L’EUROPA SALVERÀ IL LAVORO?

Vincenzo Boccia, Presidente Confindustria; Annamaria Furlan, Segretaria Generale Cisl; Mario Mezzanzanica, Professore Associato di Sistemi informativi all’Università degli Studi di Milano-Bicocca,  Dipartimento Lavoro della Fondazione per la Sussidiarietà; Luca Visentini, Segretario generale CES (video messaggio). Introduce Sergio Luciano, Direttore Economy.

 

SERGIO LUCIANO:

Buonasera a tutti, diamo inizio a questo appuntamento straordinariamente centrale e cruciale per i temi della convivenza civile, dello sviluppo e anche dell’umanità, che sono poi costantemente al centro del percorso del Meeting.

Abbiamo degli ospiti di eccezione per parlare di lavoro e di Europa e quindi credo che sia superflua qualunque introduzione, qualunque presentazione. Una mozione, promemoria: troverete nei padiglioni del Meeting dei punti di raccolta di donazioni, inutile dire che sono il segnale più vivo e autentico di quanto sia fondamentale, per una grande manifestazione come questa, la relazione con il suo pubblico, che è un pubblico meritoriamente numerosissimo e che quindi è anche chiamato, secondo le possibilità di ciascuno, a sostenere questo percorso che dura da quarant’anni e si candida, come si dice, con l’aiuto di Dio, a farne altri quaranta. Questo lo volevo ricordare con convinzione piena. Nel programma era stato pomposamente indicato, a mio carico, un’introduzione che non mi considero idoneo a fare, non tanto perché io sono un giornalista economico e non un economista e quindi perché credo che noi siamo testimoni del tempo, delle cronache e dei fatti e quindi dobbiamo stare molto attenti a non invertire i ruoli, ma anche perché abbiamo una serie di contenuti e solo un’ora di tempo.

L’Europa è appena reduce da un cambio di guardia importantissimo. Non ci sono crisi di Governo in Europa, quindi quando una Commissione si insedia e prende i poteri, dura tutto il suo mandato. E allora, quasi con un gioco strutturalista, sono andato a vedere a che articolo della Carta di Nizza compare la parola “lavoro”. La parola “lavoro” compare nell’articolo 15, il che è un pochettino singolare per noi che, con la nostra Costituzione, che giustamente è considerata da alcuni la più bella del mondo, siamo abituati a una priorità ben diversa, Articolo 1. Quindi in questo articolo 15, Libertà professionale e diritto di lavorare, si dice: “Ogni persona ha il diritto di lavorare ed esercitare una professione liberamente scelta e accettata”. I trattati di Maastricht e Lisbona sono su questa linea. Quindi come dire, forse una posizione più in alto della parola “lavoro”, nelle carte fondanti dell’Europa, sarebbe il caso di pensarla.

Abbiamo, per rientrare in argomento, un contributo filmato che sostituisce la presenza fisica del segretario generale della Federazione dei sindacati europei, Visentini, che non ha potuto intervenire per un imprevisto istituzionale, cioè una riunione col Governo francese e che ha mandato un video.

 

VIDEO CON INTERVENTO DI LUCA VISENTINI:

Buongiorno a tutti, carissimi amici e amiche del Meeting di Rimini, vi porto i saluti della Confederazione europea dei sindacati e anche le scuse da parte mia perché non mi è possibile partecipare di persona al vostro importante evento, e vi voglio anche ringraziare per l’invito che è stato molto gradito, purtroppo impegni istituzionali mi trattengono tra Bruxelles e Parigi in questi giorni, ma mi farà sicuramente piacere partecipare alle prossime occasioni di incontro e di discussione con tutti voi.

Vorrei brevemente affrontare il tema che è al centro del dibattito attuale, a cui avrei dovuto partecipare, che è questa domanda molto ben posta, se l’Europa salverà il lavoro. È molto ben posta perché le tematiche del lavoro, i cambiamenti che il mondo del lavoro sta subendo, sono sempre di più significativi in una dimensione europea, se non addirittura internazionale e globale. In questo senso è impossibile affrontare i problemi, risolvere i problemi dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro Paese, se non si considerano questi problemi in una dimensione più ampia. Vi inviterei, inviterei tutti noi a considerare solo quattro fenomeni che si sono sviluppati negli ultimi anni: il primo è quello della globalizzazione, che purtroppo non è stata governata adeguatamente, è stata lasciata a briglia sciolta per più di due decenni e che ha provocato, purtroppo, degli effetti devastanti, in alcuni casi nel mondo del lavoro, per la vita e gli interessi delle persone che lavorano nei vari Paesi. Si pensi soltanto ai processi di delocalizzazione che questo processo di globalizzazione ha portato, che ovviamente sono legati al fatto che le grandi imprese multinazionali, ma molto spesso anche imprese più piccole, di caratura semplicemente nazionale o addirittura regionale, hanno deciso di spostare le loro produzioni, le loro attività in altri Paesi, andando a cercare soprattutto condizioni di lavoro meno costose. Quindi c’è questo fenomeno della concorrenza al ribasso sulle condizioni di lavoro, sui salari, sulle protezioni sociali per la sicurezza sul luogo di lavoro, per la sanità e così via, che hanno afflitto il mondo del lavoro negli ultimi anni in maniera molto significativa. Un secondo fenomeno che ha fatto seguito a quello della globalizzazione, forse anche in parte generato dalla globalizzazione, è la grande crisi economica e finanziaria che abbiamo fronteggiato nell’ultimo decennio e che è stata, purtroppo, affrontata, in particolare dall’Unione europea, attraverso delle ricette secondo noi totalmente sbagliate. Infatti, le ricette delle cosiddette politiche di austerità, invece che promuovere una crescita più sostenibile, hanno semplicemente generato tagli alle protezioni sociali, ai salari, alle protezioni dei lavoratori sui posti di lavoro, quindi c’è stato un arretramento generalizzato dei diritti per le persone che lavorano in tutti i Paesi e soprattutto in quei Paesi che sono stati maggiormente colpiti dalla crisi. Quindi un secondo fenomeno di carattere globale e poi europeo che ha colpito il mondo del lavoro anche del nostro Paese. E poi ci sono dei fenomeni più recenti: quelli del cambiamento climatico, che determina la distruzione di moltissimi posti di lavoro. Non si può far finta che questo fenomeno non si verifichi, non si può far finta che non ci sia la necessità imprescindibile di riconvertire le produzioni inquinanti, le attività economiche inquinanti per cercare di salvare l’ambiente. Forse è già troppo tardi, ma al tempo stesso non si possono ignorare gli effetti devastanti che questo produce sul numero di posti di lavoro, ma anche sulle condizioni di lavoro delle persone. E infine, forse l’ultimo fenomeno in termini di tempo ma che sta diventando sempre più rilevante in tutti i mercati del lavoro del nostro continente, è quello della digitalizzazione e dell’automazione dei processi produttivi, che da un lato distrugge posti di lavoro nelle produzioni e nella attività economiche tradizionali e dall’altra parte genera certo nuovi posti di lavoro anche molto innovativi, ma che molto spesso non hanno le protezioni adeguate che invece sono garantite ai lavoratori e alle lavoratrici dei settori tradizionali. Ecco, questi quattro fenomeni, solo per citare quelli più macroscopici, hanno determinato conseguenze incredibili nel mondo del lavoro del nostro Paese e degli altri Paesi europei e non possono essere affrontati e risolti in una dinamica puramente tradizionale, in una prospettiva ristretta soltanto a livello nazionale. È per questa ragione che noi, in collaborazione ovviamente con i nostri sindacati affiliati, compresi i sindacati italiani, abbiamo sviluppato come Confederazione europea dei sindacati, in questi ultimi anni, una strategia onnicomprensiva, diciamo basata su cinque pilastri, su cinque grandi proposte, che tentano di affrontare il problema della globalizzazione del lavoro, l’europeizzazione dei problemi del lavoro con un approccio positivo, costruttivo e possibilmente risolutivo. Vorrei citarli brevemente: la prima proposta che il sindacato europeo, insieme a quello internazionale porta avanti, è quella di un grande cambio del modello economico che abbiamo vissuto fino ad oggi, perché il modello economico neoliberista della globalizzazione non governata, delle politiche di austerità non ha prodotto assolutamente i risultati sperati: non c’è stata crescita, o se c’è stata è stata una crescita che non ha ridistribuito la ricchezza alle persone che lavorano. Al contrario, noi pensiamo che ci sia davvero la necessità di un grande cambio di passo nell’area dello sviluppo economico, per cercare di introdurre un modello di sviluppo più sostenibile. Più sostenibile per noi significa più rispettoso dell’ambiente, ma significa anche più sostenibile in termini di eguaglianza, di redistribuzione del reddito della ricchezza e in termini anche di protezioni sociali e di diritti per tutte le persone che lavorano. Questo modello di sviluppo sostenibile si può mettere in campo, ovviamente però richiede grandi investimenti pubblici e privati, richiede il fatto che il modello economico non possa più essere basato esclusivamente sulle speculazioni finanziarie e sulle esportazioni, debba anche essere basato sulla sostenibilità dei sistemi economici, sulla crescita della domanda interna, sul fatto che ci debba essere, appunto, rispetto per l’ambiente e per la società del mondo lavoro, le protezione e i diritti delle persone, perché l’economia deve essere al servizio delle persone e questo, a livelli europeo, deve significare un grande cambio di passo delle politiche economiche dell’Unione europea messe in campo fino ad oggi, che non possono più essere basate esclusivamente sul neoliberismo e sull’austerità. Il secondo tema, che è strettamente legato al primo, è quello che dobbiamo assolutamente rilanciare la crescita dei salari e della redistribuzione a livello europeo, perché c’è stato un taglio dei salari reali nell’arco dell’ultimo decennio di almeno il trenta per cento e questo non è tollerabile, perché ha prodotto gravissime diseguaglianze, che poi alla fine danneggiano la stessa crescita economica del nostro continente, riducono il tasso di convergenza tra le nostre economie e alla fine deprimono il potenziale di crescita del mercato interno della nostra Unione europea. Per questo noi abbiamo lanciato negli ultimi tempi una grande campagna per la crescita dei salari, per il rafforzamento della contrattazione collettiva in tutti i Paesi dell’Unione europea e abbiamo veramente la speranza che la nuova presidente della Commissione sia disponibile a immaginare anche strumenti legislativi a livello europeo per rafforzare la contrattazione collettiva e la crescita dei salari, inclusi i salari minimi in tutti i Paesi del nostro continente. Facevo riferimento poi, e questo è il terzo punto che vorrei affrontare con voi, al tema delle transizioni, cioè la transizione climatica e la transazione digitale. Questi fenomeni non si affrontano negandoli, ma devono essere affrontati tenendo conto anche delle conseguenze sul mondo del lavoro e sulla vita delle persone. Ecco perché noi stiamo spingendo da moltissimo tempo perché a livello europeo venga costituito un fondo per le transizioni giuste, che permetta di accompagnare i processi di riconversione produttiva che riguardano sia il cambiamento climatico che le trasformazioni digitali e l’automazione che si verificano nelle varie aziende, nelle varie imprese del nostro Paese così come del resto del continente. Questo richiede ancora grandi investimenti, ma anche politiche attive del lavoro, formazione, riconversione dei lavoratori e l’offerta di nuove possibilità di lavoro per tutti e per tutte. Questo è anche collegato all’estensione dei diritti: c’è la necessità di rilanciare il nostro modello sociale europeo, modello sociale che ci era invidiato da moltissimo tempo e da moltissimi altri continenti e Paesi fuori dall’Unione europea, ma che è stato incrinato nelle sua fondamenta dalle politiche di austerità degli ultimi anni. C’è la necessità, cioè, non solo di rifondare il modello sociale, ma di ricostruire un contratto sociale tra le istituzioni, la politica, le persone, le imprese, i lavoratori e le lavoratrici, le società del nostro continente. Per fare questo bisogna non soltanto proseguire nella strada importante che la commissione Juncker ha intrapreso con il pilastro europeo dei diritti sociali, che va implementato ulteriormente, ma bisogna anche fare dei passi in più, bisogna estendere diritti e protezioni a quei lavoratori atipici, a quei lavoratori falsi autonomi, a quei lavoratori delle piattaforme digitali, ai freelancers che oggi non possono beneficiare dello stesso salario, di una paga uguale, delle protezioni sociali, pensionistiche e di malattia, di cui possono beneficiare gli altri lavoratori. E infine, questo è l’ultimo punto, ma è forse il più importante di tutti, non possiamo affrontare i problemi di lavoro nel nostro continente se non consideriamo la dimensione globale, soprattutto quando questa significa le grandi migrazioni: non è possibile continuare a nascondere la testa sotto la sabbia, non è possibile continuare ad avere un approccio razzista e irresponsabile al tema dell’immigrazione, bisogna viceversa creare le condizioni economiche e sociali perché tutti possano beneficiare della stessa parità di trattamento, degli stessi diritti, delle stesse protezioni: i lavoratori europei, i lavoratori italiani, ma anche i lavoratori che vengono da altri Paesi per cercare una migliore opportunità di vita e di lavoro nel nostro continente. Il fatto che l’Italia e l’Europa fino ad oggi non sono state in grado di mettere in campo una seria politica dell’immigrazione, non può significare che questo debba continuare anche nel futuro, questa è forse una delle più importanti emergenze che stiamo vivendo a livello globale, a livello europeo, dobbiamo affrontarla con responsabilità, con solidarietà, ma anche con capacità di creare maggiore ricchezza e maggiore eguaglianza per tutti. Ecco, queste sono le nostre idee, le nostre proposte per fare in modo che l’Europa possa salvare il lavoro, e noi siamo convinti che se queste proposte, che peraltro sono state incluse nel programma che la nuova presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si appresta a presentare nei prossimi mesi, noi pensiamo che se queste proposte verranno portate avanti e concretizzare in azioni concrete, questo aiuterà moltissimo anche il nostro Paese ad uscire dalle secche della disoccupazione e della stagnazione economica. Ovviamente questo è anche legato al quadro politico nazionale, che in questo momento evidentemente è molto complicato e intricato, ma noi speriamo che anche con l’aiuto dell’Europa il nostro Paese riesca effettivamente a ritornare a dei fasti positivi, alla capacità di valorizzare le proprie intelligenze, la propria capacità di innovazione, per riuscire effettivamente ad affrontare queste sfide in una dimensione europea e globale. Tra l’altro, affrontare questi problemi, risolvere i problemi del lavoro, è probabilmente il modo migliore per ricostruire una sensibilità e un tessuto di democrazia, è il modo migliore per contrastare l’odio, il razzismo e la esclusione, che purtroppo diventano sempre di più le parole d’ordine delle nostre società. Ovviamente quando le persone si sentono insicure sul posto di lavoro, nella loro vita personale, non si sentono più protette, hanno la tendenza ad avere paura e quando le persone hanno paura, beh, questa paura molto spesso produce dei mostri e noi non dobbiamo speculare sulle paure, dobbiamo cercare di risolvere i problemi delle persone, in modo tale che le persone si possano sentire felici, contente, integrate, stabili ed avere una prospettiva per il futuro. Costruire il futuro è probabilmente il modo migliore non solo per salvare il lavoro nel nostro Paese e in Europa, ma anche per ricostruire la democrazia e una convivenza civile adeguata e positiva per il futuro. Vi ringrazio molto ancora per avermi ascoltato e vi auguro il migliore buon lavoro per il vostro dibattito e mi farà veramente un grande piacere poter partecipare a future edizioni della vostra manifestazione. Grazie.

 

SERGIO LUCIANO:

Consideravo che il titolo del nostro incontro, “L’Europa salverà il lavoro?” fosse già una domanda, quindi sperando poi di poter fare due giri di tavolo almeno, io mi limiterei nel primo giro a rivolgere questa domanda secca ai nostri ospiti: “L’Europa salverà il lavoro?” e comincerei con Mario Mezzanzanica che è professore associato di Sistemi informativi all’Università di Milano-Bicocca ed è anche responsabile del Dipartimento Lavoro della Fondazione per la Sussidiarietà. So che lui può riassumere e fotografare molto bene lo stato dell’arte sul tema del lavoro, per capire e preparare il terreno poi alla domanda successiva.

 

 

MARIO MEZZANZANICA:

Grazie, buongiorno a tutti e grazie dell’invito. Beh, io partirei proprio da una considerazione di carattere generale, dal fatto che in questi anni il mercato del lavoro è sostanzialmente fermo, perché se guardiamo quello che è successo dopo la crisi, o prima della crisi, tutti gli interventi che sono stati fatti nelle politiche, nei cambiamenti normativi hanno dato un impulso positivo temporaneo e poi si è tutto riassestato. Questo vuol dire che il nostro mercato del lavoro, per guardarlo in termini sintetici con qualche numero, è un mercato in cui il tasso di occupazione, in Italia, è pari, tra i venti e 64 anni, al 63% ed è sostanzialmente lo stesso valore che avevamo nel 2008. In Europa questo valore generale è arrivato alla fine del 2018 al 73,2%. Parlare del tasso di occupazione, significa parlare della gente che partecipa attivamente al mercato del lavoro e l’obiettivo fissato dalla comunità europea per il 2020 era il 75% in tutti i Paesi e noi oggi siamo penultimi e dopo di noi c’è solo la Grecia. Quindi nel contesto europeo che sta oggettivamente crescendo, pur con delle difficoltà che anche gli ultimi giorni stanno manifestando, soprattutto rispetto alla possibile recessione internazionale o alle difficoltà del mercato del lavoro tedesco e dell’economia tedesca più in generale, è chiaro che la nostra situazione oggi sia una situazione in cui siamo fermi alla partecipazione al mercato del lavoro a valori sostanzialmente di dieci anni fa e la cosa non sta cambiando. Questo è un segno da una parte che le politiche che sono state fatte hanno certamente tamponato eventuali ulteriori cadute de nostro mercato del lavoro, ma non hanno saputo farlo assolutamente crescere. La disoccupazione, da questo punto di vista, è ancora più critica: noi oramai siamo fermi su una disoccupazione mediamente del 10%, con livelli drammatici per i giovani che si attestano intorno al 30% da anni e livelli che non riescono ad essere superati. Certo con delle grossissime differenze tra nord, centro e sud del Paese. Il dato di giugno di quest’anno mostra un altro dato sostanzialmente di stallo nel nostro mercato del lavoro, perché è ritornato a essere lo stesso del giugno dello scorso anno.

Quindi dopo un periodo di crescita negli ultimi sei mesi dello scorso anno, nel 2018, stiamo ritornando ancora indietro o siamo sostanzialmente fermi. Questa è una situazione sui due principali indicatori: la partecipazione al mercato del lavoro col tasso di occupazione e la disoccupazione, in particolare critica nel mondo giovanile e i contratti a termine. E qui i dati sono estremamente importanti. I contratti cosiddetti flessibili vanno dal 15 e al 20% in Italia come in tutto il resto d’Europa e questo dice sostanzialmente che le aziende necessitano di una flessibilità dal punto di vista lavorativo, che si produce naturalmente nell’utilizzo dei contratti a termine. Questo però, se lo guardiamo dal punto di vista delle persone, ha uno spaccato che a volte non è chiaro per molti osservatori. Se da una parte le aziende identificano un livello di flessibilità strutturale, abbiamo dall’altra parte una elevata propensione alla mobilità dei lavoratori. Una elevata propensione alla mobilità, cosa significa? L’ultimo rapporto dell’Inps fa emergere con chiarezza che il tasso di sopravvivenza dei contratti a tempo indeterminato a 36 mesi dal loro avvio è pari al 41%. Questo significa sostanzialmente che la mobilità oggi è indipendente dal contratto e pone anche delle domande sulle politiche che sono state fatte rispetto all’intervento di far crescere, di finanziare le agevolazioni nei contratti indeterminati nelle imprese. Se noi siamo in questa situazione, sostanzialmente di stallo, nel mercato del lavoro e di non crescita o di crescita parziale, significa che quei cambiamenti che sono stati anche prima citati da Visentini, sono cambiamenti strutturali. La globalizzazione è un fenomeno strutturale, la delocalizzazione degli impianti produttivi è un fattore strutturale del quale non possiamo certamente non tener conto. Così come un altro fattore strutturale che non è stato citato, è l’invecchiamento della popolazione, perché tutto il tema dei sistemi previdenziali e dell’allungamento della permanenza nel mercato del lavoro delle persone, pone dei grossi problemi all’inserimento dei giovani, piuttosto che all’obsolescenza delle skills che le persone oggi, con una certa anzianità oggi, hanno nel mercato del lavoro. Questo pone dei grandi quesiti rispetto al ruolo della formazione, in particolare della formazione continua nel mercato del lavoro odierno. Un altro aspetto che è stato prima citato è il tema del progresso tecnologico, dell’innovazione tecnologica, che non solo sta automatizzando alcuni processi di lavoro tradizionali, come potevano essere la logistica o alcuni aspetti della logistica, alcuni aspetti dell’assemblaggio di componenti, ma sta cambiando attività di carattere amministrativo, attività para legali, attività legate alla reportistica: tutte queste cose stanno diventando estremamente significative con la crescita dei big data nel mercato del lavoro, con la crescita delle tecnologie dell’intelligenza artificiale, o dell’internet delle cose, che stanno automatizzando ormai attività che fino a pochi anni fa era impensabili per molti di noi, che potessero essere automatizzate. Basti pensare alla guida autonoma di un’automobile, o a un robot che consegna i pacchi di Amazon. Questi fenomeni, che sono oggettivamente fenomeni strutturali di cambiamento, chiedono di rivedere, di ripensare cosa significhi un mercato del lavoro e cosa significhi parlare di lavori. In questo senso, uno dei problemi fondamentali è proprio il tema legato al miss match tra mercato e offerta. In un recente studio è stato stimato che il livello di miss match di sovra o sotto educazione delle persone che stanno lavorando, è tra il 25 e il 40% in tutti i Paesi d’Europa. Cosa significa avere un livello di miss match di sovra o di sotto educazione nel fare il lavoro? Significa che le persone hanno un livello di istruzione superiore a quello che gli viene richiesto per fare i lavori o non hanno le competenze per svolgere i lavori e questo è un fenomeno che nel tempo genera da una parte problemi legati al mondo dell’istruzione e della formazione, insoddisfazione, insuccesso, dall’altra parte genera evidentemente anche delle potenziali cadute dell’occupazione o crescita della disoccupazione. Sono fenomeni di carattere qualitativo che incideranno sempre di più nel mercato del lavoro del futuro. Il problema del miss match è spesso sottovalutato e questo ha delle grosse implicazioni sul mercato del lavoro attuale. Il mercato del lavoro attuale che credo possa avere un punto nel prossimo futuro, già oggi è rilevante, ma nel prossimo futuro lo diventerà sempre di più nel cogliere quali saranno i lavori. Se l’automazione va a sostituire alcune delle attività lavorative, quali saranno i lavori del futuro? Che cosa c’è in gioco? Che impatti ci saranno sulla nostra società, sulle persone? E questi impatti sono oggettivamente allo studio di moltissime studiosi, che stanno osservando proprio le dinamiche di cambiamento del futuro del lavoro e il tema fondamentale riguarda le competenze e le conoscenze che servono per sviluppare nuovi lavori. C’è chi ha studiato la probabilità di automazione delle attività lavorative attuali e è arrivato ad identificare probabilità diverse che coprono il 47% delle professioni oggi impiegate nel mercato del lavoro, che quindi sono passibili di interventi di automazione che può ridurre l’importanza della presenza della persona in una attività lavorativa. C’è chi, come il rapporto del World economic forum, ha definito che i bambini che oggi frequentano le scuole elementari, non si sa che lavori faranno nel momento in cui accederanno al mercato del lavoro, c’è chi sostiene che robot e intelligenza artificiale progressivamente e inevitabilmente sostituiranno il lavoro dell’uomo. Ma dentro questi scenari, forse la convinzione più forte che c’è, è che molti lavori certamente non scompariranno ma muteranno nella loro modalità con la quale verranno effettuati e quindi in gioco ad esempio c’è tutto il tema delle competenze digitali che prima veniva richiamato, che oggi stanno diventando estremamente rilevanti nelle diverse professioni del mercato del lavoro, non solo nelle professioni che usano le tecnologie informatiche, non solo nelle cosiddette professioni che usano la ST. Negli studi che stiamo facendo, analizzando gli annunci di lavoro del web su tutta la comunità europea, abbiamo raccolto e stiamo raccogliendo per conto della comunità europea circa sei milioni di annunci di lavoro al mese. Andando ad estrarre quelle che sono le competenze richieste, si vede come dal 10al 30, al 40% nelle professioni che non sono professioni digitali, native digitali, le competenze digitali incidono nella percentuale dal 10 al 15% sulle competenze totali richieste. Quindi cambia il modo col quale sarà richiesto di svolgere i lavori, cambieranno le competenze, le conoscenze necessarie per svolgere i lavori, stanno già cambiando, le aziende chiedono già questo. E questo diventa un fatto estremamente importante. Quali tipi di competenze? Da una parte le competenze specialistiche cambiano con una velocità impressionante. Nel giro di cinque anni, le competenze specialistiche si evolvono totalmente. Dall’altra parte, invece, ci sono le competenze più soft, le soft-skills, che si possono riassumere nella parola personalità, capacità di lavorare in gruppo, capacità creativa, capacità di essere all’interno di realtà multidisciplinari nello svolgere la propria attività, la personalità, la personalità che sappia affrontare i cambiamenti che sempre più velocemente ci sono nel mercato del lavoro. Credo che sia importante in questo momento, superare sostanzialmente una logica di parcellizzazione, di tamponamento di breve periodo, che tra l’altro viene fatto spesso in ritardo, e che ha caratterizzato molto spesso diversi interventi degli ultimi anni. Servono invece politiche reali per la creazione di sviluppo delle imprese innovative, delle imprese che creano lavoro e nel contempo politiche che supportino la crescita e supportino la capacità di essere competitivi delle persone nel mercato del lavoro attuale. Mi ha molto colpito in un convegno che ho fatto lo scorso novembre con degli interlocutori che venivano da Paesi del Nord Africa, che una persona, dopo il mio intervento dove parlavamo del futuro dei lavori, mi ha chiesto di dialogare e si è introdotto, una persona che fa parte di uno dei Paesi del Nord Africa più importanti, e mi ha detto: «Noi abbiamo un problema di questa natura: molti giovani che devono crescere nelle competenze e nelle conoscenze per affrontare il lavoro del futuro. L’Europa ha prevalentemente un problema di re-skilling, cioè di innovare le competenze soprattutto dei lavoratori anziani, perché siamo un popolo più anziano, per noi la cosa fondamentale per lo sviluppo del mercato del lavoro futuro si chiama educazione e formazione», poi si è fermato e mi ha guardato e mi ha detto: «Forse anche per voi in Europa?» E credo, da questo punto di vista, che uno dei temi più dimenticati, ma che secondo me è fondamentale oggi nel mercato del lavoro, è proprio lo sviluppo del capitale umano. Ciò che potrà dare consistenza a questo mercato del lavoro futuro è investire nel capitale umano e il punto centrale dell’investimento del capitale umano, quindi, di creazione di competenze specialistiche e della personalità, è il sistema educativo e formativo a tutti i livelli, dalle scuole primarie fino all’Università, per proseguire nella formazione continua durante tutto il percorso professionale e lavorativo di ciascuno. Grazie.

 

SERGIO LUCIANO:

Grazie professore. In realtà avevamo bisogno di questo inquadramento scientifico nei termini della questione che è europea per definizione, globale per definizione. Però lascio l’onere della domanda del titolo ad Annamaria Furlan. Poi sentiremo quella di Vincenzo Boccia. Ce lo salverà l’Europa questo lavoro o ce lo salvi chi può, aggiungo io a questo punto?

 

ANNAMARIA FURLAN:

Intanto grazie dell’invito. Quando con Giorgio Vittadini avevamo un po’ parlato di questa giornata insieme, non avrei mai immaginato che sarebbe stato in un contesto del Paese così particolare. Credo che ancora di più oggi sia importante parlare di Europa e di parlare di centralità del lavoro nel nostro Paese come in Europa. Io credo che abbiamo scampato un bel pericolo, pochi mesi fa, anzi per la verità in tempi assolutamente recenti, cioè quello che l’Europa fosse dominata da uno spirito molto nazionalista, molto centrato sulla identità di ogni singolo Stato, che avrebbe creato seri problemi per gli uomini e le donne dell’Europa. Oggi nella competizione globale, come tra l’altro ha ben spiegato il professore prima, il termine e il senso della qualità passa attraverso la qualità di quello che si produce, ma fortemente collegato alla qualità del lavoro. La qualità del lavoro oggi è determinata dalla qualità della conoscenza e dalla capacità a rinnovare la propria conoscenza. Nel mercato globale il termine qualità non serve, è fondamentale la qualità di quello che si produce, di come si produce e la qualità del lavoro deve diventare, attraverso un ruolo molto forte dell’Europa nei mercati globali, determinante per il nostro futuro. Questo non è avvenuto in questi anni. Un’Europa debole da questo punto di vista, con Stati che assolutamente non hanno consentito di giocare fino in fondo il ruolo importante che la comunità europea deve essere invece chiamata a svolgere, hanno creato debolezze dell’Europa e dei Paesi europei sui mercati internazionali. Laddove si è espressa forte qualità, i Paesi sono usciti bene, le imprese di quei Paesi sono uscite bene. Dove, invece, ci sono state maggiori difficoltà, ahi noi. Ahi noi, il tema della disoccupazione e quindi del malessere per la mancanza del lavoro è un tema che ha caratterizzato la vita di molti uomini e di molte donne per lunghi anni della crisi. Nel mercato globalizzato, l’Europa è quella che salva il lavoro nei singoli Paesi, non è un impedimento allo sviluppo e alla crescita dei diritti di cittadinanza di ogni Paese europeo e di ogni uomo e di ogni donna nel singolo Paese europeo, l’Europa è quella che garantisce un futuro per ognuno di noi. Noi siamo davanti a cambiamenti geopolitici, economici nel nostro mondo assolutamente inediti. Molti Paesi che sino a pochi anni fa definivamo Paesi in via di sviluppo, oggi sono realtà primarie nella competizione mondiale e questo è un bene, perché significa che tante persone sono uscite dalla sfera della povertà, e molto spesso dove cresce l’economia e il lavoro si determina anche la crescita della democrazia. Ma la guerra dei dazi tra Cina e Stati Uniti, il cambiamento profondo non solo dell’economia, ma anche della strategia politica-economica degli Stati Uniti, impongono una Europa forte e determinante negli equilibri economici e non solo economici del nostro mondo. Senza l’Europa abbiamo avuto un po’ meno pace nel nostro mondo, anche in quello molto vicino, pensiamo a cosa ha significato, per esempio, nella storia recente della Libia, la mancanza di una politica estera forte, determinata dell’Europa e cosa ha prodotto invece il gioco di ogni singolo Stato per interessi che poi purtroppo si sono dimostrati effimeri rispetto al bisogno di pace e di crescita di un area così importante per i Paesi ma anche per l’Europa stessa.

Pensiamo all’incapacità dell’Europa di gestire, perché anche qua ogni paese è sovrano, una politica migratoria, così importante per il nostro futuro e anche qua per gli equilibri di pace o di mancanza di pace nel mondo. Quindi l’Europa della crescita, dello sviluppo, l’Europa che mette al centro la dignità del lavoro e la dignità della persona è fondamentale, per l’Italia, per l’Europa stessa ma anche complessivamente per l’economia e il futuro di questo nostro mondo.

L’Europa deve cambiare, non c’è ombra di dubbio, ha ragione Luca Visentini, il nostro segretario della Ces, quando afferma che il cambiamento e la crescita di autorevolezza dell’Europa passa attraverso la capacità dell’Europa di mettere al centro il tema della crescita, dello sviluppo, del lavoro. Non basta l’unità della moneta, credo che questo si ormai ampiamente condiviso da tutti. Serve la crescita della qualità della vita e la qualità della vita non c’è se non c’è il lavoro. C’è molto da fare per cambiare l’Europa e cambiarla in modo positivo, ma per cambiarla bisogna esservi dentro, e troppo spesso come Italia, ci dimentichiamo che non siamo lì per caso, siamo tra i padri fondatori e le madri fondatrici della nostra Europa.

L’Italia non può avere un ruolo residuale, deve avere un ruolo fondamentale per la sua storia, per la sua posizione strategica nell’Europa e perciò bisogna viverla come tale e quando si è tra i padri e le madri fondatrici, si ha anche la responsabilità di determinarsi guida insieme agli altri, ma guida rispetto al cambiamento. Cambiare l’Europa, mettere al centro la crescita, cambiare quindi anche alcuni meccanismi dello statuto economico europeo, significa innanzitutto rispettare l’Europa e sentirsi parte di essa, anzi essere tra i promotori dell’identità europea, una sfida importante che si vince attraverso la centralità della dignità della persona e quindi della dignità del lavoro.

 

SERGIO LUCIANO:

Grazie, Annamaria Furlan, ascoltiamo adesso il presidente della Confindustria. Presidente Boccia.

 

VINCENZO BOCCIA:

L’articolo 15 della Costituzione europea sottolinea un aspetto che molte volte sottolineiamo nel Paese. Noi abbiamo un divario tra percezione e realtà e ci percepiamo come un Paese sempre in chiave negativa, ipercritica. Ne abbiamo tante di criticità, questo sia chiaro, però ci sono degli aspetti che fanno del nostro Paese una punta avanzata, una potenziale avanguardia e per alcuni lo è. Infatti, noi, quel termine lavoro, lo abbiamo nel primo articolo della Costituzione: “una Repubblica fondata sul lavoro”. Perché “una Repubblica fondata sul lavoro”? Perché il lavoro era ed è un elemento di coesione nazionale, attraverso il lavoro, in quel famoso dopoguerra, si affermava un’idea di società, non era una cosa marginale, era una cosa determinante, tanto è vero che all’epoca, nel dopoguerra, un presidente di Confindustria, Costa e un segretario generale di un grande sindacato, Di Vittorio, uscirono con una frase che era “prima la fabbriche, poi le case” ed eravamo in una fase di ricostruzione.

Questo filo rosso del “prima le fabbriche, poi le case” era collegato a quel primo articolo della Costituzione, perché le fabbriche erano e sono il luogo del lavoro e quel filo rosso, lo dico con modestia e umiltà, è quello che ci collega a oggi, al patto per la fabbrica che Confindustria insieme a Cgil, Cisl e Uil hanno sottoscritto nel 2018 dopo le elezioni politiche, che era un messaggio di centralità del lavoro nella delicatezza della fase economica che il Paese si accingeva a vivere e chiaramente un’aspettativa di politica economica del Paese.

Allora voglio fare un passo indietro. Perché l’Europa diventa un elemento di garanzia per l’Italia? Perché una Germania che arretra e che si avvia in fase recessiva, a cui le filiere italiane sono molto collegate, in particolare nel nord est e nel nord ovest del Paese e che subisce l’effetto della guerra dei dazi della Cina e degli Stati Uniti ma subisce anche l’idea di questi grandi giganti politici ed economici di non accettare più una bilancia commerciale passiva per l’oro, pone una questione economica che diventa anche politica.

L’Europa, di cui evidentemente non abbiamo consapevolezza, è il primo importatore al mondo, il primo esportatore al mondo e il mercato più ricco del mondo. Quando da giovane frequentavo la facoltà di economia e commercio nella mia città, mi ricordavano, all’epoca valeva per i paesi d’Europa, oggi vale tra Europa e mondo esterno, che in occasione della prima rivoluzione industriale, la Spagna era ricca, perché avevano scoperto le Americhe e avevano i forzieri pieni d’oro.

Però la prima rivoluzione industriale parte in Inghilterra. L’Inghilterra, grazie alla prima rivoluzione industriale, vende prodotti alla Spagna e riesce a trasferire ricchezza dalla Spagna all’Inghilterra e da lì a pochi anni l’Inghilterra diventa ricca e la Spagna resta più povera.

Quella è la centralità della questione industriale, basta prendere la storia economica per capire. Ora, questa questione industriale non riguarda più i paesi d’Europa, ma riguarda l’Europa e il mondo esterno. La Cina, con le rotte della seta, intende ambire a una centralità nella questione industriale e per sfruttare le infrastrutture, le rotte della seta guarda caso vogliono arrivare nel cuore d’Europa, che per i cinesi sarebbe un grande mercato. Quindi, produrre in Cina (questione industriale) per vendere prodotti dalla Cina in Europa e trasferire ricchezza dall’Europa (mercato più ricco del mondo) alla Cina. Gli Stati Uniti d’America, attraverso i dazi, cercano di difendere la propria industria e cercano di attrarre l’industria nel proprio Paese (sia essa americana che di altri Paesi).

Noi dobbiamo quindi spingere affinché ci sia un grande salto di qualità europea, per vivere ed essere protagonisti come italiani di una stagione riformista europea. Primo, perché siamo la seconda realtà manifatturiera d’Europa. Secondo, perché viviamo molto di export. Terzo, perché dei 470 miliardi di euro all’anno che esportiamo, grazie alla manifattura italiana, 250 riguardano il mercato europeo, e quindi per noi l’integrazione è determinante. Però, se evidentemente, nei prossimi mesi, assisteremo al fatto che aumentano le barriere dalla Cina agli Stati Uniti d’America in rapporto all’Europa, evidentemente l’industria europea, a partire da quella italiana, deve guardare al mondo per esportare e tenere alto il livello di export che significa attrazione di ricchezza nel Paese. E infatti in una delle ultime assemblee prima dell’estate cui ho partecipato di una nostra associazione di Confindustria, Federmacchine, è emerso che il 90% dell’export che questa associazione fa attraverso le sue imprese, che producono macchine e macchine utensili, è fatto in cinquanta Paesi del mondo.

Questo cosa significa? Che c’è già un riposizionamento geografico dell’industria italiana, che comincia a guardare il mondo e non può guardare più solo ai grandi Paesi. Questo significa però che dietro il pensiero economico, c’è anche un’idea di società. Le uniche due grandi aree, macro nel mondo, in cui si coniuga democrazia e libertà ed economia sono Stati Uniti d’America ed Europa. E la storia economica recente, ahi noi, ci insegna che non è vero che democrazia, economia e libertà sono una sintesi economica. Si può crescere anche senza democrazia. Questa sfida impone una consapevolezza, che abbiamo chiamato corresponsabilità dalle parti sociali alla politica, che pone una pregiudiziale che è quella di definire una idea di società prima di entrare nell’idea di politica economica. Le parti sociali, in quei cinque incontri che abbiamo fatto (tre a Palazzo Chigi e due al Viminale) prima della caduta del Governo, hanno posto all’attenzione del Governo (a questo punto della politica italiana in senso lato), come una convergenza interessante su tre punti.

Uno era la riduzione delle tasse e dei contributi sui salari dei lavoratori italiani, perché significava elevare i salari, significava attivare la domanda, significava ridurre la tassazione su quel fronte che diventava una priorità.

Il secondo era ed è una grande dotazione infrastrutturale, con risorse già esistenti e che quindi non farebbero far ricorso al deficit. Le infrastrutture collegano territori e includono persone. Le infrastrutture sono un’idea di società, non sono solo una questione economica.

Terzo elemento che era emerso, una criticità su come si stava impostando il salario minimo, in modo che non eravamo contro il salario minimo, ma volevamo che si collegasse ai grandi contratti di rappresentanza, perché il salario non può essere una variabile indipendente dall’economia, altrimenti potremmo avere un giorno un Paese in cui arriva un signore, dice che se viene eletto il salario sarà trenta euro, e qualora vincesse le elezioni, rovinerebbe il Paese.

Di fronte a questa provocazione bisognerebbe coniugare le ragioni e il consenso con lo sviluppo. Perché l’occupazione non cresce? Perché o noi partiamo dalla testa del problema oppure partendo dalla coda, noi non la risolveremo mai. Se noi vogliamo far crescere l’occupazione partendo solo da una legislazione sul lavoro, prescindendo da un intervento organico di politica economica, che invece punti sullo sviluppo da cui deriva l’occupazione e da cui deriva anche una legislazione sul lavoro (che però è la coda del problema), noi non arriveremo mai a un risultato rilevante sull’incremento dell’occupazione nel Paese. Questo è il punto.

Quindi si pone una questione di metodo. Qual è la questione di metodo? Quello che noi poniamo a tutti, in chiave europea e italiana. In chiave europea, tra l’altro, la dotazione infrastrutturale potrebbe significare un’Italia protagonista di una stagione riformista europea, in cui non si va a chiedere all’Europa più deficit per far o aumentare il debito pubblico. Il punto non è questo, il punto è proporre una grande operazione di infrastrutture transnazionali, da 500 miliardi di euro, da 1000 miliardi di euro, con una dote per ciascun Paese, collegando i Paesi d’Europa tra di loro e quindi rendendoli ancora più competitivi nella logica della società inclusiva, finanziata ad esempio con eurobond. Questo sarebbe una grande risposta di una politica anticiclica, di una politica di visione europea, di una Europa che vuole difendere la sua competitività, accettando la sfida con Stati Uniti e Cina. Quindi, tornando al punto, noi abbiamo bisogno di una Europa maggiormente integrata, che va chiaramente riformata, tant’è vero che insieme alla Confindustria francese e tedesca, l’appello ai singoli Stati (italiano, tedesco e francese) è quello di sottolineare il fatto che la sfida è tra Europa e mondo esterno e non tra Paesi d’Europa. Qui si pone una questione importante italiana. L’Italia è centrale tra Europa e Mediterraneo. E se noi avremo più difficoltà a vendere negli Stati Uniti o in Cina, a partire dagli Stati Uniti per la politica dei dazi, ammesso che ci sarà, è evidente che noi dobbiamo consolidare la posizione in Europa e aprirci al Mediterraneo e all’Africa, dove esiste un potenziale di sviluppo rilevante e dove l’industria italiana e tedesca, prima e seconda manifattura in Europa, possono giocare un ruolo da protagonisti insieme ai francesi. Questa questione economica non è una questione marginale, è una questione storica. Jean Monnet diceva: “I miei obiettivi sono politici, le mie spiegazioni sono economiche”. Io spero che dopo tutta questa confusione, si dovrebbe recuperare una questione di metodo che è questa: prima di esprimere un provvedimento, si dovrebbe valutare dal punto di vista politico di chi lo propone (che appartiene al Governo del Paese), quali effetti sull’economia reale quel provvedimento realizzerebbe. Questo cambierebbe chiaramente il paradigma di pensiero, ci farebbe uscire dal presentismo e dalla tattica, genererebbe la necessità di una visione di medio termine, di obiettivi chiari, di realismo e di responsabilità. Se noi pensiamo di andare in Europa e fare una manovra da 60 miliardi, e qualora non ce la facessero fare, pensassimo di uscire dall’Europa, noi faremmo un danno rilevante al Paese in chiave economica. Cosa ben diversa è avere una posizione di visione a medio termine del Paese e ambire ad essere una delle manifatture più importanti del mondo, e possiamo esserlo.

Perché possiamo esserlo?

Perché se è vero, com’è vero, che un’industria e un’impresa italiana rispetto a un’impresa tedesca paga il 20% di tasse in più, il 30% di costo dell’energia in più, abbiamo dei tempi della giustizia più lunghi rispetto a un’impresa tedesca e sicuramente dotazioni infrastrutturali inferiori a quelle che hanno i tedeschi e nonostante ciò siamo la seconda manifattura d‘Europa, possiamo guardare le cose al contrario: cosa potremmo essere se rimuovessimo parte di questi deficit di competitività? Evidentemente, una delle prime manifatture del mondo.

E qua uno potrebbe dirmi: «Lei è il presidente di Confindustria, fa il suo mestiere». Che cosa significa essere la prima manifattura del mondo? Significa generare occupazione di qualità, incrementare occupazione e attrarre ricchezza nel Paese. Quindi in sostanza le imprese devono fare la loro parte (e la stanno facendo in tanti casi all’interno delle nostre fabbriche guardando al mondo), ma la politica economica e la politica del Paese deve cominciare ad avere ambizioni rilevanti, uscendo dal presentismo e coniugando senso di responsabilità, realismo e visione di futuro del Paese, partendo dalla dimensione economica che è la soluzione della questione politica.

 

SERGIO LUCIANO:

Grazie, grazie al presidente Boccia. Allora avvaliamoci di un bonus di tempo perché abbiamo cominciato con un piccolo ritardo, ma saremmo comunque sintetici. La domanda che volevo fare era soltanto questa: siamo consapevoli nel sistema formativo italiano di quanto sia necessaria e profonda la discontinuità tra istruzione e mondo del lavoro? Oppure c’è necessità di un bagno di consapevolezza anche dalle parti di chi insegna?

 

MARIO MEZZANZANICA:

La consapevolezza credo che stia maturando in modo molto significativo. Infatti in molte realtà universitarie c’è proprio lo spazio di crescita di quella che si chiama la terza missione dell’Università, cioè della relazione tra il mondo della ricerca. dell’istruzione con il mondo del lavoro. Se fino a pochi anni fa questo era un distacco enorme, oggi sempre di più si tende a coniugare la relazione che esiste tra il mondo delle imprese e il mondo della formazione. C’è un punto fondamentale su questo: se noi non investiamo nel mondo dell’istruzione e della ricerca, questo rimane fermo alle possibilità dei singoli e invece c’è bisogno di uno slancio in questo e in molti Paesi europei la capacità di investimenti, di istruzione e di ricerca è decisamente superiore all’1% del PIL che mette in gioco l’Italia. È questo è un grave problema della politica.

 

SERGIO LUCIANO:

Grazie. Presidente Boccia, volevo provare ad andare oltre, ma non per amore di scena ma perché credo che sia meglio, c’è una persona con la quale condivide il solo nome di battesimo, Sergio, che in queste ore sta lavorando sodo con grande tensione e concentrazione sul da farsi. Ecco, gli attori in causa li conosciamo e Confindustria li ha interfacciati tutti, anche in varie incarnazioni precedenti. Dovesse porre una priorità assoluta, alla possibilità che questa legislatura vada avanti, quale anteporrebbe a tutte le altre per ipotizzare un cammino costruttivo? Poi volevo concludere con il sindacato nazionale sulla stessa questione dal punto di vista di chi rappresenta i lavoratori.

 

VINCENZO BOCCIA:

Noi nella nostra storia abbiamo sempre valutato i documenti del Governo. E i documenti del Governo erano quelli del Governo e basta, né gialli un giorno né verdi un altro. Quindi quei provvedimenti che abbiamo condiviso erano quelli di tutto il Governo. Ora, per tutta questa storia di valori e anche di autonomie sociali, non possiamo entrare nella questione tattica “voto sì, voto no”, ma possiamo entrare nelle scelte di politica economica. Dal punto di vista della cronologia abbiamo davanti a noi il 26 agosto, la nomina del commissario italiano: bisogna fare un nome autorevole e ambire ad un commissario di primo livello: commercio, mercato interno, industria. Se vogliamo essere protagonisti di una stagione riformista europea, dobbiamo ambire a cariche importanti all’interno dell’Europa. Secondo elemento non marginale: su quali dirigenti noi puntiamo per metterli in quei ruoli di primo livello? Terzo: come affrontiamo la manovra economica del Paese? E in particolare, con quali risorse? Quale visione del Paese abbiamo? Quale idea di Europa abbiamo? Abbiamo un’idea riformista? E come intendiamo affrontare il confronto all’interno dell’Europa chiedendo più deficit? Usando l’Europa come alibi per non riuscire a fare le cose che possiamo fare? O costruendo una proposta in chiave europea di una dotazione infrastrutturale? Queste sono domande rilevanti, molte delle quali uscite dal confronto che abbiamo avuto appunto con il Governo prima della crisi. Non abbiamo cambiato idea: se ci riconvocano – qualsiasi Governo, partito – gli diremo le stesse cose. E queste sono domande fondamentali per la vita del Paese e quindi ritorniamo alla questione prioritaria, emergenziale, economica che diventa la soluzione politica. Di questo sarebbe il caso di parlare: dove individuare le risorse e quale idea di Europa abbiamo, in modo tale che tutti i cittadini italiani possano fare le loro scelte? Non sta a noi, come dire, spingere da un lato o dall’altro, andare al voto o meno, questo lo lasciamo ai partiti e alla garanzia del grande uomo che è Sergio Mattarella, che come sempre nei momenti delicati ha determinato dei momenti di grande equilibrio. Sono anni che si sono succeduti governi e sono anni che arrivano persone che cominciano a parlare della crisi dei corpi intermedi, dei sindacati, di Confindustria, della crisi degli altri e non della propria. Chiudo allora con un frase importante e chiudo da cittadino campano, cittadino europeo ma di cittadinanza italiana. La frase è di De Filippo: “Essere scaramantici è da ignoranti, non esserlo porta male”. Io consiglio di non parlare.

 

SERGIO LUCIANO:

in realtà non serve neanche che io passi la parola alla Furlan, perché le ha già passato la palla il presidente Boccia.

 

ANNAMARIA FURLAN:

Ci sono due aspetti che definiscono bene quello che stiamo da tempo vivendo, in modo particolare in questo ultimo anno e mezzo. Un’età forte, non solo dei sindacati, ma anche nei rapporti tra le associazioni di rappresentanza del lavoro sindacale, così come non si era mai vista nella storia di questo Paese. A me ha colpito molto che su alcune questioni che unitariamente nella nostra piattaforma unitaria di Cgil, Cisl, Uil abbiamo posto, siano state colte in termini molto positivi da tutte le parti datoriali. Abbassare il cuneo fiscale a favore delle buste paga a favore dei lavoratori e delle lavoratrici, l’abbiamo chiesto come organizzazioni sindacali ma abbiamo trovato una disponibilità totale delle altre parti sociali, cioè delle parti datoriali. Gli unici che non hanno colto a volo il significato di questa cosa, mi dispiace dirlo, sono stati molti politici, in modo particolare dell’ex compagine di Governo, addirittura nel Governo qualcuno ha detto «no, no l’abbassamento del cuneo fiscale semmai lo utilizziamo per autofinanziare il salario minimo”. L’altra cosa che mi ha colpito in modo importante e mi dispiace, negativo, anche del dibattito parlamentare di ieri, è che in pochi, anzi pochissimi, abbiano sottolineato come il Governo abbia portato il Paese a crescita zero. È passato il tema della crescita, del lavoro, della mancanza di investimenti, come elemento secondario e questo mi preoccupa particolarmente, perché non aver preso coscienza sino in fondo, anche da parte della politica, che alcune linee economiche han portato il Paese a non crescere, ma a decrescere, significa che non si è capito sino in fondo perché quella linea economica è stata sbagliata. Cosa ha significato per un anno e mezzo in termini esclusivamente ideologici bloccare tutte le infrastrutture? Cosa ha significato per il Paese aver limitato l’alternanza scuola/lavoro e anche gli investimenti su impresa 4.0? Aver fatto esattamente il contrario di quello che serviva alle imprese italiane e ai lavoratori italiani e ai giovani italiani. Perché non basta la buona volontà di alcuni atenei, di alcune istituzioni locali e anche delle parti sociali e delle imprese sul territorio per coniugare in modo positivo quel rapporto impresa-territorio, scuola-ateneo, che crea davvero le competenze che servono e quindi la dignità per i nostri giovani e per le nostre giovani. Non basta la buona volontà, ci vuole una strategia e una scelta politica di investimenti. Nella caduta del Governo, il fatto che ormai in questo Paese tutto il recupero che era stato fatto, anche della crescita, degli investimenti privati, in modo particolare nell’industria, si stia man mano in questi ultimi mesi vanificando rispetto a scelte economiche sbagliate sull’economia reale, non sta emergendo nel dibattito pubblico. Guardate, noi abbiamo presentato una piattaforma di come andava cambiata radicalmente la linea economica del Governo a dicembre dell’anno scorso. L’abbiamo fatto unitariamente, come sindacato, per altri punti che abbiamo riscontrato essere di visione comune a tutte le parti sociali, quelle sindacali e quelli datoriali. Dopo dicembre abbiamo portato quella piattaforma economica attraverso tante manifestazioni e scioperi nazionali di categoria su tutte le piazze italiane, nei luoghi di lavoro, coinvolgendo centinaia di migliaia di uomini e di donne del Paese. Sino ad arrivare alla fine di giugno a Reggio Calabria, con gli uomini e le donne del lavoro, per dire che senza la crescita del sud questo Paese non ce la fa a creare condizioni di crescita complessiva. Da febbraio, il Governo ci ha convocato a luglio, per altro su due tavoli distinti, anche questa cosa di non poco conto, per ascoltare quello che le parti sociali avevano da dire al presidente Conte su come doveva essere impostata la prossima finanziaria. Quando non si investe in innovazione, ricerca e in formazione, si tagliano le risorse alla scuola, all’Università, alla ricerca, all’innovazione e alle imprese che investono in ricerca e innovazione. Non è che cambiano i meccanismi perché qualcuno decide che doveva essere un anno bellissimo. L’anno bellissimo non c’è stato manco per niente. E le nostre proposte che sono quelle che tante volte abbiamo illustrato anche al presidente del consiglio ormai dimissionario, saranno esattamente quelle che illustreremo alla prossima compagine di Governo, perché i presidenti possono cambiare, i ministri possono cambiare, ma quello che rimane costante sono i bisogni degli italiani e delle italiane. Ha ragione il presidente Boccia quando dice che da troppo tempo la crisi delle parti sociali ha consentito a qualcuno di non guardare la propria crisi, che spesso è stata una crisi di competenza, una crisi di professionalità per non arrivare a utilizzare anche altri termini. Partiamo dalle competenze, dalle professionalità, questo è indispensabile per affrontare i bisogni delle persone. Penso ad esempio ad una cosa che accumuna almeno gli ultimi tre o quattro governi: il tema della pubblica amministrazione. Da Brunetta in poi, passando per Renzi, passando poi ovviamente ancora di più per quest’ultimo Governo, il tema della pubblica amministrazione è stato esorcizzato solo ed esclusivamente con le battute sui fannulloni. Lo abbiamo detto in termini enormi, chiarissimi: «se qualcuno timbra il cartellino e fa finta di lavorare e va al mare, licenziatelo!». Perché non è degno di rappresentare i bisogni dell’uomo e delle donne del lavoro. Come invece affrontiamo il fatto che nella pubblica amministrazione, dalla scuola alla sanità, alla sicurezza, agli enti locali, continuano a mancare migliaia e migliaia di lavoratori e lavoratrici e ormai le famiglie italiane per curarsi si indebitano, perché la vita ovviamente viene prima di qualsiasi altra cosa? Come creiamo condizioni perché un bambino che nasce a Palermo abbia le stesse possibilità formative di un bambino che nasce a Trento o a Milano? Come creiamo le condizioni perché la sicurezza non sia da O.K. Corral, ma sia una cosa vera, una risposta ai cittadini e alle cittadine in modo particolare affrontando il tema che siamo un Paese dove quotidianamente si muore di lavoro e nessuno se ne occupa? Ecco cosa diremo al prossimo Governo e speriamo che si faccia presto un Governo, perché sono 160 le crisi industriali che giacciono da tanto tempo sul tavolo del ministro dello Sviluppo, che nessuno ha affrontato. A quelle vecchie ne abbiamo aggiunte nuove e siccome non bastava, anche alcune che avevano già trovato un loro percorso di soluzione, penso all’Ilva. Anche lì, qualcuno ha deciso che andavano riaperte, mettendo a repentaglio i posti di lavoro e anche gli investimenti ambientali per la salute dei cittadini e delle cittadine. Abbiamo tante cose da dire al prossimo Governo, alcune non saranno nuove, perché i bisogni degli italiani e delle italiane sono sempre quelli, a cui da tanto tempo nessuno dà risposta.

 

SERGIO LUCIANO:

Grazie, grazie davvero. Mi pare che le attese di attualizzazione nazionale di un tema enorme come quello che nostro titolo poneva siano state ampiamente accolte, veramente non c’è nulla da aggiungere, se non una sola osservazione, scettica ma sempre da osservatore. Più che sulle 160 crisi da risolvere, sulle possibilità che un Governo si formi prestissimo, farei affidamento sulle 218 nomine da fare entro giugno, che magari attraggono un po’ di più, però non sarebbe una attrattiva ben predisponente rispetto alle altre crisi. Incrociamo le dita e affidiamoci alla saggezza di Sergio Mattarella. Grazie a tutti.

Trascrizione non rivista dai relatori

 

190821 L'Europa salverà il lavoro

L'Europa salverà il lavoro?

Data

21 Agosto 2019

Ora

17:00

Edizione

2019

Luogo

Sala Neri UnipolSai
Categoria