LE STRATEGIE PER LA RICERCA BIOMEDICA

Partecipano: Pier Mannuccio Mannucci, Direttore Scientifico della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano; Mario Melazzini, Direzione Generale Sanità della Regione Lombardia; Stefano Portolano, Amministratore Delegato di Celgene; Alberto Sciumè, Presidente di Nerviano Medical Sciences. Introduce Marco Bregni, Presidente dell’Associazione Medicina e Persona.

 

LE STRATEGIE PER LA RICERCA BIOMEDICA
Ore: 11.15 Sala C1 Siemens

MARCO BREGNI:
Buongiorno a tutti e benvenuti all’incontro sulle strategie della ricerca biomedica. Perché questo incontro? Dire che la natura dell’uomo è rapporto con l’infinito vuol dire che la dinamica dell’uomo è essere sempre alla ricerca del rapporto con l’infinito. Quindi, la ricerca è strutturale alla natura umana, e tanto più la ricerca biomedica, che ha come oggetto l’uomo stesso, che ha a che fare con la carne e il sangue dell’uomo. Ricerca biomedica, ricerca in medicina: oggi l’aggettivo che si usa di più a proposito della medicina è “personalizzata”, e qui lancio già una provocazione ai nostri relatori. Se in alcuni casi la ricerca ha cambiato in modo radicale l’approccio terapeutico e la storia naturale delle malattie, vedi per esempio la leucemia mieloide cronica, in altri casi – e sono la grande maggioranza – non è risultata decisamente più efficace della terapia convenzionale, tradizionale. Quali sono secondo voi i motivi di questo? Data la premessa, direi che il format di questo incontro non può essere un dibattito di opinioni che inevitabilmente finirebbe per scatenare un lamento sulla scarsità delle risorse: invece decidiamo di partire dal positivo, da quello che c’è già per comprendere che cosa manca. In questo siamo avvantaggiati dal fatto di avere a questo tavolo delle vere eccellenze nella ricerca biomedica: il professor Pier Mannuccio Mannucci, Direttore Scientifico della Fondazione Policlinico di Milano, il dottore Stefano Portolano, Amministratore Delegato della Celgene Italia, il dottor Alberto Sciumè, Presidente di Nerviano Medical Sciences e della Fondazione regionale sulla ricerca biomedica e il dottor Mario Melazzini, responsabile della programmazione della sanità della Regione Lombardia.
A questi relatori, poniamo le seguenti domande: quali pensate siano i principali problemi che ostacolano lo sviluppo della ricerca biomedica? In secondo luogo, come vedete la collaborazione tra pubblico e privato, compresa l’industria, nello sviluppo della ricerca? E poi, quali sono secondo voi le prospettive e le richieste da fare alle istituzioni? Do la parola al professor Mannucci.

PIER MANNUCCIO MANNUCCI:
Grazie, Bregni. Innanzitutto io devo esprimere il mio veramente vivo apprezzamento per aver avuto l’onore di parlare di ricerca a questo convegno, ne ho sentito parlare per tanti anni e veramente ne ero curioso: diciamo che la curiosità è stata ampiamente soddisfatta. Farò una specie di discorso introduttivo in rapporto a quello che ha detto Bregni. Cominciamo, spero che voi vediate la prima diapositiva. Ho aggiunto al titolo generale questa frase, “La ricerca guidata dalla clinica”, perché naturalmente devono essere le malattie dell’uomo che guidano la ricerca. Questi sono i contenuti della mia presentazione: sottolineerò come la ricerca scientifica sia importante anche per il progresso economico, cosa importante da dire in questo momento in cui il Paese si trova nella crisi che tutti conosciamo. Farò un po’ il quadro generale delle eccellenze, perché sostanzialmente si tratta di questo, la ricerca scientifica in Italia. Parlerò poi di quella che è la ricerca traslazionale, che è la ricerca volta al miglioramento della salute dell’uomo; ed infine, come direttore scientifico di ricovero e cura a carattere scientifico, dirò perché questa catena di ospedali di ricerca è stata creata, come funziona e come, secondo me, non è ben adeguatamente utilizzata. Cominciamo con il primo punto. Credo non ci sia dubbio che la conoscenza non è un lusso ma un bene e sicuramente non è un costo, perché la scienza e la ricerca sono essenziali motori dello sviluppo dell’economia. Non c’è il minimo dubbio che i Paesi che adesso progrediscono, invece di regredire nel campo dell’economia, hanno investito in ricerca. Questo è un esempio, lo studio di un’Accademia del Regno Unito: purtroppo questa ricerca non ha un risultato immediato, però il risultato è tangibile a breve distanza, quindi non si tratta di qualcosa di astratto e di teorico ma di qualcosa che si concretizza in benefici per l’uomo. Il mondo continua a credere nella ricerca, tanto è vero che il 2% del PIL del pianeta, tutti questi miliardi di dollari, sono investiti in ricerca, con un continuo aumento, di anno in anno, nei diversi Paesi. Vedete in questa diapositiva che i Paesi che investono in ricerca sono, oltre agli Stati Uniti, l’Asia – questa economia cresce perché hanno investito e continuano a investire in ricerca. Anche i Paesi in crisi – qui citiamo la Francia e la Germania -, che sicuramente non vanno così bene col PIL, hanno investito e aumentato le risorse per la ricerca scientifica durante l’attuale crisi economica. Queste sono le cifre documentabili.
Vediamo adesso cosa succede in Italia. Innanzitutto, vediamo che l’Italia – è ben noto – investe una percentuale molto bassa del PIL in ricerca e sviluppo, e vediamo che siamo dietro alla Spagna, dietro agli Stati Uniti, molto vicini a Paesi piccoli, che non sono all’avanguardia, come l’Ungheria. Naturalmente, si dice che ci sia stato un aumento, dall’1,11% all’1,26%: sarebbe vero, se non fosse che questo è avvenuto solo perché è diminuito il PIL, e quindi la percentuale dei fondi di ricerca. E’ un aumento fittizio perché in realtà, in senso assoluto, i miliardi che sono stati investiti hanno subito una diminuzione continua dal 2008 al 2010. Mentre il rapporto tra investimenti pubblici e privati di solito è un terzo/due terzi – un terzo il pubblico, due terzi il privato -, in Italia purtroppo siamo a metà. Questo fatto indica come la nostra industria – perché il privato vuol dire industria – sia poco competitiva e faccia poca ricerca. Come si giustifica in genere il fatto che viene investito così poco in ricerca da parte di coloro che, investiti di pubblici poteri, hanno questa responsabilità? Si dice che il sistema dell’università e degli enti di ricerca è malato, e ci sono degli elementi di verità in questo: ma, come vedremo, il risultato poi è che incredibilmente l’Italia riesce ad essere competitiva.
Manca la valutazione della meritocrazia, e questo sostanzialmente è vero, anche se forse adesso si incominciano a vedere segnali di miglioramento. Quindi, si dice: “E’ inutile che diamo più soldi per la ricerca perché tanto sarebbero sprecati”. Non sono sprecati, perché anche nella attuale situazione disastrosa del sistema Italia, come vedremo, l’Italia si comporta bene. Una cosa incredibile, un po’ difficile da capire e da credere: però, è un fatto obiettivo, che ci riconoscono all’estero e che si deve tenere presente. Naturalmente ci sono dichiarazioni in parte vere: la meritocrazia non è proprio al top nella attribuzione dei fondi, a livello dei vari ministeri, pochi e distribuiti male; non sempre c’è una corrispondenza tra la produzione scientifica dell’università e degli ospedali e i loro tipi di finanziamenti. Non voglio negare tutto questo, però voglio far vedere quello che c’è in questa diapositiva. Vedete che l’Italia non si comporta male, dal punto di vista del numero delle pubblicazioni, rispetto ad altri grossi Paesi come il Regno Unito, la Francia, la Germania, Paesi paragonabili a noi per sviluppo e numero di abitanti. Se poi si guarda la qualità delle pubblicazioni, ci sono queste classifiche che ormai hanno una certa validità perché sono basate su criteri obiettivi che dimostrano che l’Italia è al sesto posto nel mondo per qualità della produzione scientifica biomedica, al settimo in matematica, all’ottavo in fisica e computer science. Purtroppo però è trentunesima su trentaquattro nella distribuzione dei fondi per la ricerca. Questa è una diapositiva chiave che vi mostra come incredibilmente in Italia si continui a fare della buona ricerca nonostante la cecità di coloro che non capiscono che, anche se i risultati non sono immediati, è necessario investire in ricerca, anche per risolvere l’attuale crisi. Altro esempio è che noi paghiamo la ricerca degli altri Paesi perché, come contribuiamo in maniera sostanziale, date le nostre dimensioni, per esempio al fondo Salva Stati, così contribuiamo con il 13% del budget totale per la ricerca scientifica. Il dramma, purtroppo, è che l’Italia utilizza, cioè riceve in cambio, solo l’8,4% di quello che investe, mentre ci sono altri Paesi che investono di più. Perché? Questo è un discorso molto difficile da fare e forse non è il caso di farlo adesso, però è un altro esempio degli squilibri che ci sono in questo settore.
La situazione attuale. In febbraio, quando eravamo ancora lontani dalla cosiddetta revisione della spesa, tre ministri importanti, il ministro della Cultura e dei Beni Culturali – vorrei sottolineare che l’Italia ha a disposizione per crescere i suoi cervelli e – l’abbiamo dimostrato – anche le sue bellezze, il prof. Ornaghi, il Ministro Passera e Profumo, Ministro della Ricerca e dell’Università, hanno dichiarato che le scelte di Spending review comportano la rivisitazione del mix della nostra spesa pubblica nella componente che riguarda la sfera delle conoscenze, cioè la ricerca, che non può essere considerata un bene da tagliare ma, semmai, rappresenta uno dei bacini per cui spendere di più e meglio, creando sviluppo ed occupazione.
Queste erano le intenzioni, si è verificato tutto ciò? Ci sono altre dichiarazioni, questo è il discorso del Ministro della Salute, il Ministro da cui dipendono gli istituti di ricovero e cura di cui io sono dipendente. Anche lui ha fatto una dichiarazione: un costo è rivedere l’organizzazione, ma le risorse per la ricerca in senso stretto devono essere tenute al riparo, così si può consentire di riqualificare il comparto. Dichiarazione che naturalmente noi tutti condividiamo. Ma vediamo cosa è successo. Sono previsti dei tagli agli enti di ricerca. Per fortuna è intervenuto Napolitano, il Presidente della Repubblica è molto sensibile al problema della ricerca e dello sviluppo e ha fatto sì che questi 33 miliardi di tagli previsti per quest’anno – erano tagli lineari – vengano quantomeno rivisti. Per ora sono stati sospesi, e Profumo dovrà vedere di attribuirli in maniera non lineare ma in rapporto alla produzione di diversi enti. Volevo sottolineare che ancora, per l’ennesima volta – io non amo i camionisti ma li cito – sono stati tagliati fondi di ricerca per dare fondi ai camionisti. Il trasporto su gomma è molto importante, però a un certo punto la ricerca è altrettanto importante. Nel decreto per lo Sviluppo, c’è sempre da notare che è stato aumentato leggermente il credito di imposta per ricerca e sviluppo, stimolando così le nostre industrie che non producono e che non investono in ricerca a investire di più. Il 40% è un po’ eccessivo, siamo al 32% e ci superano altri Paesi, la Spagna, l’India, la Cina, Paesi che crescono con uno sviluppo enorme.
Infine, arriviamo direttamente alla ricerca traslazionale in medicina, di cui io mi occupo e dove ho introdotto questo sistema. Cos’è la ricerca traslazionale? E’ un termine che nasce dopo la conclusione del progetto “Genoma Umano”: sostanzialmente è la ricerca che ha lo scopo di trasformare le ricerche di base, o che derivano dalla ricerca di base, in salute e benessere dell’uomo. In inglese, from bench to bedside. Vuole dire che l’ipotesi di lavoro della ricerca biomedica deve essere suggerita dalle malattie dell’uomo: si deve partire da quelli che sono i problemi della salute dell’uomo per stimolare la ricerca di base. La ricerca traslazionale non può essere che bidimensionale, fra il laboratorio e il letto del malato. Fra l’altro, questo è importante in un momento in cui spesso si dice che sì, magari investiremo di più in ricerca, però ci deve essere un risultato immediato. E’ un errore, perché la ricerca di base è fondamentale. Io non mi occupo di ricerca di base, sono un clinico, però riconosco anche l’importanza della ricerca, di curiosità da cui sono derivate poi molte scoperte che hanno portato al miglioramento della salute dell’uomo. Quindi, ribadisco che l’ipotesi di lavoro della ricerca biomedica deve essere suggerita dalla malattia dell’uomo, c’è una bi-direzionalità su cui voglio insistere. Da questo punto di vista, per esempio, l’ospedale in cui lavoro, l’istituto ricovero e cura a carattere scientifico, se da una parte ha delle vecchi costruzioni dell’inizio del secolo, dove si fa dell’attività clinica, però si sta attrezzando per avere un istituto di ricerca di base che dovrà fornire e nutrire la ricerca clinica.
L’ultima parte, brevemente, sul ruolo degli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico per la ricerca traslazionale. Che cosa sono? Un fatto unico in Europa, una rete di ospedali di ricerca che però fanno anche assistenza, costituita quasi un secolo fa dall’università della salute, che aveva come scopo migliorare l’assistenza clinica al letto del malato attraverso le innovazioni della ricerca biomedica. Sono un unicum in Europa e forse nel mondo che dovrebbe essere promosso e riprodotto in altri Paesi, cosa che non avviene. Il Ministero e le Regioni, che pure ci finanziano, secondo me non ci utilizzano in maniera adeguata, dandoci o non dandoci dei compiti. E’ chiaro che la ricerca debba avere una parte libera però, quando c’è questo tipo di finanziamenti, ci deve essere anche una direzione. La ricerca traslazionale secondo noi dovrebbe comprendere anche un approccio sperimentale alle criticità gestionali dell’assistenza sanitaria, ed è solo uno dei grossi problemi dell’Italia che invecchia. Le IRCCS costituiscono l’ambito in cui questo si dovrebbe sviluppare. Voglio fare degli esempi che sono stati realizzati, o si stanno realizzando, nei nostri ospedali, di come le IRCCS dovrebbero anche occuparsi di problemi di gestione della sanità con metodologia scientifica. Questo è un compito che non ci viene sufficientemente attribuito dagli enti che pure ci finanziano.
Infine, per concludere il discorso sul futuro della ricerca, vorrei riferirmi alle questioni poste dal moderatore. Il paziente complesso, con poli patologie e poli terapie nell’Italia che invecchia, è un grossissimo problema di salute che andrebbe affrontato, e che va affrontato proprio con una metodologia di ricerca. Penso che il professor Bertazzi, che è presente in sala, potrà apprezzerà questa cosa, anche perché costa meno. Ci dovrebbero essere, negli ospedali maggiori, conoscenze di statistica, epidemiologia e bioinformatica, strumenti essenziali per affrontare la ricerca biomedica al giorno d’oggi. Questo è quello che volevo dire, vi ringrazio dell’attenzione e grazie per avermi sentito.

MARCO BREGNI:
Grazie, professor Mannucci, perché ci ha dimostrato con le cifre e con i numeri che la conoscenza è un bene da perseguire, e non è solo un bene in sé ma anche conveniente. Do quindi la parola al dottor Alberto Sciumè.

ALBERTO SCIUMÈ:
Innanzitutto, nel ringraziare devo dire che in questo panel io rappresento una qualche anomalia, perché non sono di formazione medica, non biologica, non sono un chimico, sono di formazione giuridica. Faccio ricerca e insegno in università, ma in un settore completamente diverso, e di mestiere faccio l’avvocato. Ad un certo punto mi hanno chiesto di svolgere attività di impresa e così ho iniziato ad occuparmi di finanza, poi di energia e, ultimamente, negli ultimi quattro anni, di ricerca biomedica, assumendo la presidenza di un gruppo di società che è il centro di ricerca di Nerviano, il Nerviano Medical Sciences. Sono entrato a presiedere il gruppo del Nerviano Medical Sciences nel 2009, a seguito di una fase di difficoltà finanziaria e di liquidità che caratterizzava questo centro, chiamato dall’allora azionista di riferimento, l’azionista unico. La storia di Nerviano Medical Sciences è una storia nobile ma che è assolutamente emblematica dello sviluppo che ha subito la ricerca industriale biomedica in Italia negli ultimi quarant’anni. Nerviano era il luogo dove era collocato il centro di ricerca di un grande operatore farmaceutico italiano, il più grande e importante della ricerca farmaceutica in Italia, Farmitalia Carlo Erba. Nel 1978 Farmitalia e Carlo Erba, queste due imprese, si fondono ma nel ’93 vengono acquisite da Farmacia, una grossa impresa straniera, che operava in un periodo in cui prendeva l’avvio un processo sistematico di fusioni e aggregazioni nel sistema farma-industriale mondiale. Da Farmacia, il vecchio centro di ricerca Farmitalia è passato attraverso una fusione in PHARMACIA & UP JOHN, un’altra impresa farmaceutica: successivamente sono state acquisite e incorporate da quello che oggi è uno dei grandi operatori mondiali, Pfizer. Pfizer tiene il centro di ricerca di Nerviano fino al 2003, quando decide, attraverso un processo, di alienarlo. Questa cessione avviene, naturalmente, per un’esplicita posizione di Pfizer, a favore di operatori non concorrenti. E porta il centro di ricerca di Nerviano nelle mani della congregazione religiosa dei Figli dell’Immacolata Concezione, i quali la gestiscono per un certo numero di anni e nel 2009 si presentano con una crisi importante sul piano finanziario. Subentro lì, su consenso delle istituzioni politiche di allora, istituzioni regionali e istituzioni centrali di Governo, per operare una ristrutturazione che è stata poi avviata nel 2009 e che si è conclusa nel dicembre 2011, quando il centro di ricerca di Nerviano è stato acquisito a titolo gratuito da una fondazione creata ad hoc dalla Regione Lombardia come Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica che in questa fase sono stato chiamato a presiedere.
Che cos’è Nerviano Medical Sciences? Un centro che sviluppa l’intero ciclo di ricerca con una serie di attività che, oltre alla scoperta dei farmaci operano anche nelle attività di supporto allo sviluppo clinico, attraverso una serie di società: attività di sviluppo clinico di composti innovativi, ricerca e produzione ad alto contenimento di principi attivi su piccola e media scala, formulazione dei principi attivi di produzione ad alto contenimento di lotti su piccola e media scala. Questo è, dunque, il gruppo di Nerviano Medical Sciences. Cosa non funzionava quando, nel 2009, ho iniziato questa esperienza? Non funzionava il tema strategico, e qui consentitemi di dire che uno specialista può portare un contributo positivo, valido in una fase di crisi, La storia ci mostra che nelle fasi di crisi le soluzioni arrivano normalmente da coloro che non sono specialisti della materia. Perché chi non è specialista della materia può avere uno sguardo capace di un passo indietro, che consente di inserire quella entità in crisi in un processo di revisione strategico che innesta l’entità in un nuovo processo di sviluppo. Quello che non funzionava era esattamente questo, il fatto che Nerviano Medical Sciences aveva perso una paternità importante come Pfizer, che operava come operatore industriale, in cui il centro di ricerca era un centro di costo. A fine anno, si tirava una riga sui costi della ricerca. Quanto era il minus che era costata la ricerca: dieci? Venti? Trenta? La casa madre ripianava. Dopo la perdita di Pfizer, la strategia di Nerviano, senza un’azionista forte, continuava ad essere la stessa: peccato che non ci fosse nessuno alle spalle che fosse in grado di ripianare.
Dunque, un grande consumo di risorse, un grande investimento in ricerca che, ad un certo punto, era arrivato al capolinea. Si trattava, e si è trattato, di modificare la strategia, innanzitutto recuperando la consapevolezza che un gruppo industriale deve stare in piedi sulle proprie gambe, cioè deve chiudere economicamente e finanziariamente in pareggio. Tuttavia occorreva e occorre ancora oggi recuperare un rapporto forte, se mi consentite il termine, con una paternità significativa. Non esiste una ricerca, cioè uno sviluppo della conoscenza, che non sia legato ad un soggetto che dia una strategia della ricerca, che sviluppi un processo, che dia indicazioni sugli obiettivi da perseguire. C’è una bella frase in cui mi sono imbattuto in quel periodo, ho visto che recentemente è stata recuperata, una frase interessante di Dostoevskij. Siamo nel 1846, 1848 circa, e Dostoevskij, polemizzando con le correnti positiviste che sviluppavano un certo modello di conoscenza, dice: “La conoscenza, la scienza è sempre e dovunque stata sommamente nazionale. Si può dire che le scienze siano nazionali per eccellenza”. È una frase che può sembrare a noi un po’ anomala, perché la conoscenza, la scienza, il mondo della scienza, la repubblica degli scienziati è per sua natura internazionale. Eppure, io credo che questa frase debba farci riflettere. Naturalmente, quando Dostoevskij scrive e parla ha davanti un modello che è quello della nazione: e a metà Ottocento, la nazione ha un valore emblematico fondamentale. Non solo, ma ha il modello della nazione tedesca: cos’è la nazione per la Germania della metà dell’Ottocento? È una comunità di persone unite da un’unità di intenti, da una religione comune, da una cultura comune, da obiettivi e strategie, modi di essere comuni.
Credo che dobbiamo capire, passando da questi livelli allo specifico della ricerca biomedica, come lo sviluppo della conoscenza per la ricerca biomedica possa inquadrarsi in questa strategia in cui c’è qualcuno, vi è una nazione, se mi passate il termine, cioè una comunità di riferimento, che orienta la ricerca stessa, in cui la ricerca si radica, si ancora per trovare gli spunti, i criteri, i luoghi, le direzioni da assumere ma anche le risorse da sviluppare. La comunità di riferimento è, dunque, il luogo delle risorse che generano possibilità di sviluppare la conoscenza. Da questo punto di vista occorre, credo, una prima indicazione, anche per rispondere alle domande, per modificare il criterio generale consolidato per noi in Italia, ma anche in altri Paesi del mondo e dell’Europa, per cui vi è un soggetto che chiede e un soggetto che dà e la logica dello sviluppo della ricerca è di giocare su questo piano della dialettica, acquisire sistematicamente, in un confronto competitivo, maggiori risorse. Quando si dice che, a livello nazionale, si riducono le risorse per la ricerca, vuole dire che quelle risorse finiscono da qualche altra parte, forse, in questa fase che interessa l’Italia, in interessi passivi del debito pubblico. Ma questo è il contesto in cui viviamo e noi non possiamo essere astratti dal contesto, non possiamo trasformare la nostra partecipazione all’esperienza della nazione e del territorio in un confronto per strappare risorse ad altri. Occorre invece mettere in moto risorse. Recentemente, è stato scritto esattamente questo, ovvero che il problema fondamentale non solo della ricerca ma dell’Italia è di liberare risorse. Io credo che, da questo punto di vista, l’esperienza di Nerviano Medical Sciences sia significativa, emblematica nell’arco di sviluppo che ha subito e nel fatto che alla fine è divenuta proprietà di uno shareholder che è una fondazione regionale che si incarica di tracciare le linee e il percorso che la ricerca deve seguire, naturalmente a condizione che il centro di ricerca abbia la consapevolezza di essere una struttura al servizio del sistema, cioè si trasformi da un’entità competitiva con altri enti in un’entità al servizio del sistema della ricerca.
Ancora due osservazioni. La prima. Qual è il punto di ricaduta della comunità culturale, di quella comunità dotata di una unità di intenti, che fa appropriatamente da riferimento per la ricerca biomedica? A maggio di quest’anno sono stato alla presentazione dei risultati di una ricerca, svolta su base nazionale, sul soddisfacimento degli italiani circa i servizi prestati dal sistema della salute italiano. Devo dire che sono stati risultati confortanti. I risultati, infatti, testimoniano un alto soddisfacimento: prescindo dalla parte regionale, anche se non posso non notare che questo panel di interventi è fatto tutto da esponenti della ricerca in Lombardia, cosa non priva di significato. D’altra parte, in Lombardia si sviluppa più del 60% della ricerca biomedica. Tornando al dato del soddisfacimento degli italiani per il sistema sanitario, non riguarda solo il profilo medico ma anche il profilo paramedico, l’accoglienza nei confronti del malato, l’accoglienza nei confronti dei parenti del malato, i sistemi di supporto ai parenti del malato. Se questo è vero, credo che abbiamo una ricchezza importante, come ricerca, una paternità importante che è esattamente il sistema della salute. Il sistema della salute oggi può essere il sistema che fa da riferimento e che dà le indicazioni, che fa da punto unitario di ricaduta del sistema della ricerca. Quali linee deve perseguire il sistema della ricerca, oggi, in Italia, per liberarsi o, se vogliamo, per contribuire a superare la fase di crisi che vedo presente? Il problema è prima di tutto culturale, ossia assumere una visione differente del modo in cui la ricerca funziona oggi, in Italia e in Lombardia. E credo che la Lombardia abbia fatto un passo importante nel costituire la Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica, che ha il compito di coordinare la ricerca nel territorio lombardo. Io vedo tre passi, tre aree di intervento importanti, legate al fatto che oggi noi come ricerca, penso a Nerviano e non soltanto a Nerviano, siamo dei nani rispetto alle grandi multinazionali del farmaco, è inutile negarlo! C’è stato un processo di estraniazione dell’attività di ricerca farmaceutica dall’Italia, un’emorragia, forse legata anche all’emorragia dei ricercatori: non a caso vi è stata una emorragia dei ricercatori, perché vi è stata una emorragia della ricerca dall’Italia verso i paesi stranieri. Allora, come è possibile arrestare questa emorragia? È possibile in un rapporto stretto e dialettico tra un sistema della ricerca e un sistema della sanità. Ma come fa la ricerca a diventare sistema? Lo fa attraverso la messa a rete delle energie presenti sul territorio, presenti oggi in Lombardia e in Italia, mettendola, dunque a sistema, facendo un’operazione di rete, di collaborazione, una collaborazione che, per sua natura, ha bisogno poi di punti di ricaduta unitari, ha bisogno di piattaforme unitarie. Non voglio vendere Nerviano, però Nerviano ha delle piattaforme scientifiche in campo oncologico importanti, forse tra le prime in Europa e, credo, prime in Italia. Allora, il problema è fare rete ma avere dei punti di ricaduta unitari: può essere Nerviano per la ricerca oncologica, possono essere altre entità per la ricerca nefrologica, sulle cellule staminali.
Ma cosa implica questo? Una gestione accorta delle risorse, che focalizzi le risorse, che non sviluppi un processo di frammentazione delle risorse disponibili ma le concentri, individuando quelle aree e quei punti di intervento su cui è necessario concentrare e sviluppare le risorse, che le concentri attraverso la creazione di infrastrutture messe a disposizione del sistema. Certo, noi italiani siamo un popolo dove primeggia l’individualità. Oggi dobbiamo essere capaci di utilizzare le individualità mettendole a fattore comune, cioè sviluppando una capacità di relazione interpersonale tra le entità di ricerca, che consenta di produrre dei risultati condivisi che permettano di mantenere il valore sul territorio. Il secondo punto: lavorare in modo da rendere sistematico il trasferimento tecnologico dalla ricerca scientifica ai risultati economici di quella ricerca. Su questo ultimo punto abbiamo bisogno di lavorare parecchio perché, è già stato sottolineato dal professor Mannucci, vi è un gap fortissimo tra la nostra capacità di produzione scientifica e la nostra capacità di ricaduta sul territorio, cioè di mantenere i risultati economici di quella ricerca scientifica che attuiamo. Il terzo e ultimo punto: il tema della formazione.
E’ il tema che, da un punto di vista culturale, ha bisogno di maggiore investimento. Io mi ricordo che quando ero ragazzo la parola d’ordine era: “Si studia per farsi un posizione”. Cosa è diventata questa logica? La logica per cui si investe nello studio per acquisire una posizione che si cerca di detenere come wallet garden, il giardino in cui ciascuno coltiva la sua personale posizione di gestione di uno spazio di potere. Il lavoro è dunque diventato un insieme di posizioni soggettive che mirano a consolidare delle rendite di posizione. Noi dobbiamo abbattere questo muro, dobbiamo riportare la formazione e, in particolare, la formazione nella ricerca biomedica, a un contributo che la nostra capacità di ricerca porta alla comunità e al sistema della salute territoriale. Allora saremo in grado di produrre valore per il territorio. Da qui, mi permetto di porre una domanda conclusiva alla comunità territoriale che oggi è il punto di riferimento del sistema della salute. Domani potrà essere lo Stato oppure il Comune o l’Unione Europea, oggi è la Regione, il sistema regionale. Io domando alla comunità territoriale se sia in grado di svolgere adeguatamente questo compito – e come intenda farlo – di coordinamento e di indirizzo della ricerca per creare valore alla comunità dei suoi cittadini. Grazie

MARCO BREGNI:
Grazie, dottor Sciumè. Lasciamo la domanda per il dottor Melazzini. Adesso do la parola al dottor Stefano Portolano, Amministratore Delegato di Celgene che produce importanti farmaci in ambito onco-ematologico.

STEFANO PORTOLANO:
Grazie a tutti per essere intervenuti, ringrazio gli organizzatori anche per aver voluto ospitare un tema come questo sulla strategia nella ricerca biomedica. Parliamo un attimo del titolo, volevo soffermarmi sul termine strategia. Tornerò sul tema delle risorse però, fondamentalmente, qualsiasi cosa noi facciamo nella ricerca dobbiamo avere una strategia. Sembra una parola un po’ complessa, in realtà tutti noi abbiamo una strategia, come individui, come famiglia, come gruppi. Una famiglia ha la strategia di raggiungere il benessere, quindi vorrà una casa confortevole, vicina a una scuola che sia buona, che prepari i figli per l’università o per quello che vogliono fare… Analogamente, noi, come industria, come sistema, come Paese, dobbiamo avere una strategia, altrimenti anche se abbiamo le risorse, che comunque ci vogliono, non andremo da nessuna parte. Oggi parlerò dell’innovazione nella ricerca biomedica dal punto di vista dell’industria che, come vedrete, è molto legata alle altre istituzioni. E toccherò tre temi che possono indirizzare alla strategia per il futuro della ricerca. Cercherò anche di rispondere alle domande poste dal dottor Bregni.
Questa prima slide ricorda che cosa sia oggi lo sviluppo farmacologico. Senza entrare nel dettaglio, c’è una fase preclinica e poi c’è una fase clinica. La durata totale dello sviluppo di un farmaco, dal momento in cui si identifica un candidato, un laboratorio, al momento in cui è disponibile per la pratica clinica, è oggi di più di dieci anni. Questa cosa va sempre tenuta a mente. C’è una fase preclinica e poi tre fasi cliniche, oggi strettamente regolamentate e in continua evoluzione: non è tutto uguale, negli ultimi cinque anni le cose sono cambiate moltissimo. Ma vorrei ricordaste che si tratta di una conquista grandissima del nostro sistema nei Paesi occidentali: non più tardi degli anni ’50 – non parlo del Medioevo – i farmaci venivano messi in commercio con un po’ di test, una lettera spedita al Ministero… E io mettevo in commercio il mio farmaco, facevo le mie confezioni e basta. E questo ha generato anche problemi enormi, se non altro una delle grandi tragedie della medicina, che è l’utilizzo sbagliato del talidomide. Qualcuno di voi ricorderà che il talidomide è stato messo in commercio come ho appena descritto. E a seguito di quella grande tragedia, oggi abbiamo un sistema che assicura che, quando un farmaco è disponibile nella pratica clinica, ha passato test severi, e abbiamo quindi una ragionevole certezza che l’equilibrio tra il rischio e il beneficio nell’utilizzo di quel farmaco sia adeguato. Abbiamo inoltre sviluppato una serie di altri strumenti di cui parlerò nelle prossime diapositive.
Per quel che riguarda gli investimenti necessari per portare a termine lo sviluppo di un farmaco, vedete da un lato la percentuale dedicata a ciascuna delle fasi, come vedete è una percentuale importante: un quarto dell’investimento è sulla fase preclinica, quindi un investimento importante in laboratorio. Ma poi, l’investimento in clinica rappresenta in realtà la stragrande maggioranza del costo di un farmaco. Oggi, lo sviluppo di un farmaco completo, dal laboratorio alla pratica clinica, ha raggiunto costi che sono praticamente raddoppiati negli ultimi 10 anni: quasi un miliardo di dollari per ciascun farmaco portato alla pratica clinica. Sul pannello di destra, vedete la percentuale di investimenti per area geografica. In realtà, si è già accennato oggi che, mentre negli anni ’80 e ’90 c’era una grossa percentuale che veniva dall’Europa – e l’Italia ha contribuito a questa percentuale di investimenti in ricerca -, purtroppo poi gli Stati Uniti ci sono passati avanti. Al giorno d’oggi gli Stati Uniti sono di gran lunga il Paese che investe di più nella ricerca farmaceutica. L’Europa è ancora presente mentre in Italia, purtroppo, avevamo la Farmitalia che era una delle aziende più importanti, che ha fatto la storia dell’oncologia, che ha sviluppato i primi farmaci oncologici, e oggi non esiste più.
Adesso vorrei parlare un po’ di innovazione, in particolare del ruolo della biotecnologia nell’innovazione. La biotecnologia non è altro che l’utilizzo di tecniche biologiche per lo sviluppo e la commercializzazione di farmaci. La biotecnologia è iniziata intorno agli anni ’80 ed è arrivata come disponibilità negli anni ’90. Ha cambiato la medicina perché ha fatto sì che si trovassero e si sviluppassero farmaci non più basati sulla ricerca di molecole, per cui si sviluppava la molecola che aveva un certo effetto, ma sulla conoscenza dei meccanismi biologici: io so che un certo ricettore causa una certa malattia, posso agire direttamente su quel ricettore con un anticorpo monoclonale, con un inibitore, quello che è. Questo, però – forse se ne parla poco – ha cambiato il modello di business delle aziende perché, fino agli anni ’90, le aziende farmaceutiche per lo più investivano per trovare prodotti che funzionassero su patologie di largo consumo, per cui esistevano già molti altri prodotti, per conquistarsi una fetta di quel mercato che è, ed era, molto grande. Ma con le biotecnologie si è cambiato: conoscendo la base biologica – e sempre di più, oggi, anche la base genetica – delle patologie, si è andati a cercare soluzioni per quelle patologie che non avevano una soluzione disponibile, anche se in realtà erano meno diffuse delle grandi patologie croniche come l’ipertensione, l’ipercolesterolemia o il diabete. Il risultato nello sviluppo di farmaci è che sono effettivamente meglio tollerati e più mirati.
E qui rispondo alla domanda che faceva il dr. Bregni sulla medicina personalizzata. Ci sono stati successi enormi in questo campo: esistono oggi farmaci che sono commercializzati e diretti a ricettori estremamente specifici: si testa il paziente e, se il paziente ha quella determinata alterazione, il farmaco è efficace. Penso al tumore del seno, penso alle sindromi mielodisplastiche, alle leucemie mieloidi croniche e ad altre patologie. Quello su cui però vorrei qui un po’ di cautela, è che tanto si sta ancora facendo, e tanto arriverà, nel campo della medicina personalizzata. Quello che forse vorrei si evitasse è un eccesso di entusiasmo e di attesa per una cosa che dovrebbe risolvere tutti i nostri problemi medici, i problemi di sistemi e di costi. Questo ci aiuterà tantissimo, però io sono certo che ci saranno patologie su cui non si potrà intervenire in questo modo, e quindi si dovranno trovare altre strategie. La biotecnologia ha portato un’innovazione importante ed ha cambiato il modo in cui noi guardiamo allo sviluppo dei farmaci e il modo in cui alcune aziende operano.
Vorrei fare un esempio di innovazione in farmacologia, così parliamo anche di qualcosa di concreto, i farmaci orfani. Molti di voi sapranno che i farmaci, per essere chiamati farmaci orfani, devono avere fondamentalmente tre caratteristiche: devono essere indicati per patologie serie o patologie gravi, che mettono in pericolo la vita oppure cronicamente debilitanti; devono essere indicati per condizioni rare – nella legislazione europea devono essere indicati per una patologia che affligga meno di 5 ogni 10.000 cittadini dell’Unione Europea -, e non devono esistere trattamenti disponibili, oppure, se ne esistono, il farmaco deve portare un beneficio clinico significativo. Vorrei qui condividere con voi quella che a me pare già una definizione di innovazione nella farmaceutica perché, se per una patologia grave, una patologia incidentalmente rara, trovo una soluzione che fino a oggi non c’era, questa per me è sicuramente una innovazione. E vorrei condividere con voi anche che i farmaci orfani vanno incontro a una serie di valutazioni: la prima valutazione è del Comitato per i medicinali orfani dell’Unione Europea, un Comitato dove siedono tutti i membri dell’Unione Europea, quindi anche l’Italia, che fa una prima valutazione se il farmaco che viene proposto risponda effettivamente alle tre caratteristiche che ho appena descritto. Questa valutazione viene ripetuta subito prima dell’immissione in commercio del farmaco, per verificare che poi, a valle dello sviluppo, queste caratteristiche siano effettivamente confermate. Dopodiché, l’Agenzia dei medicinali europea, dove siedono tutti gli Stati membri, inclusa l’Italia, valuta che il rapporto rischio-beneficio di questo farmaco sia effettivamente positivo, e quindi lo autorizza affinché venga utilizzato in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Infine, la nostra Agenzia del farmaco, l’AIFA, fa una valutazione rispetto al Servizio Sanitario Nazionale: se questo farmaco è importante per il Servizio Sanitario Nazionale, a che prezzo debba essere immesso e con quali caratteristiche di distribuzione debba essere utilizzato.
Come vedete, ci troviamo di fronte a un’innovazione che viene valutata in maniera molto accurata. Quando questi farmaci arrivano nella disponibilità dei medici degli ospedali italiani, hanno ricevuto numerose valutazioni. Che cosa significano i farmaci orfani in Italia? Allora, i dati OsMed della nostra Agenzia del farmaco hanno valutato che circa 60 milioni di euro sono la spesa in cui incorre il Servizio Sanitario Nazionale per i farmaci orfani: la metà circa di questa spesa è all’interno del sistema ospedaliero, l’altra metà nel sistema delle farmacie al pubblico. Quindi, come vedete, in realtà si tratta di una percentuale molto piccola, meno del 4% della spesa farmaceutica totale che ammonta a circa 17 miliardi di euro. E in realtà, rispetto a tutta la spesa del fondo sanitario nazionale, è una percentuale piccolissima, lo 0,6%. Sono stati fatti degli studi, guardando i farmaci che noi ci aspettiamo arrivino nel futuro e i farmaci già presenti: questa percentuale, che tra l’altro è simile in tutti i Paesi dell’Unione Europea, è circa il 4%, rimarrà più o meno stabile, perché ci sono delle scadenze di brevetto, e quindi delle scadenze di esclusività di farmaco orfano, per cui non continuerà a salire sempre ma si attesterà intorno al 4 – 4,5% della spesa farmaceutica, cioè molto meno, come dicevo, della spesa sanitaria totale.
Una delle particolarità dei farmaci orfani in Italia è che quasi tutti sono prescritti all’interno dei registri AIFA. Molti di voi che operano nel Servizio Sanitario Nazionale lo sanno; per chi non lo sa, l’AIFA – e in questo siamo assolutamente all’avanguardia rispetto agli altri Paesi europei – ha una serie di registri web-based, all’interno dei quali il medico e l’infermiere devono introdurre i dati del paziente per poter utilizzare un certo farmaco, facendo sì che il farmaco sia usato all’interno dell’indicazione, per cui approvato soltanto per i pazienti che ne possono ricevere beneficio, e soprattutto consentendo un controllo sull’utilizzo del farmaco. E’ possibile sapere quanti pazienti lo assumono, per quanto tempo, con quali potenziali rischi e con quale tollerabilità. Ricordo di nuovo che in questo siamo praticamente all’avanguardia, non esiste nessun altro Paese europeo che utilizzi, per quanto ne so, un sistema del genere.
Quindi, ci sono una serie di controlli a monte, prima che il farmaco arrivi, e qui in Italia abbiamo una serie di controlli a valle, quando il farmaco viene utilizzato. Questo consente, tra l’altro, un’appropriatezza d’uso di cui parlerò tra qualche secondo. Qualche altra informazione sui farmaci orfani la prendo da questo documento che è uscito da poche settimane, un documento preparato da Orphanet, fatto su commissione da parte della Commissione Europea. Analizza i farmaci orfani approvati in Europa negli ultimi dieci anni: ricordo che la legislazione europea è di poco più di dieci anni fa, e li categorizza a seconda delle classificazioni. Questo è il numero di farmaci orfani approvati per anno dal 2000 fino al 2012: come vedete, un numero abbastanza stabile, con un picco nel 2007, credo casuale. In sintesi, il messaggio di questa slide è che la legislazione europea è stata un grande successo, ha consentito di incentivare l’innovazione e lo sviluppo di questi farmaci, e comunque non ha aperto le porte a decine e decine di farmaci orfani. È ancora difficile sviluppare questi farmaci, come vedete ce ne sono 4 o 5 all’anno, un numero abbastanza limitato: quando ho visto questa slide sono rimasto sorpreso perché mi aspettavo risultati più efficaci. Non c’è bisogno che leggiate questa complessa tabella: il punto è che questi sono i farmaci orfani classificati secondo il target. Nella prima riga vedete i farmaci per il sistema metabolico, che sono la maggior parte, insieme ai farmaci per il sistema oncologico e immunomodulatori. Perché molti dei farmaci orfani sono destinati alle malattie metaboliche, per lo più per malattie pediatriche, ma ci sono molti farmaci orfani indicati per patologie oncologiche, e in realtà sono la maggior parte. Purtroppo, spesso si tende a pensare ai farmaci orfani soltanto come al farmaco per la malattia metabolica del bambino.
Anche nella tabella successiva non è importante leggere i dettagli: sono i farmaci orfani per azienda. Questa tabella mostra che ci sono grandi e piccole aziende: secondo me, questa legislazione ha avuto successo non solo nel far sì che fossero resi disponibili dei farmaci per patologie che prima erano assolutamente neglette, ma ha stimolato un nuovo sistema industriale per cui esistono oggi aziende dedicate quasi esclusivamente ai farmaci orfani, e le grandi aziende che lavoravano secondo il modello di business che ho descritto prima, sulle patologie di grande frequenza, oggi stanno cercando di entrare. Credo che questa legislazione sia riuscita a stimolare un sistema di ricerca in maniera positiva.
Ho fatto l’esempio di un sistema che è riuscito a stimolare una parte di ricerca, ma vorrei parlare anche di fuga di cervelli, perché se parliamo di strategie di ricerca, dobbiamo pensare anche alle risorse umane, non solo alle risorse economiche e alle infrastrutture. Per fare ricerca, ci vogliono tre cose: i soldi, i laboratori e le persone. Il secondo motivo per cui vorrei spendere due minuti sulla fuga di cervelli, è perché nel lontano 1990, giovane laureato in medicina a Napoli, io sono partito per gli Stati Uniti dove sono stato poi per cinque anni a lavorare in laboratorio. Quindi, la prima cosa che vorrei chiedere è di non parlare più di fuga di cervelli, perché non è una fuga e non sono cervelli. Prima di tutto, sono persone con una storia, delle ambizioni, dei sogni, delle famiglie e delle idee, che fanno una scelta, non una fuga. Quindi, dovremmo smettere di pensare a questa cosa come a un problema. Anzi, io credo che sia un enorme valore potenziale che però ancora non riusciamo a sfruttare. E credo che il problema non sia che le persone, non i cervelli, facciano la scelta di andare all’estero, il problema è perché nessuno faccia la scelta di venire in Italia, o pochissimi. Il problema è come facciamo a far sì che questo valore enorme di ricercatori che sono all’estero e che hanno imparato, che hanno avuto una apertura mentale, hanno visto delle tecnologie che qui non ci sono, facciano la scelta di venire a lavorare qui in Italia. Gli incentivi fiscali alle persone che tornano dall’estero sono sicuramente un fatto positivo ma si tratta del pezzetto piccolissimo di una strategia che deve essere molto, molto più complessa. Bisogna fare ricerca di qualità, se io faccio ricerca di qualità in Italia, gli italiani che sono all’estero vorranno tornare ma soprattutto saranno gli scienziati di altri Paesi che vorranno venire in Italia. Perché io sono andato negli Stati Uniti? Perché lì si faceva una ricerca di un certo livello, avevo la possibilità di fare cose che qui non avevo. Questo è il vero problema del perché le persone non vengono in Italia. Italiani, tedeschi, cinesi, non ha importanza.
Quindi, il problema che ci dobbiamo porre è come fare ricerca di qualità in Italia. Lancerò solo due, tre temi, e quindi concludo su quale debba essere il ruolo delle aziende in una strategia di ricerca. La prima cosa è la cultura imprenditoriale, frase generica ma molto semplicemente significa che l’azienda ha un ruolo fondamentale nella ricerca, quello di prendersi i rischi che un’istituzione non può prendere. Vi ho detto che un farmaco costa tra gli ottocento milioni e il miliardo di dollari: è un peso enorme, che nessuna istituzione pubblica può sopportare, o lo può sopportare per un unico farmaco, senza poi sviluppare null’altro. E’ questo che vi dovete aspettare dalle aziende, che ci prendiamo i rischi e li carichiamo sui nostri costi. Faccio solo un esempio a proposito dell’azienda di cui ho la fortuna di essere responsabile. L’anno scorso abbiamo chiuso un programma di ricerca arrivato alla fase terza, uno studio su più di duemila pazienti con il tumore della prostata. Il farmaco si è rivelato inefficace, il programma è stato chiuso, non so quanti soldi avevamo speso ma adesso è un binario morto a cui abbiamo dovuto rinunciare. Questo è il nostro ruolo, uno dei nostri ruoli.
Il secondo ruolo che vedete sulla slide è collaborare. L’Italia ha una grandissima opportunità, e già si fa tanto, perché da noi abbiamo centri ospedalieri e di ricerca di altissimo livello. Il dottor Mannucci ha detto che siamo sesti come qualità ma trentunesimi come investimento: figuriamoci se eravamo sesti come investimenti, eravamo di gran lunga i primi! Abbiamo centri di grandissima qualità e, come aziende, abbiamo l’onore e la fortuna di collaborare con i centri italiani. La mia azienda si occupa di oncologia e di ematologia, e vi assicuro che l’ematologia e l’oncologia italiana non hanno nulla da invidiare a nessun altro Paese al mondo. Quindi, sono certo che qui abbiamo tutto il meglio che c’è e già collaboriamo moltissimo con i centri italiani. In Italia esiste una legislazione che è nel suo complesso positiva, anche se ha spazi di miglioramento: è la legislazione sugli studi non profit, sulla potenziale utilizzazione dei dati originati da quelle ricerche. L’Italia è un punto in cui c’è l’opportunità e dove le aziende devono collaborare di più: noi lo facciamo moltissimo, e sono certo che tutte le aziende innovative lo fanno e lo faranno di più nel futuro. Credo che l’unico futuro possibile per l’azienda farmaceutica sia il focus sulle malattie debilitanti e i bisogni clinici insoddisfatti. Occuparsi di malattie che oggi sono già soddisfatte dai trattamenti presenti per poi magari guadagnarsi una fetta di mercato con l’abilità commerciale, è un modello di business che non funziona più. Noi ci dedichiamo esclusivamente, con tante altre aziende, alle malattie serie, quelle per cui non esistono oggi trattamenti soddisfacenti, per avere prodotti realmente innovativi e non simili ad altri. Vi ho fatto il caso dei farmaci orfani, che sono una nicchia importante di questa innovazione. Infine, quello che dovete chiedere alle aziende è l’appropriatezza d’uso dei farmaci, una volta che poi li mettiamo a disposizione. Ho menzionato i registri dell’AIFA, un mezzo eccellente, potentissimo, di far sì che i farmaci vengano utilizzati in modo appropriato e di controllare e valutare questo utilizzo.
Io sono molto orgoglioso – se mi passate lo spot per la mia azienda, che in questo è all’avanguardia – del fatto che i nostri farmaci siano utilizzati solo all’interno di programmi di controllo strettissimi. Sono in grado di sapere dove sia finita qualsiasi confezione del prodotto, per quale paziente sia stata utilizzata, con quali indicazioni. Per le istituzioni, questo è un vantaggio enorme rispetto a sapere che il farmaco viene utilizzato in tot confezioni disponibili, e basta. E’ un elemento che va potenziato perché fa sì che le risorse siano utilizzate in maniera giusta: libererà risorse e consentirà di continuare ad investire, al sistema e anche a noi aziende, sapendo che cosa possiamo ottenere.
Concludo con quello che secondo me il sistema può fare per incentivare la ricerca biomedica per il futuro. Prima di tutto, occorre saper distinguere la vera innovazione. Per troppi anni, in Italia, quando si parlava di farmaci si è fatto di tutta l’erba un fascio: gli oncologici non funzionano, sono tutti uguali, costano tutti troppo, costano tutti troppo poco. Nell’anno 2012, credo che dovremmo essere in grado di dire: questa è vera innovazione, questa è da incrementare, questo è uguale a tutto il resto. Se non siamo in grado di fare questo, come facciamo poi a stimolare la ricerca? Qualcosa si è cominciato a fare con l’ultima Spending review, dove i farmaci orfani, i farmaci innovativi, sono stati esclusi da alcune misure di taglio: è la direzione in cui bisogna andare, perché così stimolerete noi aziende a cercare di fare farmaci sempre migliori. Se mi dite che tutti i farmaci sono uguali, cosa faccio come azienda? Cerco un farmaco più o meno simile agli altri, un ottimo marketing, un’ottima forza vendita, per conquistarmi una fetta di mercato. In Italia si è fatto tantissimo nella ricerca clinica: negli anni ’90 fare ricerca clinica era difficilissimo, tempi molto lunghi e grande complessità per l’approvazione dei mercati etici. Oggi l’Italia è abbastanza competitiva con gli altri Paesi, qui noi facciamo tutti gli studi clinici sponsorizzati, coinvolgiamo più di 80 centri in Italia, più di 2000 pazienti. Quindi, è possibile fare ottima ricerca. Forse qualcosa si può ancora migliorare nella razionalizzazione dei comitati etici, forse anche sulla contrattualistica. So che la Lombardia si sta muovendo in un certo senso, dover fare tanti contratti separati con tanti centri separati è tutto sommato un tempo burocratico che non aggiunge valore e che in realtà ritarda la ricerca e rende più difficile, anche per gli ospedali stessi, entrare in queste ricerche cliniche. Credo che ancora ci sia qualcosa da migliorare, anche dopo che i farmaci vengono approvati a livello europeo. Oggi ci vuole almeno un anno perché un farmaco approvato dall’ EMA arrivi poi in Italia. Per esperienza personale, mi spiace dire che la gran parte del tempo è burocratico, apertura del dossier e passaggio da una commissione: qui veramente l’AIFA deve fare qualcosa per accelerare i tempi.
Infine, bisogna parlare di gestione a locazione delle risorse. Bisogna smettere di parlare di tagli ma vedere come investire i soldi, perché i soldi ci sono e vanno investiti bene. Nessuna famiglia, credo, decide che se deve tagliare il 10% del proprio budget taglia tutto del 10%, il cinema, il pane e la scuola, tutto uguale. Il cinema magari va via però sulla scuola io investo tutto… E’ lo stesso quando parliamo di ricerca. La ricerca è la nostra scuola, se noi oggi facciamo buona ricerca, domani saremo un Paese adulto e competitivo; se oggi invece tagliamo la ricerca, fra dieci anni saremo una provincia di qualche altro Paese. Concludo dicendo che se la natura dell’uomo è rapporto con l’infinito, possiamo conoscere molto bene questa natura: c’è ancora tanto da fare, il rapporto con l’infinito lo lascio ad altri, non fa parte della nostra sessione, però sulla natura noi possiamo fare tanto e l’Italia ha una opportunità enorme di essere all’avanguardia e competitiva. Cerchiamo di sfruttarla, grazie.

MARCO BREGNI:
Grazie, dottor Portolano. Dottor Melazzini, nei trenta secondi che sono rimasti, la domanda è quella. Regione Lombardia ha questa enorme responsabilità di avere centri di ricerca all’avanguardia, industria, strutture di ricerca: come intende amministrare e gestire tutto questo enorme patrimonio umano, culturale e di ricerca?

MARIO MELAZZINI:
Sono arrivati molti spunti, però effettivamente, anche se Marco Bregni mi ha detto che forse non dovremmo parlare di risorse in senso generale, vorrei fossimo molto realisti. Il dottor Portolano ha detto che per fare ricerca ci vogliono i soldi, i laboratori, le persone. Io dico che fondamentalmente ci vogliono prima le persone con le loro idee, e dopo l’abilità di andare a recuperare risorse e a costruire laboratori. Anche Mannucci diceva che la conoscenza non è un costo, ma non è forse vero, la conoscenza può diventare un costo allorché noi andiamo ad allocare le risorse in un modo che poi non trova una ricaduta rispetto a quanto quella conoscenza può aver portato. E qui entriamo nel mondo della meritocrazia: secondo quanto detto da Sciumè e da Mannucci, il 60% e passa della ricerca la si fa in Lombardia. Ed è vero che in Italia siamo al sesto posto come produzione scientifica per quanto riguarda le pubblicazioni scientifiche ma molti di questi ricercatori sono lombardi, almeno lo sono rispetto ad esempio a trial clinici, come principal investigators, sia per quanto riguarda la ricerca clinica che quella di base.
Però c’è un grosso problema: siamo talmente presi a dire che siamo i più bravi, che adesso è arrivato il momento di cambiare. Bisogna fare massa critica, bisogna avere il coraggio di costruire questa rete di ricerca, in modo da patrimonializzare, mettere a patrimonio comune quelle conoscenze, quell’expertise, per fare sì che le risorse vengano allocate nel modo migliore. Si diceva che il PIL in Italia, per quanto riguarda la ricerca, è l’1,6%. Noi in Lombardia siamo un pochettino più bravi, abbiamo superato il 2% rispetto a quanto dovremmo fare per trovare le risorse che sfuggono. Si parlava di quanto l’Italia va ad investire: solo l’8,4% delle risorse ritorna nel nostro Paese. La ragione è che i nostri ricercatori, anche lombardi, evitano di fare dei cluster, cioè di costruire delle cordate per fare lobby a carattere europeo al fine di ottenere e portare a casa finanziamenti. Però, realmente, la situazione è cambiata. Grazie alla ricerca e all’industria farmaceutica, negli ultimi 45 anni i cittadini italiani e lombardi hanno acquisito dodici anni di vita. L’età media si è spostata e, soprattutto grazie all’innovazione dell’industria farmaceutica, quasi il 59% della aspettativa di vita è attribuibile all’introduzione di nuovi farmaci. Quindi, grazie alla ricerca, che ha avuto una ricaduta forte sul sistema, sulla vita del cittadino, anche lombardo, nel caso nostro specifico, legata a grandi investimenti ma con grandi ricadute – quello che diceva Mannucci sulle sterline che ritornavano – le sterline sono ritornate tutte, è stato un investimento.
Marco Bregni parlava di medicina personalizzata. Chi è lombardo sa che nel nostro Piano regionale di sviluppo e nel Piano sociosanitario degli ultimi 4 anni, 2010/2014, quando si parla di ricerca biomedica si parla di persona al centro, tutto deve essere focalizzato sulla persona. Ma ciò che noi vogliamo come Regione Lombardia, per quanto riguarda la ricerca, è una ricaduta concreta sul sistema lombardo sanitario. Vorremmo governare ancora meglio di quanto sia stato fatto negli ultimi dieci anni in cui pure sono state messe a disposizione dei nostri ricercatori molte risorse. Però, ancora una volta, non dobbiamo nasconderci. E‘ stata fatta vedere da Mannucci una diapositiva in cui si diceva che nei prossimi tre anni ci sarà un taglio di 209 milioni di Euro per la ricerca. Con la Spending review, Regione Lombardia dovrà far fronte in questi ultimi 5 mesi, anzi, 6 mesi dal primo luglio di quest’anno, a 140 milioni di Euro che diventeranno, nel 2013, 188 milioni e, nel 214, 340 milioni. Questo per quanto riguarda il sistema sanitario regionale lombardo. Ci spaventiamo? No diciamo che è una opportunità di cambiamento, è una opportunità estremamente forte in cui Regione Lombardia darà sempre le risposte al cittadino in modo quantitativamente e qualitativamente accettabile, andando ad allocare le risorse in maniera sempre più corretta. Per quanto riguarda il tema specifico della ricerca biomedica, si tratta di qualcosa che altererà i nostri ricercatori lombardi. Voi sapete che, come strumento aggiuntivo per la ricerca biomedica in Regione Lombardia, vengono assegnate annualmente risorse, tramite quella che noi lombardi chiamiamo la “delibera delle regole”, per percorsi di progettualità e di ricerca su progetti indipendenti e innovativi.
La postilla fondamentale è che si abbia una concreta ricaduta sul sistema sanitario lombardo: cioè, ci devono essere indicatori misurabili, quantizzabili, che possono dire che quella progettualità ha una ricaduta sul sistema sanitario lombardo. Come sapete, tutte queste progettualità hanno una tempistica. Molti progetti che sono in corso da diversi anni non sono terminati: un modo di recuperare risorse consiste – per chi non ha concluso questa progettualità di ricerca, se non per motivi altamente documentabili e contestualizzabili – nel recuperarle e allocarle in progettualità nuove che andremo ad impostare, adesso vi spiegherò come.
Un altro strumento di ricerca che abbiamo a disposizione in Regione Lombardia è il co-finanziamento, anche in conto capitale, dei progetti ministeriali di ricerca finalizzata e di ricerca corrente. C’è un grosso problema che riguarda i progetti di ricerca finalizzati, in cui il 50% del finanziamento viene erogato dal Ministero della Sanità mentre il 50% dovrebbe essere erogato dalla Regione che supporta, con varie forme di co-finanziamento. Alla fine di luglio ho incontrato i direttori scientifici che, per non vedersi decadere il finanziamento ministeriale, dovranno trovare quel co-finanziamento all’interno di quanto è già a disposizione delle singole aziende o dei singoli istituti di ricerca, di ricovero e cura a carattere scientifico. Non si vuole fare un atto di forza nei confronti delle aziende, degli attori del sistema regionale, ma evitare di perdere quel 50% che già dovrebbe essere a disposizione del Ministero, ed evitare che i nostri ricercatori non possano utilizzare quei fondi. Purtroppo, risorse non ce ne sono, è inutile, non ci possiamo nascondere dietro un dito. Ma questo non ci fa paura perché, andando avanti, stiamo cercando di creare strumenti nuovi per governare meglio la ricerca e soprattutto per avere fondi a disposizione, risorse da allocare in modo meritocratico e in maniera estremamente corretta e trasparente, come sempre Regione Lombardia ha fatto.
Non per questo abbiamo voluto, come Regione Lombardia, creare la Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica. Molto è stato detto e si continua a dire: la Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica non è l’equivalente del Nerviano Medical Science. Nerviano fa parte della Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica, che è un contenitore, uno strumento che dovrà diventare per Regione Lombardia l’attore di riferimento, il catalizzatore di quella creazione di reti che permetteranno la perfetta estrinsecazione del percorso di ricerca in Regione Lombardia: quindi, le strategie per quanto riguarda le linee di ricerca da creare, l’integrazione con i vari attori della rete. Vuole essere uno strumento indipendente che possa garantire correttezza nell’identificazione delle linee progettuali e, al tempo stesso, garantire Regione Lombardia nella corretta allocazione delle risorse. Un altro punto estremamente importante è l’integrazione. Per essere certi che, in questo momento molto particolare, si possa realmente garantire un risultato a livello territoriale, ci deve essere una perfetta integrazione con tutti gli attori del percorso di ricerca, profit e non profit, e quindi sia istituzione, ricercatori, industrie farmaceutiche ma anche associazioni di pazienti. Per quanto riguarda lo strumento che Regione Lombardia ha già a disposizione, ma che sicuramente è migliorabile per quanto riguarda l’integrazione pubblico-privato, c’è una delibera del 2007 in cui vengono stabilite le modalità e gli obiettivi di integrazione. E’ uno strumento che deve essere ulteriormente valorizzato e portato a conoscenza del territorio perché è una risorsa: non si tratta dell’utilizzo dell’industria farmaceutica che ci sponsorizza, ma di un’integrazione sinergica, sussidiaria, per quanto riguarda il raggiungimento di un obiettivo che può avere un’ottima ricaduta sul sistema sanitario lombardo. Questo vogliamo fare.
Ma ritornando ancora al cambiamento culturale che deve avvenire, i ricercatori devono creare rete, devono patrimonializzare le loro expertise: noi abbiamo esperienze con le reti di patologie, con la rete oncologica lombarda, con la rete ematologica, che stiamo rivedendo. Ultimamente, abbiamo coinvolto gli oncologi per andare a identificare il percorso diagnostico terapeutico e prescrittivo di farmaci ad alto costo, andando a creare degli anticorpi anche nei confronti delle industrie farmaceutiche. A tutti deve essere garantito il meglio, non a tutti deve essere garantito il tutto. Qui si parla di medicina personalizzata, dove c’entra moltissimo il rapporto medico-paziente, il coinvolgimento nella presa in carico. Ed è molto importante quando si parla di determinate patologie a prognosi infausta, perché chiama ad una maggiore responsabilizzazione da parte del professionista, ad una responsabilizzazione dell’industria farmaceutica ma anche ad una responsabilizzazione dei pazienti, tant’è vero che questo percorso è stato costruito insieme alle associazioni.
Ritornando e chiudendo, il cambiamento è poi legato al fatto che vi dicevo: la nostra popolazione è più vecchia, quindi il modo di fare ricerca è cambiato. Stiamo lanciando nuove linee di progettualità sulle malattie croniche, sulla fragilità, sulle malattie rare ma soprattutto sull’alta tecnologia, che non consiste in strumenti alternativi al percorso di cura della persona ma in strumenti complementari. Come vedete, ci sono potenzialità di innovazione e sviluppo a 360 gradi, e c’è Regione Lombardia che, trasversalmente, risponde. Si pensa che ricerca biomedica sia patrimonio esclusivo dell’Assessorato alla Sanità ma non è così. Noi lavoriamo trasversalmente con l’Assessorato all’Industria per quanto riguarda tutto il biotech, per quanto riguarda l’e-technology, ma soprattutto stiamo lavorando con l’Europa. Una delle grandi sfide è proprio costruire rete con le componenti europee. A livello europeo, infatti, ci sono veramente molte risorse disponibili per quanto riguarda la ricerca biomedica. I nostri ricercatori potrebbero portare a casa molto di più, costruendo, patrimonializzando, mettendo insieme reti che permettono di fare massa critica. Noi siamo bravi ma lo saremo ancora di più se – è la provocazione che lancio sempre ai miei colleghi – ci metteremo insieme facendo rete. In questo momento il rischio è di creare duplicazioni o triplicazioni: dobbiamo cercare di creare percorsi estremamente lineari facendo massa critica, facendo dei cluster in modo tale da allocare il più alto numero di risorse possibile e, nello stesso tempo, valorizzare quello che il sistema lombardo è veramente, un’eccellenza, non solo dal punto di vista dell’erogazione di prestazioni ma anche per quanto riguarda persone nell’innovazione, persone nello sviluppo, persone nella ricerca. La Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica può veramente diventare uno strumento che permetta di facilitare, e al tempo stesso di governare meglio, i percorsi e le progettualità.
Chiudo: è un momento difficilissimo. Ma a maggior ragione, è un momento di cambiamento, di stimolo, di forza, un momento in cui andremo a lanciare adesso, a fine ottobre, i nuovi bandi per la ricerca indipendente e innovativa: non ci sono molte risorse ma andremo a recuperarne il più possibile. Non è escluso che lanceremo anche dei pilot grant, perché qui ci sono molti giovani e le ricerche innovative spesso portano ad uno sviluppo reale. Infine, la provocazione per quanto riguarda in particolare le malattie rare, è la compartecipazione, soprattutto nei trial clinici: far sedere anche le associazioni di pazienti, andando a delineare disegni di studi con degli input ben precisi, con dei focus group. Ritornando ai farmaci orfani, parlando quindi di patologie con una incidenza molto bassa, andando a disegnare la predeterminazione di affetti attesi su piccoli numeri, che però possono essere proiettati anche sui grandi numeri. Penso che per questo sia importantissimo il coinvolgimento. Regione Lombardia è pronta, noi tutti siamo pronti, mancano solo i giovani. Grazie.

MARCO BREGNI:
Grazie, dottor Melazzini. Abbiamo visto tutti e abbiamo capito che il momento è complesso, delicato. E’ il momento in cui deve venir fuori la persona: alla base della ricerca non c’è solo un problema di risorse, di strutture ma soprattutto un problema di persone che hanno una concezione culturale di sé, della comunità cui appartengono, della società che determina anche scelte precise. Come associazione Medicina e Persona ci rendiamo disponibili. Sicuramente, faremo ulteriori incontri su questo tema che ci sta particolarmente a cuore. Grazie ai relatori, grazie a tutti.

Data

20 Agosto 2012

Ora

11:15

Edizione

2012

Luogo

Sala C1 Siemens
Categoria
Incontri