L’ESSENZIALE È INVISIBILE AGLI OCCHI? SUONI, FIGURE, FORME NEL PURGATORIO DI DANTE

Gabriele Dell’Otto, Illustratore; Adelfo Galli, Scultore; Franco Nembrini, Insegnante e scrittore.

 

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FRANCO NEMBRINI:

Adelfo Galli, così lo abbiamo in qualche modo già introdotto, presentato e messo al lavoro. Con me c’è naturalmente il grande ritorno, Gabriele Dell’Otto. Quindi, uno scultore, un illustratore, poi ci sono io, beh, accontentatevi, in questo caso un lettore. Il tema di stasera può suonare un po’ strano, lo avrete visto dal programma, sembra avere una qualche pretesa di critica nei confronti di un’affermazione nota a tantissimi di noi, quella del Piccolo Principe di Saint-Exupéry: “L’essenziale è invisibile agli occhi”. Invece abbiamo scelto di metterci un punto di domanda, non perché si voglia prendere le distanze dall’affermazione, ovviamente, ma per sottolineare la cosa di cui vorremmo, se riusciamo, parlare, darvi testimonianza stasera. A dire il vero, sono debitore a un caro amico che mi ha mandato una tesi di laurea che dimostra quanto l’essere umano possa essere paziente, una ricerca che ha fatto su quante volte ricorrono nella Divina Commedia le parole relative allo sguardo, e lo ringrazio, Carlo Simone, ma ringrazio con lui tutti gli amici che incessantemente mi mandano contributi e osservazioni. Sta diventando, questo della Divina Commedia, un lavoro veramente corale, espressione di un’amicizia grande. Bene, leggendo quella tesi di laurea, c’era questa osservazione che mi ha colpito tanto e che ha dato il titolo alla serata di stasera. Diceva: «Vero, l’essenziale è invisibile agli occhi, ma io sono cristiano perché l’essenziale è diventato visibile agli occhi, sono cristiano perché il Verbo si è fatto carne». Dice una canzone molto nota, che riprende pari pari il testo del Vangelo di Giovanni: «I nostri occhi hanno visto, le nostre mani hanno toccato». Ecco, con questa mostra “Per visibilia”, che sottintende “Ad invisibilia”, raggiungere le cose invisibili attraverso le visibili, e tutto il tema dello sguardo, appunto, non volevamo mettere in discussione l’affermazione del Piccolo principe, ma completarla quasi, perché l’esperienza che abbiamo fatto, che stiamo facendo insieme – proveremo a raccontarla stasera – è proprio quella di chi ha visto, di chi ha toccato con le mani, di chi ha toccato con mano il verbo della vita. C’è una riflessione che ho fatto con alcuni amici in questi giorni. Mi colpisce da discepolo, da figlio, forse è eccessivo, da discepolo di don Giussani, constatare che a 64 anni, dopo tanti anni nella vita del movimento da lui fondato, mi ritrovo stupito per essere arrivato alla mia età forse nel punto da dove lui è partito. Non è male, eh? Si poteva fare meglio, però è andata così. Quando, seminarista su quelle scale, correndo per arrivare in tempo, rispettare l’orario, si ferma di colpo, si gira verso l’amico che sta correndo giù con lui, e di botto lo ferma e gli dice: «Ma ti rendi conto? Il Verbo si è fatto carne». Ecco, quello che ho vissuto, soprattutto in questi ultimi anni, e soprattutto facendo questo lavoro con loro, è questa sorpresa di una cosa che ho detto tantissime volte e che solo adesso mi ferisce, mi stupisce davvero. Ma vi rendete conto? Ma ci rendiamo conto? Il Verbo si è fatto carne! Ed è una cosa che mi commuove tanto perché è la stoffa, capisco, di certi incontri, di certi rapporti, di tante amicizie. Bene, è la stoffa di questa amicizia di cui volevamo dirvi stasera. La serata, così come la mostra, è nata naturalmente un anno fa, proprio brevissimamente, perché un anno fa, quando è stato annunciato il titolo del Meeting di quest’anno, “il tuo nome nacque da ciò che fissavi”, io ho fatto un salto sulla sedia e ho detto: «Oh! L’el me’! ci siamo, è il Meeting che dice del lavoro che stiamo facendo!». Perché, proprio d’istinto, che cosa mi è venuto in mente? Mi è venuto in mente che avremmo presentato in qualche modo, in questa stagione – tra un mese o due uscirà il secondo volume per la Mondadori -, Il Purgatorio, quindi stavamo già lavorando sul testo del Purgatorio e quel titolo mi ha fatto immediatamente venire in mente il XXX canto del Purgatorio, quando Dante finalmente, attraversato tutto l’Inferno, percorsa la montagna del Purgatorio, in cima, nel Paradiso terrestre, assiste a quella grande processione, a quel grande corteo dove si vede passare davanti un carro, che è la Chiesa, e su quel carro c’è la donna che ha bramato tutta la vita, che ha bramato di conoscere davvero tutto la vita. Ed è l’incontro in cui viene pronunciato, viene scritto per la prima e unica volta, il suo nome. Si ritrova davanti a questo carro, indovina una figura femminile, non sa dire bene di chi si tratti ma insomma, si capisce che deve esserci sotto qualcosa, perché dice: «Riconosco i segni dell’antica fiamma». Ma non può dire ancora chi è. Senonché, lei lo chiama per nome: «Dante!». Ed è perché viene chiamato per nome che può riconoscere chi ha di fronte. L’episodio evidentemente è costruito in perfetta analogia con l’episodio del Vangelo di Maria Maddalena, che va al sepolcro per venerare il corpo di Gesù, non lo trova, c’è un tizio che passa, sembra il giardiniere, e a lui chiede informazioni sul corpo di Gesù. Il giardiniere, che è Gesù, la ascolta e le dice solo: «Maria!», la chiama per nome e lei lo riconosce. «È il Signore!». Dante costruisce l’episodio del suo incontro con Beatrice dando in modo definitivo a Beatrice un valore cristologico. Per Dante, la sua donna è il mistero di Dio che si fa carne per lui, che si fa incontro a lui. E da questo incontro e da questo riconoscimento, nasce appunto la sua persona. Il suo nome, cioè la sua personalità. Se mi permettete, perché non posso non farlo, vi leggo le poche righe, poi la mia parte è finita – io sono un lettore, lette queste, non c’è più niente da leggere -, le poche righe in cui questo meraviglioso incontro è descritto. Tra l’altro, è lo stesso momento in cui lui – così evito di commentare e poi leggo tutto di fila – capisce che c’è qualcosa, gli viene su una roba, si volta a cercare Virgilio per spiegargli quello che sta provando ma Virgilio non c’è più. L’aveva salutato, lui non aveva capito che era un saluto definitivo, lo cerca e non lo trova. Scoppia a piangere di dolore, nonostante il contesto straordinariamente positivo in cui si trova, per la perdita del maestro. E si sente chiamare dalla ragazza sul carro: «Dante!». Lei gli dice: «Non piangere troppo, che adesso ti faccio piangere io per qualcosa d’altro. Sta’ lì un momento». E patapim, comincia la famosa reprimenda di Beatrice nei confronti di Dante.

 

Tosto che ne la vista mi percosse

l’alta virtù che già m’avea trafitto

prima ch’io fuor di püerizia fosse,

(Purg. XXX, vv. 40-42)

 

Vista e sguardo si sprecano in Dante, naturalmente: appena per la vista, per quel che vedevo, ho riprovato l’emozione, ho riprovato quel che avevo provato all’inizio della vita, prima ancora di essere uscito dalla puerizia

 

volsimi a la sinistra col respitto

col quale il fantolin corre a la mamma

quando ha paura o quando elli è afflitto,

(Purg. XXX, vv. 43-45)

 

mi son girato subito, come un bambino che, appena ha un dolore o una grande gioia, cerca la mamma.

 

per dicere a Virgilio: “Men che dramma

di sangue m’è rimaso che non tremi:

conosco i segni de l’antica fiamma”.

(Purg. XXX, vv. 46-48)

 

Volevo dir così a Virgilio, volevo dirgli guarda che sto…

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi

di sé, Virgilio dolcissimo patre,

Virgilio a cui per mia salute die’mi;

né quantunque perdeo l’antica matre,

valse a le guance nette di rugiada

che, lagrimando, non tornasser atre.

(Purg. XXX, vv. 49-54)

 

Insomma, nonostante la positività di quel che vivevo, non c’è stato niente da fare, sono scoppiato a piangere.

 

“Dante, perché Virgilio se ne vada,

non pianger anco, non piangere ancora;

ché pianger ti conven per altra spada”.

Quasi ammiraglio che in poppa e in prora

viene a veder la gente che ministra

per li altri legni, e a ben far l’incora;

in su la sponda del carro sinistra,

quando mi volsi al suon del nome mio,

che di necessità qui si registra,

vidi la donna che pria m’appario

velata sotto l’angelica festa,

drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.

(Purg. XXX, vv. 55-66)

 

Come un ammiraglio che guida la flotta, quindi con grande dominio di sé e della situazione, con forza, con decisione, con chiarezza, mi ha chiamato, guardandomi. Ecco, il tema di stasera vorrebbe essere sentire da due artisti, tre – uno è Dante -, da tre artisti, che cosa accade nella vita quando si prende sul serio questo sguardo cui la realtà ci chiama, cui Dio ci chiama a sé attraverso la realtà. Avremmo debuttato col Purgatorio, c’era la statua di Adelfo, per chi l’ha vista alla mostra, che sembra la fotografia di quell’istante lì, di quello che ho letto ora; ci sono i disegni di Gabriele dell’Otto. Figuratevi, messe insieme le tre cose, ho detto al Meeting, «l’anno prossimo s’ha da fa’». E così siamo qui. Allora, Adelfo, ti disturbo un attimo: eh, ma sono già avanti, eh! Per me è una magia, veramente, quando li vedo lavorare: dopo diciamo qualcosa. Adelfo, nel pezzo di video che abbiamo fatto vedere introducendo l’incontro, tu dici una cosa che mi ha sempre impressionato tanto: «Io non sono un autodidatta, io ho imparato da tutto quello che guardavo. Le cose, gli uccelli che volano, le persone, gli incontri: tutto quello che accadeva mi ha insegnato, mi ha fatto grande». Ma questa affermazione, cosa c’entra con la tua arte, con il tuo tentativo di dare forma a quello che forma non avrebbe? Siamo arrivati qui un quarto d’ora fa, c’era un quadrato, un mattone, un pezzo di terra. E adesso c’è già una figura: cosa dici?

 

ADELFO GALLI:

È che non vedo i volti delle persone. Però intravedo che siete veramente tanti. Quello che la gente cerca, la sete delle persone, mi sprona, mi capita spesso. Mi sono trovato tante volte, vuoi in una piazza, vuoi lungo una via, in Francia, in Inghilterra, una volta negli Stati Uniti, tante volte in Italia, nel Paese in cui abito, a fare una dimostrazione, a far vedere come nascono le opere, perché spesso gli artisti si chiudono per rendere un po’ misteriosa l’arte. Invece, dovunque la ragione dell’arte siete voi, ciascuno di noi, io sono la ragione dell’arte ma come ciascuno di voi. E questo mi spinge a continuare e a trovare un linguaggio sempre universale, sempre più universale. Faccio una scultura semplice, non troppo concettuale, non troppo stilizzata. Se è un volto, cerco di mettere in questo volto tutto quello che dice. Noi non sappiamo più guardarci in viso. E invece è importantissimo, perché c’è l’universo dentro ciascuno di noi. Non basterebbe una scultura per raccontare ognuno di noi, perché c’è un momento di gioia, un istante di preoccupazione, la storia di mio nonno, di vostro nonno, dei vostri genitori, dei nipoti. Questo mi spinge, anche quando sono stanco morto, a cercare qualche cosa, a rispondere. Quante volte mi sono trovato a vedere intorno a me gente che si raduna a guardare! Mi giro, li guardo in volto e sono tutti sorridenti. Questo è meraviglioso e mi spinge a continuare: vuole dire che porto un po’ di gioia. Vado avanti?

 

FRANCO NEMBRINI:

No no! Scusa, Adelfo, se ti interrompo, ma propria mezz’ora fa hai fatto un esempio, poi lui ha sempre paura di offendere, porco demonio! Ha detto una cosa che mi ha impressionato, che quando dai un pezzo di creta in mano ad un adulto… Ma te lo faccio dire, perché è descrittivo della situazione.

 

ADELFO GALLI:

Quando ho gente intorno, mi capita spesso che ci sia un bambino. Io gli do un pezzo di creta, gli dico: «Prova a fare qualche cosa, fai la mia faccia, oppure, vieni qua un momento». Fermo una persona e dico al ragazzino: «Prova a fare la faccia sua!». Quando lo faccio con i bambini, siccome chiedo loro di fare una cosa davvero difficile, che sarebbe difficile per tutti voi ma è difficile per me, è difficile per gli artisti, è difficile anche per Gabriele, i bambini si mettono di impegno e provano a fare, a tirare fuori qualcosa di serio. Mi è capitato molte volte di dare un pezzo di creta, magari, al papà del bambino, che è lì che aspetta. Gli dico: «Prova anche tu». E lui: «Ma no!». E allora si mettono e sapete che cosa fanno? Un mostro. Non prendono seriamente, questa cosa, magari la fanno con un nasone, orecchie a punta: l’ho notato spesso. Volevi che dicessi questo?

 

FRANCO NEMBRINI:

Sì, ma perché secondo te un adulto, messo davanti all’opportunità di creare, in cinque minuti, davanti a te, con te, fa cose brutte?

 

ADELFO GALLI:

Boh, dillo tu.

 

FRANCO NEMBRINI:

Ma ti faccio una domanda! Non vale, Gabriele, mi dai una mano tu?

 

GABRIELE DELL’OTTO:

Sono la seconda scelta?

 

FRANCO NEMBRINI:

Siccome anche tu ieri dicevi qualcosa di simile, ad un certo punto hai usato un’espressione, hai detto: «Ciascuno di noi esprime ciò di cui si nutre». Che è un altro modo per dire il titolo di cui parlavamo prima. Mi sembra sia la cosa che dice lui, ce la vuoi spiegare un momento tu? Perché?

GABRIELE DELL’OTTO:

Questa cosa è nata in realtà da una domanda che mi è stata rivolta ieri, spero che il signore che me l’ha fatta sia tra il pubblico, lui è un amante di fumetti. Mi ha detto: «Magari è banale, però te lo volevo chiedere. Vedo tanti siti, sono un appassionato di fumetti, soprattutto di autori molto giovani, alcuni anche bravissimi. Però la tendenza che vedo negli ultimi anni è che spessissimo e volentieri gli autori preferiscono illustrare il male piuttosto che il bene». E non il brutto perché, diciamo, in qualche maniera nella bruttezza c’è una bellezza. É un po’ il discorso dell’altro anno delle tavole dell’Inferno: c’era una bruttezza legata al male ma c’era comunque una bellezza legata all’aspetto artistico, alla formalità dell’opera. L’unica cosa che mi veniva da rispondere è quello che in questi ultimi anni ho visto: c’è questa tendenza a nutrirsi di cose, non perché lo facciamo apposta ma perché ci viene proposto da chi queste cose le produce, le fa, non solo nel campo dell’arte ma anche nel campo della televisione e del cinema; un gusto, un horror vacui, una tendenza a far piacere quello che, in realtà, di primo istinto uno direbbe: «No, questa cosa, no, cambio canale, non lo compro questo fumetto perché mi fa impressione». Ormai c’è questa tendenza: prendiamo per esempio il cinema. Negli ultimi anni, ci sono tantissimi film che quando ero piccolo io non c’erano. Io sono cresciuto con capolavori come Shining: non che non fosse violento ma c’era una violenza che non era esplicita, era invece formale, legata all’opera del testo di King. Quando ho visto Shining, non ho dormito per una settimana, e avevo 19 anni. Adesso, se ad un bambino faccio vedere The walking dead, dice che è una figata perché in realtà ci siamo abituati e ci hanno abituato a questo gusto per l’orrido, cioè per qualcosa che in realtà bello non è. Che però, in qualche maniera, dato che tutto è già stato fatto e tutte le cose, secondo molti, secondo le opinioni di tanti, ormai sono obsolete, dato che le cose belle ormai non tirano più, si arriva a fare tutto il giro, cioè ad apprezzare a tutti i costi cose che in realtà non sono così. E a forza di guardare quello che continuamente ti propongono, dicendo «Guarda che è bellissimo», tu in realtà, da artista, soprattutto quando sei molto giovane, hai bisogno di nutrirti. Come? Per esempio, andando in giro per mostre, per città, per fiere, per parchi. Però, se guardi queste cose in realtà ti riempi e in qualche maniera ti alimenti di qualcosa che poi, quando lo restituisci, ha fatto del bene già a te. E quindi lo restituisci nella stessa maniera. Al contrario, nell’altra maniera, senza volerlo c’è questa restituzione del brutto, che però è messo in una forma per cui puoi dire: «Guarda che cosa bella sto facendo!». In realtà, il risultato finale non è bello anche se poi, a onor del pubblico, per acclamazione popolare quella cosa diventa fantastica. Non so se sono riuscito a spiegarmi, perché lui mi ha fatto una domanda che non era mia ma che era bellissima. Grazie, Adelfo, grazie, Franco, io ritorno al lavoro.

 

ADELFO GALLI:

In realtà, forse c’è anche un’altra ragione, è che i bambini la vita l’hanno ancora davanti tutta, è ancora da costruire. E sono così innocenti, così belli, così puliti, che ci mettono tutto il loro impegno, non hanno timore di niente. Poi, piano piano, imparano ad avere timore: «Ma no, vedi, sei andato fuori, non hai disegnato bene, hai colorato ma hai sbavato, adesso la maestra ti da un brutto voto». Capperi, ragazzi, ma è più bello, c’è dinamismo in un disegno non troppo perfetto. Diamo dei libri terribili ai bambini, per imparare a stare dentro i limiti, a colorare disegni fatti dai grandi, dagli adulti, che non sono gran che belli. Invece, i bambini prendono un colore e cominciano, poi giù quello, ne prendono un altro, ma ci mettono un impegno straordinario. L’adulto ha timore e forse è anche questo che li frena, non vogliono fare brutta figura perché la figura è importantissima, essere performanti sempre. Magari qua io mi metterò a fare una scultura e alla fine non sono contento e allora, prima che la vediate, ma la vedete già, è un imbroglio questo, Franco. In realtà l’hanno già vista, e io che pensavo di distruggerla! Mi avete imbrogliato!

 

FRANCO NEMBRINI:

Ok, ma resta la domanda se il tuo nome nacque da ciò che fissavi, se siamo in qualche modo quello che guardiamo o, se preferite, quello a cui apparteniamo, perché questa nostra civiltà si paragona, anzi, gusta, gode l’horror vacui di cui si diceva prima. Ma perché? Perché è diventato bello ciò che prima era brutto, ciò che spaventava, ciò che andava evitato proprio perché male, evidentemente male, e perciò brutto, che non te lo godi neanche, quindi. Che cosa abbiamo perso per strada? Fanno finta di non ascoltare perché siamo andati completamente fuori dal minimo di scaletta che avevamo immaginato, ma bisognerà rispondere a questa domanda, Adelfo! Cosa abbiamo perso per strada, per cui il bello non è più bello e non si sa più che cos’è e questo vale per il bene? Tra l’altro, a me subito fa dire: «Ben venga la Divina Commedia, la grande avventura di un uomo che per amore al bene, per amore al bello, per amore alla verità ripercorre per noi e con noi tutta l’esistenza umana, tutta la conoscenza, tutta la realtà, tutto ciò che fa e può dire, dell’al di là e dell’al di qua». Rimette proprio le cose a posto perché ci aiuta a paragonarci con un modo di guardare che, mi sembra, è quello giusto e quello vero. Ma bisognerà tutti, non solo noi tre, stasera, portare a casa la domanda: cosa abbiamo perso per strada, per cui il confine non c’è più, vero e falso, buono e cattivo, bello e brutto? Bisognerà farci su qualche pensiero, anche perché, e qui ti faccio la seconda domanda, Gabriele, non distrarti facendo scarabocchi!

 

GABRIELE DELL’OTTO:

Me lo dicevano anche a scuola però stavo sempre nel primo banco e la maestra diceva: «Non può fare nulla di male perché è nel primo banco».

 

FRANCO NEMBRINI:

A me lo dicevano, solo che facevo scarabocchi davvero, la differenza è quella lì. Siamo arrivati alla questione che a me preme tanto, la questione di una responsabilità, lo dico perché, guardando il modo di lavorare di Gabriele, mi colpisce che faccia i super eroi, che faccia Dante, che faccia un manifesto per Comix di Lucca. Ogni tanto incroci qualcuno che ti guarda. Vorrei fare vedere, se la regia le manda in onda, quattro immagini, guarda anche tu, stai attento, altrimenti rispondi male o fai rispondere ad Adelfo. Questa qualcuno la conosce già perché era presente al Meeting dell’anno scorso, è quello che io chiamo il manifesto dell’educazione. Nel 2014, il Lucca festival lo incarica di realizzare il manifesto di lancio della manifestazione e lui si inventa ‘sta cosa, per me pazzesca, che quando ha aperto lo studio e siamo entrati, siamo rimasti travolti. Io gli ho detto: «Ti rendi conto di che cosa hai fatto?». E lui: «No». «Adesso te lo spiego un momento», perché noi funzioniamo così: io gli spiego quello che disegna e lui disegna spiegandomi quello che dico, e diventa una cosa virtuosissima. Gli ho detto: «Gabriele, ti rendi conto? C’è un bambino – è il manifesto dell’educazione – che è come se salutasse. Tra l’altro, è il ritratto di suo figlio, il primo, ne ha tre, una si chiama Bianca, che salutiamo, l’altra Costanza. L’anno scorso abbiamo parlato solo del figlio maschio e la figlia gli ha fatto un culo così, dicendo: “Dì al Franco Nembrini – ci aveva visto in televisione, ha nove anni – che il babbo ne ha tre, di figli -, e quindi la salutiamo, evitiamo dissapori in famiglia. È il figlio Ettore che, provvisto di una chiave davanti ad una misteriosa serratura da cui viene il lume, è come se si girasse e ha di fronte una città, la sua città, Lucca, una città identificabile, quindi ciascuno ha la propria. Ed è morta, tutto è morto, compresa l’esperienza cristiana perché morto è anche l’angelo che simboleggia il patrono di Lucca. Ma c’è un punto vivo, il buco della serratura, bisogna beccare la realtà a partire da lì. E questo bambino, che si gira con la chiave in mano, pronto ad aprire la realtà, si volta come a dire: “Papà, hai fatto il tuo dovere, adesso tocca a me”, e rivolgendosi a chi guarda il quadro, è come se dicesse: “Tu, ce la fai o no? Vieni o non vieni? Hai o non hai la chiave di accesso alla realtà, hai un qualcosa che ti introduca alla realtà totale cioè al suo significato?”. Quella luce dietro al buco della serratura brilla e fa sperare bene per tutto e per tutti». Dopo di che, questo è un manifesto per il Lucca Comix, per il Purgatorio guardate che cosa si è inventato, non so se avete visto l’immagine, il significato è lo stesso. Siamo alla barriera di fuoco, in cima alla montagna del Purgatorio c’è un ultimo ostacolo da superare, una barriera di fuoco che fa caldino ma non brucia, non danneggia. C’è da fare la sauna, solo che Dante, arrivato lì, non ce la fa, ha paura, dice addirittura di avere visto corpi bruciare. Deve avere assistito a qualche rogo. E dice: «Vai tu, perché a me sembra di sentire l’odore della carne bruciata». E Virgilio lo incita: «Dante, ti ricordi, ti ho mai ingannato?». «No, no». «Ti ho mai fregato?». «No, no». «Ma se ti ho aiutato con Gerione, con Minosse, con Tizio, Caio e Sempronio, finora ti ho forse ingannato? Se ti dico che ce la fai, se ti dico che non brucerai, fidati, no?». E Dante usa una espressione incredibile. Dice: «Io ero lì e dicevo tra me: “Ha ragione, è vero! Ma non ce la faccio, manca una energia che mi permetta di fare il passo, non basta il ragionamento”. Allora Virgilio prova a chiamarlo da dentro le fiamme, incitandolo, facendogli vedere che non succede niente. Nonostante questo, non basta, ci vuole qualcosa che muova la volontà. È sempre una ragione affettiva a muovere il giudizio dell’uomo per fargli fare il passo. Allora Virgilio capisce e da dentro le fiamme gli dice che gli sembra di sentire qualcuno che canta, potrebbe essere lei, Beatrice. Cosa accade? Gli ha dato la ragione affettiva, del viaggio, della vita e dell’esistenza, il punto di attaccamento vero che corrobora il giudizio, lo motiva, lo sostiene. Per cui, la verità non è mai un’idea ma un rapporto, un incontro. Ed ecco, vedete Beatrice, qui c’è un altro sguardo che chiama e un altro volto, quello di Dante. Questi occhi di Dante sono vivi. Racconto un aneddoto come omaggio ad Adelfo. Ero ad una premiazione cittadina. Premiavano tre arti: la scultura, la letteratura, la scienza. Lo scultore pare fosse un uomo importante, per cui gli racconto di Adelfo e gli faccio vedere delle foto. Mi dice: «Gli occhi, li ha fatti con l’acciaio o con il vetro?». Io lo guardo e dico: «Secondo me, con l’argilla». Lo scultore era diffidente, lavorava l’argilla da 40 anni, dice che non è possibile ottenere solo con l’argilla un effetto così, di vita. C’era però un ragazzotto tecnologico che ci ha portato un televisore enorme con un occhio di Dante dove si vedeva che era solo argilla. Lo scultore rimane lì, fermo. Ma è rimasto incantato così come lo siamo tutti quando lo guardiamo. Perché sono occhi che fissano e ti viene da domandarti il perché del suo sguardo, che presenza ha negli occhi! Si capisce allora che quella presenza è Beatrice. Dicevo a Gabriele: perché nella tua produzione e nel tuo lavoro ogni tanto si trova uno sguardo così? Se io avessi tutte le foto delle tue opere, ogni dieci pagine farei un salto sulla sedia per via di questo sguardo.

 

GABRIELE DELL’OTTO:      

In queste immagini che hai fatto vedere – come quella di Lucca Comics, che fa parte di un mio momento personale in cui avevo trovato nuovi stimoli -, c’era stato anche l’incontro con te. Quel tipo di immagine, di opere lasciano una libertà, anzi, mi lasciano una libertà che a volte non è sempre possibile, perché io lavoro sempre su commissione. Invece, il lavoro che faccio su Dante mi permette di avere la libertà per due motivi. Il primo è che tra te, Franco, e il comitato scientifico, alla fine mi lasciate libero, e po’ mi sento libero perché spesso e volentieri ci metto molto del mio. Nella mia vita non mi sono mai sentito così guardato da essere in qualche modo salvato, e mi auguro che questa cosa accada ai miei figli e alle persone che amo. Naturalmente, parlando anche del livello legato all’aspetto lavorativo, ormai da qualche anno ho capito che questo desiderio ce l’ho per tutti coloro che fruiscono della mia arte, e quindi in qualche maniera cerco di restituirlo là dove posso. Nella Divina Commedia mi sono accorto che è come se in alcuni momenti Dante ci chiamasse in prima persona a vivere quel momento insieme a lui: ecco perché nei due quadri che hai fatto vedere ho tolto l’equazione del personaggio, perché non avrebbe funzionato, e il muro di fuoco: quando me l’hai raccontato, ho pensato anche io che l’unica cosa che ti porta a superare il momento difficoltoso, che brucia, è un amore, una passione che ti porta oltre e spesso, anzi, quasi sempre, è una relazione. L’altro quadro, invece, è il momento che tutti aspettavamo, cioè vedere Beatrice. Inutile che disegno Dante che guarda Beatrice, perché sareio io che guardo Dante che guarda Beatrice. Come quando esci con una coppia, e ti senti il terzo incomodo. È la sensazione che ci sarebbe stata, così ho eliminato quell’equazione e Dante chiama ognuno di noi a vivere in prima persona questo: essere chiamato con il proprio nome ed essere riconosciuto in quanto Gabriele, Franco, Dante.

 

FRANCO NEMBRINI:

Scusa, all’inizio hai fatto, in modo molto veloce, una affermazione che merita di essere chiarita: hai infatti identificato l’essere guardati con l’essere salvati. Cosa vuol dire?

 

GABRIEL E DELL’OTTO:

Me l’hai detto tu di dirlo! (Ride) No, non è vero!

 

FRANCO NEMBRINI:

Cercate di aiutarmi, dai.

 

GABRIELE DELL’OTTO:

È uno sguardo di bene che ognuno di noi vorrebbe ricevere nella vita e per questo ci sono tantissimi aspetti che prendono direzioni aberranti nell’esposizione di noi sui social: Instagram, Facebook, ecc. Come quando tu, Franco, sei venuto a Lucca: perché c’è questa volontà di esporsi fino al ridicolo? Mi vesto da personaggio manga con le orecchie da coniglio e l’alabarda spaziale, ma perché spero che qualcuno mi rivolga la parola e mi riconosca, entri in relazione con me. Le persone cercano questo, anche se in realtà diventa sempre più difficoltoso.

 

FRANCO NEMBRINI:

Dici dunque che uno vestito così sta facendo un domanda?

 

GABRIELE DELL’OTTO:

È una richiesta, anche a livello inconscio, di essere guardato.

 

FRANCO NEMBRINI:

Quando dici che ci sono degli adulti che vanno in giro vestiti così ed esprimono un bisogno, qualcosa di vero, rendiamoci conto che questa affermazione ha lo stesso peso che ha quella frase di Ungaretti presente nella mostra: “La poesia non può avere un altro scopo se non quello religioso”. Anche quando non lo sapesse e anche quando fosse una bestemmia: c’è dentro tutta la tragedia della modernità in questa affermazione. Gabri, se è così, di fronte ad un mondo di adulti con le orecchie da coniglio, che responsabilità abbiamo?

 

GABRIELE DELL’OTTO:

La responsabilità di accoglierli, però è l’accoglienza che deve passare anche da una verità. Secondo me, non serve fare la morale ma vivere la relazione ed è nella relazione e nella testimonianza di ognuno di noi che si può arrivare a quello sguardo di salvezza che dicevamo prima. Questo è quello che penso io, magari è una stupidaggine.

 

FRANCO NEMBRINI:

Hai sintetizzato il Purgatorio!

 

GABRIELE DELL’OTTO:

Ecco, era tutto per arrivare qua (ride).

 

FRANCO NEMBRINI:

Invece hai sintetizzato davvero il Purgatorio, perché è la cantica del perdono, cioè della misericordia e dire questo vuol dire che è la cantica che descrive come possibile ciò che all’uomo sarebbe impossibile. “Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno”. L’uomo questa cosa non la può fare: per essere buono diventa bugiardo, per essere vero diventa cattivo, non riesce a tenere insieme la misericordia e la verità che invece è l’arte dell’educatore, abbracciare correggendo cioè correggere abbracciando. Adelfo, cosa dici te di questa situazione? La senti una responsabilità educativa nel mondo di oggi, facendo quello che fai?

 

ADELFO GALLI:

Io lo faccio per questo! O lo si prende com’è oppure si fa un’altra cosa, e voi cosa avreste? Non fareste un’altra cosa? Chi vi impedisce di farla? Se si vuole bene ai figli, non c’è altro modo che mettersi lì a pensarla, un’altra cosa. E proporgliela. Non volere da loro che siano il nostro specchio ma che vadano più su. Raccontavo una frase che penso sia di Michelangelo: “Il problema per gli uomini non è quando puntano troppo in alto e non arrivano. È quando puntano in basso perché arrivano”. Se io punto in alto e non arrivo, qualcuno proverà ad andare oltre, a conquistare quello che io non sono riuscito a conquistare. E quindi, c’è una spinta per tirare su gli uomini, perché vogliono stare troppo con i piedi per terra. È una tendenza, ma chi non ha avuto il desiderio di volare al di sopra delle cose, senza essere ingoiati da esse? Sono un artista, lo faccio ma posso cambiare mestiere in qualsiasi momento. Nel momento in cui non avessi niente da dire, cambierei mestiere, ma devo fermarmi per amore a me stesso e alla gente. Franco, a te la parola.

 

FRANCO NEMBRINI:

Ma per te è facile, uno che in mezz’ora tira fuori da un pezzo di terra una roba così, è facile, ma io che sono casalinga o operaio, cosa vuol dire fare una cosa nuova? Spiega meglio, così non si confonde.

 

ADELFO GALLI:

Una volta mi è capitato. Mi invitarono a esporre un presepe in una chiesa, io non ce l’avevo già fatto. Dico: «Vengo a farlo lì da voi, se volete, mi fermerò durante le celebrazioni e durante le funzioni e poi lo costruisco lì». Lo spazio che mi avevano messo a disposizione era tanto, io ho portato quintali di creta e sono andato dieci giorni prima a fare questo presepe. Ho cominciato sullo sfondo e ogni tanto mi allontanavo, guardavo, andavo avanti. Poi finiva la funzione, mi fermavo durante la funzione e via di corsa a lavorare perché il tempo era poco: avevo dato vita ad una cosa un pochino grande. A un certo punto, una bambina, finita la messa, passa di lì, guarda e poi: «Mamma, che cosa sta facendo?». Io ho sentito la domanda e le ho detto: «Vieni qua, mettiti qui un istante, adesso ti faccio vedere cosa sto facendo». Volevo fare un angelo e allora lei è stata lì un momentino, ho preso la creta e ho impostato, abbozzando velocemente. In certi momenti, hai una carica addosso che ti viene tutto bene. E così ho fatto questo viso che era il suo, la mamma era incantata a vedere quello che saltava fuori. Poi ho preso un pane di argilla come questo, gli ho dato quattro manate e ho tirato fuori le ali e l’ho messo come fosse seduto a guardare: era seduto così, a guardare il bambino che era appena nato. Franco, poi sono venuti tanti studenti perché il parroco aveva pensato che era una cosa bella che vedeva nascere, Adelfo. «Se ti porto un gruppo di studenti…». «Non ho tempo, guarda, non faccio in tempo, sono indietro», perché poi rispondevo alle domande delle persone. Lui insiste e io dico: «Guarda, va bene, al massimo 2 ore». Porta un gruppo di studenti e ha finito per diventare tutta la mattina: la dedicavo agli studenti che venivano a vedere, prendevo un pezzo di creta, spiegavo e poi ogni tanto incastravo un pochino gli insegnanti che venivano. «State attenti a questi professori» dicevo. «Dovete continuamente chiedere se tutto quello che vi stanno insegando risponde alle vostre esigenze, ve lo devono mostrare che è un’esigenza che avete, quello che vi stanno insegnando, perché tante volte loro non lo sanno». Erano lì, gli insegnanti, che mi guardavano un po’ così. Ogni tanto mi prendeva questo fumino, fino al punto che un giorno mi trovai con un gruppo di questi ragazzi. Non mi ricordo cosa fosse successo, l’avevo sentito alla radio, qualcosa di grosso, e allora chiesi loro: «Ma vi piace questo mondo?». Silenzio. «Siete contenti di come si vive in questa nostra civiltà? Te» dico a una ragazza. «No». «Allora, immaginatevi che voi dobbiate ricominciare da capo tutto. Siete gli unici superstiti di chissà quale disastro, sapreste fare qualcosa di diverso?». Silenzio. Non avevano una risposta. Ma a un certo punto, forse la stessa ragazza, non ricordo bene, dice: «Forse torneremmo a fare quello che abbiamo fatto, quello che abbiamo intorno a noi». Ma chi glielo dice a questi giovani che devono cambiare il mondo? Chi glielo dice? Chi spinge loro a pensare che devono rinnovare tutto? Lo facciamo? Franco, la responsabilità per forza ce l’abbiamo se non vogliamo vederci camminare davanti. Beh, io penso che una responsabilità ce l’abbiamo e la dobbiamo risolvere, insomma, boh!

 

FRANCO NEMBRINI:

Capite perché mi trovo bene? Bella compagnia! Adelfo, a costo di tediare il pubblico, ricordamelo che magari poi, alla prima occasione, le rileggiamo insieme, ma le cose che hai detto, Dante le dice quasi bene come te. Pensa che introduce l’XI del Paradiso, quando deve parlare di san Francesco, dice così:

 

O insensata cura de’ mortali,

quanto son difettivi silogismi 

quei che ti fanno in basso batter l’ali!

 

Quanto ti perdi in ragionamenti di poco conto e fai un elenco di tutte le cose che ci interessano nella vita, i mestieri vari, chi dietro

 

sen giva, e chi seguendo sacerdozio 

e chi regnar per forza o per sofismi,

 

eccetera eccetera e poi dice: io, invece, mentre tutti facevano queste loro cose e morivano dietro a queste loro performance, quanto da tutte queste cose sciolto,

 

quando, da tutte queste cose sciolto,

con Beatrice m’era suso in cielo

cotanto gloriosamente accolto.

 

sono andato a volare con Beatrice: il sogno di voler volare. O quando nel Purgatorio, già nel primo canto dice che la pianta che strappano per cingerlo rinasce immediatamente, avviene il miracolo: appena strappa su la pianta, miracolosamente rinasce nuova, fissando quale sia il tema del Purgatorio, quella novità che dici te, avere la responsabilità di tentare il nuovo. Io aggiungo solo che nella mia esperienza, ma credo anche nella tua, per quello che mi hai raccontato, il nuovo non ce lo diamo noi, non ce lo inventiamo noi, c’è un altro che ha fatto nuove tutte le cose, la novità ce l’abbiamo davanti, insomma. Non la produciamo noi, anche se voi producete: l’arte è la testimonianza di questa novità. Gabri, cosa dici che chiudiamo baracca? Una battuta.

 

GABRIELE DELL’OTTO:

Confermo.

 

FRANCO NEMBRINI:

Allora chiudiamo, non so se siamo riusciti a dare l’idea di quello che stiamo vivendo insieme, io provo solo a chiudere con una battuta che mi sembra sintetizzare quello che abbiamo cercato di dire stasera: una battuta, un render conto delle cose che ho visto in questi ultimi periodi su questo tema, su questa vicenda. Perché veramente, soprattutto in questi ultimi anni, ho visto che essere guardati, come diceva prima Gabriele, ed essere salvati è lo stesso. La salvezza è uno sguardo che ci raggiunge. Se penso alle donne della Rose in Uganda, che tanti di noi hanno sentito proprio qui al Meeting, le donne malate di Aids, che ricevono le medicine ma le buttano via perché – dicono a Rose -, se la vita è un inferno, perché guarire? Allora la Rose cambia atteggiamento e loro, ad un certo punto, iniziano a curarsi e dicono: «Perché la vita, da quando tu hai cominciato a guardarci così, è stata un’altra cosa, anzi, costruiamo una scuola per i nostri figli, dove anche loro possano essere guardati così». Ricordo un po’ di anni fa la visita al carcere a Freetown, credo sia uno dei luoghi più infernali che ho visto nella mia vita, più terribili. Con padre Berton siamo andati a fare la messa di Natale, uscendo tra due file di guardie che tenevano lontani i detenuti. Uno di questi detenuti giovani si fa largo a fatica, allunga il braccio, mi dà qualcosa, io capisco che si sta rivolgendo a me, afferro quel che mi dà e mi trovo tra le mani un bigliettino rosso con scritto il suo nome: Luis. Arretro, torno da lui e gli dico: «Cos’è? Cosa mi hai dato? Perché mi dai il tuo nome?». «Perché se tu ti ricordi di me, io esisto». Nell’inferno di un carcere di Freetown o con le nostre amiche ucraine della casa volante che ieri sera ci raccontavano e, venute su da orfanotrofi in cui sono state messe fin dalla nascita, ti dicono: «Voi siete la casa, voi siete la famiglia, voi siete ciò a cui appartengo per lo sguardo che mi avete offerto quando mi avete incontrato. Ecco, io vedo tante cose così, vorrei raccontarvele tutte, mia moglie mi ammazza, quindi adesso mi fermo, dice che sono sempre molto lunghe. Chiudo con una in particolare che mi ha sconvolto proprio in quest’ultimo periodo, è una lettera che ho ricevuto, ve la leggo così com’è, non credo abbia bisogno di grandi commenti perché mi sembra sintetizzare tutto quello che abbiamo detto: la responsabilità che abbiamo di fronte a questo mondo. É uno che mi scrive: «Ti scrivo come se fossi ancora lì in una mattina di metà febbraio in una sala d’aspetto del reparto di oncologia, insieme a mio padre malato di cancro in una stanza piccolissima, affollata, con i termosifoni a palla. Ricordo la mancanza d’aria, non si respirava, papà deve affrontare il suo primo trattamento chemioterapico, il solito via vai degli infermieri, tirocinanti universitari che ci guardano indifferenti, un crocifisso viene accolto tra le risa di studenti in erba, è così che si muore, dunque, mi sono detto. La rabbia sta per esplodere, sto per scoppiare. Mio padre rimane in piedi, non c’è posto per sedersi, si sente smarrito e si muove nervoso come una mosca in quel metro quadro di dolore. Non riesco più a fissare lo sguardo su di lui. Il problema che abbiamo è questo: ricevere uno sguardo così forte da poter guardare tutto, tutta la realtà, stare davanti a tutti. Non riesco più a fissare lo sguardo su di lui. D’istinto, esco da quel girone e mi precipito verso l’uscita. Per giustificare quel gesto vigliacco, mi ripeto: te lo meriti, papà, per tutto quello che ci hai fatto passare, devi morire. Crepa. Arrivo alle scale e mi fermo. Apro la finestra, tento di respirare, di calmarmi in qualche modo, tremo dalla rabbia. Un freno all’improvviso. Qualcuno mi sussurra dentro: sei un prete, cosa dirai a Dio stasera a messa dopo avere abbandonato tuo padre nel suo momento peggiore? Svegliati, stai sveglio, apri gli occhi, guarda, guardalo. Ancora la testa fuori dalla finestra, cerco di respirare lentamente, nel frattempo mi passano davanti ragazze, donne, uomini, devastati dalla chemio, non mi impressionano, ne ho visti tanti morire: parrocchiani, parenti, amici. Stavolta la morte si avvicina a papà e sta per scrivere la parola fine sulla nostra storia, finalmente. Desideravo liberarmi della sua figura da quando lo vidi alzare le mani più volte su mia madre, ero un bambino e in quei momenti finì la mia infanzia. Scusami, Franco, di questa digressione, torno sulle scale dell’ospedale: d’improvviso qualcosa o qualcuno, dentro l’anima, mi spinge a ricordare il primo canto dell’Inferno, ho sul cellulare la Divina Commedia, comincio a leggere l’Inferno e per la prima volta sento il desiderio di vita salire da qualche parte. Dalla punta dei piedi arriva alle mani, agli occhi, ai capelli: qualcosa di vivo in mezzo a quei morti che camminano, lì dove si nasconde mio padre. È lì che andrò a cercarlo leggendo Dante. Rileggo i versi del canto I dell’Inferno, una, due, tre, quattro volte, e poi ancora domandandomi: ma nel libro, questo verso, come veniva spiegato, come posso intenderlo qui, adesso, in questo posto maledetto? Mi tormento chiedendomi perché non lo lasci morire, perché? Perché, Dio, non mi lasci in pace? Perché mi hai fatto prete? Perché non posso vendicarmi? Quando vidi il tuo libro per la prima volta, quella solita fastidiosa vocina mi aveva detto: compralo e leggilo. Così ho fatto, e il motivo è semplice: con Dante su quella scala d’ospedale ho cominciato il viaggio nel mio inferno personale. Non senza cadute, tremori e risalite. Una lettura che mi fa desiderare ciò che credevo irrimediabilmente perso, i miei genitori e la mia famiglia, divisa in mille pezzi con tante ferite da curare. Il tuo libro è diventato il mio breviario – Dante, eh – e non mi importa di saltare qualche volta l’ufficio divino se per mezzo di questo libro Gesù mi impedisce di abbandonare mio padre. Pagina dopo pagina, ho iniziato involontariamente quel cammino di cui è scritto: “Beato chi decide nel suo cuore il santo viaggio”. Papà finirà altre due volte in ospedale e nel frattempo mia madre si spezza il femore: mi sembrava di impazzire tra famiglia e parrocchia: tutti reclamavano la mia presenza. Mi hanno fatto a pezzi come una eucarestia mangiata. Andavo in ospedale e vedevo solo dolore, tornavo in comunità e guidavo i parrocchiani, in confessionale consolavo i penitenti. Tornavo la sera in camera distrutto e avvilito, celebravo la messa come un automa senza sentire più nulla. Poco consolato dalla preghiera, ho sperimentato la solitudine del prete che non ha nessuno quando lui ha bisogno. Isolato nella mia stanza, trovavo il tuo Dante: l’amico che continua a consolarmi e a dare senso a una storia difficile. Mentre te lo racconto, il pianto sale fino agli occhi come Dante all’inferno. Ieri, quando ho letto il canto VI, ho pianto in silenzio perché per la prima volta – sentite – ho fissato gli occhi dolenti di mio padre chiedendogli: “Dimmi chi sei, chi sei tu che ti trovi in un luogo così pieno di dolore?”. Tutto qui, tutto qui, Franco? Ho scritto di getto in maniera confusa e con tanto dolore questa mia storia in attesa di risorgere. In chiesa, nessuno dei fedeli conosce questi dettagli. Consegno la storia a te e a chi avrà la pazienza di leggerla – quindi, assolvo ad un voto leggendola – perché tu continui a scrivere e a consolarci con le opere di Dante, perché i giovani leggendo Dante possano sottrarsi alla morte, perché il tuo libro mi ha salvato dalla disperazione. Ti prego, dillo a tutti. Io lo farò. Il nostro incontro ha un senso, ha un valore perché mi ha fatto intendere che il Signore non mi ha mai abbandonato. Quella domenica sulle scale di quell’ospedale ho capito che mi è vicino con la sua paterna bontà per mezzo dei suoi figli. Ci vediamo presto». Vi lascio con questo augurio, che per tutti noi sia la vita, tutto quel che viviamo, facciamo, brighiamo, l’occasione per questo coraggio ritrovato. Guardare negli occhi tutto e tutti abbracciati da uno sguardo che ci rende capaci di un perdono e di una rinascita come questa. Dopodiché, credo alle due opere d’arte: le vedete? Voi le vedete bene? Bene, io saluto, ringrazio, loro due non fanno neanche quello, stasera è andata così, bene. Vi ringrazio io a nome di tutti e tre. Ci vediamo spero in Paradiso per il Paradiso dell’anno prossimo.

 

L'essenziale è invisibile agli occhi? Suoni, figure, forme nel Purgatorio di Dante

Data

23 Agosto 2019

Ora

21:30

Edizione

2019

Luogo

Salone Intesa Sanpaolo B3
Categoria