Repubblica raccontata da Giulio. È una storia dove sta il “tu”, è una storia di dialogo. L’ideologia imperante invece si compiace di antinomie: sì alla grande impresa, no alla piccola impresa, sì al manager Mckinsey, no alla persona che si forma sul campo. O uno o l’altro, invece è strano che questo sviluppo che ha portato l’Italia a essere uno dei più grandi Paesi industriali è perché Mattei va da Mattioli e gli dice : finanziami l’Eni, e questo senza avere bisogno di Basilea 2, 3, 4, lo fa perché si fida. O come ho letto ultimamente, Enzo Ferrari che racconta “io sono partito perché un direttore di banca si è fidato”, rompe l’idea che ci sia la banca e l’impresa. C’è un rapporto all’origine di fiducia tale per cui io mi fido, mi prendo la responsabilità. Ad un certo punto si è rotto questo fatto, si è rotto un fatto umano, si è rotta l’idea che l’economia ha un soggetto. Papa Francesco e prima Ratzinger l’hanno ripetuto all’infinito, ma bisognerebbe ripeterlo ancora. Quindi la seconda questione ci dice è che l’io e il tu sono al centro dell’economia, e tutta la modellistica non è che sia da buttar via ma è da usare perché ha dietro un soggetto e delle variabili e delle ipotesi che sono valide. Terza questione sull’oggi: il problema fondamentale, secondo me, che viene fuori da questa mostra, è l’idea che va bene il credito, vanno bene i piani quinquennali, ma il vero problema è che venuto meno in Italia il genio, quello dell’ultima parte della mostra, il genio che genera, che fa la Moka, come Bialetti, che inventa l’ovetto Kinder, come Ferrero, che ti fa la collezione di Benetton, che ti fa le macchine utensili. Se viene meno questo, tu puoi fare tutti i modelli e avere tutti i manager, ma non c’è quello che crea il valore aggiunto. Questo io si fa con dei tu, l’altro è una risorsa, perché l’io che fa così è un io che ascolta, che si mette insieme, che genera. Un grande economista, Heckman, premio Nobel, ha portato alla ribalta, non ancora in Italia, dopo i cognitive skills, quelli che si misurano con i quiz, i non-cognitive skills o il carattere, che cos’è il carattere? Il carattere sono gli aspetti della personalità, aspetti che prima erano considerati aspetti dell’etica dell’economia, del commercio, della responsabilità sociale, cose codificate dall’American Society of Psychology, che sono ad esempio la capacità di ascoltare dalla realtà, l’estroversione, la responsabilità, la capacità di cooperare con gli altri, l’attitudine ad imparare dal nuovo. Questi aspetti, lui ha dimostrato essere fondamentali nello sviluppo. Ma allora, se è così, vuol dire che questo io e questo tu, questo carattere, quelle che noi consideriamo le caratteristiche morali sono da riprendere. Nel momento in cui un popolo riprende in mano il suo carattere, nel momento in cui l’Italia riprende in mano il carattere, ha la chance che diceva Giulio. L’economia è un’opzione della libertà, dipende dalla libertà e dalla conoscenza, e questo è nelle nostre mani e penso che anche questo sia un contributo che noi possiamo dare al nostro Paese.

Data

21 Agosto 2016

Ora

19:00

Edizione

2016

Luogo

Sala Illumia B1
Categoria
Incontri